Mag 20 2019

Gli antifascisti dicano quali libri bisogna bruciare. Così l’Anpi è contenta

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo, caro Direttore,

Dopo l’esclusione dalla Fiera del Libro di Torino, la Casa Editrice Altaforte continua ad essere nel mirino delle migliori forze politiche democratiche e antifasciste. E’ toccato alla città della Spezia, dove Pd e tutte le opposizioni di centrosinistra sono andate all’attacco del sindaco, Pierluigi Peracchini, sostenuto da una maggioranza di centrodestra, che ha autorizzato la presentazione di un libro edito dalla casa editrice Altaforte, nella biblioteca comunale Beghi, alla Spezia.

L’Anpi scatenata

«È una vergogna! Un atto inaudito e gravissimo. Uno sfregio alla città medaglia d’oro alla Resistenza ed alla biblioteca pubblica intitolata ad un partigiano e sede dell’Istituto storico di Resistenza – hanno attaccato le opposizioni – il sindaco Peracchini ritiri subito l’autorizzazione e chieda scusa alla città. Da parte nostra invitiamo i cittadini, le associazioni, le forze politiche democratiche ed antifasciste a mobilitarsi per difendere un luogo simbolo della Resistenza da questo oltraggio». Risultato: la sede della presentazione del libro edito da Altaforte è stata cambiata, concedendo la Mediateca Regionale. Tutto a posto? Non proprio. Hanno protestato ancora le schiere resistenziali:

«La Mediateca Regionale – Sergio Fregoso è un luogo pubblico e non sposta di un millimetro le ragioni del nostro no. L’unica decisione sensata che possono prendere il sindaco e il presidente Toti, trattandosi di edificio di competenza regionale, è non concedere a CasaPound alcuno spazio pubblico». Non solo, a farsi avanti questa volta è stata anche la famiglia di Sergio Fregoso, a cui la mediateca è intestata, che ne ha rivendicato il passato antifascista e l’elezione a consigliere comunale del Pci come indipendente. Alla fine, sabato scorso, la presentazione del libro di Altaforte alla Spezia è avvenuta, con il solito presidio esterno dei resistenti e l’accompagnamento, fuori programma, delle campane suonate “a morto” dal parroco della vicina chiesa di Nostra Signora della Salute: «Oggi è morto quello spirito che ha pervaso questa città per moltissimi anni», ha dichiarato il religioso, richiamandosi al suo predecessore … antifascista.

Una proposta: il Sant’Uffizio antifà

Da Torino alla Spezia ed oltre è veramente imbarazzante che ci sia ancora qualcuno che, avendo evidentemente frainteso il dettato costituzionale, voglia esporre liberamente e perfino presentare in pubblico i suoi libri “non conformi”. Proprio per evitare questi continui sfregi alla democrazia, che rischiano di moltiplicarsi, con grave nocumento per la salute pubblica e grave imbarazzo per le amministrazioni locali, spesso impreparate sull’argomento, una via d’uscita potrebbe essere quella della creazione di un “Indice antifascista dei libri proibiti”, come fu l’“Index Librorum Prohibitorum”, creato dalla Chiesa Cattolica, a metà del XVI Secolo e soppresso dopo il Concilio Vaticano II.
Su modello dell’Index, che aveva il compito di “mantenere e difendere l’integrità della fede, esaminare e prescrivere gli errori e le false dottrine”, potrebbe essere costituita una Commissione nazionale (Sant’Uffizio Antifa), composta da rappresentanti dell’Anpi, di Magistratura Democratica, da docenti di chiara fama antifascista, da qualche giovane dei Centri Sociali, deputata a valutare l’intera produzione libraria nazionale (oggi i titoli in commercio sono circa 500.000) evidenziando i volumi da mettere all’indice. Il decreto dell’Inquisizione romana prescriveva, pena la scomunica, “che nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del Sant’Uffizio”. Il Sant’Uffizio Antifa potrebbe comminare quale pena, una sorta di scomunica laica, con la sospensione dei diritti costituzionali per i rei e la condanna, a seconda della gravità dell’eresia, ai lavori forzati presso tipografie antifasciste. I libri proibiti andrebbero inseriti – per dirla all’antica – in un “Catalogo di diverse opere, compositioni et libri, li quali come eretici, sospetti, impii et scandalosi si dichiarano dannati et prohibiti in questa inclita e democratica Nazione italiana”.
Un solo dubbio – a margine della nostra proposta – ci assale: che l’offensiva proibizionista possa sortire l’effetto contrario. Un po’ come avvenne, nel secolo scorso, negli Stati Uniti, dove la messa al bando degli alcolici favorì la crescita del mercato nero, l’aumento del prezzo del prodotto e la diffusione dei liquori. Nel caso dei libri “non conformi” il rischio fa comunque corso, a maggiore gloria della democrazia, della libertà e naturalmente dell’antifascismo.

di: Antonella Ambrosioni @ 15:40


Mag 18 2019

Pd senza idee, gli rimangono solo il passato e…Di Maio. Saranno guai per Zingaretti

Lo confesso, questa volta mi ero proprio convinto che fosse fondata e veritiera quella metafora popolare, di cui fu autore un cardinale di Curia prima di essere immortalata da Andreotti, che recita: ”A pensare male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca”. La lettura delle pagine del “Corriere della Sera” degli ultimi due mesi aveva data la netta sensazione che il quotidiano avesse subito una sgradevole metamorfosi. Avevo la netta sensazione che il glorioso quotidiano avesse inopinatamente abdicato a quel rigore tradizionale di obiettività che l’aveva reso, nel corso di un secolo e mezzo di vita, lo specchio più fedele della vita politica e civile della nostra Nazione. Tutto, dalla titolazione della prima pagina fino al contenuto ed all’impostazione di editoriali, servizi e approfondimenti, palesava che il quotidiano di Luciano Fontata aveva scelto una linea ed una rotta precise, dettate da una opzione univoca e fortemente sbilanciata. L’inedita bussola emergeva senza tanti sottintesi dall’uniformità nel puntare fino alla noia sulla divaricazione di posizioni politiche fra i due vicepremier Salvini e Di Maio. Una titolazione di prima pagina che deve aver messo certamente a dura prova la stessa padronanza dell’assortimento di sinonimi e metafore posseduto dai sapienti colleghi del “Corriere”. Questo era avvenuto ancor prima che lo scontro fra le due anime inconciliabili della maggioranza gialloverde divenisse, come appare oggi in tutta chiarezza, una rissa dichiarata e quotidiana. Un fenomeno di maieutica attiva di indirizzo e influenza sul divenire fattuale dei fatti politici, oppure una manifestazione ammirevole di preveggente visione profetica?

Due editoriali chiarificatori

Poi, improvvisamente, all’inizio della settimana, ecco arrivare da Milano uno sprazzo di luce chiarificatrice, per riportare nella sfera dell’onesta ragionevolezza l’analisi di una campagna elettorale un po’ schizofrenica e alquanto furbastra. Lunedì e martedì, in serrata successione, i due massimi editorialisti del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia e Angelo Panebianco sono intervenuti sui due temi centrali su cui gira la giostra semantica della presente campagna elettorale: l’appello “fuori tempo massimo” e troppo sovraccarico di meschina strumentalizzazione politica, di un “allarme antifascista” squillato proprio da ambienti che sono i meno storicamente legittimati a sollevare questa bandiera, che ebbe indubbiamente un giusto ruolo votato al culto della libertà, ma tanti, tanti anni fa, nella storia unitaria della nostra Patria, ma che oggi ha un suono sordo come una moneta falsa, certamente uscita “fuori corso”.

A 24 ore di distanza. Angelo Panebianco ha affrontato un tema suscitatore di molti e amletici dubbi, che investe lo stesso ubi consistere e lo stesso ruolo oggi della sinistra in Italia. Il primo tema è quello del vero e proprio “tradimento” del messaggio antifascista, quello vero cioè, quello che portò il nome purissimo di Matteotti, dei fratelli Rosselli e di Pertini, una speculazione perpetrata ultimamente in Italia, destrutturandolo e umiliandolo a strumento meschino, teso unicamente al recupero di un consenso popolare perduto, come si assiste sin dall’aperture della campagna elettorale europea.

La Costituzione e l’inclusione

Questo fenomeno Galli della Loggia lo ha vivisezionato nel suo editoriale con una logica razionale che definirei cartesiana. Ha analizzato i fatti storici che sono oggetto delle XII disposizioni transitorie e finali della Costituzione e vietano la ricostituzione del partito fascista, per passare quindi alle leggi che sanzionano l’apologia di quel regime. Li ha analizzati con una oggettiva durezza, che ancora può farci forse soffrire, ma che da sempre consideriamo necessaria e indispensabile per poter finalmente arrivare al traguardo civico di una storia comune del ‘900 italiano, finalmente riconosciuta da tutte la parti e da “tutte” le anime che hanno formato e formano la sostanza dell’unità nazionale. Con il rigore proprio dello storico che non soggiace al vezzo deprecabile delle interpretazioni di natura ideologica, l’editorialista del Corriere ha messo a sinottico confronto quelle norme costituzionali con la loro traduzione in leggi sostanziali. Ed ha dimostrato quale fu lo spirito patriottico che animò il padri costituenti nel concepire quel comparto legislativo. I costituenti, sottolinea con chiarezza Galli della Loggia, ritennero che la nascente democrazia italiana, reduce oltretutto da una sanguinosissima guerra civile culminata in stragi fratricide dolorose che aprirono ferite a fatica risanabili, e la stabilità stessa di questa nostra democrazia avessero vitale necessità di una volontà inclusiva nei confronti dei nemici sconfitti. Sanzionando però al tempo stesso e doverosamente il ricorso alla violenza, senza però mai proporsi di reprimere e perseguire la libera espressione del pensiero e delle idee. Riaffermando cioè, con una forte ispirazione “volterriana”, il principio cardine della democrazia liberale. Secondo cui tutte le opinioni debbono poter essere libere di essere espresse, anche che le più sciocche e aberranti. Stabilendo contemporaneamente che soltanto il ricorso alla violenza, mirante a farle prevalere con la forza, debba essere represso, con forza inesorabile.

L’antidemocratico Salone del Libro

Ne scaturisce una netta deplorazione del comportamento inopinatamente illiberale di un responsabile di una istituzione che vanta un passato ammirevole di attivismo culturale, come il Salone del Libro di Torino. Un dirigente che ha tentato (inutilmente) di mettere all’indice e discriminare un editore noto per la rigorosa linea di ricerca intellettuale, storiografica e filosofica, del suo catalogo, come il giovane Francesco Giubilei, arrivando poi fino all’assurdità di vantare comeuna luminosa vittoria della libertà la chiusura e l’ostracismo decretato a danno di una minuscola e indigente casa editoriale, ritenuta “colpevole” addirittura di aver pubblicato la biografia di Salvini, cioè di un leader di punta dell’odierno panorama politico della democrazia italiana.

Ottusità politica

La cosa che impensierisce e allarma è il fatto che il signore in questione, che è pur investito a Torino di un ruolo delicato di “operatore culturale”, non si è nemmeno reso conto di aver seguito una prassi tipica dei regimi antidemocratici, dei poteri storicamente persecutori del pensiero “eretico” o “politicamente scorretto”. Quella passi oscurantista che, da un millennio e più, si è impegnata con lugubre ottusità a mettere all’indice o demonizzare i libri ritenuti “trasgressivi del dogma”. La storia mondiale ci insegna che si cominciò sempre, dopo gli ostracismi, con i pubblici falò dei Libri. Per finire poi, ineluttabilmente, con i roghi e le torture degli autodafé, con le stragi degli eretici e dei vinti, con i terrificanti Olocausti. La difesa strenua del Libro si definisce allora come un perno centrale della Democrazia.

Pd, ritorno allo statalismo vecchia maniera

Seguendo una linea d’indagine che si colloca con autorevolezza a cavallo del magistero di Niccolò Machiavelli, della lezione di politologia lasciataci da Prezzolini e da Gramsci, dell’analisi storiografica di Ugo Spirito e di Renzo De Felice, Angelo Panebianco analizza con limpidissima e implacabile forza razionale l’attuale realtà fenomenologica del “ principe” della sinistra oggi in Italia, il PD. Panebianco registra come il PD, chiusa la stagione renziana, tenti oggi con Zingaretti un “ritorno alla radici”, con un programma “di sinistra-sinistra”, che invoca da una lato piani straordinari di investimenti pubblici europei e tasse sulle multinazionali, con un’accentuazione dei temi vetusti di uno statalismo vecchia maniera. Ma, contemporaneamente lancia un messaggio in codice che contiene la disponibilità ad allearsi con i 5 Stelle”. Le previsioni sul redde rationem che coinciderà con la consultazione europea, commenta Panebianco, superano i confini labili dell’ipotizzabile. Se il risultato elettorale del PD sarà “così così e se, contemporaneamente o poco dopo, il governo cadesse, allora per il Pd sarebbero dolori. Perché dovrebbe sedersi a un tavolo per cercare di trattare con i 5 Stelle. A quel punto – annota ancora Panebianco – con la stessa inesorabilità con cui la (leggendaria) mela di Newton cade in terra anziché fluttuare nell’aria, il PD dovrebbe fronteggiare una nuova scissione: di tutti quelli che non ci stanno ad andare a braccetto con Di Maio”.

