Mag 11 2020

Se ne è andato “Volantino”, colonna del Prenestino e fedelissimo di Almirante

Antonio Butolo, indimenticato attivista del Msi fin dagli anni Sessanta, non è riuscito a compiere 75 anni, ma se ne è andato un mese prima. Per tutti era “er Volantino”, quasi nessuno conosceva le sue generalità, come si usava negli anni di piombo. Era un fedelissimo di Angelino Rossi del Prenestino, e frequentava il “giro” della palestra di via Rivera. Volantino era uno del quartiere, dove tutti lo conoscevano. Ma soprattutto era un attivista h24, inserito stabilmente nel servizio d’ordine del Movimento Sociale Italiano.

Volantino iniziò la militanza a 15 anni

All’età di 15 anni ebbe il suo soprannome che lo avrebbe accompagnato tutta la vita. I ragazzi infatti nelle sezioni del Msi e della Giovane Italia erano utilizzati per distribuire i volantini politici, mentre i “grandi” guardavano loro le spalle. Ma Volantino faceva qualcosa di più, racconta Domenico Gramazio: “Prendeva intere risme di volantini e li lanciava per le tutte le strade del Prenestino”. Siccome lui era sempre disponibile – caratteristica che conserverà per tutta la vita – divenne Volantino, e lo fu per sempre. Coraggiosissimo, intrepido, non si tirava mai indietro. Seguì insieme con gli altri del servizio d’ordine il segretario Giorgio Almirante nelle trasferte più pericolose in tutta Italia: da Genova a Milano, da Padova a Torino.

Era a Genova quando fu assassinato Ugo Venturini

Volantino era sotto il palco di Almirante a Genova Brignole, quando fu assassinato dai comunisti del 1970 l’operaio Ugo Venturini. Ed era a Milano al comizio di Mario Tedeschi a piazza Castello. Era il 1972, e i “katanga”, gli extraparlamentari di sinistra famosi per la loro durezza (il loro slogan era: “casco, spranga, arrivano i katanga!”), avevano detto che i fascisti non avrebbero parlato. Ma i “fascisti” parlarono e misero pure in fuga i cortei degli extraparlamentari che caricarono il comizio missino. Volantino era, insieme con Giulio Caradonna, Angelino Rossi e molti altri, agli scontri dell’università di Roma nel marzo del 1968.

Volantino rimase sempre fedele ad Almirante

Amico di Caradonna, appunto, Michele Marchio, Domenico Gramazio, il dottor Trombetta, il fondatore di Villa Irma sulla Casilina, Giuseppe Ciarrapico. Il suo giro di amicizie era comunque nel suo quartiere, il Prenestino. Frequentava Raul Tebaldi, Gigi D’Addio, Valterino Benvenuti, Angelo il postino, Paolo Iannilli ma soprattutto Daniele Rossi, fratello di Angelino, morto a soli 37 anni, nel 1977, in un incidente stradale. Con Daniele, Volantino era infatti quel 16 marzo negli scontri di Valle Giulia. Negli anni Sessanta finì pure in carcere per motivi politici, come la maggioranza degli attivisti missini di quell’epoca. Ma non si fermò mai: la cifra di Volantino è stata sempre la sua assoluta fedeltà a un’idea e a chi la incarnava.

Era un cosiddetto militante di base: non era un ideologo, un teorico, ma le idee le aveva chiarissime. Non aveva dubbi, la sua lealtà fu sempre assoluta. Pur partecipando ai dibattiti all’interno del partito, seppe sempre da che parte stare, insieme al suo gruppo di camerati. E anche negli anni successivi, continuò a frequentare l’ambiente. Fino a pochi mesi fa andava a trovare Domenico Gramazio al Cis di piazza Tuscolo e partecipava a tutte le iniziative culturali del centro.

