Apr 27 2019

“Sempre nei nostri cuori”: necrologio per Mussolini sui quotidiani. Ma si nasconde che fu ucciso dai partigiani

Come da tradizione anche quest’anno per il 28 aprile, data della morte di Benito Mussolini, Il Giornale di Vicenza pubblica un necrologio con la foto e una frase Sempre nei nostri cuori, con un richiamo al ricordo religioso previsto domani alle 18.30 davanti alla chiesa del cimitero Maggiore di Vicenza, davanti al monumento che i ricorda i profughi istriani e dalmati. Nessuna scelta politica o ideologica, soltanto “il necrologio di una persona morta”, sottolinea all’Adnkronos Luca Ancetti, direttore del Giornale che aggiunge: “Credo che tutte le persone morte, al di là delle colpe che possono avere in vita, sono degne di rispetto”. “La foto, la frase, il richiamo sono state pubblicate nella pagina dei necrologi come tanti altri. Ovvio – osserva – che la foto di Mussolini risalti, come avviene nei libri di storia. Ma nel necrologio non c’è nessun richiamo a quello che la persona è stata in vita. E’ uno spazio a pagamento, come lo è per tutti quelli che lo richiedono. E’ chiaro che – sottolinea – se mi avessero chiesto di pubblicarlo in cronaca ci avrei pensato”. Ma una polemica c’è già stata: secondo il gruppo Lealtà e Azione alcuni giornali veneti avrebbero respinto nel necrologio la dizione “assassinato da mano partigiana”, fatto peraltro ormai storicamente acclarato.

di: Antonio Pannullo @ 19:37


Apr 27 2019

40 anni fa ci lasciava il filosofo fascista Ugo Spirito, massimo teoreta del corporativismo

40 anni fa moriva a Roma Ugo Spirito, uno dei più grandi pensatori dell’Italia del Novecento. Filosofo, docente universitario, saggista, aderì al fascismo insieme col suo maestro Giovanni Gentile e fu uno dei teoreti del corporativismo e della rivoluzione fascista. Parecchie sezioni del Movimento Sociale Italiano in tutta Italia erano intitolate a lui.

Ugo Spirito era nato ad Arezzo il 9 settembre 1896 da famiglia agiata (il padre era ingegnere), ma trascorse l’infanzia e l’adolescenza tra Caserta e Chieti, città dove frequentò con profitto il liceo classico Giambattista Vico. Non è cosa molto nota che da giovanissimo Ugo Spirito si era appassionato alle arti figurative: disegni, olii, autoritratti. La passione gli durò fino al periodo universitario, quando le critiche dei suoi compagni di facoltà lo fecero risolvere a bruciare tutte le sue opere. E fu un bene, altrimenti forse non sarebbe diventato il filosofo ricercatore che oggi conosciamo. Si iscrisse a Roma alla facoltà di Giurisprudenza assistendo alle lezioni di Enrico Ferri e Maffeo Pantaleoni, tra gli altri, e laureandosi nel 1918 con una tesi sulla patria potestà. Due anni dopo, nel 1920, lo vediamo bilaureato in Filosofia con una tesi sul pragmatismo, con relatore Giovanni Gentile. Da quel momento Spirito divenne allievo del filosofo di Castelvetrano per non doversene distaccare più, nonostante un certo allontanamento dottrinario parziale successivo. In quel periodo Spirito divenne collaboratore e in seguito anche direttore di autorevoli rivista culturali dell’epoca, come ad esempio il “Giornale critico della filosofia italiana”, “La Cultura”, “Rivista di Pedagogia”, “Vita Nova”, “Critica fascista”, “Archivio di studi corporativi”, “Nuovi studi di diritto, economia e politica” da lui stesso fondata, nel 1927, insieme con Arnaldo Volpicelli. Nella seconda metà degli anni Venti lavorò alla stesura di alcune voci dell’Enciclopedia Italiana, per la quale curò – tra le altre –  proprio la voce su Giovanni Gentile. Contestualmente iniziò la sua attività di docente universitario e iniziò a teorizzare il corporativismo, diventando poi un acerrimo critico del sistema liberale. Dopo l’avvento del fascismo, seguì il suo maestro Gentile e si convinse sempre più che il nuovo regime avrebbe perfezionato la coscienza nazionale iniziata col Risorgimento. Dopo l’omicidio Matteotti optò per una scelta ancora più radicale, sostenendo che il fascismo avrebbe dovuto proseguire sulla strada intrapresa della rivoluzione, senza più contatti con esponenti di passati regimi e partiti e così, al congresso di Bologna degli istituti fascisti di cultura nel marzo del 1925, firmò il Manifesto degli intellettuali fascisti, sottoscritto da 250 intellettuali 33 dei quali ebrei. Tra i firmatari, ricordiamo solo Luigi Barzini senior, Gabriele D’Annunzio, Salvatore Di Giacomo, Curzio Malaparte, Filippo Tommaso Marinetti, Ugo Ojetti, Alfredo Panzini, Luigi Pirandello, Margherita Sarfatti, Ardengo Soffici, Giuseppe Ungaretti, Gioacchino Volpe, Giovanni Papini, Riccardo Bacchelli, Enrico Fermi, Pietro Mascagni, Massimo Bontempelli. 

Il fascismo coinvolse gli intellettuali per cambiare lo Stato in modo rivoluzionario: oltre al Manifesto, pochi mesi prima venne creato l’Istituto Nazionale Fascista di Cultura, poi denominato Istituto di Cultura Fascista, fondato da Giovanni Gentile; nello stesso periodo fu istituito l’Istututo Giovanni Treccani per la pubblicazione dell’Enciclopedia Italiana; nel 1926 fu istituita l’Accademia d’Italia di cui fu presidente per molti anni Guglielmo Marconi. Numerose poi furono le riviste attraverso le quali il fascismo espresse le sue posizioni culturali, da “Primato” a “Critica fascista”, dal “Selvaggio” al “Bargello”. In particolare Giuseppe Bottai, fascista della prima ora e ministro della Cultura popolare, riuscì a coinvolgere nella redazione delle riviste scrittori come Renato Guttuso, Elio Vittorini, Enzo Biagi, Corrado Alvaro, Vasco Pratolini, Eugenio Montale e Cesare Pavese, tutti futuri esponenti dell’antifascismo. Il 1° maggio successivo Benedetto Croce rispose con un Manifesto degli intellettuali antifascisti, pubblicato su diversi giornali dell’epoca. Nel 1929 Spirito partecipò al Congresso nazionale di Filosofia a Roma e iniziò a diventare il maggior teorico del corporativismo fascista, continuando a insegnare e scrivendo saggi filosofici e politici e arrivando a teorizzare un nuovo approccio alla politica che definì problematicismo. Nel 1932 fu molto criticato quando attaccò la concezione tradizionale della proprietà privata e del sindacalismo, da lui visti come una espressione del capitalismo, come l’altra faccia dei capitale, proponendo – per superare questo – di trasformare i lavoratori delle aziende in azionisti delle stesse insieme ovviamente con i datori di lavoro. Era un concetto rivoluzionario e le critiche non mancarono, ma Spirito poté sempre contare sul pieno sostegno di Benito Mussolini e di Giuseppe Bottai. In seguito Spirito si lamentò per questi attacchi, ma in realtà, a freddo, si può affermare che sua carriera non fu mai messa in discussione e che non fu mai perseguitato per le sue opinioni, eterodosse sì, ma non più di quelle di tanti altri intellettuali fascisti. Per tutti gli anni trenta fu continuamente invitato a tenere relazioni, convegni, incontri culturali, nonché al ruolo di giudice presso i prestigiosi Littoriali della cultura. Per capire il suo approccio filosofico, basta leggere la prima frase del suo libro del 1937 “La vita come ricerca”: “Pensare significa obiettare”; e dentro c’è tutto l’intellettuale rivoluzionario e fascista Ugo Spirito. Frattanto si era allontanato dal suo maestro Gentile, sia pure solo dal punto di vista scientifico, e aveva sostenuto strenuamente l’alleanza Italia Germania persuadendosi che alla fine della guerra “Mussolini avrebbe vinto la pace” e dicendosi convinto della natura rivoluzionaria della guerra. Nel 1944 iniziò il processo di epurazione contro Spirito, al quale solo per il volere del fato non toccò il destino del suo maestro Gentile, assassinato in un agguato terrorista da due partigiani rossi a Firenze. Fu sospeso dall’insegnamento e accusato di apologia i fascismo, ma Spirito riuscì a dimostrare che la sua era solo una costruzione dottrinaria e così fu riammesso all’insegnamento. A differenza di molti ex esponenti fascisti, Spirito dopo la guerra non si limitò all’insegnamento ma fu collaboratore di diverse pubblicazioni e relatore nei convegni: insomma, tornò alla vita pubblica. Nel 1962, dopo aver viaggiato in Unione Sovietica e Cina, pubblicò un libro sul comunismo di quei Paesi e sul loro esperimento sociale, ponendo ancora una volta in evidenza il fatto che spesso la rivoluzione tradisce sé stessa. Intanto continuava la sua analisi e la sua ricerca: nel 1971 scrisse con Augusto del Noce “Tramonto o eclissi dei valori tradizionali” e nel 1975 organizzò il primo convegno internazionale su Giovanni Gentile e il suo pensiero. Nel 1977 sposò Gianna Saba. Il 28 aprile di 40 anni fa morì a Roma. Nel 1981 si è costituita a Roma la Fondazione Ugo Spirito, che custodisce l’archivio e la biblioteca del filosofo e si distingue per una serie di valide iniziative culturali. Il presidente è lo scrittore e storico Giuseppe Parlato.

 

di: Antonio Pannullo @ 18:36


Apr 27 2019

25 aprile? Ricordiamo anche il 28 aprile e il massacro partigiano dei 43 giovani legionari a Rovetta

Ora che il 25 aprile è passato, possiamo ricordare il 28 aprile, quando a guerra finita i partigiani della 53° Brigata Garibaldi trucidarono 43 giovani legionari fascisti in una delle loro solite esecuzioni sommarie. L’eccidio avvenne a Rovetta, in provincia di Bergamo, e i giovani assassinati appartenevano alla I DIvisione d’assalto “M” della Legione Tagliamento, inquadrati nella Guardia nazionale repubblicana della Rsi.La divisione dall’ottobre del 1943 operava nel Bresciano, come supporto alle telecomunicazioni e contrasto ai partigiani. Il 26 aprile 1945 i militi della DIvisione, appresa la notizia della fine della guerra, decisero di recarsi a Bergamo guidati dal sottotenente Roberto Panzanelli. Si incamminarono perciò, preceduti da una bandiera bianca, sulla strad adi Rovetta. Qui giunti, consegnarono le armi al locale Comitato di liberazione nazionale, che firmò un documento a tutela dei prigionieri,con garante anche il parroco Bravi, membro dello stesso Cln. I militi vennero poi trasferiti nelle scuole locali, in attesa di essere consegnati o all’esercito del Sud o alle truppe alleate. Ma il 28 aprile arrivarono a Rovetta dei partigiani garibaldini e portarono immediatamente i giovani presso il cimitero per assassinarli. Invano il sottotenente tentò di far valere il documento, che gli venne strappato di mano e calpestato. Al colmo della crudeltà, i partigiani, dopo aver scoperto che Giuseppe Mancini, 20 anni, era il figlio della sorella di Mussolini Edvige, lo costrinsero ad assistere all’esecuzione sommaria di rtutti i suoi camerati, prima di assassinarlo. Durante il trasferimento al cimitero un giovane milite, Fernando Cascioli, riuscì fortunosamente a fuggire e rimase nascosto tre mesi prima di poter tornare nella sua città, Anagni. La responsabilità dell’orrenda strage compiuta a guerra finita fu attribuita a tale Paolo Poduje, detto Moicano, originario di Lubiana e quindi verosimilmente in contatto coi boia di Tito, che anni dopo ammise di aver dato l’ordine di fucilazione sommaria. Sembra che Poduje fosse invischato coi servizi segreti britannici. Nel 1946 la procura di Bergamo aprì un’inchiesta ma nel 1951 stabilì che non fu uno sterminio ma un’azione di guerra, in quanto nel Bergamasco l’occupazione finì il 1° maggio. Però il tribunale non tenne conto che si trattava di prigionieri disarmati che si erano arresi al nemico, fiduciosi della sua correttezza e lealtà. C’è sempre la convenzione di Ginevra, se i tribunali non vollero fare il loro dovere. A guerra finita, senza processo: non si può certo parlare di operazione di guerra, ma solo di barbaro sterminio. Impunito come molto crimini partigiani. Le vittime della furia partigiana avevano dai 15 ai 22 anni.