«Al Pd senza idee rimane solo il passato»

A proposito di un domani che “potrebbe arrivare molto presto” – conclude icasticamente la sua analisi l’editorialista del Corriere – annotando che “quando non hai idee, l’unica cosa che puoi fare è aggrapparsi al passato. E’ quanto sta facendo il Pd. Ma il passato non ritorna mai”. Panebianco ammonisce che se, dopo la consultazione europea, si arriverà ad una prevedibilissima “convergenza fra rossi e gialli, gli uni oppure gli altri potrebbero uscirne con la schiera rotta”. Ed a schiantarsi non è detto che debba essere necessariamente il partito sovranista di Di Maio. Comunque vada l’esito del voto, per il Pd si annunciano anni duri . Soprattutto perché  “le forze che, non importa se al governo o all’opposizione, occuperanno la scena politica di domani non saranno identiche a quelle di oggi”. Quel giorno ormai vicinissimo, osiamo aggiungere noi, si aprirà forse la stagione, che auspichiamo sia un gioioso e felice voltar pagina, della Terza Italia. Un paese democratico e libero, restituito sovrano ad un popolo che saprà costruire un futuro di pace e di progresso per la nostra amata Patria.

di: Antonella Ambrosioni @ 09:31


Mag 17 2019

“Fu Mussolini a istituire la tredicesima”: indagato per apologia su esposto dei grillini

E’ molto preoccupante per la libertà di questo Paese se qualcuno viene indagato per aver detto la verità: la deriva antidemocratica della sinistra e dei grillini è parossistica. Ecco cosa è successo: “Sono stato informato che è stato presentato un esposto nei miei confronti, riguardo ad un post che ho condiviso. Ho condiviso la storia. Non ho nient’altro da aggiungere”. Lo ha detto oggi il presidente del municipio Levante di Genova, Francesco Carleo, rispondendo ai giornalisti dopo l’apertura di un fascicolo per apologia del fascismo, in seguito all’esposto presentato nei suoi confronti dai consiglieri liguri del M5S per un post scritto nei giorni del 25 aprile che omaggiava la figura di Benito Mussolini per avere introdotto la tredicesima nel 1937. Nei confronti delle parole contenute nel post sono stati chiesti chiarimenti anche in consiglio municipale, che si riunirà la prossima settimana. “Ne risponderò il 23 sera, gli dirò le ragioni – ha aggiunto Carleo – Ho condiviso la storia”. Carleo respinge la contestazione di apologia del fascismo: “Nel modo più assoluto – ha concluso – perché condividere un fatto storico non è apologia del fascismo”.  Pe rla cronaca, diremo che il presidente del municipio ha detto la verità: la tredicesima mensilità, infatti, in precedenza era solo una gratifica natalizia volontaria da parte del datore di lavoro, ma nel contratto nazionale di lavoro del 1937 il governo fascista introdusse l’obblig odi corrisponderla, però solo limitatamente ai lavoratori dell’industria. Solo nel 1946 fu esteso a tutte le categorie, ma è chiaro da chi partì la volontà di gratificare i lavoratori per le festività natalizie. Fu certo un processo lungo e complesso, la cui ultima fase poi si ebbe addirittura nel 1960, ma è evidente a tutti che ilo Stato sociale del fascismo smosse la visione padronale di un’Italia ottocentesca e la portò nell’èra moderna.

di: Antonio Pannullo @ 20:55


Mag 17 2019

Esumati a Lussino i marò della Decima caduti eroicamente nel ’45 resistendo ai partigiani titini

Dopo 74 anni sono stati riportati alla luce i resti degli eroici soldati della Decima Mas morti a Lussino, in Jugoslavia, dopo una accanita resistenza alle truppe titine. Ne dà notizia il Giornale in un approfondito articolo a firma Elena Barlozzari, in cui ricostruisce le sconosciute vicende di questi ultimi soldati della Repubblica Sociale Italiana caduti in difesa del loro ideale e della loro patria. Le spoglie di questi ragazzi, inviati da Junio Valerio Borghese sull’isola oggi croata, erano tutti sepolti in una fossa comune al cimitero di Ossero, ma solo adesso ne è stato possibile il recupero. In tutto erano una quarantina i giovani della Decima, e in parte furono deportati e poi uccisi, in parte resistettero ai titini sino all’ultimo: chi fu catturato dai feroci partigiani comunisti, fu costretto a scavarsi la fossa e poi ucciso. I fatti avvennero il 21 aprile del 1945. Secondo le testimonianze, furono solo tre quelli che poterono tornare. Come si diceva, era già qualche anno che la presenza di questo corpi era nota, e nel 2008 la Federesuli aveva apposto una lapide presso il cimitero. Come dice l’organizzazione nel dare notizia dell’esumazione di una trentina di corpi non ancora identificati, riporta sempre il Giornale: “Anche se quei poveri resti, a tutt’oggi, risultano essere ufficialmente di persone ignote, per tutto il mondo dell’esodo lo scavo della fossa di Ossero rappresenta un successo, seppure amaro, conseguito a decenni di distanza ed ottenuto grazie all’insistenza delle associazioni che hanno da sempre richiesto di onorare i propri caduti. Gli scavi, spiegano ancora dalla FederEsuli, “rappresentano l’attuazione dell’accordo stipulato sulle sepolture di guerra da una apposita Commissione mista italo-croata e sottoscritto a Zagabria il 6 maggio 2000”. La FederEsuli, “sin dalla sua costituzione, ha continuamente svolto un’azione di interlocuzione con le istituzioni italiane, affinché si facessero carico di dialogare con le omologhe autorità croate, al fine di ottenere un semplice gesto di pietà umana. Per questo ringrazia sentitamente il Commissariato per le Onoranze ai Caduti in Guerra (Onorcaduti), il Ministero degli Esteri e la Presidenza del Consiglio dei ministri, così come le autorità croate che hanno reso possibile l’esumazione”.

La testimonianza del capitano Federico Scopinich

Risale al 2008 un’altra preziosa testimonianza del capitano Federico Scopinich, che in quell’anno si recò a Lussinpiccolo presso il cimitero di Ossero. Scrive infatti Scopinich: “…Durante successivi viaggi a Lussino e Neresine ho raccolto varie testimonianze, lettere e foto di questi marò; con questo materiale sono riuscito a trovare loro parenti a Genova e in Toscana i quali mi hanno consegnato altro materiale interessante. I soldati della Decima di stanza in Istria e isole erano qualche centinaia divisi tra Pola, Laurana, Fiume e una settantina tra Cherso, Neresine e Lussinpiccolo. Questi reparti erano stati inviati dal Comandante Principe Borghese negli ultimi mesi di guerra per contrastare l’avanzata dei partigiani di Tito in attesa di un presunto sbarco degli Alleati nella penisola istriana (purtroppo mai avvenuto). In tutto i componenti della Decima Mas a Lussino erano una quarantina, distribuiti tra Neresine e Zabodaski. I venti di Zabodaski comandati dal guardia marina Foti si arresero, furono portati in jugoslavia e tornarono in tre o quattro. Nella notte del 19 aprile – prosegue la preziosa testimonianza – una brigata intera di 4600 titini armati dagli inglesi sbarcarono a Verin: metà si diressero verso Cherso, l’altra metà verso Ossero (difesa da 38 tedeschi) che conquistarono dopo gravi perdite e furiosi combattimenti.
La mattina del 20 aprile 1945 investirono la ex caserma dei carabinieri a Neresine dove si erano asserragliati circa 20 marò della X-MAS comandati dal Tenente Fantechi, armati solo di armi leggere. Si arresero solo dopo aver terminato le munizioni; nello scontro il sottocapo Mario Sartori di Genova per non farsi prendere prigioniero si suicidò con l’ultimo colpo del suo mitra. Alla sera, scalzi e denudati, furono portati a piedi fino a Ossero e Belei e quindi di nuovo a Neresine dove furono rinchiusi nella scuola elementare. Il giorno 21 aprile 1945, ricondotti nuovamente a Ossero, dietro al muro del cimitero, furono costretti a scavare due grosse fosse. Vennero quindi massacrati e buttati dentro. Tutto questo è documentato da lettere dei parenti, da testimonianze in loco e da racconti di due sopravvissuti (Nino De Venuto di Genova e Sergente Vito Durante di Padova) che si trovavano con un altro gruppo di marò a Zabodaski. (…) Il sottocapo Mario Sartori di Genova che aveva 20 anni (come gli altri), l’unico morto in combattimento (suicidatosi), era stato sepolto nella tomba di famiglia del Podestà di Neresine, signor Menesini. Ho parlato con la figlia di Menesini a Genova e mi ha confermato che è stato esumato il 7 settembre ’64, insieme al Tenente aviere Carlo Bongiovanni caduto nel ‘42 sul Monte Ossero. Il tutto è stato confermato dal Prof. Oneto di Genova che sfilò il cinturone del ragazzo e lo consegnò alla madre, a Genova, in Piazza delle Erbe”. Il capitano Scopinich è riuscito con le sue ricerche a risalire ai nomi di alcuni dei fucilati: tenente Fantechi di Pistoia (35 anni), marò Ermanno Coppi di La Lima (Pistoia), marò Aleandro Petrucci di La Lima (Pistoia), marò Giuseppe Ricotta di Genova, marò Breda di Milano, marò Marino Gessi di Rimini, marò Rino Ferrini di Padova, marò Ventura, marò Carlo Ponti. Ora ci auguriamo che questi ragazzi, tutti ventenni e volontari, caduti in modo tanto coraggioso, possano finalmente riposare in pace.

di: Antonio Pannullo @ 20:14


Mag 16 2019

«L’Africa agli africani!»: bravo Balotelli. Ma chiedi a Macron e alla May chi l’ha depredata

L’ultimo post di Mario Balotelli è contro chi ha depredato il suo Continente d’origine. Un’accusa chiara e nient’affatto illogica. Ma con una spiegazione incompleta. Probabilmente per mancato approfondimento della questione. Scrive Balotelli sul suo blog: «Nel mio paese nativo, l’Italia, si sente dire:”l’Italia agli italiani”. Sarebbe giusto se anche l’Africa fosse degli africani…». L’Africa, aggiunge il calciatore in forza all’Oyimpique Marsiglia, è povera “pur essendo il continente più ricco del pianeta..” Com’è mai possibile? Il calciatore prova a dare una spiegazione con un’altra domanda che rinvia al problema immigrazione: “Non pensate che se non aveste messo prima e tutt’ora le mani sulle ricchezze in Africa non ci sarebbe stata mai nessuna immigrazione dal continente?“. Bravo Balotelli, stavolta c’hai preso. È andata proprio così: il ragazzo nato a Palermo dalla famiglia ghanese Barwuah e, successivamente, in affido a Brescia ha centrato il punto. Dice il vero quando scrive che l’Africa è stata depredata e tutt’ora è depredata delle sue enormi ricchezze. E sempre dagli stessi soggetti. Manca quindi, nel post del calciatore, la successiva domanda. Ovvero, da chi? Chi ha depredato e depreda l’Africa matenendo indigente oltre un miliardo di esseri umani e spingendoli perciò ad andare altrove? Ecco, caro Mario Balotelli, non è difficile individuare i carnefici dell’Africa. Qualcosa troverai pure su internet, molto altro su libri e manuali. Sono i francesi, gli inglesi e gli americani, storicamente e documentalmente, i predatori peggiori con contorno di olandesi, belgi e tedeschi. Per quanto riguarda la nostra Italia invece, potrai leggere di guerre coloniali combattute anche con la crudeltà propria di ogni guerra. E, tuttavia, nessuno come gli italiani ha poi provveduto a costruire e ricostruire interamente quelle terre e quelle economie; a dotarle di ogni infrastruttura necessaria senza depredare alcunché. Portando ovunque civiltà e migliorando ovunque la vita dei nativi. L’esatto opposto di quel che hanno fatto gli altri. A cominciare da Gran Bretagna e Francia. Che per secoli hanno spolpato tutto lo spolpabile del Continente nero e non solo. E che continuano tutt’ora, insieme alle multinazionali americane e ai baldanzosi cinesi. Chiedilo a loro, Balotelli. Comincia a chiedere conto a quel bell’imbusto di Emmanuel Macron e a quella vispa Theresa May. E vedi se ti rispondono.

di: Salvatore Sottile @ 16:11


Mag 15 2019

Ricordato Peppino Ciarrapico nel trigesimo della scomparsa: un uomo a cui dobbiamo essere grati

Si è svolta presso i locali dell’antica sezione del Movimento Sociale Italiano di via Etruria a Roma, la prima della capitale, aperta nel 1947, una messa in ricordo di Giuseppe Ciarrapico, Peppino per tutti. La cerimonia è stata fortemente voluta dal senatore Domenico Gramazio, che di Ciarrapico fu amico e camerata, che ha pregato don Attilio Russo di officiare il rito, che si è svolto nei locali della vecchia sezione. Anche don Attilio, ex valoroso attivista dei Volontari Nazionali di Alberto Rossi, conosceva bene Peppino Ciarrapico, così come lo conoscevano tutti, da Giorgio Almirante al senatore Maurizio Gasparri, intervenuto alla cerimonia, al giornalista e scrittore Adalberto Baldoni, che ne ha tracciato esaurientemente un profilo. Dopo la messa, don Attilio ha esortato la comunità dispersa della destra a riunirsi e a trasmettere ai giovani quei valori per i quali tante persone hanno lottato e qualcuno ha anche dato il sangue. Domenico Gramazio ha ricordato il suo legame con Ciarrapico, ricordando di quando Ciarrapico gestiva lo stabilimento tipografico Saipem di Cassino, presso il quale furono stampati nel corso degli anni forse milioni di manifesti, sia del partito sia dei candidati. Manifesti che spesso Ciarrapico regalava ai candidati, come Maurizio Gasparri ha tenuto a sottolineare.