Nel 2002 fondò il circolo di An inaugurato da Mirko Tremaglia

Chi lo ha frequentato a lungo fu Marco Cottini, detto “er tedesco”, un altro attivista della Prenestino degli anni ruggenti. “Sì, anche dopo la fine di quel periodo continuammo a frequentarci nel quartiere. Fino a che, nel 2002, insieme con lui, fondammo il circolo di Alleanza nazionale di via Amico da Venafro e lo intitolammo proprio a Daniele Rossi. Ricordo che l’inaugurazione fu fatta da Mirko Tremaglia. Volantino era commosso”. Innumerevoli sono gli episodi della vita di Volantino, Cottini ne ricorda uno in particolare. “Fu il 20 novembre 1975, al Prenestino. Stavamo commemorando Mario Zicchieri, assassinato un mese prima davanti la sezione Prenestino a fucilate. Gli extraparlamentari di sinistra vennero a disturbare la cerimonia, ma gli andò male. Volantino e altri li misero in fuga rapidamente”.

Domani la tumulazione a Prima Porta

Antonio Butolo qualche anno fa ebbe un ictus che ne limità i movimenti. Per questo viveva nella Casa di Riposo Carlotta a via dell’Omo, dove è morto per un tumore ai polmoni. Dice Cottini: “Lui era talmente altruista che si trascurava. Per pensare agli altri non pensò mai a se stesso, e anche il tumopre purtroppo fu scoperto tardi”. Volantino lascia due figli, Rocco e Angela, e due nipoti. Oggi dalle 14 alle 16 ci sarà la camera ardente in via dell’Omo 171 a Roma. Domani alle 17 la cerimonia del presente sempre a Casa Carlotta. Sempre domani ci sarà la tumulazione a terra al cimitero Flaminio. Quando finirà l’emergenza Volantino sarà ricordato adeguatamente dai suoi “vecchi” amici e camerati a piazza Tuscolo.

di: Antonio Pannullo @ 19:05


Mag 09 2020

Cultura di destra, un ricordo di Francesco Grisi: la battaglia per la libertà degli scrittori

Desiderando riportare alla dovuta attenzione la figura di Francesco Grisi in occasione della ricorrenza della data della sua nascita 9 maggio 1927 avvenuta a  Vittorio Veneto, ritengo sia utile riportare tra le altre  anche la mia, seppur marginale testimonianza. Ebbi la fortunata occasione di poterlo conoscere e frequentare. Questo avvenne, poiché dopo un insieme di mie esitazioni, incertezze, ripensamenti, sciolsi gli ormeggi e decisi di  portare alla sua attenzione, un dattiloscritto.  Grazie a lui diventò il mio libro di esordio letterario con il titolo “Ferdinand”. Sono ancora onorato della presentazione che ne fece.  Ebbi modo così, di trovarmi di fronte  a un personaggio di grande spessore.

Le domande e la paglietta

L’impressione che avevo di lui, era articolata. Composita. Avvertivo, come sovente, nel suo essere presente, inaspettatamente diventasse lontano. Assorbito, da “domande?”, “interrogativi?”, “riflessioni?” che come uno sprazzo di luce lo rapivano. All’ inizio non capivo, l’oggetto di questi pensieri.  Cosa che compresi in seguito, grazie alla lettura dei suoi libri e a una maggior confidenza raggiunta. Domande, quelle che si poneva, alle quali è veramente difficile riuscire a dare risposta. Quesiti, sulla ricerca di “senso”. Sulle finalità dell’esistenza. Il tutto forgiato, al lume di una solida, quanto irrequieta fede cattolica. Il cappello di paglia, che portava assiduamente, forse non era abbastanza capiente per contenere tutte le risposte. Alcune rimanevano sospese.