Pubblichiamo l’elenco delle vittime:

  • ANDRISANO Fernando, anni 22
  • AVERSA Antonio, anni 19
  • BALSAMO Vincenzo, anni 17
  • BANCI Carlo, anni 15
  • BETTINESCHI Fiorino, anni 18
  • BULGARELLI Alfredo, anni 18
  • CARSANIGA Bartolomeo Valerio, anni 21
  • CAVAGNA Carlo, anni 19
  • CRISTINI Fernando, anni 21
  • DELL’ARMI Silvano, anni 16
  • DILZENI Bruno, anni 20
  • FERLAN Romano, anni 18
  • FONTANA Antonio, anni 20
  • FONTANA Vincenzo, anni 18
  • FORESTI Giuseppe, anni 18
  • FRAIA Bruno, anni 19
  • GALLOZZI Ferruccio, anni 19
  • GAROFALO Francesco, anni 19
  • GERRA Giovanni, anni 18
  • GIORGI Mario, anni 16
  • GRIPPAUDO Balilla, anni 20
  • LAGNA Franco, anni 17
  • MARINO Enrico, anni 20
  • MANCINI Giuseppe, anni 20
  • MARTINELLI Giovanni, anni 20
  • PANZANELLI Roberto, anni 22
  • PENNACCHIO Stefano, anni 18
  • PIELUCCI Mario, anni 17
  • PIOVATICCI Guido, anni 17
  • PIZZITUTTI Alfredo, anni 17
  • PORCARELLI Alvaro, anni 20
  • RAMPINI Vittorio, anni 19
  • RANDI Giuseppe, anni 18
  • RANDI Mario, anni 16
  • RASI Sergio, anni 17
  • SOLARI Ettore, anni 20
  • TAFFORELLI Bruno, anni 21
  • TERRANERA Italo, anni 19
  • UCCELLINI Pietro, anni 19
  • UMENA Luigi, anni 20
  • VILLA Carlo, anni 19
  • ZARELLI Aldo, anni 21
  • ZOLLI Franco, anni 16

di: Antonio Pannullo @ 17:55


Apr 27 2019

Via della Seta: ecco come la Cina approfitta delle divisioni dell’Occidente

Secondo la definizione del geografo tedesco Ferdinand von Richthofen che, nel 1877, nella introduzione all’opera Tagebucher aus China la Seidenstraße per la prima volta parla della «Via della seta», si tratta del reticolo, che si sviluppava per circa 8 000 km, costituito da itinerari terrestri, marittimi e fluviali lungo i quali nell’antichità si erano snodati i commerci tra l’impero cinese e quello romano. Nelle intenzioni dei cinesi questo enorme itinerario si dovrà sviluppare in tutti i domini della attività dell’uomo sul nostro pianeta, comprese perciò anche quelle di costruzione e gestione delle reti di telecomunicazioni e informatica.

La via della seta e la strategia della Cina

Questo straordinario progetto è l’evoluzione dell’azione di espansione commerciale e di influenza della Cina sul resto del pianeta in particolare nelle aree fino ad oggi abbandonate o poco considerate dall’Occidente e catturate dai cinesi, in modo particolare l’Africa. Ma non solo. Io stesso sono testimone di uno dei tanti progetti realizzati dai cinesi in Montenegro piuttosto che in Iran. Si tratta della costruzione delle Autostrade che i cinesi hanno finanziato quasi per intero pretendendo perciò di essere loro stessi a costruirle. In sostanza fino ad oggi essi hanno utilizzato la loro leva finanziaria per entrare nelle varie aree geografiche e diventare interlocutori duraturi perché costruttori di opere infrastrutturali.

La divisione del mondo occidentale

Tali opere hanno tempi di ammortamento molto lunghi e le nazioni che si sono impegnate con questi contratti avranno bisogno di molti anni per restituire il debito. In molti casi esse non avranno mai i soldi necessari. L’idea dei cinesi di conquistare il mondo con il consenso delle nazioni dell’Occidente è molto furba e poggia sulla divisione del mondo occidentale, in primis l’Europa, che è sempre stata presente soprattutto in Asia in ordine sparso, e può sfruttare la tentazione che il mercato cinese grande di un miliardo e mezzo di persone rappresenta per il resto del mondo.

I ritardi dell’Italia nelle grandi opere

Di fronte a questo scenario credo sarebbe stato opportuno per l’Italia evitare di diventare la prima nazione fra i padri fondatori della Europa ad appiattirsi sulle volontà cinesi, in assenza di qualsiasi dibattito interno sulla situazione internazionale e sulla collocazione internazionale che l’Italia ha scelto o intende scegliere nei prossimi anni. In ultimo ma chi può seriamente credere che l’Italia che discute per decenni sulla Tav, per centinaia d’anni sul ponte sullo stretto di Messina, che ha rinunciato all’uso del nucleare, che non costruisce inceneritori e termovalorizzatori, che dopo due decenni non ha ancora realizzato la terza corsia sulla A1  sarà nelle condizioni di affidare queste opere ai cinesi. Com’è evidente è una burla, spero che i viaggi dei nostri politici in Cina siano piacevoli.

di: Girolamo Fragalà @ 10:15


Apr 26 2019

Flash mob di FdI in Umbria. Giorgia Meloni: “No all’ennesimo centro islamico” (video)

 

Fratelli d’Italia ha organizzato un flash mob a Marsciano, in provincia di Perugia, per protestare contro la costruzione di una nuova moschea.

Il discorso di Giorgia Meloni a Marsciano

«Siamo a Marsciano – ha detto la leader di Giorgia Meloni in un video postato su Facebook – in un sito dove dovrebbe nascere un’altra moschea, per dire no: no alla nascita di nuove moschee, no fin quando non verranno approvate le norme che Fratelli d’Italia chiede a tutela della sicurezza dei cittadini. Noi chiediamo che ci sia un albo degli Imam. Vogliamo sapere chi predica nelle moschee. Vogliamo che quelle prediche vengano fatte in italiano perché siamo in Italia e si parla la lingua italiana. Così tutti possono capire cosa si sta dicendo».

Meloni: “Da chi arrivano i soldi per la moschea?”

«E vogliamo sapere da dove arrivano le risorse per aprire questi centri culturali e queste moschee. Perché non è un mistero che la gran parte di questi centri venga finanziato da nazioni fondamentaliste: il Qatar, l’Arabia Saudita. Nazioni nelle quali vige la pena di morte per apostasia, la pena di morte per omosessualità, la lapidazione per adulterio, zero diritti per le donne: tesi che non vogliamo vengano propagandate a casa nostra».

Meloni: “Chiediamo sicurezza per i cittadini”

«E chiediamo l’introduzione del reato di integralismo islamico. Purtroppo il fondamentalismo islamico è una realtà con la quale bisogna fare i conti. Lo abbiamo visto anche in queste settimane, abbiamo visto che una persona è stata quasi sgozzata perché indossava il crocifisso. E a qualcuno dava fastidio che in Italia si potesse indossare il crocifisso. Noi chiediamo sicurezza per i cittadini e diciamo no alla costruzione di nuove moschee fin quando questo governo non si deciderà ad approvare le nostre proposte in materia».

 

di: Valter Delle Donne @ 20:01


Apr 24 2019

25 aprile 2019, si parli anche delle zone d’ombra dell’antifascismo

Di retorica si può morire. A confermarcelo l’enfasi che continua ad avvolgere la data del 25 aprile, la fatidica giornata della Liberazione. Tanta dolciastra ricorrenza è evidentemente tutta interna all’uso strumentale dell’appuntamento, utilizzato, mai come quest’anno, per evidenti finalità politiche.
Il Pci, da subito, lo aveva utilizzato per mascherare le sue tare ideologiche, il doppiogiochismo staliniano, soprattutto la necessità di essere legittimato all’interno del sistema democratico. A sinistra e non solo, molti oggi lo usano per analoghe necessità politiche. Ad uscirne malconcia è innanzitutto la verità storica e quindi la legittimità di una data che – secondo i suoi cultori – dovrebbe essere alla base del nostro sistema costituzionale. Qualche domanda è d’obbligo.
È – come si dice – proprio grazie alla Resistenza che l’Italia ha potuto godere di 74 anni di libertà? D’accordo, la Storia non si fa con i se e con i ma… eppure altri Paesi che la Resistenza e la conseguente guerra civile non l’hanno avuta, più o meno per lo stesso numero di anni godono di un rodato sistema democratico (pensiamo alla Germania e al Giappone). La nostra Costituzione è democratica perché è antifascista ? E se invece fosse (anche) antifascista perché è democratica ? E dunque – di conseguenza – antitotalitaria, anticomunista, antifondamentalista. In buona sostanza garantista rispetto ad un sistema di libertà che accomuna Stati ed esperienze storico-istituzionali ben lontane tra loro: dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, dalla Francia all’Australia.
Ha un senso appellarsi genericamente all’antifascismo? In realtà è storicamente necessario parlare di un antifascismo “arcobaleno”. Lo dicono le più aggiornate ricerche storiche, che identificano una Resistenza dalle molte facce: quella della guerra nazionale di liberazione (soprattutto contro l’invasore tedesco) , quella della guerra di classe (sbocco naturale – secondo i comunisti – per costruire nuovi rapporti economici e sociali) e della guerra civile (segnata dallo scontro tra italiani). Lo confermano le vicende politiche del nostro Paese, negli anni immediatamente seguenti la fase costituente, con una Dc ben più sensibile a cavalcare il pericolo comunista e un Pci che vede nella Dc il nuovo fascismo, servo del “grande capitale” e dell’imperialismo a “ stelle e strisce”.
E che dire delle violenze gratuite da parte delle formazioni partigiane ? Centinaia i sacerdoti uccisi solo per la loro Fede (tra questi il seminarista quattordicenne Rolando Rivi, ucciso da due partigiani di una Brigata Garibaldi); partigiani bianchi soppressi da quelli rossi (un esempio tra i tanti Guido Pasolini, il fratello di Pier Paolo, ucciso a Porzus insieme ad altri sedici partigiani della Brigata Osoppo, formazione di orientamento cattolico e laico-socialista, da parte di un gruppo di partigiani – in prevalenza gappisti – appartenenti al Partito Comunista Italiano); stragi ingiustificate (come quella di Schio dove, a guerra finita, il 6 e 7 luglio 1945, vennero uccise a colpi di mitraglia 54 persone, da un gruppo formato da partigiani della Divisione garibaldina “Ateo Garemi”).
Fu veramente determinate, rispetto all’economia generale della guerra, il moto resistenziale ? Piero Operti, uno che l’antifascismo l’aveva praticato per tutto il Ventennio, nel dopoguerra afferma di come sui partigiani agissero vagamente i motivi ufficialmente professati rispetto a quelli climatici e climaterici: “… il loro numero – scrive Operti – diminuiva nella stagione invernale ed aumentava in primavera, si sgonfiò dal maggio al settembre del ’44 durante l’avanzata degli Alleati dal Garigliano all’Arno e dalle coste di Normandia e di Provenza al Reno, si assottigliò all’inopinato loro arresto sull’Appennino tosco-emiliano e sul Reno, per ricrescere a dismisura dopo che la guerra fu praticamente finita, a metà di marzo, allorché gli Occidentali raggiunsero il Weser e i Russi attraversarono l’Oder”.
Evidenziare le zone d’ombre di certo antifascismo non significa – sia chiaro – non rispettare quanti morirono nel sanguinoso biennio 1943-1945. Ma, nel contempo, quando avvenne non può essere livellato sotto l’idea del “grande movimento popolare” e delle sorti e progressive del processo democratico. Renzo De Felice non a caso parlava di “lunga zona grigia” nella quale si ritrovò la maggioranza del popolo italiano in attesa della fine.
Onore dunque a quanti ventenni morirono nel nome dei propri ideali, da una parte e dell’altra (quella della Rsi), uniti – per dirla con Carlo Azeglio Ciampi – da un sentimento comune: convinti di servire l’onore della propria Patria.
Verità storica e rispetto dei caduti: sgomberato il campo dalla retorica d’occasione da qui bisogna partire per “liberare” la Liberazione dalle falsificazioni che l’hanno segnata da più di un settantennio. Solo allora il 25 aprile potrà essere riconsegnato, nella sua interezza, alla nostra Storia nazionale, finalmente emendato dalle falsificazioni e dalle strumentalizzazioni di parte. Sine ira et studio.

di: Girolamo Fragalà @ 14:56


Apr 18 2019

Improvvisa scomparsa di Carlo Giannotta, custode della memoria di Acca Larenzia

Ieri sera se ne è andato improvvisamente Carlo Giannotta, protagonista dell’attivismo romano negli anni Settanta, gli anni difficili. Giannotta (classe 1953), come il padre prima di lui, era un coraggioso militante del Movimento Sociale italiano a Roma, e per la precisione di Roma Sud, dove si era davvero tutti i giorni in trincea. Frequentava soprattutto la sezione del Msi di Tor Pignattara, dove le violenze rosse erano all’ordine del giorno, e dove una volta gli estremisti di sinistra tentarono persino di chiudere la sezione fisicamente, ossia facendoci colare sopra del cemento. Ma non riuscirono a far tacere i missini. Così andavano le cose a quei tempi. L’ultima volta che ho visto Carletto, come lo chiamavano tutti, fu al funerale di Valter Benvenuti, Valterino. Al termine di intrattenemmo a chiacchierare in compagnia di Bruno Di Luia e Sergio Mariani, autentiche leggende dell’attivismo missino. Carletto rievocò i bei tempi della militanza dura ma leale, che dava la cifra di una persona. Con Sergio, poi, “Folgorino”, Carlo aveva condiviso gli anni di Tor Pignattara e le battaglie sociali e politiche dell’epoca. Carlo era molto legato al senatore Michele Marchio e a Domenico Gramazio, e un periodo lavorò al Secolo d’Italia, nella storica redazione di via Milano, prima di entrare all’Ama, dove rimase molti anni. Giannotta era anche amico con quel gruppo umano irripetibile che era la cosiddetta palestra di Angelino Rossi e Gianfranco Rosci, un luogo di aggregazione sociale nel quartiere Prenestino, in via Rivera, dove i giovani della periferia condividevano sport, passione politica e impegno sociale.