Gasparri: Ciarrapico fu anche un coraggioso editore

Imprenditore, uomo politico, manager d’azienda, Ciarrapico fu sempre soprattutto un uomo di destra che non rinnegò mai i suoi ideali e la sua fede: era uno dei pochi ad andare ogni anno a Predappio a rendere omaggio alla tomba di Benito Mussolini. Certo, poi era fraterno amico di Giulio Andreotti, di molti socialisti e socialdemocratici, liberali, repubblicani, ma il suo cuore rimase sempre da una parte. Poi il suo impegno editoriale con le edizioni Ciarrapico, che praticamente in solitario diffondevano cultura di destra, in un panorama desolato e ostile: Ciarrapico fu il primo ad avere l’intuizione di creare dei pocket, per così dire, una linea economica di libri importanti, che potevano così diffondersi agevolmente tra i giovani, che tanti soldi non ne avevano. Questo aspetto è stato messo bene in evidenza da Adalberto Baldoni, che ha definito Ciarrapico un uomo schietto, dinamico, generoso, coerente. Nel corso degli anni ebbe anche l’intuizione e la comprensione dell’importanza della cronaca locale, della provincia, dando vita a una miriade di piccoli giornali come Ciociaria oggi, Latina oggi, Cassino Oggi, Nuovo oggi Molise e altri, che finché durarono ebbero un discreto successo. Per un periodo fu anche amministratore del Secolo d’Italia, che salvò dal tracollo economico. Mise anche un serio ostacolo all’editoria imperante della sinistra, che pretendeva di avere il monopolio della cultura, rilevando dapprima le prestigiose edizioni del Borghese e ripubblicandone i titoli, e in seguito le altrettanto prestigiose edizioni Volpe. Come dimenticare poi la rivista Intervento, fondata da Giovanni Volpe nel 1972, da Ciarrapico rilanciata con la direzione di un uomo come Fausto Gianfraceschi, uno dei primo presidenti della Giovane Italia? L’ultima direzione fu invece affidata a Francesco Grisi, un altro protagonista della cultura della destra. Baldoni poi ha ricordato la carriera e i successi dell’imprenditore Ciarrapico, dalle acque di Fiuggi alle cliniche private, al Policlinico Casilino, oggi un’eccellenza della sanità italiana anche per merito del figlio Tullio, al bar Rosati, alla Casina Valadier. Baldoni ha ricordato anche la presidenza della Roma dal 1991 al 1993. Maurizio Gasparri ha ripercorso poi in particolare la carriera politica di Ciarrapico, che nel 2008 divenne senatore del Popolo delle Libertà per volontà di Silvio Berlusconi. E a Gasparri toccò anche fare il capogruppo di Ciarrapico, che pure con le sue posizioni individuali, tuttavia si rivelò sempre disciplinatissimo nelle scelte del gruppo, evitando molto responsabilmente di aggiungere polemiche. Anche Gasparri, che negli anni di piombo fu anche segretario del Fronte della Gioventù, ha ricordato che i ragazzi di allora lo chiamavano “il coraggioso editore”, da una felice definizione di Almirante che ne lodò l’impegno culturale, a quell’epoca difficilissimo. Ciarrapico , in definitiva, fu un grande protagonista della destra italiana, uno al quale tutti dobbiamo essere grati, anche perché ha dato lavoro nelle sue aziende a camerati in difficoltà, e anche questo non va dimenticato.

di: Antonio Pannullo @ 18:16


Mag 15 2019

A che serve ancora quella disposizione transitoria della Costituzione?

«In Italia nulla è stabile fuorché il provvisorio», diceva Giuseppe Prezzolini: una frase ad effetto che denota la profonda conoscenza del nostro Paese da parte del più corrosivo dei “conservatori” all’italiana. Della nostra “provvisorietà” continuiamo a fare sistema, al punto da rendere permanenti alcune norme transitorie poste in chiusura della Costituzione Repubblicana, fondamento dello Stato italiano. Tra queste un significato del tutto particolare ha la XII disposizione, la quale vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.
I quasi settantadue anni trascorsi dalla promulgazione della Costituzione sembrano essere passati invano se ancora oggi la materia è oggetto di un timore reverenziale decisamente fuori tempo massimo. L’argomento è ancora tabù. Vietato discuterlo. Ancora di più immaginarne la definitiva archiviazione. Il fascismo – si sa – rimane uno spettro da agitare alla bisogna, ben al di là della sua reale (ed organizzata) esistenza. Serve per ricompattare inusuali fronti resistenziali, in grado di spaziare dall’antagonismo più radicale alla cultura liberal, inglobando pattuglie di opinionisti a corto di argomenti. La maggioranza del popolo italiano assiste sgomenta e sempre più dubbiosa, in cuor suo convita che quella norma transitoria andrebbe finalmente archiviata, riconsegnandola alla Storia.
Renzo De Felice, non proprio uno storico “qualunque”, ci aveva provato, dall’alto della sua Cattedra, una trentina d’anni fa, cercando di dare sostanza ad un dibattito mai effettivamente affrontato, in un’intervista concessa a Giuliano Ferrara e pubblicata dal Corriere della Sera (“Le norme contro il fascismo? Sono grottesche, aboliamole”, 27/12/1987).
Allora eravamo all’ennesimo (ancora provvisorio) passaggio istituzionale. De Felice bene puntualizzò i termini della questione, proprio inquadrandola nella crisi della Prima Repubblica e nella necessità di una “rottura” ideologica sulla via di un autentico riformismo (“Se la Nuova Repubblica, o la grande riforma, ha da essere qualcosa di serio e non il rappezzo di qualche regolamento parlamentare, allora è importante che la rottura, anche sul piano intellettuale, investa alcune delle pigrizie ideologiche che hanno permesso il logoramento quarantennale di questa classe dirigente”).
A margine della “provocazione” defeliciana intervennero intellettuali collocati su opposti versanti ( da una parte Paolo Spriano, Enzo Forcella, A. Galante Garrone, Norberto Bobbio, dall’altra Augusto Del Noce, Domenico Settembrini, Indro Montanelli, Ernesto Galli della Loggia), segno della necessità e dell’importanza del dibattito.
A sintesi del confronto lo stesso De Felice concesse una nuova intervista (“La Costituzione non è certo il Colosseo”, “Corriere della sera”, 7/1/1988), fissando quattro elementi di fondo: l’antifascismo non può essere una discriminante per stabilire che cos’è un’autentica democrazia libera; non tutti gli antifascisti sono democratici; l’opposizione concettuale fascismo-antifascismo impedisce di fare un discorso in positivo sui veri valori democratici; l’antifascismo come ideologia ufficiale rischia di indebolire la democrazia, in quanto non ne affronta le odierne difficoltà.
“Se non si vuole cambiare nulla – concludeva De Felice – vuol dire che la Costituzione è considerata come un monumento archeologico. Dunque è giusto non toccare nemmeno un sasso, sennò Italia Nostra interviene e sono guai. Ma io pensavo, al contrario di certi suoi custodi ufficiali, che la Costituzione fosse una cosa viva e vivificabile: questo è il mio modo di rispettarla”.
Oggi, a settantadue anni dall’ entrata in vigore della Costituzione italiana, le sue norme “transitorie” non sono abrogabili ? Chi ha paura del “ritorno” fascista ? Chi teme la piena, completa consapevolezza storica dell’Italia. E la nostra democrazia è ancora così gracile da avere bisogno di certe “norme transitorie”? Le domande, a tanti anni distanza, conservano invariata la loro attualità. Nell’anno dell’anniversario defeliciano riaprire il confronto vorrebbe dire affrontare alcuni dei nodi strutturali del nostro Sistema-Paese. Per farla finita con l’antistorica norma transitoria e provare a ridare nuovo slancio e senso ad una democrazia oggettivamente in affanno, eternamente condannata a vivere con il torcicollo e dunque a non guardare al futuro.

di: Girolamo Fragalà @ 14:22


Mag 08 2019

Salone del libro, l’isteria antifascista è preoccupante. Ma moriranno pazzi

L’isteria per la presenza delle edizioni casapoundiane Altaforte al Salone del libro di Torino ha raggiunto livelli che possono interessare solo gli psichiatri. Un forte disturbo della personalità e un disagio esistenziale sono all’origine di quei sentimenti. Il fascismo non c’entra, se non per la visione distorta e funzionale che ne hanno alcuni spiriti deboli e varie anime agitate.

L’antifascismo, al tempo del fascismo, a sinistra aveva un senso: evitare di perdere il controllo totale delle masse. Al tempo della guerra civile strisciante, durata quattro decenni ancora dopo la guerra mondiale, si spiegava con l’odio del nemico da combattere fisicamente. Oggi siamo alle barzellette. Per un motivo molto semplice. A prescindere dalle buone volontà dei singoli e dei gruppi, in questo momento non esiste alcun fascismo politico ma soltanto una rivendicazione umana, sociale, culturale, che si fa strada nel deserto sociale e che si offre una risposta identitaria nel tribalismo post-moderno.

Intendiamoci: il fascismo aveva compreso in anticipo i tempi in cui visse e perfino i successivi e contiene in potenza delle risposte concrete e valide. Solo che, oggi come oggi, viviamo tutti in una fiction, ai margini della realtà, anche chi si richiama al fascismo. Il “pericolo fascista” che produce tanta isteria è risibile perfino se si calcolano i numeri. Rispetto ad anni in cui la sinistra imperava e in cui essere fascisti era davvero pericoloso, non sembra affatto che i fascisti siano aumentati oltremisura, si espongono più facilmente perché non si rischia la vita, ma i numeri effettivi dell’ambiente sono sempre gli stessi. Il problema è che sono iniziati a sparire i compagni e se prima il rapporto era di venti a uno e ora è di uno a uno la colpa è loro.

Che senso ha allora prendersela così? La ragione, dicevamo, è psichiatrica. Da quando la sinistra ha abbandonato la logica della guerra di classe e ha sposato le utopie liberal delle borghesie occidentali, ha iniziato a sognare mondi perfetti che rispondessero a una serie di dogmi astratti, congeniali agli scenari che il capitalismo favoriva. Il problema è che questi mondi perfetti si sono rivelati inferni di convivenza sociale, disastri economici, morali e culturali. Le classi intellettuali che fungono da araldi del potere sono state spiazzate, si trovano – in termini marxisti – in piena crisi di corrispondenza. Ovvero non controllano più le folle e quindi sono impazzite.

La reazione della gente, con diverse sfumature d’intelligenza e stupidità, di trinariciutismo e d’ingegno, viene condannata perché vista come lesa maestà. La si taccia quindi come “fascista” perché il nemico che un dì aveva fatto paura a borghesi e comunisti è maledetto e, quindi, è facile maledire ogni fenomeno appiccicandogli quell’etichetta. Ciò non soltanto è improprio, ma ormai non funziona neppure più. Ma l’isteria antifascista non si spiega soltanto con questo tentativo fallace: è qualcosa di ben più preoccupante. I costruttori di Torri di Babele, sulle cime di cui tutti vivranno un giorno felici e contenti, non riescono a capacitarsi del tracollo delle loro utopie. Essi credono che l’uomo nasca buono e venga guastato dalla società e ritengono che alcuni eletti illuminati (loro), educando gli altri (che sono ignoranti e vivono senza lumi), emanciperanno l’umanità conducendola in un felice paradiso femminilizzato e castrato.

Se le cose non funzionano così, se la gente non ne può più, se le “risorse” della “società aperta” si mostrano mine vaganti, non si deve accettare la realtà e rivedere il progetto. No, meglio un dargli all’untore per esorcizzare la peste.  Così sono antifascisti perché hanno bisogno di cercare l’untore visto che non intendono affrontare l’epidemia ricorrendo a misure d’igiene e di buon senso. Moriranno pazzi.

di: Girolamo Fragalà @ 15:05


Mag 07 2019

I partigiani si stanno estinguendo e l’Anpi scatena polemiche perché non ha più senso

Nell’antifascistissima polemica che investe in questi giorni il Salone del LIbro di Torino  compare l’Anpi, insieme con una manciata di scrittori in cerca di celebrità perché semisconosciuti al grande pubblico (a parte  lo storico Carlo Ginzburg) .  La presidente nazionale dell’Associazione nazionale partigiani , Carla Nespolo, ha infatti annullato la sua partecipazione per «l’intollerabile presenza al Salone della casa editrice Altaforte che pubblica volumi elogiativi del fascismo oltreché la rivista Primato nazionale, vicina a CasaPound e denigratrice della Resistenza e dell’Anpi stessa». È assai improbabile che questa annunciata defezione getti nello sconforto gli amanti della lettura e coloro che si apprestano a visitare il  Salone di Torino: non risultano particolari meriti editoriali attribuibili all’Anpi.

L’Anpi come soggetto politico

In realtà la notizia+è che al Salone del Libro era prevista la presenza dell’Anpi e questa polemica offre a tale associazione un’ulterore occasione di visibilità. Da qualche tempo l’assocazione partigioni non perde occasione per attaccare tutto ciò che sa, anche lontanamente, di destra e sovranismo.E ciò non solo in relazione alle ricorrenze storiche, ma anche a temi odierni come l’immigrazione. Di pari passo con l’estinzione, per motivi biologici,, degli ex partigiani sta avvenendo una sorta di trasformazione dell’associazione che rappresenta quelli d’ispirazione comuista: l’Anpi è diventata un vero e proprio soggetto politico che partecipa attivamente alla polemica quotidiana: i “nuovi partigiani” (giovani, meno giovani e un po’ anzianotti) si sentono autorizzati a intervenire su tutto e di più.

L’ideologia dell’anifascismo fu inventata dai comunisti

Ciò ha in reatà poco a che fare con gli scopi specifici dell’associazione (la custodia delle memorie resistenziali). L’antifascismo accentua pertanto il suo carattere di strumentalità politica. I tal senso, più che veicolare l’antifascismo in sé, i”partigiani” dell’Anpi veicolano l’ideologia dell’antifascismo, che  rappresenta  una della tante invenzioni del vecchio Pci: l’antifascismo, cioè, non come variante dell’antitotalitarismo, ma come variante della lotta di classe. Per i comunisti di una volta l’antifascismo si identificava con la sinistra in quanto tale: ne conseguiva che scattava immediata l’accusa di fascismo o di neofascisno  per chiunque contestasse i dogmi poltico-ideologici  stabiliti a suo tempo dal partito comunista. Fa oggi le spese di questo meccanismo, tra gli altri, Matteo Salvini, pur non avendo nulla a che fare né con il fascismo né con l’antifascismo. Ma anche così l’Anpi non ha più senso: l’ideologia dell’antifascismo è stata travolta nel naufragio generale dell’ideologia comunista. Continua ad senso invece che l’Anpi si limiti a parlare di storia, come peraltro fanno le altre associazioni partigiane (non comuniste) che non partecipano mai alla polemica politica, limitandosi, come è giusto che sia, alla rievocazione del passato e alla testimonianza dei valori che le ispira.