Il dono dell’ironia

Di questo costante rovello, che avevo percepito con esperienza diretta, trovai circostanziata conferma leggendo i suoi libri. “Maria e il vecchio” in primis.  Grisi era un affabulatore di grande rilievo. Accompagnava il suo dire con lo sguardo dei suoi occhi chiari in fuga verso un “altrove” remoto, indefinito. Riusciva a determinare momenti di intensa riflessione tra i suoi ascoltatori. Per poi con vera e propria, istrionica maestria, alleggerire il clima con l’ironia che gli era propria. Avere in dote il dono dell’ironia, l’aiutava a superare certe “strettoie”. Era il grimaldello che  sapientemente rendeva scintillante, per sostenere le varie amarezze e disdette dell’esistenza. Uno scrittore, come Grisi, che lavorava abbandonandosi al “flusso di coscienza”, era più che presente sul fronte immaginario, di coloro i quali trasformano in“dicibile”, ciò che appare come un gomitolo inestricabile di pensieri, emozioni, sensazioni. Terreno proprio di poeti e scrittori.

Paladino del pluralismo culturale

Queste tematiche, non gli impedivano certo di sviluppare un intensa attività di organizzatore e promotore di vicende culturali. Fu un vero e proprio paladino del pluralismo culturale. Fondando, con altri intellettuali, e ricoprendone il ruolo eminente di Segretario, il Sindacato Nazionale Libero Scrittori nel 1970. L’opera che riuscì a dispiegare Francesco Grisi   a favore della  promozione di quella organizzazione fu veramente formidabile. Il Sindacato raccoglieva le migliori e qualificate energie intellettuali, che cercavano spazi di libertà e indipendenza da qualsiasi impostazione ideologica d’impronta marxista.  In quegli anni era un impresa veramente impegnativa. Ma la intensa partecipazione alla vita pubblica, Grisi la confermò anche con l’impegno politico che profuse per la nascita del nuovo soggetto politico che stava nascendo allora Alleanza Nazionale.

La grande sfida intellettuale

La sua famiglia era di origine della Calabria. Terra alla quale rimase fortemente legato. Come lo fu alla cittadina di Todi, in Umbria. Dove aveva la residenza della tranquillità agreste. In questa sede amava dedicarsi anche alla pittura  Produsse testi sia di letteratura che di saggistica. Ne citiamo alcuni: A futura memoria, Maria e il vecchio, La poltrona nel Tevere. Per la saggistica ricordiamo: La protesta di Jacopone da Todi, Scrittori cristiani volenti o nolenti, Storia dei carabinieri.  Rileggendo in questi giorni il suo libro Maria e il vecchio, ho ritrovato il Grisi attentamente presente nella sua contemporaneità,  amalgamata con le temperie dell’inquietudini esistenziali. Increspature, che per lo scrittore, non potevano non passare, attraverso l’esperienza della fede. “Da una parte c’è la vita della logica, dall’altra c’è la vita del mistero … che soprattutto per un cattolico è un problema teologico … Dio non ci viene dato tutti i giorni, è tutti i giorni che lo dobbiamo conquistare”. La protagonista Maria, è una giovane terrorista che coinvolge a sua insaputa il Prof Francesco Malaparte (alter ego dell’autore), nella sua attività . Come minimo il professore s’invaghisce di lei. Da questa  piattaforma letteraria, in  Maria e il vecchio , l’autore fa decollare  alcune  riflessioni, che a uno sguardo superficiale, possono apparire fuori contesto. In realtà, prendeva  il lettore in contropiede. Lo portava su territori alti, ripidi poco frequentati. Per far  condividere il suo profondo sentire. Ne danno prova tra i tanti passaggi uno che troviamo in “Maria e il vecchio”: “Dio lavora nell’eternità. Una mia amica mi diceva che è il cerchio senza confini e quindi senza centro. Leggevo che dona agli uomini il presente che è il punto dove il tempo dell’uomo tocca l’eternità. Vedi. Dio esiste come eternità e il diavolo  come storia”.  Alla luce di un trionfante “pensiero debole”, le considerazioni di Grisi, che si spingeva a  parlare addirittura del diavolo, costituivano l’ennesima limpida sfida intellettuale come gli era abituale fare.

di: Aldo Di Lello @ 15:19


Mag 04 2020

Il cantautore Skoll ci racconta italiani straordinari in concerto su web (video)

Il cantautore identitario Skoll ieri sera si è esibito in un concerto dal vivo, Storie d’Italia. Da casa sua, ovviamente, a Milano. Un concerto molto breve, solo sette canzoni, ma molto intenso. “L’idea mi è venuta perché moltissime persone mi hanno chiesto di fare un concerto sul web, e così ho deciso di accontentare un po’ tutti”, ci dice il cantautore milanese. “Tra l’altro il 29 aprile insieme con altri gruppi avevamo fatto il tradizionale concerto per Sergio Ramelli, e così ieri ho inserito alcune canzoni nella mia diretta”.