Quando questa stagione di passione finì, o si esaurì, Carlo non abbandonò il suo ideale, e divenne reggente della sezione di via Acca Larenzia, dove era avvenuta la strage che tutti ricordiamo, dedicandosi a custodire una memoria che per tutti noi è sacra. Lui si dedicò tutti questi anni a questa missione, e per lui il 7 gennaio era una data simbolica, sacra, e si deve anche a lui se ancor oggi quella memoria si conserva fortissima nella coscienza e nei cuori di molti giovani di allora che non hanno mai dimenticato. Ora se ne è andato, ma la camera ardente sarà allestita proprio nei locali di via Acca Larenzia dove lui ha trascorso tutta la sua vita e dove avrebbe voluto essere. “Carlo nel momento del bisogno era sempre presente, non faceva mancare mai il suo appoggio”, ha detto Sergio Mariani ricordandolo, “era un ottimo attivista”. Alla famiglia vadano le condoglianze della redazione e della direzione del Secolo d’Italia e di tutta la comunità. Domani alle 15 si terranno le esequie nella chiesa di San Bonaventura in via Marcio Rutilio vicino a via dei Romanisti.

di: Antonio Pannullo @ 20:18


Apr 15 2019

La borghesia è morta (a sua insaputa)? Diamole al più presto la sveglia

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

i borghesi sono morti a loro insaputa – scrive Peter Gomez, nell’articolo di apertura del mensile  Millenium, dedicato alla morte della borghesia: tema non facile, a tratti ricorrente, spesso sottovalutato, che comunque rimane cruciale per comprendere gran parte della crisi italiana, del degrado del Paese e delle nostre classi dirigenti (non solo di quella politica).  La (presunta) morte della borghesia sta forse nella sua sostanziale bulimia sociale culturale: ha assimilato il mondo proletariato e ha vampirizzato l’aristocrazia alto borghese e dinastica, giocando sostanzialmente al ribasso (il quieto vivere, il posto fisso, il conformismo, il “presentismo”, cioè la mancanza di ampi orizzonti) ed  impoverendo il suo capitale culturale e quello delle giovani generazioni.

Emblematiche le storie offerte da Millenium, che ha fotografato una condizione oggi trasversale tra i giovani “borghesi”, laureati, professionalmente motivati, con specifiche qualificazioni ed insieme precari, sottopagati, sostanzialmente poveri. E dunque depressi nella loro realtà di “declassati” sia dal punto di vista economico che morale. Tutto questo ha anche un costo sociale – come denunciano Giovanni D’Alessio e Luigi Cannari, nel loro studio “Istruzione, reddito e ricchezza: la persistenza tra generazioni in Italia” – nella misura in cui certe posizioni vengono “tramandate” di padre/madre in figlio/figlia, con gravi ricadute sulla mobilità tra le generazioni e con un aumento della precarietà sociale tra chi non ha certi “paracaduti” familiari. 

Gli effetti si vedono nei dati che descrivono lo stato di salute della società italiana. Su Millenium li ricostruisce  Linda Laura Sabbadini, che ha diretto il Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell’Istat fino a quando, nel 2016, l’allora presidente Giorgio Alleva lo ha cancellato. «Rispetto a prima della crisi, il tasso di occupazione dei 25-34enni è diminuito di quasi dieci punti mentre quello degli over 50 saliva di 14. E abbiamo 500 mila giovani adulti tra i 30 e i 34 anni che non hanno mai lavorato: rischiano di diventare degli esclusi permanenti non solo dal lavoro, ma anche dalla possibilità di costruirsi una vita». Il risultato è che l’incidenza della povertà oggi è molto più alta tra bambini e giovani che tra gli anziani. Un milione e 200mila minorenni fanno parte di famiglie che non sono in grado di comprare beni e servizi indispensabili per una vita accettabile. «Un bambino che vive per anni in povertà», avverte Sabbadini, «ha molte probabilità di restare povero da grande: accumula svantaggi fin da piccolo e vede ridursi le proprie chance di mobilità sociale». 

Il quadro è oggettivamente complesso e bisogna dire che la sovrabbondanza dei dati statistici e delle testimonianze, offerte da Millenium, aiuta solo in parte, soprattutto  laddove non affronta alcuni dei nodi culturali del problema. A cominciare dalla distinzione tra borghesia e ceto medio. 

Giuseppe De Rita, che sul tema ci aggiorna da decenni, sostiene che la borghesia in Italia non c’è, surrogata dal ceto medio. La differenza? La borghesia ha coscienza di sé e delle sue responsabilità sociali, il ceto medio ripiega nell’egoismo. Allargando la visione si può dire che alla borghesia manchi  la consapevolezza del proprio ruolo culturale, capace di informare, di dare forma, all’intera società. Per questo, oggi, forse non è morta, ma certamente rischia l’agonia.

Storicamente la borghesia propriamente detta era la classe dei diritti, ma soprattutto dei doveri. Era la paladina della famiglia. Credeva nella Patria e ad essa arrivava ad immolare  i propri figli, trovando così una nuova legittimità sociale  e politica (dalle guerre risorgimentali al primo conflitto mondiale, dal fascismo alla Ricostruzione). Era una borghesia “etica”, in cui il culto del lavoro e dell’intrapresa si sposava con il ruolo pubblico, secondo una visione nazionale del sacrificio. 

Oggi, sempre più spesso, essa  parla “al singolare”, in ragione di un’ identità borghese che esaurisce nella sfera individuale l’essenza dell’essere moderno.  Riduzionismo e particolarismo ne sono i corollari esistenziali: un riduzionismo dai forti tratti consumistici, un particolarismo economicistico ed un relativismo etico  che paiono essere diventati le ragioni ultime ed essenziali del finalismo borghese, surrogato dal ceto medio. 

Di questa crisi occorre prendere coscienza per le sue conseguenze diffuse, laddove, nei secoli,  l’orizzonte borghese e la sua composizione sociale sono andati  ben al di là delle analisi di chi identificava  la borghesia come “la classe dei capitalisti moderni, che sono proprietari dei mezzi di produzione e impiegano lavoro salariato” (Marx ed Engels),  comprendendo invece ceti professionali, tecnici dei servizi e della burocrazia statale, lavoratori del commercio, esponenti della cultura e quanti operano  nel mondo dell’Istruzione. Perciò si può dire che una “buona”  borghesia (culturalmente motivata) serva a tutti, anche per tenere vivo ed alto il confronto (non necessariamente lo scontro) sociale e culturale. I sindacalisti rivoluzionari, agli inizi del XX Secolo, lo avevano ben capito, quando chiedevano alla borghesia dell’epoca, stanca ed incerta anche allora,  di uscire fuori dai suoi piccoli confini, dall’appagamento individualistico, accettando le sfide della modernità, all’interno di un’organica visione nazionale. 

Cambiano i tempi. Cambiano i “contesti”. In fondo però i problemi e le sfide sul campo sembrano essere sempre le stesse, a cominciare da una ridefinizione del ruolo della borghesia stessa e da una sua nuova assunzione di responsabilità sociale e politica.

di: Girolamo Fragalà @ 13:02


Apr 14 2019

Meloni chiude la due giorni del Lingotto: “Chiederemo di portare a Roma la Capitale europea”

«Arriviamo a questo appuntamento – esordisce Giorgia Meloni sul palco del Lingotto di Torino – fieri del lavoro che abbiamo fatto. Dal risultato elettorale di FdI dipendono molte cose. Se in Europa riusciremo a portare una pattuglia di parlamentari numerosa. Noi in Europa andiamo a cambiare tutto. Come in edilizia si demoliscono gli ecomostri, noi demoliremo l’euromostro per un processo completamente diverso. Noi vogliamo cambiare tutto, perché la Ue ha fallito. Un fallimento che non si può nascondere sventolando la bandierina europea. Ci avete fatto caso? Dalla bandiera dell’Urss a quella Ue, la sinistra sventola tutte le bandiere tranne quella italiana». 

“La sinistra sta con Macron e con Soros”

«La Ue è nelle mani della Francia e della Germania, come è emerso dall’accordo di Aquisgrana. Questa Europa è senza anima. Noi, che siamo patrioti ed europei, salveremo l’Europa. Noi vogliamo l’Europa unita di stati liberi e sovrani. Non decida Bruxelles quello che può essere seguito meglio a Roma, a Budapest o a Vienna. La Ue deve occuparsi di politica estera, mercato unico, la sicurezza. In pratica – ironizza la leader di FdI – devo condividere con la Francia di Macron il diametro delle vongole da pescare nei mari italiani. Se poi Macron va in Libia a organizzare l’intervento militare, nessuno dice niente». Gli schieramenti? Secondo la Meloni sono chiari. «Il partito della Bonino si fa finanziare da George Soros, il filantropo tanto caro alla sinistra guadagnò un miliardo di dollari in una notte sull’Italia. Considero uno scandalo che un partito italiano sia finanziato da un nemico dell’Italia. Poi c’è il Pd. E ci sta dando grandi soddisfazioni», chiosa sarcastica la leader di Fratelli d’Italia. 

Meloni: “Il voto a FdI è un voto indispensabile”

«Fabio Fazio è il campione della sinistra in campagna elettorale. È riuscito ad annuire 92 volte in un’intervista con Macron. Ha detto persino: “Si può dire che Parigi è la capitale d’Italia”. A Fazio vorrei dire che Roma è la capitale d’Italia e che, per noi, dovrebbe essere la capitale europea. E questa è una proposta che formuleremo».   

“Quelli del Pd sono zerbini europei”

«M5s sull’Europa non è pervenuto. Sapremo dopo qualche consultazione on line se la Casaleggio voglia allearsi con i gilet gialli, con quelli del loden di Monti o con quelli del cappotto della Merkel. Per loro uno vale uno. Forza Italia dice, invece, che vuole cambiare l’Europa. Giusto, ma noi vogliamo cambiare anche il presidente del parlamento europeo (Tajani ndr). E sull’ambiguità di Salvini. «Caro Matteo, errare è umano, perseverare è diabolico. Devi dirlo prima con chi ti allei».  Meloni sul progetto di FdI è categorica. «Abbiamo aderito alla grande famiglia dei conservatori e sovranisti europei, governata dal blocco di Visegrad. Oggi Ecr è la terza famiglia europea. Diremo basta all’inciucio popolari e socialisti.  Vogliamo costruire un’altra Europa, ma il cambiamento passa attraverso Ecr. Siamo fieri dell’attenzione che si è accesa sulla nostra proposta politica. Lo dimostra il mio incontro con il presidente polacco, ho avuto l’onore di parlare sul palco del presidente Trump. Mai nella storia della destra italiana un partito è stato così inserito nelle dinamiche internazionali». Poi l’appello agli elettori. «Il voto a FdI non è un voto utile, è un voto indispensabile. Andiamo in Europa per non cedere di un millimetro sugli interessi italiani.Con noi in Europa finiranno le risatine. Saremo distanti anni luce all’immagine spaghetti e mandolino che piace a tanti stranieri».

“Serve uno choc fiscale, le tasse vanno abbassate a tutti”

Meloni ha poi rivolto la sua attenzione alle politiche nazionali. La priorità? «La crescita economica. La sede di Torino non è un caso. Spendere soldi in deficit per marchette non produce ricchezza. Ogni giovane italiano costa per la sua formazione come una Ferrari. Quando è laureato ora scappa all’estero. Insomma ci compriamo una Ferrari e la regaliamo agli inglesi, ai francesi, agli americani». Come ripartire?  «Va fatto uno choc fiscale. Le tasse vanno abbassate drasticamente e per tutti».

Meloni avverte: “Niente scherzi sull’Iva”

«L’unica cosa piatta di questo governo è la crescita». Meloni avverte: «Niente scherzi sull’Iva. Ucciderebbe definitivamente i consumi degli italiani. L’unica riforma che noi pretendiamo è portare al 4 per cento i prodotti per la prima infanzia». Altro dato, gli investimenti pubblici. Il reddito di cittadinanza? C’è gente che in Italia guadagna meno di 780 euro. Una coppia di italiani che non prenderà il reddito di cittadinanza perché ha un monolocale, mentre nel campo rom esultano perchè prenderanno 1800 euro di reddito di cittadinanza. Raccoglieremo le firme per abolire il reddito di cittadinanza. Come la barzelletta del navigator, disoccupati che devono cercare lavoro per altri disoccupati».

Meloni: «Più Tav meno Tax»

«Siamo qui perché Torino è diventata un simbolo sul Tav. Il Tav è una questione nazionale. Caro Toninelli, il Tav non è un buco per arrivare a Lione. È una via per arrivare in Europa. Che senso ha la via della Seta quando non puoi portare merci in Europa? Non vogliamo decrescere. Noi non torneremo indietro. Noi vogliamo l’alta velocità in tutta Italia. E adesso date un pallottoliere a Toninelli così può calcolare costi e benefici».

Meloni: Made in Italy da difendere

«Non è normale che siano stati spesi solo il 20 per cento dei fondi europei. Non possiamo permetterci di spendere risorse che abbiamo». «Vogliamo dei dazi di civiltà. Basta con l’invasione delle merci dalla Cina, la frutta dal Nord Africa. Per noi la difesa del marchio è il primo marchio per riconoscibilità al mondo. Sessanta miliardi di euro di mancati guadagni per merci taroccate. La Pernigotti? I turchi vogliono fare un orrendo cioccolatino turco e venderlo come se fosse italiano. Se vuoi fare un prodotto italiano, devi farlo in Italia».

L’allarme del calo demografico

Il calo demografico è un’emergenza. «Difendiamo la famiglia naturale per difendere la natalità. Lo faremo anche in Europa dove certe lobby sferrano gli attacchi più feroci. Porteremo anche in Europa le nostre proposte storiche e chiederemo che famiglia e natalità siano introdotti nell’Unione europea. Continueremo a batterci per i diritti dei più deboli. A cominciare dai diritti dei bambini. Bambini che hanno diritto a un padre e a una madre. Continueremo a combattere la politica dell’utero in affitto. Uomini che comprano bambini da donne disperate. Uno Stato giusto si occupa di chi non ha voce. Ci dicano quello che vogliono, andremo avanti perché siamo convinti di quello che stiamo facendo. Lo facciamo per convinzione, non per convenienza».

“Dite a Di Maio che sono l’unica donna leader di partito”

Poi una risposta ironica a Di Maio. «Noi vorremmo che le donne stiano a casa a stirare? Se ti facessi vedere come ho stirato questa camicia… Di Maio quel partito che vuoi combattere ha una donna come leader. Se sei dalla parte delle donne, concedi asilo nido gratuiti, congedo parentale, aziende che assumono le donne. Proposte che in Parlamento avete bocciato. Non venire a prenderci in giro. Le ha bocciate anche la Lega le nostre proposte. Ma questo succede quando si fanno certi governi allegri».