 

 

di: Aldo Di Lello @ 13:12


Mag 07 2019

“I caduti di destra non vanno ricordati”: gli anni di piombo non hanno insegnato niente

Nei primi Anni Settanta dietro lo slogan “Studenti e operai uniti nella lotta” prese campo l’idea dell’alleanza e del mutuo riconoscimento tra il giovane ceto intellettuale, di estrazione borghese, e il mondo del lavoro operaio, nel segno di un comune radicalismo di classe. L’illusione durò poco, costretti tutti a fare i conti da una parte con il velleitarismo dei contestatori dall’altra con il realismo dei lavoratori, impegnati sul fronte della contrattazione e dei nuovi diritti piuttosto che dell’utopismo maoista. In realtà una saldatura tra studenti e mondo del lavoro si verificò sul fronte opposto, quello del radicalismo anticomunista d’impronta missina, certamente per ragioni ben diverse rispetto a quelle ipotizzate dai contestatori e dalle frange più estreme del mondo operaio. Ad unire studenti ed operai, nel nome di una ben salda visione nazionale, fu il martirologio politico che segnò il decennio Settanta, iniziato, a Genova, con il sacrificio di Ugo Venturini, un operaio edile di 32 anni, militante del Msi, colpito da una bottiglietta, lanciata, il 18 aprile 1970, nel corso di un comizio di Giorgio Almirante, da un gruppo di manifestanti dell’estrema sinistra, con l’intento di impedire il discorso del segretario del Msi. L’agonia di Venturini durò fino al 1° maggio e si concluse con la sua morte, proprio nel giorno della “Festa del lavoro”.
Tralasciamo i dettagli della storia, l’odio che molte forze politiche manifestarono in quell’occasione, i colpevoli mai trovati (malgrado ci fossero un film sugli scontri e numerose foto), lo strazio della famiglia e la difficile vita del figlioletto Walter. Ciò che rende ancora oggi drammatica la vicenda di Venturini, prima vittima degli anni di piombo, è il clima di odio innescato da parte antifascista, in occasione della tradizionale manifestazione a ricordo della morte del militante missino. I quarantanove anni trascorsi da quei drammatici eventi per alcuni sembrano essere passati invano. “Giustiziato il fascista Venturini”: titolava all’epoca “Lotta Continua”. “I fascisti non debbono parlare”: urlano oggi i contestatori genovesi, scesi in piazza per l’immancabile contromanifestazione, inscenata per impedire il tradizionale “Presente !” organizzato sul luogo dove Venturini fu colpito, i giardini antistanti la Stazione Brignole, e dove, nel 2012, l’allora sindaco del Pd Marta Vincenzi autorizzò a dedicare un viale. Da anni, ai primi di maggio, sul luogo si sono incontrati quanti del sacrificio di Venturini continuano a coltivare la memoria. Nessuno aveva mai indetto contromanifestazioni, né sollevato obiezioni. Quest’anno no. Quanti hanno organizzato il contro-presidio (verso un’iniziativa autorizzata dalla Questura), con in testa i gruppi antagonisti, l’Anpi e la Cgil, invece che della vittima, uccisa dall’odio comunista, hanno parlato addirittura di “sfilata nazista”. Il risultato un’ignobile gazzarra, con annesso schieramento dei blindati delle forze dell’ordine, fischi, slogan ed un piccolo tafferuglio, stroncato da una carica della polizia.
Lo stesso odio, la stessa perversa faziosità che hanno recentemente accomunato nel loro tragico destino (“Studenti e operai uniti nella lotta!”) l’operaio Ugo Venturini e lo studente milanese Sergio Ramelli, aggredito, sotto casa, il 13 marzo 1975 da un gruppo di militanti di Avanguardia Operaia, e morto più di un mese e mezzo dopo, il 27 aprile, per via dei traumi riportati. Gli stessi slogan a decine di anni di distanza. La stessa insensata nostalgia per la guerra civile 1943-45 e per quegli anni di piombo, che furono, nel decennio Settanta, segnati da un lungo filo di sangue.
Nei confronti di quelle vittime l’unica strada è il rispetto e il dovere della verità e della memoria. Rispetto, verità e memoria che i nostalgici dell’antifascismo militante non intendono evidentemente riconoscere, nel nome di una visione manipolata della libertà e della democrazia. Gli stessi principi per cui mezzo secolo fa, al grido di “uccidere un fascista non è reato”, vennero stroncate tante vite. Ricordare le vittime di quegli anni non è solo un atto di rispetto verso tanti morti, ma un utile antidoto per impedire che certi drammatici e sanguinosi errori si compiano nuovamente.

di: Girolamo Fragalà @ 12:56


Mag 06 2019

Giorgia Meloni porta un fiore ai dimenticati sette fratelli Govoni, vittime della furia partigiana

Le istituzioni italiane e soprattutto l’Anpi ovrebbero spiegare perché negli ultimi decenni si è – giustamente – parlato dei sette fratelli Cervi, sui quali si organizzano convegni, dibattiti e dove intere scolaresche vengono portate per conoscere la storia (a senso unico), e mai nessuno parla, tranne che la destra, dell’analogo eccidio partigiano dei sette fratelli Govoni, avvenuto a guerra finita ad Argelato. Oggi Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, sarà a Cento, in Emilia Romagna, per incontrare i familiari – quelli sopravvissuti – dei fratelli Govoni e per ricordare con loro l’anniversario di quella barbara strage partigiana, commessa a guerra finita con modalità atroci. Tra l’altro, la cosa che pochi sanno, è che la furia partigiana stava per abbattersi anche sull’ottava dei fratelli Govoni, che si salvò solo perché si era sposata e viveva altrove con il marito e il suo bambino di pochi mesi. L’incontro con i familiari delle vittime è avvenuto alle 15. Subito dopo la Meloni si è recata – accompagnata dai familiari e dai parlamentari emiliani di Fratelli d’Italia Alberto Balboni, Tommaso Foti e Ilenya Lucaselli – presso il cimitero di Pieve di Cento per deporre un fiore sulla tomba dei fratelli Govoni. Come spiega il parlamentare Balboni: “In pochi ricordano che i sette fratelli Govoni furono trucidati da una banda di partigiani comunisti l’11 maggio 1945, a guerra ampiamente conclusa. È una delle pagine più atroci della guerra civile, ma la loro storia non è citata dai libri di scuola, per loro non c’è un museo, le scolaresche non vengono portate a vedere dove vissero e dove morirono, le istituzioni evitano accuratamente ogni commemorazione”. E aggiunge: “La loro memoria – come quella di altre migliaia di vittime innocenti che ebbero il solo torto di trovarsi dalla parte dei vinti – sopravvive solo per l’interessamento dei familiari. Eppure la loro tragedia è emblematica dell’atmosfera di violenza, terrore e omertà che all’epoca regnava nel cosiddetto triangolo della morte e non solo. Colpevoli di essere ritenuti fascisti, anche se soltanto due dei fratelli risposero alla coscrizione obbligatoria della Rsi, furono prelevati dai comunisti e sottoposti a sevizie indicibili e infine strangolati. E ciò nonostante fossero stati appena prosciolti dal Cln, che non aveva ravvisato alcuna colpa a loro carico”. “Dopo il massacro, molti sapevano ma tutti tacevano, nel terrore di nuove vendette e omicidi – prosegue Balboni -. Solo nel 1949 i componenti della brigata comunista che si era macchiata della strage furono denunciati, ma nel frattempo gli assassini si erano già messi al sicuro in Cecoslovacchia grazie all’aiuto del Partito Comunista. A tanti anni di distanza, sarebbe giusto che si ricordasse anche questa tra le tante pagine tragiche della guerra civile, per ricomporre finalmente la memoria lacerata della Nazione tributando a tutte le vittime innocenti e dimenticate, anche quelle tra i vinti, l’omaggio che meritano”.

Pubblichiamo i link di acluni degli articoli del Secolo d’Italia sull’eccidio dei fratelli Govoni

I sette fratelli Govoni, uccisi dopo una notte di torture dai partigiani rossi

11 maggio 1945: la guerra è finita, ma non per i fratelli Govoni, torturati e uccisi

L’eccidio dei fratelli Govoni, uccisi a guerra finita dai partigiani “rossi”

di: Antonio Pannullo @ 19:45


Mag 02 2019

Pavan, l’alpino fascista che andò alla sua fucilazione cantando in faccia ai partigiani. Che ne sfigurarono il cadavere

Il 2 maggio del 1945, a guerra finita, cinque alpini della Rsi, Adriano Adami, Giorgio Geminiani, Mario Frison, Guglielmo Lanza, Alberto Alongi, dopo un processo-farsa dei partigiani, si diressero alla loro fucilazione cantando. L’eccidio avvenne a Saluzzo, e i giovani erano tutti inquadrati nella divisione alpini Monterosa della Repubblica Sociale Italiana. È una delle stragi più efferate e meno conosciute della storia della guerra civile italiana, e vale la pena raccontarla. Anche perché, come moltissime altre commesse dai partigiani, non ebbe un colpevole. La storia si incentra sulla figura del perugino Adriano Adami, nome di battaglia Pavan, che già si era distinto per valore e coraggio sul fronte balcanico, dove si era recato volontario e dove aveva ricevuto un encomio solenne e una Croce di guerra. Ricoverato a Perugia per aver contratto la malaria, saputo nel luglio del 1943 che il suo reparto era al fronte, lasciò l’ospedale febbricitante per raggiungerlo. Tornato a Perugia, aderì immediatamente alla Repubblica Sociale. Dopo aver seguito un corso di addestramento in Germania, fu inquadrato nella IV Divisione alpina Monterosa, venendo destinato al fronte della Garfagnana, ottenendo una Medaglia d’argento e una Croce di ferro tedesca di II classe. Successivamente fu trasferito in Liguria, a Torriglia, dove fu impiegato in azioni di cosiddetta controbanda, ossia anti guerriglia partigiana. Qui Adami fu preso prigioniero dai partigiani bianchi che gli offrirono di cambiare bandiera, cosa che lui rifiutò, riuscendo successivamente a scappare e a tornare a Genova.

Adami Pavan si distinse per la “controbanda” nel Cuneese

Poi la Monterosa fu trasferita nelle valli piemontesi, in Val Varaita. Era il novembre 1944. Qui Adami si distinse per la guerra anti-partigiana, riuscendo in più di un’occasione a mettere in difficoltà le bande partigiane. Alla testa di circa 60 uomini ben equipaggiati e determinati, Pavan portò lo scompiglio in tutto il Cuneese per molti mesi, riuscendo a far arretrare i partigiani. Pavan fu accusato di ferocia, ma non sembra vero: una volta portò all’ospedale di Saluzzo un partigiano ferito che poi fu liberato dai suoi compagni, ma quando i partigiani catturarono un alpino, lo fucilarono. Pavan fu poi accusato di aver dato alle fiamme diversi centri della zona, ma in realtà gli incendi erano avvenuti quando Adami non era ancora arrivato nella regione. Tutto falso, dunque. Il 26 aprile 1945 il battaglione Bassano si arrese ai partigiani, ma molti degli alpini che avevano deposto le armi furono fucilati, come al solito senza processo. Catturato a Crissolo, Adami fu costretto a girare per vari paesi con una corda al collo, insultato, malmenato e dileggiato dalla popolazione, poiché i partigiani, inferociti per i suoi risultati in battaglia, lo accusavano delle atrocità più inverosimili, mentre erano loro che ad esempio soppressero un alpino perché ferito gravemente. Trasferiti nel carcere di Saluzzo, Adami e gli altri furono lungamente torturati e picchiati e poiché non si riusciva a trovare un capo di imputazione credibile, fu estorta con lo stupro e la violenza alla sua fidanzata, Marcella Catrani, un’ausiliaria della Rsi, l’accusa di averla denudata. Nei mesi successivi la Catrani rimase nelle carceri partigiane dove fu ripetutamente sottoposta a violenze. Il processo, come detto, fu un’autentica farsa: i “giudici” erano partigiani che si qualificarono solo per nome, non volendo firmarsi, tra i quali sembra ci fosse anche Giorgio Bocca. Ovviamente Adami e gli altri quattro suoi camerati furono condannati a morte, per crimini inesistenti e questo denudamento di una donna, accusa falsa anch’essa. Condotto alla caserma Musso, Pavan e gli altri quattro cantavano andando verso il muro dell’esecuzione. Furono fucilati alla schiena e poi si accanirono sul corpo di Adami, sfigurandolo. Persino il biglietto che Adami aveva consegnato al parroco per i suoi genitori fu confiscato dai partigiani e distrutto. Il 5 maggio, poi, altri 12 alpini si arresero a Casteldelfino ottenendo la promessa di avere salva la vita, ma furono sommariamente fucilati dai partigiani. L’episodio ha una coda: nel gennaio del 1949 l’avvocato Andrea Mitolo, ex capitano della divisione Bassano, denunciò i reponsabili del Cln di Saluzzo per omicidio e strage, ma nel 1950 il tribunale di Saluzzo dichiarò il non luogo a procedere con la motivazione che “dalle indagini esperite era emerso inequivocabile che si trattava di un’azione di guerra per necessità di lotta contro il tedesco invasore”… E poi ci parlano di 25 aprile.

di: Antonio Pannullo @ 20:05


Mag 02 2019

La “brutta Italia”: fare il delinquente “conviene”. La strategia di ladri e rapinatori

Non è la prima volta che torno sui problemi della giustizia per rappresentare come l’attuale sistema delle sanzioni in particolare penali previste risultano assolutamente irrazionali e in una logica “costi-benefici” spiegano la scelta moralmente riprovevole, ma razionalmente giustificata, di delinquere.

Gli esempi non mancano e vi propongo, cosa intendo dire facendo riferimento ad un modello di scelta razionale in una mente deviata, quando  deve scegliere se è meglio rubare in appartamento o un’auto, ovvero, alzare la posta e decidere per una rapina a casa. Premettiamo che, rispettivamente, il vigente codice penale prevede, nel primo caso, da uno a sei anni di reclusione, nel secondo da 6 mesi a 3 anni e, infine,  per la rapina, da 4 a 20 anni. Scorrendo le statistiche del Ministero della Giustizia la probabilità di successo (e quindi di farla franca) per il delinquente  è nella prima ipotesi di furto in appartamento di circa il 94 % mentre  per il furto d’auto, addirittura del 97%; invece, nel caso di rapina, le percentuali di successo si abbassano in modo vertiginoso fino al 24%.