Skoll ricorda Sergio Ramelli e la madre

Sì, Skoll ha cantato due brani storici su quella tragica vicenda, Più caro agli dèi e Anita, dedicato quest’ultimo alla mamma di Sergio Ramelli, che Skoll ha conosciuto personalmente. E’ una canzone che, chi conosce la vicenda, ascoltandola non può non commuoversi. “Grazie a Guido Giraudo – racconta Skoll – ho avuto il privilegio e l’emozione di conoscere mamma Ramelli, un pomeriggio a casa sua. Proprio in quella casa sotto la quale si è consumato il massacro. Lei mi ha parlato di Sergio, ma riusciva a raccontare Sergio solo da bambino, da piccolo. Come quando mi indicò il balcone dove lui una volta si stava arrampicando e dove lei corse a salvarlo. E’ un’emozione che non scorderò mai più”.

“Racconto le storie di persone straordinarie”

E quando mamma Ramelli, alla vigilia del Natale del 2013, raggiunse il suo Sergio, Skoll, quel giorno stesso scrisse la canzone Anita, per me tra le sue più belle. “La cantai – ci dice – nell’anniversario successivo, in aprile, e ricordo che fu accolta molto bene”. A parte la valenza politica e comunitaria, la canzone è davvero molto bella e sentita. L’altra sera Skoll ha cantato oltre a Più caro agli dèi, anche Campi Elisi, brano anche questo molto commovente, in cui si racconta che dopo la morte “chi ha creduto” si riunirà con i suoi fratelli. Poi altre canzoni del suo ormai vastissimo repertorio.

L’esempio e le idee

D’Annunzio, dall’omonimo albun su D’Annunzio e la Grande Guerra, Zero geografico assoluto, dedicato al veronese Ettore Arduino, componente la spedizione del dirigibile Italia, che con la sua abnegazione salvò molti suoi compagni, poi la sua famosissima Italia, e infine K2, sul tricolore italiano che sventola sul tetto del mondo, incurante della bufera. Zero geografico assoluto è inserito nell’ultimo disco di Skoll, NeoGeo, che tra ricordi di uomini straordinari e denuncia della modernità offre grandi spunti di riflessione.

di: Antonio Pannullo @ 18:28


Mag 04 2020

Addio al senatore pugliese Pino Specchia: la sua fu l’integrità morale del vero missino

Addio al senatore Specchia. Giuseppe – per tutti Pino – Specchia era nato a Roma durante la guerra, ma era di origine pugliese, di Ostuni per la precisione, dove si è spento all’età di 77 anni ieri. Specchia sin da giovanissimo si avvicinò al Movimento Sociale Italiano, per il quale fu eletto consigliere comunale della sua città nel 1972. Di professione era funzionario regionale. Specchia fu un autentico protagonista della destra pugliese, molto vicino a Pinuccio Tatarella. Che lo propose come senatore già nel 1987. Per altre quattro volte poi fu confermato a furor di popolo a Palazzo Madama dai suoi conterranei, fino al 2006.

Specchia consigliere comunale del Msi di Ostuni nel 1972

In Senato ebbe diversi incarichi, tra cui quello di Questore. Fu inoltre componente della commissione Ambiente e della commissione d’inchiesta sui rifiuti e sulle attività illecite connesse. Specchia nel partito fu sempre un coerente e convinto almirantiano. Riteneva la destra un punto di riferimento sociale, ed è stato sempre strenuo difensore della sua Puglia. Anche dopo il ritiro dalla politica attiva, Specchia ha sempre seguito con grande attenzione le vicende politiche  e sociali nazionali e pugliesi.