“Il ricatto a Tsipras degli euroburocrati”

Qualche giorno fa, gli euroburocrati hanno ricattato Tspras per rendere la prima casa dei greci pignorabile. A Bruxelles diremo che le case degli italiani non si toccano. Lo diremo in Europa. Meloni ha poi ricordato il caso del global compact e l’intervento decisivo dei deputati di FdI che lo ha bloccato. Se con 32 persone sui 630 riusciamo a fare questo, figuratevi cosa possiamo fare quando avremo i numeri per essere determinanti. Andremo in Europa perché tutta la Ue esca fuori dal global compact. Così daremo un po’ di materiale a Propaganda Live. Scriviamo testi per i politici, che ci copiano pure i post, figurati se ci dà fastidio farci copiare dai cantanti.

“Carceriamoli a casa loro”

Capitolo a parte il delicato tema dell’immigrazione. «Non risolvi il problema chiudendo i porti, ma impedendo alle barche di partire. Da qui andremo a chiedere un blocco navale al largo delle coste della Libia. Ungheria e Polonia sono già d’accordo con noi. Chiederemo un fondo europeo per i rimpatri. I detenuti stranieri che affollano le carceri. Gli immigrati devono scontare la pena nel loro Paese d’origine. Carceriamoli a casa loro. Come? Nessun aiuto alle nazioni che non si riprendono i loro delinquenti. Anche sui comunitari va ripensato il discorso. Dicono che gli immigrati ci pagano la pensione. Ma la verità è che noi paghiamo la pensione a chi non ha mai versato contributi e poi diamo una pensione a chi ha lavorato quarant’anni».

Ci opponiamo all’islamizzazione dell’Europa

«Questa roba del fascismo è diventata divertentissima. Repubblica ed Espresso, a ogni campagna elettorale, tirano fuori gli slogan degli anni ’70. Da noi il fascismo inizia insieme alla par condicio. Contenti loro, noi non ci facciamo un problema. Siamo stati gli unici a denunciare la politica neocoloniale in Africa da parte della Francia. Tanti patrioti africani ci hanno chiesto di essere aiutati a casa loro. Siamo stati gli unici a portare avanti questa battaglia. Secondo il Pd, la Francia sfrutta queste nazioni africane per aiutarle. Quelli di Visegrad invece sarebbero cattivi. Non sfruttano e non bombardano l’Africa, ma hanno la colpa di difendere le radici cristiane e di opporsi al processo di islamizzazione. La laicità dello Stato è stata usata dalla sinistra per favorire il processo di islamizzazione dell’Europa. Noi di FdI non ci vogliamo far conquistare».

Il 26 maggio per cambiare anche il governo in Italia

«Il 26 maggio è una data decisiva anche per l’Italia. Se andrà come speriamo, tra le cose che cambieremo ci sarà anche il governo del cambiamento. Negli ultimi sondaggi crescono solo due forze politiche, Lega e FdI. Se il trend sarà confermato si andrà a nuove elezioni. C’è spazio per un’alternativa al governo gialloverde? Più forte sarà il consenso per Fratelli d’Italia e più la risposta sarà sì». Giorgia Meloni si è poi congedata dalla platea del Lingotto dando appuntamento a tutti per domenica 19 maggio a Napoli. Dal Nord al Sud: nel segno di Fratelli d’Italia.

di: Valter Delle Donne @ 19:42


Apr 12 2019

Manifesti-choc a Roma: gli antifascisti evocano l’orrore delle foibe per esaltare il 25 aprile

Dei manifesti ignobili per celebrare il 25 aprile sono comparsi oggi sui muri di Roma: a cura del comitato “Roma est antifascista” si invita a una manifestazione con un manifesto a dir poco discutibile, che riproduciamo. In esso si evocano le foibe e la tragedia degli innocenti uccisi dai comunisti e si augura analogo destino al governo italiano. Immediata la reazione di Giorgia meloni, leader di Fratleli d’italia, che sulla sua pagina facebook pubblica la foto e scrive: “Indecenti i manifesti apparsi oggi a Roma: la memoria dei martiri delle foibe viene calpestata e oltraggiata per attaccare degli avversari politici. Sono schifata e chiedo all’amministrazione M5S di rimuoverli subito. Il sindaco Raggi che si precipitò a togliere i manifesti pro-vita e dei quali non condivideva il contenuto, farà lo stesso anche in questa occasione?”, si chiede la leader di FdI. Secondo lo storico Giuseppe Parlato, “utilizzare un tema serio come le foibe per annunciare qualcosa che non c’entra niente è a dir poco inopportuno. Si strumentalizza un dramma con un accostamento illogico e astorico, non essendo neppure stato spiegato con una minima didascalia, non c’è alcun legame logico e politico”. Così Parlato, presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, commenta il manifesto-choc con cui un comitato antifascista romano annuncia una manifestazione per il 25 aprile: fondo rosso, e, disegnata in nero, una foiba. I manifesti sono spuntati sui muri della Capitale, destando l’immediata indignazione di Fratelli d’Italia, ma l’immagine campeggia anche nell’evento Facebook creato da Roma est antifascista in vista del corteo. “Anche volendo proprio dare una lettura benevola – aggiunge – ovvero che ci si voglia assumere un compito di memoria delle foibe, l’idea sarebbe comunque strumentale, perché l’accostamento è quantomeno sgradevole”, aggiunge Parlato.

Indignazione del centrodestra

Amareggiato e scandalizzato Roberto Menia: “Scandaloso! Che schifo. E’ qualcosa che andrebbe denunciato, di cui la magistratura si dovrebbe occupare dato che può essere apologia di genocidio”, afferma all’Adnkronos Menia, padre della legge che ha istituito il Giorno del Ricordo per le Foibe, in merito al manifesto-choc. “La questione è antica, ci sono ancora oggi i nostalgici del comunismo che ritengono di essere i padroni assoluti dell’antifascismo. È il movimento partigiano di allora, l’antifascismo comunista di allora, che aiutava gli slavi ad infoibare la nostra gente. Non cambiano mai. Sono sacche di intolleranza di quella sinistra mai cresciuta, mai cambiata. Perché una parte invece è cambiata, dato che ha votato in Parlamento la legge per l’istituzione del Giorno del Ricordo”. Anche il parlamentare di Fdi Federico Mollicone, pubblica la foto dei manifesti affissi a Roma e commenta: “In vista del 25 aprile sono apparsi questi manifesti che sfruttano la tragedia delle foibe per attaccare il governo, infoibando Lega e 5 Stelle. È una vergogna. Viene insultata la memoria di chi ha perso la vita, e il dolore dei familiari. Raggi rimuova immediatamente questo schifo e siano arrestati i responsabili. Si fermi la barbarie negazionista”. Sulla vicenda interviene anche Forza Italia con il senatore Maurizio Gasparri: ”Dopo le tante, troppe manifestazioni che in occasione delle celebrazioni del Giorno del Ricordo hanno offeso la memoria dei martiri delle Foibe, in vista del 25 aprile alcuni manifesti apparsi a Roma hanno proseguito questa vergognosa campagna negazionista. Il manifesto, infatti, che ritrae una foiba in cui vengono gettati simbolicamente Lega e 5 Stelle è un oltraggio alle tante vittime dei comunisti titini e alle loro famiglie”, afferma Gasparri. “La Raggi, che su altri temi si è subito prodigata per far rimuovere campagne sociali che a suo dire offendevano la sensibilità di alcuni, si muova immediatamente -aggiunge l’esponente azzurro- e faccia subito togliere questi vili manifesti che oltraggiano la memoria dei tanti caduti italiani. E mi auguro inoltre che si faccia chiarezza per individuare chi ci sia dietro questa infame affissione”.

di: Antonio Pannullo @ 19:48


Apr 12 2019

Il vero sovranismo anti-italiano? È quello franco-tedesco, da sempre. Ma qualcuno dice basta

È dai tempi del Mercato comune europeo (Mec) che sentiamo parlare di “locomotiva franco-tedesca”, per intendere che le economie trainanti dell’Europa sono sempre state Germania e Francia. I due Paesi hanno sempre lavorato di conserva per i loro interessi, escludendo un po’ spocchiosamente il Regno Unito e naturalmente le nazioni considerate da loro di serie B, come Italia, Spagna e le altre. E non fa differenza se al governo ci fosse Chirac o Mitterrand o Sarkozy, l’anti-italianismo è sempre stato una costante oltralpe. Stesso discorso per la Germania, che economicamente forse si può permettere di snobbarci molto più della Francia, ma che in ogni caso ha sempre preferito Parigi a Roma come interlocutore privilegiato. Gli inglesi, loro cugini-fratelli, ai tedeschi non piacciono troppo, per varie ragioni, e in parte ne temono la concorrenza su molti piani. Così da decenni questa locomotiva franco-tedesca corre su e giù per l’Europa, distribuendo austerity e sacrifici alle altre 26 nazioni, consultandosi di tanto in tanto con la Casa Bianca, soprattutto se targata dem. Ma da un annetto a questa parte i rapporti tra le cancellerie europee e Washington sono peggiorati, a causa dell’avvento di Donald Trump, uno che gli interessi del suo popolo li fa davvero. Il potere di Bruxelles gestito così in maniera così esclusiva da due sole capitali, non poteva non dare fastidio a un popolo degno di chiamarsi tale, quello inglese, che in quattro e quattr’otto ha salutato e se ne è andato da dove non è gradito. Nello stesso tempo i popoli europei, italiano compreso, hanno iniziato a prendere coscienza dello strapotere della Ue, ma soprattutto del fatto che Bruxelles poi non faceva i loro interessi, con gli assurdi lacci e lacciuoli, regolamenti, normative, insomma una burocrazia a tutt’andare: esattamente quello di cui l’Europa ha meno bisogno. Inoltre i popoli dell’ex Patto di Varsavia entrati nella Ue con fiducia, si sono accorti che stavano passando da una dittatura a un’altra, e hanno iniziato a fare i loro conti. Dell’Italia, tra le prime dieci potenze mondiali e sempre denigrata dall’asse franco-tedesco, sappiamo tutto: la presa di coscienza è iniziata con il massiccio afflusso di clandestini africani, appoggiato e organizzato secondo molti dall’Unione europea, che comunque non ha gestito il fenomeno, che ha destabilizzato gli italiani, portando al cambio di governo.

L’Unione europea stretta tra Brexit e clandestini

A questo punto l’Unione, e quindi il suo cuore franco-tedesco, si stanno trovando sotto un duplice fuoco nemico: da una parte la Brexit, il cui significato è molto più importante di quanto appaia, dall’altra le imminenti elezioni europee, che vedranno certo un ridimensionamento dei socialisti e dei centristi, dalle dimensioni non quantificabili. Si diceva della Brexit: Francia e Germania adesso hanno prenuto di Buxelles per la dilazione, ma non certo per rispettare i desiderata del popolo di Sua Maestà. Quello che preme veramente a Macron e Merkel è che non vi sia un’uscita senza accordo, che penalizzerebbe tutte le economie. Infatti, se Londra uscisse in modo traumatico, Bruxelles dovrebbe far vedere che vi sarebbero delle conseguenze, per non perdere completamente la faccia di fronte al mondo. Ma se la Ue mettesse in atto delle misure, il Regno Unito bloccherebbe immediatamente l’import di tutti i prodotti franco-tedeschi, tra cui le automobili, di cui come è noto l’Inghilterra non è produttrice. A tutto questo si aggiunge la questione dei dazi con gli Stati Uniti, i quali come detto simpatizzano in questo momento più con Londra che con Bruxelles. A questo proposito c’è un’altra notizia interessante, segnalata dal giornale online L’antidiplomatico, che racconta che anche Bernie Sanders, alfiere del Partito democratico Usa, si è pronunciato contro un’apertura delle frontiere indiscriminata: “Non penso che sia qualcosa che possiamo fare in questo momento – ha affermato -, se apri i confini, mio Dio, c’è molta povertà in questo mondo e avrai persone da tutto il mondo”. Una riflessione di semplice buon senso, che però a Bruxelles non hanno mai voluto intendere. E proprio oggi sul Foglio, Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, spiega cosa succederà a Bruxelles nel prossimo futuro: “Sia chiaro che noi non andiamo a limare qualche direttiva, ma a rifondare la costruzione europea in direzione di una confederazione di Stati liberi e sovrani che cooperano sulle grandi materie, secondo il principio di sussidiarietà”. “Serve che la Ue non faccia quello che può essere fatto meglio dagli Stati o dalle autonomie locali, e faccia quello che gli Stati nazionali non possono fare: politica estera, difesa dei confini, mercato unico, sicurezza. Materie su cui oggi è deficitaria”.

(Foto Dpa)

di: Antonio Pannullo @ 14:42


Apr 08 2019

Un dibattito sempre attuale, cercasi (ancora) rivoluzione culturale

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

“La rivoluzione non si vede”, ha scritto Marcello Veneziani su “La Verità”, evidenziando la continuità ed il sostanziale conformismo culturale  al politically correct, da parte dell’attuale maggioranza del  governo giallo-verde. Rai, istituzioni e luoghi della cultura continuano a vivere sulla falsariga della storica egemonia di stampo gramsciano. Nulla sembra essere cambiato nella sostanza. 

I motivi di questa neutralità o remissività sul piano culturale ?  “Paura di attacchi e quieto vivere; ignoranza della materia; assenza di nomi e conoscenze alternative; penuria di visione culturale, di strategia e lungimiranza. Non capiscono, i governativi, che nessuna rivoluzione sarà mai possibile se non parte e non passa dalle idee, dai luoghi chiave in cui si forma e si stratifica il consenso, dai messaggi, dalla cultura e dalla mentalità. Pensare di cambiare un paese solo a colpi di tweet e boutade, appelli di pancia e grandi annunci di leggi e riforme, senza nessun racconto, nessuna profonda trasformazione, nessun cambiamento di verso e di simboli, è una puerile, rovinosa illusione. Così facendo e persistendo, passeranno senza lasciar traccia quando il vento cambierà e gli umori si sposteranno su altri temi e altre facce. Non è bastata la lezione del centro-destra che non ha lasciato eredità di alcun tipo sul piano culturale-istituzionale?”