Peraltro, è noto, in particolare ai ladri che esiste un buon mercato per le auto rubate, mentre è più complesso, in  caso di furto in casa, riuscire a prelevare contante e, a meno di avere notizie certe sull’esistenza di una cassaforte accessibile, di solito si ottengono “solo” beni  preziosi che vengono venduti molto al di sotto del prezzo di mercato. Altra storia sono i furti su commissione che, comunque, rappresentano una componente minoritaria.  Ne segue che il guadagno ipotizzabile da un furto d’auto è generalmente molto maggiore di un furto in casa e probabilmente pari a quello che si ottiene da una rapina in casa. La presenza della famiglia dà, infatti, la possibilità di accedere prontamente alla cassaforte e di prelevare contatti, ovvero di estorcere denaro ai presenti in vario modo.

Ciò premesso ipotizzando un costo per la perdita di libertà del ladro pari a circa 25 euro al giorno, possiamo facilmente calcolare  quali dei possibili furti ipotizzati massimizzano il pay off, in altri termini,  l’illecito che  dà il beneficio maggiore.

Concentriamoci prima sul prezzo della libertà.  Esso generalmente è calcolato in 250 euro per l’ingiusta detenzione. Ma qui stiamo valutando altra cosa, ovvero, se conviene delinquere o lavorare. Adesso, se per un giovane il prezzo medio del lavoro è all’incirca di 700 euro, quindi  circa 25 euro al giorno, diciamo che questo è il denaro a cui rinuncia per la sua libertà.

Adesso con un semplice prodotto  tra la probabilità di finire in prigione (rispettivamente il 16%, il 17% ed il 66%), il mancato guadagno lecito ed ipotizzando che al reo sia applicata la pena detentiva media (dunque: per il furto in casa 3 anni; 1,3 anni per il furto di auto; e, infine, di 12 anni per la rapina) si ha che conviene rubare una macchina per un pay off  di sole 1.898 euro.

Non molto di più per gli altri tipi di reato:  4.653,8 euro per i furti in casa e, 72.270 euro per le rapine. Naturalmente la ripetizione del reato non modifica sostanzialmente il discorso. Ma se a questo dato aggiungiamo la considerazione che la condanna non è quasi mai scontata per intero e di solito, per un furto d’auto, non si va in prigione, troviamo che conviene rapinare piuttosto che lavorare per valori di ricavo atteso dal furto molto minori.

La storia raccontata, che immagino sia comunque ben presente al legislatore, non sembra colpire  più di tanto che continua in una produzione legislativa assolutamente slegata dalle necessità del Paese e sembra piuttosto incline a seguire le mode che di volta in volta infiammano l’opinione pubblica. Eppure, modi oggettivi per scegliere la giusta pena ce ne sono ma non sembrano in alcun modo far parte del set informativo decisionale; in altri termini anche la scelta di essere ladro è una scelta economica e nel comminate pene il legislatore deve tener conto della realtà fattuale.

di: Girolamo Fragalà @ 12:15


Apr 27 2019

“Sempre nei nostri cuori”: necrologio per Mussolini sui quotidiani. Ma si nasconde che fu ucciso dai partigiani

Come da tradizione anche quest’anno per il 28 aprile, data della morte di Benito Mussolini, Il Giornale di Vicenza pubblica un necrologio con la foto e una frase Sempre nei nostri cuori, con un richiamo al ricordo religioso previsto domani alle 18.30 davanti alla chiesa del cimitero Maggiore di Vicenza, davanti al monumento che i ricorda i profughi istriani e dalmati. Nessuna scelta politica o ideologica, soltanto “il necrologio di una persona morta”, sottolinea all’Adnkronos Luca Ancetti, direttore del Giornale che aggiunge: “Credo che tutte le persone morte, al di là delle colpe che possono avere in vita, sono degne di rispetto”. “La foto, la frase, il richiamo sono state pubblicate nella pagina dei necrologi come tanti altri. Ovvio – osserva – che la foto di Mussolini risalti, come avviene nei libri di storia. Ma nel necrologio non c’è nessun richiamo a quello che la persona è stata in vita. E’ uno spazio a pagamento, come lo è per tutti quelli che lo richiedono. E’ chiaro che – sottolinea – se mi avessero chiesto di pubblicarlo in cronaca ci avrei pensato”. Ma una polemica c’è già stata: secondo il gruppo Lealtà e Azione alcuni giornali veneti avrebbero respinto nel necrologio la dizione “assassinato da mano partigiana”, fatto peraltro ormai storicamente acclarato.

di: Antonio Pannullo @ 19:37


Apr 27 2019

40 anni fa ci lasciava il filosofo fascista Ugo Spirito, massimo teoreta del corporativismo

40 anni fa moriva a Roma Ugo Spirito, uno dei più grandi pensatori dell’Italia del Novecento. Filosofo, docente universitario, saggista, aderì al fascismo insieme col suo maestro Giovanni Gentile e fu uno dei teoreti del corporativismo e della rivoluzione fascista. Parecchie sezioni del Movimento Sociale Italiano in tutta Italia erano intitolate a lui.

Ugo Spirito era nato ad Arezzo il 9 settembre 1896 da famiglia agiata (il padre era ingegnere), ma trascorse l’infanzia e l’adolescenza tra Caserta e Chieti, città dove frequentò con profitto il liceo classico Giambattista Vico. Non è cosa molto nota che da giovanissimo Ugo Spirito si era appassionato alle arti figurative: disegni, olii, autoritratti. La passione gli durò fino al periodo universitario, quando le critiche dei suoi compagni di facoltà lo fecero risolvere a bruciare tutte le sue opere. E fu un bene, altrimenti forse non sarebbe diventato il filosofo ricercatore che oggi conosciamo. Si iscrisse a Roma alla facoltà di Giurisprudenza assistendo alle lezioni di Enrico Ferri e Maffeo Pantaleoni, tra gli altri, e laureandosi nel 1918 con una tesi sulla patria potestà. Due anni dopo, nel 1920, lo vediamo bilaureato in Filosofia con una tesi sul pragmatismo, con relatore Giovanni Gentile. Da quel momento Spirito divenne allievo del filosofo di Castelvetrano per non doversene distaccare più, nonostante un certo allontanamento dottrinario parziale successivo. In quel periodo Spirito divenne collaboratore e in seguito anche direttore di autorevoli rivista culturali dell’epoca, come ad esempio il “Giornale critico della filosofia italiana”, “La Cultura”, “Rivista di Pedagogia”, “Vita Nova”, “Critica fascista”, “Archivio di studi corporativi”, “Nuovi studi di diritto, economia e politica” da lui stesso fondata, nel 1927, insieme con Arnaldo Volpicelli. Nella seconda metà degli anni Venti lavorò alla stesura di alcune voci dell’Enciclopedia Italiana, per la quale curò – tra le altre –  proprio la voce su Giovanni Gentile. Contestualmente iniziò la sua attività di docente universitario e iniziò a teorizzare il corporativismo, diventando poi un acerrimo critico del sistema liberale. Dopo l’avvento del fascismo, seguì il suo maestro Gentile e si convinse sempre più che il nuovo regime avrebbe perfezionato la coscienza nazionale iniziata col Risorgimento. Dopo l’omicidio Matteotti optò per una scelta ancora più radicale, sostenendo che il fascismo avrebbe dovuto proseguire sulla strada intrapresa della rivoluzione, senza più contatti con esponenti di passati regimi e partiti e così, al congresso di Bologna degli istituti fascisti di cultura nel marzo del 1925, firmò il Manifesto degli intellettuali fascisti, sottoscritto da 250 intellettuali 33 dei quali ebrei. Tra i firmatari, ricordiamo solo Luigi Barzini senior, Gabriele D’Annunzio, Salvatore Di Giacomo, Curzio Malaparte, Filippo Tommaso Marinetti, Ugo Ojetti, Alfredo Panzini, Luigi Pirandello, Margherita Sarfatti, Ardengo Soffici, Giuseppe Ungaretti, Gioacchino Volpe, Giovanni Papini, Riccardo Bacchelli, Enrico Fermi, Pietro Mascagni, Massimo Bontempelli. 

Il fascismo coinvolse gli intellettuali per cambiare lo Stato in modo rivoluzionario: oltre al Manifesto, pochi mesi prima venne creato l’Istituto Nazionale Fascista di Cultura, poi denominato Istituto di Cultura Fascista, fondato da Giovanni Gentile; nello stesso periodo fu istituito l’Istututo Giovanni Treccani per la pubblicazione dell’Enciclopedia Italiana; nel 1926 fu istituita l’Accademia d’Italia di cui fu presidente per molti anni Guglielmo Marconi. Numerose poi furono le riviste attraverso le quali il fascismo espresse le sue posizioni culturali, da “Primato” a “Critica fascista”, dal “Selvaggio” al “Bargello”. In particolare Giuseppe Bottai, fascista della prima ora e ministro della Cultura popolare, riuscì a coinvolgere nella redazione delle riviste scrittori come Renato Guttuso, Elio Vittorini, Enzo Biagi, Corrado Alvaro, Vasco Pratolini, Eugenio Montale e Cesare Pavese, tutti futuri esponenti dell’antifascismo. Il 1° maggio successivo Benedetto Croce rispose con un Manifesto degli intellettuali antifascisti, pubblicato su diversi giornali dell’epoca. Nel 1929 Spirito partecipò al Congresso nazionale di Filosofia a Roma e iniziò a diventare il maggior teorico del corporativismo fascista, continuando a insegnare e scrivendo saggi filosofici e politici e arrivando a teorizzare un nuovo approccio alla politica che definì problematicismo. Nel 1932 fu molto criticato quando attaccò la concezione tradizionale della proprietà privata e del sindacalismo, da lui visti come una espressione del capitalismo, come l’altra faccia dei capitale, proponendo – per superare questo – di trasformare i lavoratori delle aziende in azionisti delle stesse insieme ovviamente con i datori di lavoro. Era un concetto rivoluzionario e le critiche non mancarono, ma Spirito poté sempre contare sul pieno sostegno di Benito Mussolini e di Giuseppe Bottai. In seguito Spirito si lamentò per questi attacchi, ma in realtà, a freddo, si può affermare che sua carriera non fu mai messa in discussione e che non fu mai perseguitato per le sue opinioni, eterodosse sì, ma non più di quelle di tanti altri intellettuali fascisti. Per tutti gli anni trenta fu continuamente invitato a tenere relazioni, convegni, incontri culturali, nonché al ruolo di giudice presso i prestigiosi Littoriali della cultura. Per capire il suo approccio filosofico, basta leggere la prima frase del suo libro del 1937 “La vita come ricerca”: “Pensare significa obiettare”; e dentro c’è tutto l’intellettuale rivoluzionario e fascista Ugo Spirito. Frattanto si era allontanato dal suo maestro Gentile, sia pure solo dal punto di vista scientifico, e aveva sostenuto strenuamente l’alleanza Italia Germania persuadendosi che alla fine della guerra “Mussolini avrebbe vinto la pace” e dicendosi convinto della natura rivoluzionaria della guerra. Nel 1944 iniziò il processo di epurazione contro Spirito, al quale solo per il volere del fato non toccò il destino del suo maestro Gentile, assassinato in un agguato terrorista da due partigiani rossi a Firenze. Fu sospeso dall’insegnamento e accusato di apologia i fascismo, ma Spirito riuscì a dimostrare che la sua era solo una costruzione dottrinaria e così fu riammesso all’insegnamento. A differenza di molti ex esponenti fascisti, Spirito dopo la guerra non si limitò all’insegnamento ma fu collaboratore di diverse pubblicazioni e relatore nei convegni: insomma, tornò alla vita pubblica. Nel 1962, dopo aver viaggiato in Unione Sovietica e Cina, pubblicò un libro sul comunismo di quei Paesi e sul loro esperimento sociale, ponendo ancora una volta in evidenza il fatto che spesso la rivoluzione tradisce sé stessa. Intanto continuava la sua analisi e la sua ricerca: nel 1971 scrisse con Augusto del Noce “Tramonto o eclissi dei valori tradizionali” e nel 1975 organizzò il primo convegno internazionale su Giovanni Gentile e il suo pensiero. Nel 1977 sposò Gianna Saba. Il 28 aprile di 40 anni fa morì a Roma. Nel 1981 si è costituita a Roma la Fondazione Ugo Spirito, che custodisce l’archivio e la biblioteca del filosofo e si distingue per una serie di valide iniziative culturali. Il presidente è lo scrittore e storico Giuseppe Parlato.

 

di: Antonio Pannullo @ 18:36


Apr 27 2019

25 aprile? Ricordiamo anche il 28 aprile e il massacro partigiano dei 43 giovani legionari a Rovetta

Ora che il 25 aprile è passato, possiamo ricordare il 28 aprile, quando a guerra finita i partigiani della 53° Brigata Garibaldi trucidarono 43 giovani legionari fascisti in una delle loro solite esecuzioni sommarie. L’eccidio avvenne a Rovetta, in provincia di Bergamo, e i giovani assassinati appartenevano alla I DIvisione d’assalto “M” della Legione Tagliamento, inquadrati nella Guardia nazionale repubblicana della Rsi.La divisione dall’ottobre del 1943 operava nel Bresciano, come supporto alle telecomunicazioni e contrasto ai partigiani. Il 26 aprile 1945 i militi della DIvisione, appresa la notizia della fine della guerra, decisero di recarsi a Bergamo guidati dal sottotenente Roberto Panzanelli. Si incamminarono perciò, preceduti da una bandiera bianca, sulla strad adi Rovetta. Qui giunti, consegnarono le armi al locale Comitato di liberazione nazionale, che firmò un documento a tutela dei prigionieri,con garante anche il parroco Bravi, membro dello stesso Cln. I militi vennero poi trasferiti nelle scuole locali, in attesa di essere consegnati o all’esercito del Sud o alle truppe alleate. Ma il 28 aprile arrivarono a Rovetta dei partigiani garibaldini e portarono immediatamente i giovani presso il cimitero per assassinarli. Invano il sottotenente tentò di far valere il documento, che gli venne strappato di mano e calpestato. Al colmo della crudeltà, i partigiani, dopo aver scoperto che Giuseppe Mancini, 20 anni, era il figlio della sorella di Mussolini Edvige, lo costrinsero ad assistere all’esecuzione sommaria di rtutti i suoi camerati, prima di assassinarlo. Durante il trasferimento al cimitero un giovane milite, Fernando Cascioli, riuscì fortunosamente a fuggire e rimase nascosto tre mesi prima di poter tornare nella sua città, Anagni. La responsabilità dell’orrenda strage compiuta a guerra finita fu attribuita a tale Paolo Poduje, detto Moicano, originario di Lubiana e quindi verosimilmente in contatto coi boia di Tito, che anni dopo ammise di aver dato l’ordine di fucilazione sommaria. Sembra che Poduje fosse invischato coi servizi segreti britannici. Nel 1946 la procura di Bergamo aprì un’inchiesta ma nel 1951 stabilì che non fu uno sterminio ma un’azione di guerra, in quanto nel Bergamasco l’occupazione finì il 1° maggio. Però il tribunale non tenne conto che si trattava di prigionieri disarmati che si erano arresi al nemico, fiduciosi della sua correttezza e lealtà. C’è sempre la convenzione di Ginevra, se i tribunali non vollero fare il loro dovere. A guerra finita, senza processo: non si può certo parlare di operazione di guerra, ma solo di barbaro sterminio. Impunito come molto crimini partigiani. Le vittime della furia partigiana avevano dai 15 ai 22 anni.