Il dolore della Fondazione Tatarella

Chi se lo ricorda bene è Fabrizio Tatarella: “Era un vero missino, provvisto di quella purezza e di quella integrità morale che era la cifra caratteristica dei missini di allora. Ma, pur essendo rigoroso, era una persona amabile, dolcissima. Come Fondazione Tatarella abbiamo pubblicato la dolorosa notizia sulla pagina Facebook”. Scrive infatti la Fondazione Tatarella: “Addio al senatore Pino Specchia. La Fondazione e la famiglia Tatarella ricordano con grande affetto il Senatore Pino Specchia amico leale di Pinuccio e Salvatore, raro esempio di onestà ed integrità politica di cui oggi si avverte assenza significativa.Vicini alla famiglia per una grande perdita”.

Gasparri: lo ricordo come un punto di riferimento costante

Il senatore Maurizio Gasparri di Forza Italia ne condivise le battaglie politiche e sociali: “Pino Specchia è stato un fiero militante della destra politica italiana. Lo ricordo al gruppo regionale pugliese, a Bari, come punto di riferimento per tutti nostri dirigenti, operoso ed attivo. E poi ha meritato un’elezione in Senato, che è riuscito a confermare per ben cinque legislature, dove ha svolto un lavoro di competenza, di presenza, di serietà. Sempre radicato sul suo territorio. Sempre impegnato e operoso. Mai alla ricerca del proscenio ma sempre coerente nella sua appartenenza alla destra politica italiana. In Senato ha ricoperto incarichi importanti e ha sempre mantenuto un rapporto stretto col suo territorio. Lo ricordiamo così, sin dai tempi del consiglio regionale, sempre interprete dei bisogni e delle esigenze della sua Puglia. E anche per le politiche ambientali fu un riferimento costnte di competenza e di serietà”.

Il cordoglio di Fratelli d’Italia

Moltissimi i messaggi di cordoglio  per la scomparsa del senatore: “La classe dirigente di Fratelli d’Italia Puglia si stringe al dolore della famiglia del senatore Pino Specchia, storica figura e punto di riferimento della destra locale, spentosi ad Ostuni. La politica perde una valida guida di cui faremo tutti tesoro”, dice un commosso coumnicato di Fratelli d’Italia. Da parte sua Raffaele Fitto, parlamentare di FdI, lo ricorda:Ho conosciuto Pino Specchia molti anni fa. Un politico serio ed attento al suo territorio, che amava profondamente, e che interpretava il ruolo politico come servizio alla sua gente, della quale rappresentava i veri bisogni. Per questo per ben cinque volte è stato eletto al Senato. Ci mancherà. Nel ricordarlo sono vicino alla famiglia”.

Con Specchia la destra pugliese si fece popolare

Gianni Mastrangelo, nel suo librio su Pinuccio Tatarella, disse che con Specchia la destra si svincolava dalle posizioni nobiliari per diventare più popolare. E Specchia apparteneva a quella passata generazione di galantuomini della politica ma attentissimi al sociale. Come ricorda il presidente del consiglio comunale di Ostuni Zaccaria, che ne dipinge un bellissimo ricordo. “Noi giovanissimi studenti liceali iscritti al Fronte della Gioventu’, quasi scattavamo sull’attenti quando ci dicevano nella sezione del Msi che è arrivato il senatore. Tu sei stato colui che ha lottato per la costruzione e la assegnazione degli alloggi popolari, colui che fino all’ultimo ha combattuto per i diritti delle famiglie.

Sei stato forse l’unico politico che ha servito la politica senza servirsene per interessi personali. Io voglio ricordarti perennemente con la sigaretta tra le dita. Sempre in giacca e cravatta, tranne la domenica, quando, in ossequio ad antica abitudine, facevi i giri tra le campagne e le masserie per acquistare e distribuire ai tuoi cari i prodotti della nostra terra, primo fra tutti il pane”.