Le parole di Veneziani  non hanno suscitato quella indignazione/attenzione che l’argomento richiederebbe. Meglio giocare sul quotidiano, alimentando facili polemiche, che porre e porsi questioni più sostanziali, di prospettiva. Meglio baloccarsi sulle scontate  “appartenenze”, senza impegnarsi a declinarle nell’azione di governo e soprattutto in quei pensieri lunghi, in grado di dare ragioni vere e profonde all’azione politica. Il vero dramma è che certe vicende  riecheggiano denunce già viste e polemiche già ascoltate.

Proviamo a ricucire qualche sparso brandello di memoria culturale. Tre nomi tra i tanti: Adriano Romualdi, Marzio Tremaglia, Giano Accame.

Uomo di cultura, docente universitario, giornalista “impegnato”, Adriano Romualdi ha rappresentato, negli Anni Sessanta,  la nuova generazione del radicalismo nazional-rivoluzionario, interprete di una visione non meramente nostalgica della cultura conservatrice, ma neppure genericamente “di destra”. Alla base della militanza politica e culturale di Romualdi  l’idea – espressa nel saggio “Idee per una cultura di destra” (Edizioni de “il Settimo Sigillo”, Roma 1973) – che “per il vero uomo di destra, prima della cultura vengono i genuini valori dello spirito che trovano espressione nello stile di vita delle vere aristocrazie, nelle organizzazioni militari, nelle tradizioni religiose ancora vive e operanti”. Da questa “visione” discende lo stesso impegno politico, che non si accontenta di deboli e retoriche “parole d’ordine”, che non protesta- contro senza sapere bene per-che-cosa, che non  si limita ad assecondare paure e convenzioni, che non accetta  il qualunquismo culturale ed una generica battaglia per la libertà, ma pone obiettivi all’altezza delle sfide contemporanee, sa confrontarsi con una Storia, sa misurarsi su scala continentale. “Qualunquismo politico, qualunquismo patriottardo, qualunquismo culturale. Questi tre pericoli – scrive Romualdi (“Destra sì ! Qualunquismo no !”, Relazione al convegno de “L’Italiano”, Senigallia, 23 – 24 settembre 1972) – si calamitano l’un l’altro. Una vera Destra, una Destra che voglia darsi dei veri contenuti politici e ideologici deve rifuggire da queste tentazioni”.

Sul piano  politico-amministrativo l’esempio  di Marzio Tremaglia è stato il segno di una destra di governo che avrebbe potuto essere e non è stata. Figlio dell’attivismo giovanile degli Anni Settanta, in una Milano percorsa dalla peggiore violenza fratricida, Tremaglia ha saputo  coniugare impegno  politico e visione culturale, pragmatismo e valori, ricoprendo il    ruolo di Assessore alla Cultura della Regione Lombardia dal 1995 al 2000, anno in cui muore stroncato da una male incurabile, diventando un esempio di reale “buon governo”.

Così lo ha ricordato   Gianfranco de Turris (“Marzio Tremaglia, il ministro della cultura che non fu”, in  “il Giornale”, 16 aprile 2010)   : “Marzio aveva capito che non ci si doveva adagiare sulla conquista del potere «politico», ma affermare anche una «visione del mondo». Senza faziosità ma anche senza timori reverenziali nei confronti dei tabù imposti dal conformismo e dal «politicamente corretto», senza l’ossessiva paura di venir criticati per la propria libertà intellettuale da partiti e giornali avversari, da lobby politiche, economiche e religiose. Ecco quindi i convegni sulle insorgenze antigiacobine, sui gulag sovietici, sulla rivolta ungherese, sulla Repubblica sociale, su «destra/destre», su Ezra Pound e su Julius Evola. Finanziò infatti, nel 1998, centenario della nascita del filosofo tradizionalista, un fondamentale convegno ed una storica mostra sulla sua pittura: intervenne alla inaugurazione, nonostante fosse stato visibilmente operato da poco. Non lo dimenticherò mai. Piuttosto sono (quasi) tutti gli altri assessori alla cultura del centrodestra in città grandi e piccole che, nell’arco di dieci anni, hanno sostanzialmente dimenticato o ignorato il suo esempio e la sua testimonianza di efficienza e coraggio culturale, limitandosi tremebondi all’ovvio o al nulla di fatto.”

Giano Accame del quale tra pochi giorni cadrà il decennale della scomparsa (15 aprile 2009)  si è sempre distinto per la sua volontà “modernizzatrice” non disgiunta però da un’organica visione culturale, denunciando, sulla fine degli Anni Novanta, il rischio, per la “destra di governo”, di   essere “normalizzata”, in una sorta di smarrimento ideale, che non poteva  non proiettarsi sull’azione politica. A cominciare dal nodo-non-sciolto del rapporto con il fascismo. “Non si può passare – scriveva  Accame (in “La Destra Sociale”, Settimo Sigillo, Roma 1996) – da un’accettazione acritica, rituale, pressoché totale del fascismo (prima di Fiuggi c’era stata un’unica, netta e ripetuta presa di distanza dall’antisemitismo, soprattutto da parte di Almirante, che era stato redattore capo di “Difesa della razza” e ne sentiva il disagio) a disconoscere improvvisamente qualunque parentela. E’ giusto che le generazioni del Duemila siano messe in condizione di poter guardare soprattutto avanti, senza continuare a caricarle di problemi, rancori, discriminazioni provenienti dalla prima metà del secolo. Ma non si può nemmeno privarle della storia e della facoltà di individuarvi elementi di continuità. La fuoriuscita dalla nostalgia fascista è tanto più credibile, quanto più è ragionata e selettiva: non un precipitoso abbandono suggerito dall’opportunismo”.

Romualdi, Tremaglia, Accame: tre esempi – tra i tanti che si potrebbero fare – per iniziare ad immaginare (e costruire) quella rivoluzione culturale populista e sovranista all’altezza delle sfide contemporanee e delle aspettative, dati alla mano, della maggioranza degli italiani. Una rivoluzione, usiamo le loro parole, non-qualunquista, antimaterialista, radicata sul territorio, non-normalizzata, coraggiosa e dunque capace di incidere in profondità sul sentire collettivo. Una rivoluzione culturale  – per dirla con Veneziani – in grado di spezzare con il vecchio continuismo ideologico e con  il sostanziale conformismo culturale  al politically correct, che tanti danni ha fatto e continua a fare. Con il beneplacido da parte di chi  quella rivoluzione dovrebbe cavalcarla.

di: Girolamo Fragalà @ 13:02


Apr 05 2019

I 70 anni della Nato visti da destra: perché il Msi si oppose e poi cambiò idea. Un grande dibattito

In questi giorni si ricordano  i 70 anni della Nato. Si tratta di 70 anni a luci e ombre e che, per  la destra italiana, sono stati a lungo segnati da un appassionato dibattito. La necessità di fronteggiare il comunismo sovietico e le sue quinte colonne italiane portò il Msi, negli anni della guerra fredda, ad assumere sempre una chiara e coerente posizione  atlantista. Questa posizione ha però sempre convissuto con un’altra anima, che poi era l’anima delle origini,  tendenzialmente “terzaforzista” e ostile sia ad americanismo sia a occidentalismo. Il dibattito  che ne scaturì, soprattutto nei primi anni di vita del partito, fu di altissimo profilo. Ed è utile rievocarlo oggi, non solo a fini storiografici, ma anche per capire bene che cosa possano significare,  nei nuovi contesti geopolitici, parole come “atlantismo” e “stabilità internazionale”,

Il no alla Nato sancito dal congresso di Roma del 1949

Ricordiamo allora che nel 1949 il partito della fiamma si oppose alla ratifica del trattato che istituiva il Patto Atlantico. Proprio in quell’anno, tra la fine di giugno e gli inizi di luglio, si svolse a Roma il secondo congresso  del partito, che confermò la ladership di Almirante e sancì la linea anti-atlantica. E non è certo difficile capire perché: costituito in gran parte da ex- combattenti della Rsi, poteva mai, il partito nato nel 1946, accettare un’alleanza militare tra il nostro Paese e i nemici di pochi anni prima, che avevano bombardato le nostre città e avevano umiliato la nostra gente?

Ma la guerra fredda cambiò le cose

Questa linea non poteva però essere mantenuta a lungo: i venti della guerra fredda  spiravano contro  le posizione “terzoforziste” peggio ancora se “neutraliste”. La nascita dell’organizzazione dei Paesi “non allienati” , nel 1951, dimostrò  che certe posizioni le potevcano assumere solo Paesi del Terzo Mondo, non certo un Paese inserito nella storia  e nella cultura dell’Europa come l’Italia: o si stava da una parte o si stava dall’altra.

Filippo Anfuso: «Basta con la rissa atlantica»

Non fu comunque facile, per il Msi, accettare l’idea che bisognava stare dalla parte di americani e inglesi.Il dibattito si svolse soprattutto sulle riviste dell’epoca ed era animato da gente del calibro di Ezio Maria Gray, Giorgio Pini, Concetto Pettinato, Ernesto Massi, Filippo Anfuso. oltre naturalmente ad Almirante. De Marzio e altri. Fu proprio Anfuso a trovare, come si suol dire, la “quadra” e a ricomporre la frattura in un memoriabile intervento che tenne al congresso dell’Aquila  , congresso che sancì la “svolta atlantica” nel 1952. «Fate sì -disse- che si chiuda al più presto questa stupida rissa in un partito che,  per guardare al tipo di Europa che noi, i vinti, intendiamo contribuire a costruire,, deve avere l’intelligenza politica di superare sia l’atlantismo quanto l’antiatlantismo. La nostra strada è l’Europa». E oggi, che non c’è più l’Urss e che la Russia non appare più ostile? Forse sarebbe il caso, a destra,  di tornare alle origini e riprendere il dibattito dopo 70 anni, Naturalmente con  la consapevoilezza che l’Europa di Anfuso era cosa ben diversa dall’Europa di oggi, l’Europa di Juncker ed eurocrati vari.

di: Aldo Di Lello @ 18:20


Apr 04 2019

20 anni fa l’addio a Francesco Grisi, il “fascista eretico” che fondò Alleanza Nazionale

“La cosa più significativa che ho appreso è quella di saper leggere”, scriveva Francesco Grisi nel 1994, con la sua consueta ironia. Oggi sono esattamente vent’anni che Grisi se ne è andato, dopo una vita culturalmente intensa. “Il fascista eretico”, lo hanno chiamato, per via della sua scarsa propensione alla disciplina, alla catalogazione, ma soprattutto al fatto che fondò il Sindacato Libero Scrittori Italiani, proprio per opporsi allo strapotere culturale del marxismo che in Italia dagli anni Settanta fa – ancora oggi – il bello e il cattivo tempo. Fu un’iniziativa, potente, dirompente, che forse avrebbe meritato un maggior sostegno. Al Sindacato furono iscritti scrittori come Piero Bargellini, Ettore Paratore, Giuseppe Prezzolini, Mario Praz, Raimondo Manzini, Aldo Garosci, Guido Pannain, Panfilo Gentile, Vittorio Enzo Alfieri, Gioacchino Volpe, Diego Fabbri, Franz Maria d’Asaro, Italo De Feo. Al Secolo d’Italia, di cui Francesco Grisi era assiduo frequentatore, lo ricordiamo tutti benissimo: elegante, con il suo bastone col pomello d’oro, barba curata, giacca bianca o colore pastello. Un abbigliamento un po’ dandy, dannunziano, che faceva parte del personaggio che interpretava con quella grande autoironia tipica delle persone intelligenti. Grisi era un grande organizzatore di convegni, tavole rotonde, presentazioni di libri, dibattiti, ai quali chiamava spesso come relatori i giornalisti del Secolo più noti e più “intellettuali”, se così si può dire. La sua amicizia sincera e la sua stima andavano a Gennaro Malgieri, Giano Accame, Aldo Di Lello, Antonella Ambrosioni, che spesso invitava come relatori alle sue iniziative culturali, tra le quali si distinguevano quelle per il Mezzogiorno d’Italia. Lui infatti era calabrese di Cutro, vicino al mare Jonio, dove trascorse i primi anni della sua vita, come lui stesso raccontò. Classe 1927, giovanissimo si trasferì a Roma, dove fece molti mestieri, tra cui quello di insegnante di liceo (insegnò tra l’altro al Giulio Cesare) e di letteratura all’università. Insegnò al liceo anche all’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Laureato in Lettere e Filosofia con Ugo Spirito, si dedicò inizialmente alla critica letteraria. Ha scritto una dozzina di libri, ma quelli che più amava erano i romanzi A futura memoria (Newton Compton, Roma 1986), terzo al Premio Strega che fu presentato da Giulio Andreotti e Fausto Gianfranceschi, Maria e il vecchio (Rusconi, Milano 1991) e La poltrona nel Tevere (Rusconi, Milano 1993) che ha ottenuto riconoscimenti significativi in Italia e in Francia.