Pubblichiamo l’elenco delle vittime:

  • ANDRISANO Fernando, anni 22
  • AVERSA Antonio, anni 19
  • BALSAMO Vincenzo, anni 17
  • BANCI Carlo, anni 15
  • BETTINESCHI Fiorino, anni 18
  • BULGARELLI Alfredo, anni 18
  • CARSANIGA Bartolomeo Valerio, anni 21
  • CAVAGNA Carlo, anni 19
  • CRISTINI Fernando, anni 21
  • DELL’ARMI Silvano, anni 16
  • DILZENI Bruno, anni 20
  • FERLAN Romano, anni 18
  • FONTANA Antonio, anni 20
  • FONTANA Vincenzo, anni 18
  • FORESTI Giuseppe, anni 18
  • FRAIA Bruno, anni 19
  • GALLOZZI Ferruccio, anni 19
  • GAROFALO Francesco, anni 19
  • GERRA Giovanni, anni 18
  • GIORGI Mario, anni 16
  • GRIPPAUDO Balilla, anni 20
  • LAGNA Franco, anni 17
  • MARINO Enrico, anni 20
  • MANCINI Giuseppe, anni 20
  • MARTINELLI Giovanni, anni 20
  • PANZANELLI Roberto, anni 22
  • PENNACCHIO Stefano, anni 18
  • PIELUCCI Mario, anni 17
  • PIOVATICCI Guido, anni 17
  • PIZZITUTTI Alfredo, anni 17
  • PORCARELLI Alvaro, anni 20
  • RAMPINI Vittorio, anni 19
  • RANDI Giuseppe, anni 18
  • RANDI Mario, anni 16
  • RASI Sergio, anni 17
  • SOLARI Ettore, anni 20
  • TAFFORELLI Bruno, anni 21
  • TERRANERA Italo, anni 19
  • UCCELLINI Pietro, anni 19
  • UMENA Luigi, anni 20
  • VILLA Carlo, anni 19
  • ZARELLI Aldo, anni 21
  • ZOLLI Franco, anni 16

di: Antonio Pannullo @ 17:55


Apr 27 2019

Via della Seta: ecco come la Cina approfitta delle divisioni dell’Occidente

Secondo la definizione del geografo tedesco Ferdinand von Richthofen che, nel 1877, nella introduzione all’opera Tagebucher aus China la Seidenstraße per la prima volta parla della «Via della seta», si tratta del reticolo, che si sviluppava per circa 8 000 km, costituito da itinerari terrestri, marittimi e fluviali lungo i quali nell’antichità si erano snodati i commerci tra l’impero cinese e quello romano. Nelle intenzioni dei cinesi questo enorme itinerario si dovrà sviluppare in tutti i domini della attività dell’uomo sul nostro pianeta, comprese perciò anche quelle di costruzione e gestione delle reti di telecomunicazioni e informatica.

La via della seta e la strategia della Cina

Questo straordinario progetto è l’evoluzione dell’azione di espansione commerciale e di influenza della Cina sul resto del pianeta in particolare nelle aree fino ad oggi abbandonate o poco considerate dall’Occidente e catturate dai cinesi, in modo particolare l’Africa. Ma non solo. Io stesso sono testimone di uno dei tanti progetti realizzati dai cinesi in Montenegro piuttosto che in Iran. Si tratta della costruzione delle Autostrade che i cinesi hanno finanziato quasi per intero pretendendo perciò di essere loro stessi a costruirle. In sostanza fino ad oggi essi hanno utilizzato la loro leva finanziaria per entrare nelle varie aree geografiche e diventare interlocutori duraturi perché costruttori di opere infrastrutturali.

La divisione del mondo occidentale

Tali opere hanno tempi di ammortamento molto lunghi e le nazioni che si sono impegnate con questi contratti avranno bisogno di molti anni per restituire il debito. In molti casi esse non avranno mai i soldi necessari. L’idea dei cinesi di conquistare il mondo con il consenso delle nazioni dell’Occidente è molto furba e poggia sulla divisione del mondo occidentale, in primis l’Europa, che è sempre stata presente soprattutto in Asia in ordine sparso, e può sfruttare la tentazione che il mercato cinese grande di un miliardo e mezzo di persone rappresenta per il resto del mondo.

I ritardi dell’Italia nelle grandi opere

Di fronte a questo scenario credo sarebbe stato opportuno per l’Italia evitare di diventare la prima nazione fra i padri fondatori della Europa ad appiattirsi sulle volontà cinesi, in assenza di qualsiasi dibattito interno sulla situazione internazionale e sulla collocazione internazionale che l’Italia ha scelto o intende scegliere nei prossimi anni. In ultimo ma chi può seriamente credere che l’Italia che discute per decenni sulla Tav, per centinaia d’anni sul ponte sullo stretto di Messina, che ha rinunciato all’uso del nucleare, che non costruisce inceneritori e termovalorizzatori, che dopo due decenni non ha ancora realizzato la terza corsia sulla A1  sarà nelle condizioni di affidare queste opere ai cinesi. Com’è evidente è una burla, spero che i viaggi dei nostri politici in Cina siano piacevoli.

di: Girolamo Fragalà @ 10:15


Apr 26 2019

Flash mob di FdI in Umbria. Giorgia Meloni: “No all’ennesimo centro islamico” (video)

 

Fratelli d’Italia ha organizzato un flash mob a Marsciano, in provincia di Perugia, per protestare contro la costruzione di una nuova moschea.

Il discorso di Giorgia Meloni a Marsciano

«Siamo a Marsciano – ha detto la leader di Giorgia Meloni in un video postato su Facebook – in un sito dove dovrebbe nascere un’altra moschea, per dire no: no alla nascita di nuove moschee, no fin quando non verranno approvate le norme che Fratelli d’Italia chiede a tutela della sicurezza dei cittadini. Noi chiediamo che ci sia un albo degli Imam. Vogliamo sapere chi predica nelle moschee. Vogliamo che quelle prediche vengano fatte in italiano perché siamo in Italia e si parla la lingua italiana. Così tutti possono capire cosa si sta dicendo».

Meloni: “Da chi arrivano i soldi per la moschea?”

«E vogliamo sapere da dove arrivano le risorse per aprire questi centri culturali e queste moschee. Perché non è un mistero che la gran parte di questi centri venga finanziato da nazioni fondamentaliste: il Qatar, l’Arabia Saudita. Nazioni nelle quali vige la pena di morte per apostasia, la pena di morte per omosessualità, la lapidazione per adulterio, zero diritti per le donne: tesi che non vogliamo vengano propagandate a casa nostra».

Meloni: “Chiediamo sicurezza per i cittadini”

«E chiediamo l’introduzione del reato di integralismo islamico. Purtroppo il fondamentalismo islamico è una realtà con la quale bisogna fare i conti. Lo abbiamo visto anche in queste settimane, abbiamo visto che una persona è stata quasi sgozzata perché indossava il crocifisso. E a qualcuno dava fastidio che in Italia si potesse indossare il crocifisso. Noi chiediamo sicurezza per i cittadini e diciamo no alla costruzione di nuove moschee fin quando questo governo non si deciderà ad approvare le nostre proposte in materia».

 

di: Valter Delle Donne @ 20:01


Apr 24 2019

25 aprile 2019, si parli anche delle zone d’ombra dell’antifascismo

Di retorica si può morire. A confermarcelo l’enfasi che continua ad avvolgere la data del 25 aprile, la fatidica giornata della Liberazione. Tanta dolciastra ricorrenza è evidentemente tutta interna all’uso strumentale dell’appuntamento, utilizzato, mai come quest’anno, per evidenti finalità politiche.
Il Pci, da subito, lo aveva utilizzato per mascherare le sue tare ideologiche, il doppiogiochismo staliniano, soprattutto la necessità di essere legittimato all’interno del sistema democratico. A sinistra e non solo, molti oggi lo usano per analoghe necessità politiche. Ad uscirne malconcia è innanzitutto la verità storica e quindi la legittimità di una data che – secondo i suoi cultori – dovrebbe essere alla base del nostro sistema costituzionale. Qualche domanda è d’obbligo.
È – come si dice – proprio grazie alla Resistenza che l’Italia ha potuto godere di 74 anni di libertà? D’accordo, la Storia non si fa con i se e con i ma… eppure altri Paesi che la Resistenza e la conseguente guerra civile non l’hanno avuta, più o meno per lo stesso numero di anni godono di un rodato sistema democratico (pensiamo alla Germania e al Giappone). La nostra Costituzione è democratica perché è antifascista ? E se invece fosse (anche) antifascista perché è democratica ? E dunque – di conseguenza – antitotalitaria, anticomunista, antifondamentalista. In buona sostanza garantista rispetto ad un sistema di libertà che accomuna Stati ed esperienze storico-istituzionali ben lontane tra loro: dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti, dalla Francia all’Australia.
Ha un senso appellarsi genericamente all’antifascismo? In realtà è storicamente necessario parlare di un antifascismo “arcobaleno”. Lo dicono le più aggiornate ricerche storiche, che identificano una Resistenza dalle molte facce: quella della guerra nazionale di liberazione (soprattutto contro l’invasore tedesco) , quella della guerra di classe (sbocco naturale – secondo i comunisti – per costruire nuovi rapporti economici e sociali) e della guerra civile (segnata dallo scontro tra italiani). Lo confermano le vicende politiche del nostro Paese, negli anni immediatamente seguenti la fase costituente, con una Dc ben più sensibile a cavalcare il pericolo comunista e un Pci che vede nella Dc il nuovo fascismo, servo del “grande capitale” e dell’imperialismo a “ stelle e strisce”.
E che dire delle violenze gratuite da parte delle formazioni partigiane ? Centinaia i sacerdoti uccisi solo per la loro Fede (tra questi il seminarista quattordicenne Rolando Rivi, ucciso da due partigiani di una Brigata Garibaldi); partigiani bianchi soppressi da quelli rossi (un esempio tra i tanti Guido Pasolini, il fratello di Pier Paolo, ucciso a Porzus insieme ad altri sedici partigiani della Brigata Osoppo, formazione di orientamento cattolico e laico-socialista, da parte di un gruppo di partigiani – in prevalenza gappisti – appartenenti al Partito Comunista Italiano); stragi ingiustificate (come quella di Schio dove, a guerra finita, il 6 e 7 luglio 1945, vennero uccise a colpi di mitraglia 54 persone, da un gruppo formato da partigiani della Divisione garibaldina “Ateo Garemi”).
Fu veramente determinate, rispetto all’economia generale della guerra, il moto resistenziale ? Piero Operti, uno che l’antifascismo l’aveva praticato per tutto il Ventennio, nel dopoguerra afferma di come sui partigiani agissero vagamente i motivi ufficialmente professati rispetto a quelli climatici e climaterici: “… il loro numero – scrive Operti – diminuiva nella stagione invernale ed aumentava in primavera, si sgonfiò dal maggio al settembre del ’44 durante l’avanzata degli Alleati dal Garigliano all’Arno e dalle coste di Normandia e di Provenza al Reno, si assottigliò all’inopinato loro arresto sull’Appennino tosco-emiliano e sul Reno, per ricrescere a dismisura dopo che la guerra fu praticamente finita, a metà di marzo, allorché gli Occidentali raggiunsero il Weser e i Russi attraversarono l’Oder”.
Evidenziare le zone d’ombre di certo antifascismo non significa – sia chiaro – non rispettare quanti morirono nel sanguinoso biennio 1943-1945. Ma, nel contempo, quando avvenne non può essere livellato sotto l’idea del “grande movimento popolare” e delle sorti e progressive del processo democratico. Renzo De Felice non a caso parlava di “lunga zona grigia” nella quale si ritrovò la maggioranza del popolo italiano in attesa della fine.
Onore dunque a quanti ventenni morirono nel nome dei propri ideali, da una parte e dell’altra (quella della Rsi), uniti – per dirla con Carlo Azeglio Ciampi – da un sentimento comune: convinti di servire l’onore della propria Patria.
Verità storica e rispetto dei caduti: sgomberato il campo dalla retorica d’occasione da qui bisogna partire per “liberare” la Liberazione dalle falsificazioni che l’hanno segnata da più di un settantennio. Solo allora il 25 aprile potrà essere riconsegnato, nella sua interezza, alla nostra Storia nazionale, finalmente emendato dalle falsificazioni e dalle strumentalizzazioni di parte. Sine ira et studio.

di: Girolamo Fragalà @ 14:56


Apr 18 2019

Improvvisa scomparsa di Carlo Giannotta, custode della memoria di Acca Larenzia

Ieri sera se ne è andato improvvisamente Carlo Giannotta, protagonista dell’attivismo romano negli anni Settanta, gli anni difficili. Giannotta (classe 1953), come il padre prima di lui, era un coraggioso militante del Movimento Sociale italiano a Roma, e per la precisione di Roma Sud, dove si era davvero tutti i giorni in trincea. Frequentava soprattutto la sezione del Msi di Tor Pignattara, dove le violenze rosse erano all’ordine del giorno, e dove una volta gli estremisti di sinistra tentarono persino di chiudere la sezione fisicamente, ossia facendoci colare sopra del cemento. Ma non riuscirono a far tacere i missini. Così andavano le cose a quei tempi. L’ultima volta che ho visto Carletto, come lo chiamavano tutti, fu al funerale di Valter Benvenuti, Valterino. Al termine di intrattenemmo a chiacchierare in compagnia di Bruno Di Luia e Sergio Mariani, autentiche leggende dell’attivismo missino. Carletto rievocò i bei tempi della militanza dura ma leale, che dava la cifra di una persona. Con Sergio, poi, “Folgorino”, Carlo aveva condiviso gli anni di Tor Pignattara e le battaglie sociali e politiche dell’epoca. Carlo era molto legato al senatore Michele Marchio e a Domenico Gramazio, e un periodo lavorò al Secolo d’Italia, nella storica redazione di via Milano, prima di entrare all’Ama, dove rimase molti anni. Giannotta era anche amico con quel gruppo umano irripetibile che era la cosiddetta palestra di Angelino Rossi e Gianfranco Rosci, un luogo di aggregazione sociale nel quartiere Prenestino, in via Rivera, dove i giovani della periferia condividevano sport, passione politica e impegno sociale.