Anche la Fondazione Alleanza nazionale ha espresso, per il tramite del presidente senatore Giuseppe Valentino, “il più profondo cordoglio per la scomparsa del senatore che diede lustro ad Alleanza nazionale in tutta la sua onorata e lunga carriera parlamentare. La Fondazione di stringe intorno alla famiglia di Pino e alla sua comunità”.

di: Antonio Pannullo @ 13:27


Apr 29 2020

Ricostruzione dopo la pandemia, liberismo al tramonto: lo riconosce anche Bankitalia

«L’economia avrà bisogno di un adeguato periodo di sostegno e rilancio, durante il quale politiche di bilancio restrittive sarebbero controproducenti». Lo afferma il Capo del Dipartimento Economia e statistica della Banca d’Italia Eugenio Gaiotti in audizione sul Def. Sembra un’affermazione meramente tecnica e neutra. Ma non lo è perché anche la massima istituzione monetaria nazionale riconosce implicitamente che il liberismo è al tramonto. E non è cosa da poco, dal momento che Bankitalia  è parte integrante del sistema di potere finanziario europeo, che ha trovato finora, proprio nel liberismo, le sue linee guida.

Liberismo addio nel nuovo dopoguerra

Non è solo un problema italiano, ma globale. Il contrasto agli effettivi recessivi del coronavirus è paragonato a una guerra. E le guerre comportano sempre la fine di un ordine economico. Con la conseguente nascita di un altro ordine. Questa  pandemia è un unico nella storia mondiale e i suoi effetti non possono certo essere considerati meramente congiunturali. Nel “nuovo dopoguerra”, come è definita la fase post-coronavirus, ci sarà sempre meno spazio per le dottrine monetariste (egemoni per oltre un trentennio nelle istituzioni politiche occidentali). E si assisterà invece alla riscoperta delle teorie keynesiane, con la fine dei tagli selvaggi alla spesa pubblica e la conseguente riaffermazione di politiche di bilancio espansive.

Il liberismo aveva del resto già ricevuto un duro colpo dalla crisi finanziaria del 2008. Ora il coronavirus sembra infliggergli il colpo decisivo. E vale la pena anche notare la differenza con quanto accadde dodici anni fa. Se  all’epoca gli aiuti pubblici finirono nelle casse delle banche in difficoltà, oggi il flusso di risorse prenderà la via dell’economia reale.

Così negli Usa di Trump, dove i 2000 miliardi di dollari annunciati dal presidente sono in gran parte destinati alle imprese e ai cittadini. A differenza di quello che fecero George W. Bush e Barack Obama.

Il ritorno della “mano pubblica”

Discorso non dissimile riguarda l’Europa. «La“mano pubblica” – scrive Diego Bolchini sul Sole 24Ore del 12 marzo– dovrebbe poter lavorare liberamente, quando la cosiddetta “mano invisibile” appare spaventata, smarrita, evanescente o non rintracciabile dietro la saracinesca chiusa di un esercizio commerciale. In questo senso, in quadro congiunturale totalmente mutato da quanto fu firmato nel 1997 il Patto di Stabilità, l’Europa dovrebbe poter lasciare adeguati margini di flessibilità fiscale e di deficit pubblico sufficienti, pur traguardando all’importanza dell’accordo sul nuovo bilancio del 2021-2027. Incoraggiante in questo senso quanto espresso dall’attuale Presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, tratteggiando il suo bilancio dei primi 100 giorni di attività».

«Ciò in quanto la politica fiscale è strettamente interrelata al bilancio dello Stato ed è per definizione espansiva in fase di recessione e restrittiva in fase di espansione (anticiclica). Un G “puro”, un intervento diretto su infrastrutture e acquisti di ordini dalle aziende potrà dare ossigeno al complesso e rilevante sistema di PMI nazionali ed europee, se si considera che micro, piccole e medie imprese (MPMI) costituiscono oltre il 95% del tessuto imprenditoriale dell’Unione Europea. Salvaguardare il tessuto industriale è inoltre fondamentale non solo nel breve ma anche nel lungo periodo, per non fare perdere nel medio periodo posizioni competitive già acquisite».