Grisi fu tra i fondatori di Alleanza Nazionale

Accanto alle sue attività di scrittore, critico, docente, operatore culturale, affiancò anche quella di giornalista, collaborando con moltissime testate: oltre al Secolo d’Italia, Grisi scrisse anche per la Rai, La Fiera letteraria, Il Popolo, Nuova Antologia, Ragguaglio librario, Momento sera, Il Sestante letterario, il Giornale d’Italia, Il Borghese, e diresse le riviste Intervento, Contenuti, Persona e Ragionamenti. Ma, come si diceva, la sua operazione culturale più importante avvenne nel 1970, quando fondò il Sindacato Libero Scrittori Italiani, insieme con Antonio Barolini, Marcello Camillucci, Paolo Marletta, proprio in opposizione con l’impostazione cattocomunista del Sindacato Nazionale Scrittori. Grisi rimase segretario generale del Sindacato sino al 1999. Sempre nel 1970 aderì al 1º Congresso per la difesa della cultura – Intellettuali per la libertà e, nel novembre 1975 alla Costituente di destra di Giorgio Almirante. Nel 1980, con l presidenza del Centro Intellettuali Liberi, si impegnò nella difesa degli intellettuali del dissenso, soprattutto in Unione Sovietica. Infine, ma non meno importante, Grisi nel 1995 partecipò alla fondazione di Alleanza Nazionale, che tra l’altro vide la luce proprio nella sede del Sindacato Libero Scrittori. Nell’ultima parte della sua vita si trasferì a Todi, dove poi morì all’età di 72 anni. Nel corso della sua carriera ha ricevuto numerose onorificenze e premi letterari, e gli è stato dedicato un Centro Studi e Ricerche a San Lorenzo del Vallo, diretto da Pierfranco Bruni, che tra l’altro fu l’autore dell’articolo in sua memoria il giorno dopo la sua morte sul Secolo d’Italia.

di: Antonio Pannullo @ 18:27


Mar 29 2019

L’aborto rimane il tabù della sinistra: guai a chiamarlo omicidio, si deve solo dire che è un “diritto”

L’aborto rimane il grande tabù della sinistra italiana, Anche oggi, a 41 anni dal varo dalla Legge 194 e a 38 dal referendum che, tale legge, confermò, non si può affermare che l’aborto è la soppressione di una vita. Le polemiche che si sono scatenate dopo l’intervento di Massimo Gandolfini al Congresso mondale  delle Famiglie a Verona confermano la permanenza di questa cattiva coscienza. Le edizioni  on line dei maggiori quotidiani e i siti dei laicisti arrabbiati hanno subito lanciato l’allarme: «Attaccano la 194».

Nessuno ha attaccato la 194

La virulenza della polemica è tale da costringere Salvini  a rassicurare gli spiriti laici e democratici turbati dalle parole che arrivano da Verona. «Le conquiste sociali non si toccano», ha detto il ministro dell’Interno alludendo alla 194. E non ce n’era davvero bisogno, perché Gandolfini non ha detto che occorre abrogare (e nemmeno modificare) la legge che legalizza e regola l’interruzione volontaria della gravidanza. Ha solo affermato che tale legge non è stata applicata negli articoli volti a prevenire l’aborto, intervenendo sulle cause che possono indurre una donna a decidere di interrompere la gravidanza.

La cattiva coscienza della sinistra

In realtà l’aggressione al presidente del Family Day è scattata per due motivi: 1) ha detto che l’aborto è l’«uccisione di un bambino in utero»; 2) ha pronunciato queste parole “indicibili” , non tra pochi intimi, ma davanti a migliaia di persone e sotto i riflettori dei mass media. Per gli ideologi del politicamente corretto  certe cose le possono dire solo il Papa e le gerarchie ecclesiastiche, ma solo perché fanno il loro “mestiere”. Un  cittadino  comune, laico o cattolico che sia, non le può invece dire in pubblico, meno che mai in una congresso internazionale. In Italia non si può dire ciò che disturba l’ideologia dominante, anchequando si tratta di un’ovvietà. Il fatto è che la cattiva coscienza teme innanzi tutto la verità.

 

di: Aldo Di Lello @ 15:28


Mar 25 2019

Sovranismo reincarnazione del fascismo? È l’ultima ossessione della “Repubblica”

Al tempo della nascita del Polo della Libertà e del centrodestra di governo, Umberto Eco coniò e lanciò la parola “Ur-Fascismo” che stava a designare il fascismo  atavico, primordiale (Ur, appunto, la città più antica, la città dei Sumeri), il fascismo  che non muore mai perché rappresenterebbe  una sorta di tratto antropologico che si manifesta periodicamente (e in varie forme) nella storia della civiltà. Oggi questa idea del fascismo che continuamente si reincarna in  inedite forme la sta riproponendo la Repubblica attraverseo una serie di interventi su queste angosciose domande: «C’è davvero un allarme estremismo nel nostro Paese? E davanti al sovranismo leghista è corretto invocare il fantasma della dittatura?».  Dopo gli interventi di Eugenio Scalfari e dello scrittore Massimo Scurati (l’autore del Figlio del secolo, dedicato alla vita di Mussolini)  oggi è stata la volta di Luciano Canfora, insigne latinista e antifascista a tutto tondo. Il titolo del suo intervento è  un dejavu  che però mantiene intatta la forza d’impatto:«In Italia il fascismo non muore mai».

La perenne richiesta di esorcismi

Ecco, l’antico tema ritorna, l’Ur-Fascismo fa nuovamente sentire il suo richiamo, l’ossessione invincibile turba la coscienza democratica. C’è qualcosa di stupefacente in questa riproposta dell’identico, in questo spavento che afferra periodicamente la gola, in questa perenne invocazione di una “vigilanza”, di un “presidio” , di  un “allarme” per difendere i valori dell’Italia repubblicana. A colpire è la paurosa assenza di originialità, unita alla ripetizione delle stesse frasi, delle stesse formule. Del resto, non si fa così anche con gli esorcismi? Certo, solo che, in questo caso, il demone è all’interno dello stesso esorcista, come se la “tentazione” riguardasse prima di tutto lui. In realtà, è il mondo de la Repubblica, la cui cultura si fonda sull’idea gobettiana del fascismo come “autobiografa della nazione” (cioè del fascismo come espressione delle “tare” italiane) ad avere bisogno di indicare nemici “antropologic” per legittimarsi: dal fascismo al sanfedismo, allo spirito strapaesano dell’odiosa e plebea “Italia alle vongole”   Ciascuno è padrone di seguire le ossessioni che vuole. Però, a furia di  evocare continuamente la città degli antichi Sumeri, si finisce per tenere in vita  il Paese dei Somari. Ed è questo il vero, grande problema italiano.

di: Aldo Di Lello @ 20:48


Mar 25 2019

Il Congresso mondiale delle famiglie, ma quale scandalo: è una scommessa per il domani

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

L’appuntamento è noto. Dal 29 al 31 marzo si terrà a Verona il XIII Congresso Mondiale delle Famiglie. Vi parteciperanno le rappresentanze di una trentina di Paesi e molte realtà associative italiane, impegnate a difesa della famiglia. Ma chi sono i promotori dell’iniziativa, che tanto turbamento ha provocato tra le anime belle del “progressismo” nostrano?

Il World Congress of Families (WCF) è una confederazione di associazioni pro famiglia fondata nel 1997 a Rockford, negli Stati Uniti sulla base dell’articolo 16/3 della Dichiarazione universale dei diritti umani: “La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato”. Secondo lo Statuto, lo scopo del WFC è quello di: “Difendere la posizione della famiglia tradizionale in un momento di erosione della vita familiare e del declino dell’apprezzamento per le famiglie in generale”. Il WCF definisce la famiglia naturale come “l’unione di un uomo e una donna in un’alleanza permanente suggellata col matrimonio”.

Il WCF organizza annualmente convegni internazionali in diverse città del mondo. L’ultimo è stato nel 2018 a Chisinau, Moldavia. All’ordine del giorno dell’appuntamento veronese:  la bellezza del matrimonio, i diritti dei bambini, l’ecologia umana integrale, la donna nella storia, la crescita e il calo demografico, la dignità e la salute delle donne, la tutela giuridica della Vita e della Famiglia, le politiche aziendali per la famiglia e la natalità.

Questa la “cornice” dell’incontro, a cui sono iscritti a parlare decine di rappresentanti dell’associazionismo pro-famiglia, uomini di cultura, docenti universitari, politici e religiosi. 

Dov’è lo scandalo che tanto allarme ha creato sui mass-media e tra la sinistra? Dove sta la “regressione culturale e civile” evocata da Nicola Zingaretti? E perché parlare – come ha fatto Monica Cirinnà –  di “odiatori dell’amore”? È giusto vedere nell’ appuntamento veronese – come  si legge in un appello firmato da qualche centinaio di insegnanti – una visione fascista, xenofoba, razzista, sessista, omofoba?

In attesa di ascoltare gli interventi dei relatori, proviamo a fissare alcuni discrimini “di metodo”, in grado di rispondere a questi quesiti. Dagli indirizzi generali del Congresso non emerge alcuna volontà discriminatoria. L’obiettivo è quello di unire e fare collaborare leader, organizzazioni e famiglie per affermare, celebrare e difendere la famiglia naturale come unità stabile e fondamentale della società.

In questa ottica “i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio” sono assolutamente in linea con il dettato costituzionale (art. 29 della Costituzione della Repubblica Italiana) e con i suoi indirizzi “programmatici”, laddove “La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo”.

In tema di difesa della vita non si può dimenticare come la stessa Legge 194 sull’aborto parli di  diritto ad una procreazione cosciente e responsabile, insieme con “il riconoscimento del valore sociale della maternità” (art. 1) e prescriva (artt. 4 e 5) che la fase autorizzativa all’aborto debba essere preceduta da una fase dissuasiva, che passa dalla prospettazione di concrete alternative all’intervento abortivo. Riconoscere il valore della maternità e attivare forme dissuasive dell’aborto è dunque – non sembri un paradosso –  perfino interno alle normative vigenti (per quanto ipocrite)  sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Tutto ciò ha un ulteriore valore “sociale” se  viene inserito all’interno di coerenti (e assolutamente necessarie) politiche demografiche, finalizzate alla sopravvivenza nazionale, oggi minata da politiche depressive ed antifamiliari. 

Al fondo di questi indirizzi generali c’è la necessità di uscire dai piccoli orizzonti dell’individualismo e dai bassi orizzonti dell’edonismo personale, tornando a pensare e ad operare per grandi idee e grandi aspettative. E dunque anche a scommettere su una bellezza delle relazioni familiari ed ad un’ecologia umana integrale autenticamente ricostruttiva. Di tutto questo si parlerà al  XIII Congresso Mondiale delle Famiglie. Con buona pace per gli “odiatori” di verità e di futuro. 

di: Girolamo Fragalà @ 13:25


Mar 24 2019

Vent’anni fa la guerra “umanitaria” alla Serbia: fu l’inizio del globalismo a mano armata

Esattamente venti anni fa, il 24 marzo del 1999, cominciava la guerra più assurda che sia mai stata combattuta  in Europa: l’intervento “umanitario” della Nato contro la Serbia di Milosevic. In realtà, non fu una vera e propria guerra, ma un bombardamento a tappeto del Paese balcanico durato due mesi e mezzo e compiuto dalla soverchiante forza militare della Nato. Non una guerra, ma un vero tiro a segno che distrusse l’economia serba e ne umiliò il popolo.

L’intervento del ’99 nei Balcani fu assurdo anche e soprattutto per un altro motivo: l’affermazione di un ossimoro che nascondeva  una manipolazione ideologica. Parliamo dell’ossimoro della “guerra umanitaria”, un vero e proprio insulto sia alla logica sia  alla lingua.

In realtà, gli Usa, allora pervasi dall’ideologia liberal del presidente Bill Clinton, volevano ottenere ben altri risultati rispetto a quello dichiarato ufficialmente: salvare i kosovari dalla “pulizia etnica” di Milosevic. Volevano innanzi tutto normalizzare i Balcani abbattendo definitivamente ogni influenza russa (il legame tra Mosca e Belgrado era un legame storico). Volevano poi ottenere il controllo definitivo su un’area strategica per i flussi energetici e per le vie commerciali.  Volevano anche imporre la Pax americana all’Europa, che doveva servire gli interessi strategici dell’alleato d’oltre Atlantico.

Gli interessi americani coincidevano allora con gli interessi del nuovo potere globale in piena espansione. E non si trattata di interessi rozzamente economici, ma di interessi più sofisticati, di interessi ideologici. Questo nuovo potere  non tollerava la sopravvivenza di barriere e frontiere né tollerava la sovranità degli Stati nazionali. Con la guerra alla Serbia si dimostrò, da un lato, che gli Stati nazionali  dovevano essere sottoposti all’ideologia cosmopolitica dei diritti umani e che, dall’altro la globalizzazione poteva contare sulla soverchiante potenza militare delle potenze “buone” dell’Occidente. Vale la pena in proposito di ricordare che alla fine degli anni Novanta, quella della sinistra liberal, appariva come la formula politica vincente in Occidente: negli Usa c’era Clinton, in Gran Bretagna c’era Tony Blair e in Italia c’era l’Ulivo di Prodi prima e D’Alema poi.

Vent’anni sono  passati da quella  guerra e il mondo è più agitato e più devastato di allora, segno del grande inganno a quel tempo compiuto.

Tutti hanno dimenticato meno che i diretti interessati: i serbi, Un sondaggio ha rivelato che, ancor oggi,  a stragrande maggioranza, non ne vogliono più sapere della Nato.