Quando questa stagione di passione finì, o si esaurì, Carlo non abbandonò il suo ideale, e divenne reggente della sezione di via Acca Larenzia, dove era avvenuta la strage che tutti ricordiamo, dedicandosi a custodire una memoria che per tutti noi è sacra. Lui si dedicò tutti questi anni a questa missione, e per lui il 7 gennaio era una data simbolica, sacra, e si deve anche a lui se ancor oggi quella memoria si conserva fortissima nella coscienza e nei cuori di molti giovani di allora che non hanno mai dimenticato. Ora se ne è andato, ma la camera ardente sarà allestita proprio nei locali di via Acca Larenzia dove lui ha trascorso tutta la sua vita e dove avrebbe voluto essere. “Carlo nel momento del bisogno era sempre presente, non faceva mancare mai il suo appoggio”, ha detto Sergio Mariani ricordandolo, “era un ottimo attivista”. Alla famiglia vadano le condoglianze della redazione e della direzione del Secolo d’Italia e di tutta la comunità. Domani alle 15 si terranno le esequie nella chiesa di San Bonaventura in via Marcio Rutilio vicino a via dei Romanisti.

di: Antonio Pannullo @ 20:18


Apr 15 2019

La borghesia è morta (a sua insaputa)? Diamole al più presto la sveglia

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

i borghesi sono morti a loro insaputa – scrive Peter Gomez, nell’articolo di apertura del mensile  Millenium, dedicato alla morte della borghesia: tema non facile, a tratti ricorrente, spesso sottovalutato, che comunque rimane cruciale per comprendere gran parte della crisi italiana, del degrado del Paese e delle nostre classi dirigenti (non solo di quella politica).  La (presunta) morte della borghesia sta forse nella sua sostanziale bulimia sociale culturale: ha assimilato il mondo proletariato e ha vampirizzato l’aristocrazia alto borghese e dinastica, giocando sostanzialmente al ribasso (il quieto vivere, il posto fisso, il conformismo, il “presentismo”, cioè la mancanza di ampi orizzonti) ed  impoverendo il suo capitale culturale e quello delle giovani generazioni.

Emblematiche le storie offerte da Millenium, che ha fotografato una condizione oggi trasversale tra i giovani “borghesi”, laureati, professionalmente motivati, con specifiche qualificazioni ed insieme precari, sottopagati, sostanzialmente poveri. E dunque depressi nella loro realtà di “declassati” sia dal punto di vista economico che morale. Tutto questo ha anche un costo sociale – come denunciano Giovanni D’Alessio e Luigi Cannari, nel loro studio “Istruzione, reddito e ricchezza: la persistenza tra generazioni in Italia” – nella misura in cui certe posizioni vengono “tramandate” di padre/madre in figlio/figlia, con gravi ricadute sulla mobilità tra le generazioni e con un aumento della precarietà sociale tra chi non ha certi “paracaduti” familiari. 

Gli effetti si vedono nei dati che descrivono lo stato di salute della società italiana. Su Millenium li ricostruisce  Linda Laura Sabbadini, che ha diretto il Dipartimento per le statistiche sociali e ambientali dell’Istat fino a quando, nel 2016, l’allora presidente Giorgio Alleva lo ha cancellato. «Rispetto a prima della crisi, il tasso di occupazione dei 25-34enni è diminuito di quasi dieci punti mentre quello degli over 50 saliva di 14. E abbiamo 500 mila giovani adulti tra i 30 e i 34 anni che non hanno mai lavorato: rischiano di diventare degli esclusi permanenti non solo dal lavoro, ma anche dalla possibilità di costruirsi una vita». Il risultato è che l’incidenza della povertà oggi è molto più alta tra bambini e giovani che tra gli anziani. Un milione e 200mila minorenni fanno parte di famiglie che non sono in grado di comprare beni e servizi indispensabili per una vita accettabile. «Un bambino che vive per anni in povertà», avverte Sabbadini, «ha molte probabilità di restare povero da grande: accumula svantaggi fin da piccolo e vede ridursi le proprie chance di mobilità sociale». 

Il quadro è oggettivamente complesso e bisogna dire che la sovrabbondanza dei dati statistici e delle testimonianze, offerte da Millenium, aiuta solo in parte, soprattutto  laddove non affronta alcuni dei nodi culturali del problema. A cominciare dalla distinzione tra borghesia e ceto medio. 

Giuseppe De Rita, che sul tema ci aggiorna da decenni, sostiene che la borghesia in Italia non c’è, surrogata dal ceto medio. La differenza? La borghesia ha coscienza di sé e delle sue responsabilità sociali, il ceto medio ripiega nell’egoismo. Allargando la visione si può dire che alla borghesia manchi  la consapevolezza del proprio ruolo culturale, capace di informare, di dare forma, all’intera società. Per questo, oggi, forse non è morta, ma certamente rischia l’agonia.

Storicamente la borghesia propriamente detta era la classe dei diritti, ma soprattutto dei doveri. Era la paladina della famiglia. Credeva nella Patria e ad essa arrivava ad immolare  i propri figli, trovando così una nuova legittimità sociale  e politica (dalle guerre risorgimentali al primo conflitto mondiale, dal fascismo alla Ricostruzione). Era una borghesia “etica”, in cui il culto del lavoro e dell’intrapresa si sposava con il ruolo pubblico, secondo una visione nazionale del sacrificio. 

Oggi, sempre più spesso, essa  parla “al singolare”, in ragione di un’ identità borghese che esaurisce nella sfera individuale l’essenza dell’essere moderno.  Riduzionismo e particolarismo ne sono i corollari esistenziali: un riduzionismo dai forti tratti consumistici, un particolarismo economicistico ed un relativismo etico  che paiono essere diventati le ragioni ultime ed essenziali del finalismo borghese, surrogato dal ceto medio. 

Di questa crisi occorre prendere coscienza per le sue conseguenze diffuse, laddove, nei secoli,  l’orizzonte borghese e la sua composizione sociale sono andati  ben al di là delle analisi di chi identificava  la borghesia come “la classe dei capitalisti moderni, che sono proprietari dei mezzi di produzione e impiegano lavoro salariato” (Marx ed Engels),  comprendendo invece ceti professionali, tecnici dei servizi e della burocrazia statale, lavoratori del commercio, esponenti della cultura e quanti operano  nel mondo dell’Istruzione. Perciò si può dire che una “buona”  borghesia (culturalmente motivata) serva a tutti, anche per tenere vivo ed alto il confronto (non necessariamente lo scontro) sociale e culturale. I sindacalisti rivoluzionari, agli inizi del XX Secolo, lo avevano ben capito, quando chiedevano alla borghesia dell’epoca, stanca ed incerta anche allora,  di uscire fuori dai suoi piccoli confini, dall’appagamento individualistico, accettando le sfide della modernità, all’interno di un’organica visione nazionale. 

Cambiano i tempi. Cambiano i “contesti”. In fondo però i problemi e le sfide sul campo sembrano essere sempre le stesse, a cominciare da una ridefinizione del ruolo della borghesia stessa e da una sua nuova assunzione di responsabilità sociale e politica.

di: Girolamo Fragalà @ 13:02


Apr 14 2019

Meloni chiude la due giorni del Lingotto: “Chiederemo di portare a Roma la Capitale europea”

«Arriviamo a questo appuntamento – esordisce Giorgia Meloni sul palco del Lingotto di Torino – fieri del lavoro che abbiamo fatto. Dal risultato elettorale di FdI dipendono molte cose. Se in Europa riusciremo a portare una pattuglia di parlamentari numerosa. Noi in Europa andiamo a cambiare tutto. Come in edilizia si demoliscono gli ecomostri, noi demoliremo l’euromostro per un processo completamente diverso. Noi vogliamo cambiare tutto, perché la Ue ha fallito. Un fallimento che non si può nascondere sventolando la bandierina europea. Ci avete fatto caso? Dalla bandiera dell’Urss a quella Ue, la sinistra sventola tutte le bandiere tranne quella italiana». 

“La sinistra sta con Macron e con Soros”

«La Ue è nelle mani della Francia e della Germania, come è emerso dall’accordo di Aquisgrana. Questa Europa è senza anima. Noi, che siamo patrioti ed europei, salveremo l’Europa. Noi vogliamo l’Europa unita di stati liberi e sovrani. Non decida Bruxelles quello che può essere seguito meglio a Roma, a Budapest o a Vienna. La Ue deve occuparsi di politica estera, mercato unico, la sicurezza. In pratica – ironizza la leader di FdI – devo condividere con la Francia di Macron il diametro delle vongole da pescare nei mari italiani. Se poi Macron va in Libia a organizzare l’intervento militare, nessuno dice niente». Gli schieramenti? Secondo la Meloni sono chiari. «Il partito della Bonino si fa finanziare da George Soros, il filantropo tanto caro alla sinistra guadagnò un miliardo di dollari in una notte sull’Italia. Considero uno scandalo che un partito italiano sia finanziato da un nemico dell’Italia. Poi c’è il Pd. E ci sta dando grandi soddisfazioni», chiosa sarcastica la leader di Fratelli d’Italia. 

Meloni: “Il voto a FdI è un voto indispensabile”

«Fabio Fazio è il campione della sinistra in campagna elettorale. È riuscito ad annuire 92 volte in un’intervista con Macron. Ha detto persino: “Si può dire che Parigi è la capitale d’Italia”. A Fazio vorrei dire che Roma è la capitale d’Italia e che, per noi, dovrebbe essere la capitale europea. E questa è una proposta che formuleremo».   

“Quelli del Pd sono zerbini europei”

«M5s sull’Europa non è pervenuto. Sapremo dopo qualche consultazione on line se la Casaleggio voglia allearsi con i gilet gialli, con quelli del loden di Monti o con quelli del cappotto della Merkel. Per loro uno vale uno. Forza Italia dice, invece, che vuole cambiare l’Europa. Giusto, ma noi vogliamo cambiare anche il presidente del parlamento europeo (Tajani ndr). E sull’ambiguità di Salvini. «Caro Matteo, errare è umano, perseverare è diabolico. Devi dirlo prima con chi ti allei».  Meloni sul progetto di FdI è categorica. «Abbiamo aderito alla grande famiglia dei conservatori e sovranisti europei, governata dal blocco di Visegrad. Oggi Ecr è la terza famiglia europea. Diremo basta all’inciucio popolari e socialisti.  Vogliamo costruire un’altra Europa, ma il cambiamento passa attraverso Ecr. Siamo fieri dell’attenzione che si è accesa sulla nostra proposta politica. Lo dimostra il mio incontro con il presidente polacco, ho avuto l’onore di parlare sul palco del presidente Trump. Mai nella storia della destra italiana un partito è stato così inserito nelle dinamiche internazionali». Poi l’appello agli elettori. «Il voto a FdI non è un voto utile, è un voto indispensabile. Andiamo in Europa per non cedere di un millimetro sugli interessi italiani.Con noi in Europa finiranno le risatine. Saremo distanti anni luce all’immagine spaghetti e mandolino che piace a tanti stranieri».

“Serve uno choc fiscale, le tasse vanno abbassate a tutti”

Meloni ha poi rivolto la sua attenzione alle politiche nazionali. La priorità? «La crescita economica. La sede di Torino non è un caso. Spendere soldi in deficit per marchette non produce ricchezza. Ogni giovane italiano costa per la sua formazione come una Ferrari. Quando è laureato ora scappa all’estero. Insomma ci compriamo una Ferrari e la regaliamo agli inglesi, ai francesi, agli americani». Come ripartire?  «Va fatto uno choc fiscale. Le tasse vanno abbassate drasticamente e per tutti».

Meloni avverte: “Niente scherzi sull’Iva”

«L’unica cosa piatta di questo governo è la crescita». Meloni avverte: «Niente scherzi sull’Iva. Ucciderebbe definitivamente i consumi degli italiani. L’unica riforma che noi pretendiamo è portare al 4 per cento i prodotti per la prima infanzia». Altro dato, gli investimenti pubblici. Il reddito di cittadinanza? C’è gente che in Italia guadagna meno di 780 euro. Una coppia di italiani che non prenderà il reddito di cittadinanza perché ha un monolocale, mentre nel campo rom esultano perchè prenderanno 1800 euro di reddito di cittadinanza. Raccoglieremo le firme per abolire il reddito di cittadinanza. Come la barzelletta del navigator, disoccupati che devono cercare lavoro per altri disoccupati».

Meloni: «Più Tav meno Tax»

«Siamo qui perché Torino è diventata un simbolo sul Tav. Il Tav è una questione nazionale. Caro Toninelli, il Tav non è un buco per arrivare a Lione. È una via per arrivare in Europa. Che senso ha la via della Seta quando non puoi portare merci in Europa? Non vogliamo decrescere. Noi non torneremo indietro. Noi vogliamo l’alta velocità in tutta Italia. E adesso date un pallottoliere a Toninelli così può calcolare costi e benefici».

Meloni: Made in Italy da difendere

«Non è normale che siano stati spesi solo il 20 per cento dei fondi europei. Non possiamo permetterci di spendere risorse che abbiamo». «Vogliamo dei dazi di civiltà. Basta con l’invasione delle merci dalla Cina, la frutta dal Nord Africa. Per noi la difesa del marchio è il primo marchio per riconoscibilità al mondo. Sessanta miliardi di euro di mancati guadagni per merci taroccate. La Pernigotti? I turchi vogliono fare un orrendo cioccolatino turco e venderlo come se fosse italiano. Se vuoi fare un prodotto italiano, devi farlo in Italia».