 

 

 

 

 

 

 

 

di: Aldo Di Lello @ 19:02


Mar 19 2019

L’anarchico Orsetti e il “fascista” Quattrocchi: storie diverse, stesso eroismo

C’è un che di ancestrale e di sublime nella foto che ritrae Lorenzo Orsetti, il combattente italiano ucciso dall’Isis al confine tra Siria e Iraq, abbigliato nella sua mimetica, sigaretta tra le labbra e mitra appoggiato al muro in bella mostra. È un’immagine che rinvia ad un tempo lontano, ormai archiviato alla voce dei ricordi imbarazzanti e poi sepolto dalla retorica tutta italiana che ha trasformato i soldati in diversamente pacifisti, quasi una comitiva di assistenti sociali in divisa sparpagliati in mezzo mondo non per usare le armi ma per insegnare, proteggere e curare. Quella foto, invece, immortala la rivincita del combattente costringendo ad uno spericolato testacoda le nostre coscienze ormai disabituate a riconoscere gesti e comportamenti  autenticamente virili. E nulla v’è di più virile del volontario di guerra, dell’uomo che va a combattere per una causa (l’indipendenza del popolo curdo nel caso di Orsetti) mettendo in conto la morte: la sua è quella di altri uomini, i suoi nemici. In un tempo in cui nelle melensaggini della parità ad ogni costo rischiamo persino di affogare, l’immagine di Orsetti in mimetica è un lampo di luce abbagliante che imprime un’istantanea insieme vera e feroce: il combattente è sempre qualcosa di più di un uomo ordinario. Un volontario che si arruola a rischio della propria vita ha dalla sua una “superiorità” che nessuna distanza politica (Orsetti era anarchico) potrà mai disconoscere e che nessuna teoria similpsicologica riuscirà mai a derubricare a difetto di personalità disturbata. Con buona pace di Bertolt Brecht, c’è sempre bisogno di eroi. E l’eroe è potenzialmente in ciascuno di noi perché eroe, in fondo, è chi riesce a frapporre uno stile tra se stesso e la morte. Lo è stato il “mercenario” Fabrizio Quattrocchi quando di fronte al mitra che da lì a qualche secondo lo avrebbe freddato trovò la forza per dire che un “italiano vero” sa morire perché fissa negli occhi i suoi uccisori, riscattando in un attimo decenni di macchiette. Lo è oggi il volontario Lorenzo Orsetti, quando ha scelto di immolarsi per la causa di un popolo lontano senza esservi obbligato da nessuna e da nessuna autorità se non quella della sua coscienza. Stampiamoci quindi bene in mente i loro nomi e i loro volti perché sono i nomi e i volti di uomini che avevano scelto di vivere mettendo in conto di saper morire. Uomini veri.  

di: Mario Landolfi @ 13:29


Mar 18 2019

Chi se ne frega di chi strumentalizza Greta. Noi difendiamo la Terra dei padri

Chissenefrega di chi strumentalizza Greta. Abbiamo a cuore il futuro della Terra: non rompeteci i polmoni. Sono stato bombardato di telefonate, messaggi su whatsapp e su Facebook di amici, militanti, giornalisti, qualche politico… Che ne pensi di Greta Thumberg, la giovane ragazza svedese, attivista dello sviluppo sostenibile che ha dato il via a questa mobilitazione mondiale di giovani contro i cambiamenti climatici? Gioventù Nazionale aderisce al #FridayForFuture? Ma sei sicuro che non ci siano le lobby internazionali dietro la bambina svedese? Ho risposto molto serenamente a tutti, non ho avuto problemi a raccontare quella che per me è innanzitutto una scelta di coscienza. Il tema dei cambiamenti climatici, del surriscaldamento del pianeta, dall’eccessiva emissione dei composti organici tali da provocare il buco nell’ozono in particolare nei paesi in via di sviluppo, il rischio di vedere scomparire intere specie animali e vegetali e sommerse terre oggi rigogliose nel giro di pochi decenni, non può essere a mio avviso relegato anch’esso come si fa per tutto al giorno d’oggi, al vaglio del tatticismo politico, del calcolo d’interesse, come fosse la composizione di una giunta comunale o la crisi di maggioranza di un governo qualsiasi.

Questa volta no. Io sono orgoglioso dei molti ragazzi di Gioventù Nazionale che hanno partecipato alle manifestazioni che si sono svolte in molte parti d’Italia contro i cambiamenti climatici. Il tema a mio avviso non è Greta e chi la strumentalizza, non mi interessa, non mi appassiona, rimarranno degli odiosi radical chic che nei salotti parlano di scioglimento dei ghiacciai con il Suv parcheggiato sotto casa. Il tema era mettere al centro del dibattito internazionale le responsabilità dei colossi Usa e Cina sull’emissione della CO2 in atmosfera derivata direttamente dalle attività umane.

Più della metà del surriscaldamento terrestre registrato negli ultimi 60 anni è responsabilità dirette dell’uomo. Questo ha causato l’aumento della temperatura degli oceani e lo scioglimento di neve e ghiacciai, stravolgendo modelli climatici millenari. Tutto questo provoca ulteriormente e conseguentemente un innalzamento del livello dei mari e degli oceani, strettamente legato all’emissione dei gas inquinanti. Il principale gas serra, il biossido di carbonio è aumento del 41% dai tempi della Rivoluzione industriale e anche nelle previsioni più ottimistiche, l’aumento del libello dei nostri mari metterebbe a rischio le popolazioni di grandi città costiere come New York, Londra, Shanghai, Sydney, Miami, New Orleans e della nostra Venezia. Tutto questo mentre gli occhi dei potenti sono rivolti altrove.

Sia ben chiaro a differenza di molti ragazzi che vi hanno partecipato i nostri ragazzi erano ben consapevoli delle motivazioni per le quali stavano manifestando. Chi  come noi, al giorno d’oggi si definisce sovranista e conservatore ha ben chiaro in testa come si difende la terra dei padri, la nostra sensibilità sul tema viene oltremodo da lontano, ha ragioni profonde, non ideologiche, che ci portano a considerare la Natura, non un fattore biologico, ma l’altra faccia del sacro.

Ho provato una grande emozione nel vedere una generazione mobilitarsi su un tema così tanto importante, nobile, che esce dal materialismo imperante dei giorni nostri, che rimette l’Uomo al giusto posto nel suo rapporto con la Natura. Un tema che aiuta una generazione a capire il suo ruolo nel mondo, che siamo in lotta per donare un pianeta migliore ai nostri figli e non per sfruttarlo a dismisura per interessi personali ed egoistici. E’un insegnamento, l’affermazione di una visione del mondo, un modo di affrontare la Vita. Una pernacchia ai potenti del mondo e anche alle generazioni precedenti, che non sono mai state in grado di essere da esempio su questo tema. Migliaia di giovani in piazza, non per la legalizzazione della droga o per il sesso libero, non per dare sfogo alle proprie pulsioni individuali, ma per prendere per mano il proprio futuro. Capite che chi ha strumentalizzato Greta, chiunque ne muova i fili non vale un fico secco di fronte a tutto questo?

E mi fanno pena tutti coloro che nelle piazze hanno tentato di dare un colore politico al movimento, con bandiere rosse e cantando Bella Ciao… Sconfitti dalla loro autoreferenzialità, dalla loro inconsistenza morale ed etica. Diretta emanazione di una sinistra che non ha più nulla da raccontare, inesistente nelle istanze profonde dei popoli e che prova ad appropriarsi di qualcosa che non gli appartiene. Difendere la Terra, la Natura, il paesaggio, la flora e la fauna, é una battaglia generazionale, non serve a prendere voti, ma a donare un pianeta migliore ai nostri figli. Tutto il resto sono fregnacce, utili a riempire forse le pagine dei giornali, a far prendere like al radical chic di turno. Incoraggiamo questa generazione, da Nord a Sud, in Europa, in America come in Asia e in Africa. Come fate a non emozionarvi di fronte alla speranza che si riaccende sul mondo? Chi non combatte questa battaglia ne é complice. Chi non ne capisce l’importanza non ha chiaro la portata di ciò che accade o è in malafede.

E chissenefrega di chi strumentalizza Greta! Abbiamo a cuore il futuro della Terra! Non rompeteci i polmoni!

di: Girolamo Fragalà @ 16:44


Mar 18 2019

Difesa dell’ambiente: in piazza troppa retorica, troppe semplificazioni

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

È facile “essere contro”. Basta individuare un obiettivo e su quello concentrare i  propri strali. È quello che ha fatto Greta Thunberg, con la sua protesta virale. Al centro – come noto –  la mancanza di reali politiche sulla questione climatica. Dietro una sapiente regia mass mediatica, probabilmente orchestrata dalla famiglia della Thunberg, che, in pochi mesi, ha trasformato una ragazza di 16 anni seduta, ogni venerdì,  davanti al parlamento svedese con un cartello (Skolstrejk for klimatet, sciopero scolastico per il clima)   in un’ icona, paladina di un  movimento internazionale.

Lo slogan, lanciato dalla Thunberg al Forum di Davos ha una sua efficacia emotiva: «State rubando il futuro ai vostri figli». Quando si toccano le corde dei sentimenti è difficile ragionare e fare ragionare. Il discorso è di un semplicismo disarmante: «Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo». Verso dove stia  marciando e con quale idee si muova questo “cambiamento” non è ben chiaro. È  difficile chiederlo ad una ragazza di sedici anni, armata di un’onorevole passione. Non emerge però neppure nelle pieghe del “movimento”, tra quei milioni di giovani scesi in piazza per protestare contro il cambiamento climatico ed in quanti si riconoscono nel FridayForFuture.

Anche qui troppa retorica e un eccesso di semplificazioni. Da una parte a suonare è la grancassa del classico movimentismo “di sinistra”, incarnato – tra gli altri –  da il Manifesto che, in prima pagina, scrive:  “Un’onda d’urto, festosa e imponente, riempie di giovanissimi le nostre città e porta in piazza la parola d’ordine di un cambiamento radicale del vecchio e distruttivo sviluppo. In tutto il mondo la nuova generazione fa risuonare l’allarme sul destino della Terra”. Dall’altra il  trionfo dell’ovvietà, testimoniato (sul Corriere della Sera) da una classe  di un liceo dell’ hinterland milanese: “La tutela del paesaggio, l’abbassamento delle emissioni, la pulizia dell’aria e dell’acqua … chi non è d’accordo ? Davvero si può manifestare per una cosa così ovvia ?”.

Tra certo pompierismo neomaoista e il trionfo dell’ovvietà e del disincanto, dove guardare? Certamente alle  questioni di fondo di un modello di sviluppo che data ormai più di duecento anni e che fa analizzato ben oltre i suoi effetti più o meno devastanti, partendo dai processi di secolarizzazione della cultura e della società. Tra “città celeste” e “città terrestre” il mondo moderno, scegliendo la seconda, ha  coerentemente scelto una linea ed attivato quei processi di consumo (non solo economici ma anche ambientali) di cui il cambiamento climatico è una conseguenza tra le tante. Il  modello di sviluppo (e quindi di cultura, di società, di economia) oggi dominante va  certamente ridiscusso, partendo però  non solo  dai costi della cosiddetta “società opulenta” quanto anche dai  sacrifici che ognuno dovrà fare per raddrizzarne le storture. I giovani del FridayForFuture sono pronti a fare la loro parte? E dunque sono disposti a rinunciare allo Smartphone di ultima generazione, al ciclomotore rombante, ai facili consumi domestici, al cibo precotto, alle scarpe griffate “made in China”, alle bevande gassate e plastificate, ai contenitori usa e getta, agli  spostamenti aerei Low Cost? Guardiamoci tutti (giovani e meno giovani) allo specchio e cerchiamo di essere coerenti: manifestare non basta se non si tirano le dovute conseguenze, assumendo su di noi  le rispettive responsabilità. Se il mondo è di tutti, ognuno se ne faccia carico a partire dal proprio “modello di vita”.

di: Girolamo Fragalà @ 15:43


Mar 13 2019

Massacro di Sergio Ramelli, il silenzio complice della sinistra antifascista nel giorno dell’agguato

Mentre la sinistra continua a straparlare di pericolo fascista per nascondere la sua inettitudine a fare politica, oggi ricorre l’anniversario di uno dei più efferati attentati degli anni di piombo, compiuto ovviamente dagli antifascisti: il 13 marzo 1975 un commando di assassini di Avanguardia Operaia di Milano aspettarono sotto casa il 18enne Sergio Ramelli e lo aggredì con le chiavi inglesi Hazel 36, l’arma di ordinanza dei gruppettari comunisti dell’epoca, riducendolo in fin di vita. Ramelli morì il 29 aprile successivo, dopo 48 giorni di agonia senza mai riprendere conoscenza se si eccettuano alcuni brevi momenti di lucidità. Quando il consigliere comunale missino di Milano Tomaso Staiti di Cuddia dette la notizia in consiglio, fu fischiato e ci fu chi ignobilmente applaudì. Questa è la sinistra antifascista, questa è sempre stata: in quegli stessi giorni, sempre a Milano, i criminali dell’ultrasinistra continuarono lla loro opera mortifera contro chi non la pensava come loro: aggreditorno il giovane Antonio Braggion che per difendersi fu costretto a sparare un colpo di pistola che uccise il comunista aggressore Varalli; fu ferito gravemente l’avvocato e consigliere provinciale del Msi Cesare Biglia, che fu gravemente ferito insieme alla moglie; il sindacalista della Cisnal e combattente della Repubblica Sociale, invalido di guerra, Francesco Moratti, fu colpito a colpi di chiavi inglesi e lasciato per terra, mentre i locali del sindacato nazionale venivano incendiati; altre tre giovani, uno liberale, furono sprangati e ricoverati all’ospedale, nel clima di follia che aveva armato i delinquenti comunisti contro gli oppositori politici.