L’allarme del calo demografico

Il calo demografico è un’emergenza. «Difendiamo la famiglia naturale per difendere la natalità. Lo faremo anche in Europa dove certe lobby sferrano gli attacchi più feroci. Porteremo anche in Europa le nostre proposte storiche e chiederemo che famiglia e natalità siano introdotti nell’Unione europea. Continueremo a batterci per i diritti dei più deboli. A cominciare dai diritti dei bambini. Bambini che hanno diritto a un padre e a una madre. Continueremo a combattere la politica dell’utero in affitto. Uomini che comprano bambini da donne disperate. Uno Stato giusto si occupa di chi non ha voce. Ci dicano quello che vogliono, andremo avanti perché siamo convinti di quello che stiamo facendo. Lo facciamo per convinzione, non per convenienza».

“Dite a Di Maio che sono l’unica donna leader di partito”

Poi una risposta ironica a Di Maio. «Noi vorremmo che le donne stiano a casa a stirare? Se ti facessi vedere come ho stirato questa camicia… Di Maio quel partito che vuoi combattere ha una donna come leader. Se sei dalla parte delle donne, concedi asilo nido gratuiti, congedo parentale, aziende che assumono le donne. Proposte che in Parlamento avete bocciato. Non venire a prenderci in giro. Le ha bocciate anche la Lega le nostre proposte. Ma questo succede quando si fanno certi governi allegri».

“Il ricatto a Tsipras degli euroburocrati”

Qualche giorno fa, gli euroburocrati hanno ricattato Tspras per rendere la prima casa dei greci pignorabile. A Bruxelles diremo che le case degli italiani non si toccano. Lo diremo in Europa. Meloni ha poi ricordato il caso del global compact e l’intervento decisivo dei deputati di FdI che lo ha bloccato. Se con 32 persone sui 630 riusciamo a fare questo, figuratevi cosa possiamo fare quando avremo i numeri per essere determinanti. Andremo in Europa perché tutta la Ue esca fuori dal global compact. Così daremo un po’ di materiale a Propaganda Live. Scriviamo testi per i politici, che ci copiano pure i post, figurati se ci dà fastidio farci copiare dai cantanti.

“Carceriamoli a casa loro”

Capitolo a parte il delicato tema dell’immigrazione. «Non risolvi il problema chiudendo i porti, ma impedendo alle barche di partire. Da qui andremo a chiedere un blocco navale al largo delle coste della Libia. Ungheria e Polonia sono già d’accordo con noi. Chiederemo un fondo europeo per i rimpatri. I detenuti stranieri che affollano le carceri. Gli immigrati devono scontare la pena nel loro Paese d’origine. Carceriamoli a casa loro. Come? Nessun aiuto alle nazioni che non si riprendono i loro delinquenti. Anche sui comunitari va ripensato il discorso. Dicono che gli immigrati ci pagano la pensione. Ma la verità è che noi paghiamo la pensione a chi non ha mai versato contributi e poi diamo una pensione a chi ha lavorato quarant’anni».

Ci opponiamo all’islamizzazione dell’Europa

«Questa roba del fascismo è diventata divertentissima. Repubblica ed Espresso, a ogni campagna elettorale, tirano fuori gli slogan degli anni ’70. Da noi il fascismo inizia insieme alla par condicio. Contenti loro, noi non ci facciamo un problema. Siamo stati gli unici a denunciare la politica neocoloniale in Africa da parte della Francia. Tanti patrioti africani ci hanno chiesto di essere aiutati a casa loro. Siamo stati gli unici a portare avanti questa battaglia. Secondo il Pd, la Francia sfrutta queste nazioni africane per aiutarle. Quelli di Visegrad invece sarebbero cattivi. Non sfruttano e non bombardano l’Africa, ma hanno la colpa di difendere le radici cristiane e di opporsi al processo di islamizzazione. La laicità dello Stato è stata usata dalla sinistra per favorire il processo di islamizzazione dell’Europa. Noi di FdI non ci vogliamo far conquistare».

Il 26 maggio per cambiare anche il governo in Italia

«Il 26 maggio è una data decisiva anche per l’Italia. Se andrà come speriamo, tra le cose che cambieremo ci sarà anche il governo del cambiamento. Negli ultimi sondaggi crescono solo due forze politiche, Lega e FdI. Se il trend sarà confermato si andrà a nuove elezioni. C’è spazio per un’alternativa al governo gialloverde? Più forte sarà il consenso per Fratelli d’Italia e più la risposta sarà sì». Giorgia Meloni si è poi congedata dalla platea del Lingotto dando appuntamento a tutti per domenica 19 maggio a Napoli. Dal Nord al Sud: nel segno di Fratelli d’Italia.

di: Valter Delle Donne @ 19:42


Apr 12 2019

Manifesti-choc a Roma: gli antifascisti evocano l’orrore delle foibe per esaltare il 25 aprile

Dei manifesti ignobili per celebrare il 25 aprile sono comparsi oggi sui muri di Roma: a cura del comitato “Roma est antifascista” si invita a una manifestazione con un manifesto a dir poco discutibile, che riproduciamo. In esso si evocano le foibe e la tragedia degli innocenti uccisi dai comunisti e si augura analogo destino al governo italiano. Immediata la reazione di Giorgia meloni, leader di Fratleli d’italia, che sulla sua pagina facebook pubblica la foto e scrive: “Indecenti i manifesti apparsi oggi a Roma: la memoria dei martiri delle foibe viene calpestata e oltraggiata per attaccare degli avversari politici. Sono schifata e chiedo all’amministrazione M5S di rimuoverli subito. Il sindaco Raggi che si precipitò a togliere i manifesti pro-vita e dei quali non condivideva il contenuto, farà lo stesso anche in questa occasione?”, si chiede la leader di FdI. Secondo lo storico Giuseppe Parlato, “utilizzare un tema serio come le foibe per annunciare qualcosa che non c’entra niente è a dir poco inopportuno. Si strumentalizza un dramma con un accostamento illogico e astorico, non essendo neppure stato spiegato con una minima didascalia, non c’è alcun legame logico e politico”. Così Parlato, presidente della Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice, commenta il manifesto-choc con cui un comitato antifascista romano annuncia una manifestazione per il 25 aprile: fondo rosso, e, disegnata in nero, una foiba. I manifesti sono spuntati sui muri della Capitale, destando l’immediata indignazione di Fratelli d’Italia, ma l’immagine campeggia anche nell’evento Facebook creato da Roma est antifascista in vista del corteo. “Anche volendo proprio dare una lettura benevola – aggiunge – ovvero che ci si voglia assumere un compito di memoria delle foibe, l’idea sarebbe comunque strumentale, perché l’accostamento è quantomeno sgradevole”, aggiunge Parlato.

Indignazione del centrodestra

Amareggiato e scandalizzato Roberto Menia: “Scandaloso! Che schifo. E’ qualcosa che andrebbe denunciato, di cui la magistratura si dovrebbe occupare dato che può essere apologia di genocidio”, afferma all’Adnkronos Menia, padre della legge che ha istituito il Giorno del Ricordo per le Foibe, in merito al manifesto-choc. “La questione è antica, ci sono ancora oggi i nostalgici del comunismo che ritengono di essere i padroni assoluti dell’antifascismo. È il movimento partigiano di allora, l’antifascismo comunista di allora, che aiutava gli slavi ad infoibare la nostra gente. Non cambiano mai. Sono sacche di intolleranza di quella sinistra mai cresciuta, mai cambiata. Perché una parte invece è cambiata, dato che ha votato in Parlamento la legge per l’istituzione del Giorno del Ricordo”. Anche il parlamentare di Fdi Federico Mollicone, pubblica la foto dei manifesti affissi a Roma e commenta: “In vista del 25 aprile sono apparsi questi manifesti che sfruttano la tragedia delle foibe per attaccare il governo, infoibando Lega e 5 Stelle. È una vergogna. Viene insultata la memoria di chi ha perso la vita, e il dolore dei familiari. Raggi rimuova immediatamente questo schifo e siano arrestati i responsabili. Si fermi la barbarie negazionista”. Sulla vicenda interviene anche Forza Italia con il senatore Maurizio Gasparri: ”Dopo le tante, troppe manifestazioni che in occasione delle celebrazioni del Giorno del Ricordo hanno offeso la memoria dei martiri delle Foibe, in vista del 25 aprile alcuni manifesti apparsi a Roma hanno proseguito questa vergognosa campagna negazionista. Il manifesto, infatti, che ritrae una foiba in cui vengono gettati simbolicamente Lega e 5 Stelle è un oltraggio alle tante vittime dei comunisti titini e alle loro famiglie”, afferma Gasparri. “La Raggi, che su altri temi si è subito prodigata per far rimuovere campagne sociali che a suo dire offendevano la sensibilità di alcuni, si muova immediatamente -aggiunge l’esponente azzurro- e faccia subito togliere questi vili manifesti che oltraggiano la memoria dei tanti caduti italiani. E mi auguro inoltre che si faccia chiarezza per individuare chi ci sia dietro questa infame affissione”.

di: Antonio Pannullo @ 19:48


Apr 12 2019

Il vero sovranismo anti-italiano? È quello franco-tedesco, da sempre. Ma qualcuno dice basta

È dai tempi del Mercato comune europeo (Mec) che sentiamo parlare di “locomotiva franco-tedesca”, per intendere che le economie trainanti dell’Europa sono sempre state Germania e Francia. I due Paesi hanno sempre lavorato di conserva per i loro interessi, escludendo un po’ spocchiosamente il Regno Unito e naturalmente le nazioni considerate da loro di serie B, come Italia, Spagna e le altre. E non fa differenza se al governo ci fosse Chirac o Mitterrand o Sarkozy, l’anti-italianismo è sempre stato una costante oltralpe. Stesso discorso per la Germania, che economicamente forse si può permettere di snobbarci molto più della Francia, ma che in ogni caso ha sempre preferito Parigi a Roma come interlocutore privilegiato. Gli inglesi, loro cugini-fratelli, ai tedeschi non piacciono troppo, per varie ragioni, e in parte ne temono la concorrenza su molti piani. Così da decenni questa locomotiva franco-tedesca corre su e giù per l’Europa, distribuendo austerity e sacrifici alle altre 26 nazioni, consultandosi di tanto in tanto con la Casa Bianca, soprattutto se targata dem. Ma da un annetto a questa parte i rapporti tra le cancellerie europee e Washington sono peggiorati, a causa dell’avvento di Donald Trump, uno che gli interessi del suo popolo li fa davvero. Il potere di Bruxelles gestito così in maniera così esclusiva da due sole capitali, non poteva non dare fastidio a un popolo degno di chiamarsi tale, quello inglese, che in quattro e quattr’otto ha salutato e se ne è andato da dove non è gradito. Nello stesso tempo i popoli europei, italiano compreso, hanno iniziato a prendere coscienza dello strapotere della Ue, ma soprattutto del fatto che Bruxelles poi non faceva i loro interessi, con gli assurdi lacci e lacciuoli, regolamenti, normative, insomma una burocrazia a tutt’andare: esattamente quello di cui l’Europa ha meno bisogno. Inoltre i popoli dell’ex Patto di Varsavia entrati nella Ue con fiducia, si sono accorti che stavano passando da una dittatura a un’altra, e hanno iniziato a fare i loro conti. Dell’Italia, tra le prime dieci potenze mondiali e sempre denigrata dall’asse franco-tedesco, sappiamo tutto: la presa di coscienza è iniziata con il massiccio afflusso di clandestini africani, appoggiato e organizzato secondo molti dall’Unione europea, che comunque non ha gestito il fenomeno, che ha destabilizzato gli italiani, portando al cambio di governo.

L’Unione europea stretta tra Brexit e clandestini

A questo punto l’Unione, e quindi il suo cuore franco-tedesco, si stanno trovando sotto un duplice fuoco nemico: da una parte la Brexit, il cui significato è molto più importante di quanto appaia, dall’altra le imminenti elezioni europee, che vedranno certo un ridimensionamento dei socialisti e dei centristi, dalle dimensioni non quantificabili. Si diceva della Brexit: Francia e Germania adesso hanno prenuto di Buxelles per la dilazione, ma non certo per rispettare i desiderata del popolo di Sua Maestà. Quello che preme veramente a Macron e Merkel è che non vi sia un’uscita senza accordo, che penalizzerebbe tutte le economie. Infatti, se Londra uscisse in modo traumatico, Bruxelles dovrebbe far vedere che vi sarebbero delle conseguenze, per non perdere completamente la faccia di fronte al mondo. Ma se la Ue mettesse in atto delle misure, il Regno Unito bloccherebbe immediatamente l’import di tutti i prodotti franco-tedeschi, tra cui le automobili, di cui come è noto l’Inghilterra non è produttrice. A tutto questo si aggiunge la questione dei dazi con gli Stati Uniti, i quali come detto simpatizzano in questo momento più con Londra che con Bruxelles. A questo proposito c’è un’altra notizia interessante, segnalata dal giornale online L’antidiplomatico, che racconta che anche Bernie Sanders, alfiere del Partito democratico Usa, si è pronunciato contro un’apertura delle frontiere indiscriminata: “Non penso che sia qualcosa che possiamo fare in questo momento – ha affermato -, se apri i confini, mio Dio, c’è molta povertà in questo mondo e avrai persone da tutto il mondo”. Una riflessione di semplice buon senso, che però a Bruxelles non hanno mai voluto intendere. E proprio oggi sul Foglio, Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, spiega cosa succederà a Bruxelles nel prossimo futuro: “Sia chiaro che noi non andiamo a limare qualche direttiva, ma a rifondare la costruzione europea in direzione di una confederazione di Stati liberi e sovrani che cooperano sulle grandi materie, secondo il principio di sussidiarietà”. “Serve che la Ue non faccia quello che può essere fatto meglio dagli Stati o dalle autonomie locali, e faccia quello che gli Stati nazionali non possono fare: politica estera, difesa dei confini, mercato unico, sicurezza. Materie su cui oggi è deficitaria”.

(Foto Dpa)

di: Antonio Pannullo @ 14:42


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