Il giorno prima della morte di Ramelli, i criminali di sinistra, impuniti, andarono sotto casa Ramelli, fecero scritte minacciose e intimarono al fratello di sparire entro 48 ore pena la morte. Il tutto nel silenzio delle autorità e delle forze dell’ordine, molto forti e decise però, nel giorno del funerale, a vietare il corteo funebre agli amici di Ramelli. Tra l’altro, Avanguardia Operaia aveva promesso di aggredire con le chiavi inglesi chiunque avesse partecipato al funerale del “fascista”. Oggi i comunisti non sprangano più, ma l’odio che li anima è sempre lo stesso: pochi giorni fa a Perugia la rotatoria dedicata a Sergio Ramelli è stata vandalizzata dalle femministe dei centri sociali, che hanno festeggiato così la festa della donna, imbrattando la rotonda inaugurata appena l’anno prima. Tra l’altro, i consiglieri del Pd di Perugia si erano opposti all’intitolazione della via, confermando così che l’odio verso chi non la pensa come loro non si è ancora sopito. E oggi, nell’anniversario di un gesto gravissimo come l’aggressione a freddo di un diciottenne inerme, in Italia la sinistra antifascista si distingue per il suo silenzio, per il suo tacere, per il suo non condannare gli atti di violenza contro chi non può dissentire dai diktat della sinsitra. Nonostante la martellante campagna della sinistra contro i morti ammazzati, la figura e la storia di Sergio Ramelli, non sono più solo patrimonio della destra, essendo entrate da tempo nella memoria comune dei milanesi e degli italiani. Eco perché non solo a Perugia (nonostante le proteste del Pd) e in altre città sono sorti piccoli o grandi simboli che ricordano il ragazzo massacrato. Sergio Ramelli frequentava l’Istituto tecnico Molinari di Milano: fu bollato con il marchio di “fascista” solo per aver scritto un tema in classe in cui biasimava gli omicidi delle Brigate Rosse. Erano gli anni Settanta, gli anni in cui “uccidere un fascista” non era reato…

di: Antonio Pannullo @ 16:32


Mar 12 2019

Il comunista Verbano non fu ucciso da fascisti mentre Mancia fu certamente assassinato dai comunisti

39 anni fa Angelo Mancia, protagonista della lotta missina degli anni di piombo, veniva barbaramente ucciso sotto casa sua nel quartiere Talenti a Roma, da un commando della tristemente nota Volante Rossa. L’omicidio di Angelo Mancia, avvenuto con modalità particolarmente efferate, voleva essere una risposta “popolare” a un altro omicidio avvenuto pochissimi giorni prima, nello stesso quartiere,  ai danni di un giovane comunista, Valerio Verbano, assassinato con modalità altrettanto feroci. Per entrambi gli omicidi non si è mai riusciti ad individuare i responsabili, come accadeva spesso in quegli anni, ma soprattutto quando le vittime erano ragazzi missini. Solo che c’è una differenza sostanziale tra i due delitti: l’omicidio Verbano, atteso in casa dai killer che avevano immobilizzato i genitori e ucciso al suo ritorno da scuola (andava al liceo Archimede), non è affatto certo a tutt’oggi che sia stato commesso da killer dell’estrema destra. Anzi, è stato sempre smentito da tutte le persone coinvolte. Ormai sono passati 39 anni, sono state fatte numerose inchieste sul mondo eversivo della destra estrema, la memorialistica è amplissima, molti libri sono stati scritti su quegli anni, e nessuno ha mai detto di sapere, anche de relato, qualcosa sull’omicidio Verbano: è un delitto estraneo al mondo del terrorismo nero. Lo si evince non solo dagli atti processuali e giudiziari ma anche dai racconti, dall’atmosfera, dalle circostanze: da nessun processo né da alcuna dichiarazione di testimoni è mai saltato fuori che qualcuno sapesse qualcosa dell’omicidio di via Monte Bianco, né che conoscesse qualcuno che aveva avuto a che fare o che sapesse qualcosa su quel delitto. I genitori di Verbano, che era figlio unico, e i suoi compagni, per anni hanno inseguito e cercato la verità, ma senza mai arrivare a nulla. I genitori addirittura hanno convocato un estremista di destra, Nanni De Angelis (che si diceva essere stato aggredito da Verbano e da altri in piazza Annibaliano) a casa loro, poiché erano certi di poter riconoscere la corporatura dei killer, anche se erano mascherati. De Angelis si presentò coraggiosamente e lealmente a casa loro, parlò con loro, dando la sua parola di non aver nulla a che fare con l’omicidio e che non conosceva neanche i responsabili, e fu creduto. Tanto che il padre lo accompagnò sino al portone chiamandogli un taxi e lo protesse in qualche modo dai compagni del figlio che stazionavano sotto casa.

L’omicidio Verbano

Vero è che ci furono alcune rivendicazioni: la prima pochissime ore dopo l’omicidio, da parte di un Gruppo Proletario Organizzato Armato, che sosteneva di aver colpito un delatore, un informatore della polizia, precisando anche di voler solo gambizzare il giovane e non di volerlo uccidere. È vero anche che Verbano fotografava le sezioni del Msi e aveva un autentico dossier sugli estremisti di destra del quartiere; fu la stessa polizia che ne informò i dirigenti missini della zona dopo la morte del giovane. La seconda rivendicazione arrivò verso le 21, da parte dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari: “Abbiamo giustiziato Valerio Verbano mandante dell’omicidio Cecchetti. Il colpo che l’ha ucciso è un calibro 38 (circostanza esatta). Abbiamo lasciato nell’appartamento una calibro 7.65. La polizia l’ha nascosta (circostanza non verificata)”. Ma dieci giorni dopo, a Padova, spunta un altro volantino dei Nar che smentisce nel modo più assoluto la responsabilità dei Nar nell’omicidio. I dossier di Verbano, che avrebbero dovuto essere stati distrutti come da ordine del giudice, in realtà ricomparvero in copia nel 2011 in occasione della riapertura dell’inchiesta sull’omicidio. Verbano aveva stilato un elenco di quasi mille nomi di missini romani, tra cui anche Teodoro Buontempo e Francesco Storace, corredato da indirizzi e abitudini, un po’ sull’esempio del famigerato opuscolo analogo di Lotta Continua “Basta con i fascisti!”, una vera e propria lista di proscrizione e un chiaro incitamento alla violenza, tanto più che allora uccidere un fascista non era reato, anzi, un atto meritorio. E nell’elenco di Verbano c’era anche il nome di Angelo Mancia. I magistrati dissero che sull’omicidio Verbano non si poté mai trovare alcuna pista. Un testimone, che poi ritrattò, disse però che di aver riconosciuto i tre ragazzi che fuggivano da casa Verbano, perché il giorno prima li aveva visti in compagnia dello stesso Verbano. Un pentito del mondo della destra poi disse di aver sentito da un altro esponente di destra che “a suo avviso” l’omicidio Verbano è stato compiuto da questo e da quello, ma non ci fu mai nessun riscontro di alcun tipo e gli interessati hanno sempre smentito. Anche nel caso Verbano, poi, come in altri casi, molte prove furono smarrite o distrutte. Certo  è che nessuna pista, o testimonianza, o prova, ha mai evidenziato responsabilità del mondo del terrorismo di destra in questo atroce omicidio di quegli anni della pazzia.

Omicidio Mancia

Diversa la storia per Angelo Mancia: come molti ricorderanno l’omicidio Verbano causò una reazione rabbiosa e violenta nella sinistra: sezioni del Msi furono incendiate e assalite, elementi di destra furono aggrediti, ci furono violenti scontri con le forze dell’ordine. In quell’atmosfera, era chiaro che i compagni cercavano vendetta. E la ebbero. Per tutta la notte tra l’11 e il 12 marzo 1980 un commando armato aspettò in via Federigo Tozzi, in un furgoncino Volkswagen azzurro, che Angelo Mancia, dipendente del Secolo d’Italia e segretario della sezione Talenti di via Martini, uscisse di casa per andare al lavoro. Vestiti con camici bianchi, i due killer affrontarono Angelo con pistole 7,65. Angelo capì immediatamente cosa stesse accadendo, forte dell’esperienza di tanti anni di attivismo sulla strada: colpito una prima volta, e poi altre, lanciò il motorino Garelli contro gli aggressori e tentò di rientrare nel portone, ma non ce la fece: fu finito con un colpo alla nuca. In tutto fu colpito sette volte. I killer furono immediatamente caricati a bordo di una Mini Minor rossa che li portò via. Una Mini Minor era anche l’auto dalla quale partirono le revolverate che uccisero, un anno prima ma nello stesso quartiere, Stefano Cecchetti davanti a un bar frequentato da estremisti di destra.  Alle 11.05 arrivò al quotidiano La Repubblica una telefonata di rivendicazione: “Qui compagni organizzati in Volante Rossa, abbiamo ucciso noi il boia Mancia. Siamo scesi da un pulmino posteggiato lì davanti”. La Volante Rossa era una banda di criminali comunisti attiva dopo la guerra che si macchiò di molti omicidi, e i cui capi riuscirono a fuggire in Cecoslovacchia con l’appoggio del Pci. Ma nelle ore successive, tanto per dire che clima ci fosse, comparvero in tutta Roma, ma soprattutto nel quartiere Monte Sacro, i manifesti di rivendicazione dell’omicidio di Angelo Mancia firmati dai Compagni organizzati in Volante Rossa che ammonivano: “Non basteranno cento carogne nere”. Ed era firmato: “I compagni dell’Autonomia”. Più chiaro di così… Chi li ha stampati? Chi li affisse? È strano che le indagini in questo senso, se mai ci furono, non abbiano portato a nulla. Ricordiamo solo che la prima Volante Rossa assassinò nel 1947 anche Mario De Agazio, direttore del Meridiano, ma che i componenti della banda furono poi graziati da Saragat e da Pertini, Gli altri come detto ripararono all’estero. Per chi ha conosciuto Angelo Mancia non c’è bisogno di dire chi fosse. Per i giovani basti dire che era un camerata leale e coraggioso, uno che non si tirava mai indietro e che aiutava tutti. Come disse qualcuno al suo funerale, citando Orazio: “Non morirò del tutto…”. E Angelo, 39 anni dopo, è vivissimo nella nostra memoria.

di: Antonio Pannullo @ 16:06


Mar 11 2019

90 anni fa il fascista Notari elogiava in un libro la “donna di tipo tre”. L’opposto dell’angelo del focolare…

Era il 1929 quando lo scrittore fascista e amico di Marinetti Umberto Notari pubblicava il profetico libro “La donna di tipo tre“. Un testo che già all’epoca riteneva superato il modello “angelo del focolare” e quello della donna “riposo del guerriero”. L’analisi di Notari fu davvero lungimirante: le donne inseguivano ormai l’indipendenza economica e avrebbero costretto il maschio nell’angolo, in un ruolo marginale. Una visione che oggi appare molto attuale e che di fatto confuta quanti associano il fascismo a un improponibile “ritorno al medioevo”. Già 90 anni fa, invece, certe riflessioni sulla donna lavoratrice, non prive di un tocco ironico e disincantato, erano all’ordine del giorno.

La donna moderna o “donna tipo tre” – annotava Notari –  è colei che dai proventi del proprio onorevole lavoro trae i mezzi di sussistenza e si trova di fronte all’uomo – padre, fratello, marito o amante – in condizioni di assoluta indipendenza economica”. Questa nuova figura prende piede e modifica tutti gli aspetti della vita femminile, cambiando totalmente il comportamento e le abitudini delle donne italiane. Un cambiamento che si riflette nella moda dell’epoca, tesa a razionalizzare l’abbigliamento eliminando il superfluo e adattandolo alle esigenze di una donna i cui ritmi si fanno più veloci, abituata a uscire sola e a vestire comodamente.

Notari del resto si era già fatto notare per la spregiudicatezza d’analisi col suo romanzo d’esordio Quelle signore (1904) ambientato in un bordello. Il protagonista, il poeta Ellera, era ispirato al personaggio di Marinetti. Pagine che fecero scandalo e decretarono un enorme successo del libro. Marinetti fu a sua volta biografo di Notari, scrittore del tutto dimenticato, forse anche a causa della firma posta sotto Il Manifesto della razza. Una macchia nella produzione letteraria di un intellettuale arguto al quale si devono in ogni caso analisi profonde sui cambiamenti del costume e della moda che non possono essere ignorati.

Era la moda il campo in cui maggiormente si manifestavano i cambiamenti sociali che investivano il mondo femminile: Notari ne era consapevole e così anche il fascismo che da subito ingaggiò una battaglia che oggi definiremmo “sovranista” per imporre una moda nazionale indipendente dai modelli francesi.

A ingaggiare battaglia contro Parigi per una moda italiana e vincente fu anche Lydia De Liguoro, fondatrice della rivista Lidel e accanita antagonista dell’esterofilia delle dame italiane. Fervente nazionalista, protagonista della campagna contro il lusso straniero agli albori degli Anni 20 del Novecento, la De Liguoro finì con l’aderire al fascismo e vi trovò l’ambiente ideale per l’affermazione dell’italianità nel campo dei figurini di moda. Un clima talmente contagioso che a Firenze la contessa Rucellai organizzò un ballo dove era di rigore indossare la tuta disegnata dal futurista Thayaht, “inventore” del capo d’abbigliamento più proletario che ci sia.

E proprio le ricerche degli storici della moda, come quelle di Sofia Gnoli, stanno lì a dimostrare che nei messaggi del fascismo alle donne si fondono, in particolare negli Anni 30, richiamo alla tradizione della “madre e sposa esemplare” e modernizzazione. Un intreccio ben visibile anche nella proposta culturale del fascismo alle donne: così mentre La Donna pubblicava a ogni numero lezioni di ginnastica e Gino Boccasile disegnava per la copertina di Grandi Firme una prosperosa signorina in un’elegante divisa da sci a tuonare contro il nuovo stile di vita atletico rimaneva solo la stampa cattolica, con Famiglia cristiana allarmata per la moda che attirava «la donna fuori di casa con gli spassi e lo sport».

Testimonianza di questo fervore culturale che non trascurava l’elemento femminile fu l’intuizione dell’Ente nazionale della moda che – tra propaganda a volte becera e battaglie culturali per far emergere lo stile italiano – riuscì alla fine a promuovere creatività, competenza, alto artigianato e spirito di iniziativa. Così fu proprio sul finire di una guerra tragica e dolorosa che «gli italiani dopo secoli di sudditanza iniziarono», scrive Sofia Gnoli, «a prendere coscienza del proprio enorme potenziale creativo che preluse all’affermazione del nostro stile nel mondo».

 

di: Annalisa Terranova @ 14:44


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