La mano invisibile del mercato non è più una regola assoluta

Nel 1945, il dopoguerra della ricostruzione post-bellica prese la via di nuovi istituzioni economiche internazionali (Fmi, Banca mondiale) e del Piano Marshall. Le prime due istituzioni, unite alla convertibilità  oro-dollaro, furono la sostanza dei famosi accordi di Bretton Woods.

Oggi non sappiamo come sarà il nuovo ordine mondiale del dopo-coronavirus. Però due cose sono certe. Primo, non si potrà comunque tornare alla fase del deficit spending keynesiano, perché  il debito sovrano è in tutti gli Stati elevatissimo. Secondo, non si potrà però nemmeno  invocare la “mano invisibile” del mercato come regola intangibile e assoluta. Come è avvenuto in questi decenni di riduzione del welfare state, di politiche di bilancio restrittive e di impoverimento inesorabile dei ceti medi.

 

 

 

di: Aldo Di Lello @ 16:28


Apr 16 2020

Goffredo Parise, le trasformazioni italiane osservate da un “irregolare”

“I ragazzi non  conoscono più niente,  non  conoscono la qualità delle cose necessarie alla vita, perché i loro padri l’hanno voluta disprezzare nell’euforia del benessere” Questa è una frase estrapolata dall’articolo dal titolo “Il rimedio è la povertà” comparso il 30 giugno 1974 sul Corriere della Sera. La firma dell’ articolo, è dello scrittore, poeta e sceneggiatore Goffredo Parise. La motivazione più accreditata, alla stesura dell’approfondimento, risiede nell’intendimento dell’estensore, di andare in “soccorso” dell’amico Pier Paolo Pasolini.

L’autore  di “Ragazzi di vita”, da tempo aveva inquadrato nel suo mirino di critica e denuncia lo snaturamento strutturale che l’affermarsi “della società dei consumi” stava provocando.  Ciò gli aveva  creato più di un ostilità. Parise, era più piccolo di alcuni anni di Pasolini,  era nato a Vicenza l’8 dicembre del 1929. Apparteneva quindi,  alla generazione che più direttamente si troverà coinvolta,  nella trasformazione   impetuosa, dell’Italia da Paese Agricolo a Paese industriale.  Tutto l’articolo, cui si fa riferimento,  è permeato da spunti di antica saggezza.  Quella di saper conoscere le cose, saper dare loro il giusto valore, individuarne l’effettiva necessità. Insomma, senza che sia esplicitato chiaramente, nell’articolo fa capolino l’antica saggezza contadina. Elemento, che in una fase, gli anni “70, di complessiva contrapposizione ideologica, politica e sindacale, restava negletto e residuale.  Lo scrittore vicentino era un impolitico. Il contenuto di quello che scriveva era frutto del suo  acuto senso di osservazione della realtà. Scevro  da condizionamenti ideologici, quindi il più aderente possibile a una sempre auspicabile realtà oggettiva. Pochissima polvere si è andata a depositare su quel “pezzo”.

Le drammatiche vicissitudini che hanno colpito noi e il mondo intero, lo rendono attuale. Non si può dare tutto per scontato. La salute, la libertà personale di movimento, il benessere. Certezze che si davano per acquisite,  spazzate via in un sol colpo, da una Guerra  improvvisa con la quale non si era preparati a misurarsi. La quale sta provocando una serie impressionante di lutti e dolori. Riportare oggi  all’attenzione l’articolo di Parise,  è un invito alla riflessione  Etica e Morale, categorie di pensiero alle quali, la pandemia ci ha severamente riportati. Sotto tutti i punti di vista. Non pensiamo che in discussione sia il “consumo in sé”, che è, e rimane indispensabile strumento di sviluppo, ma la responsabilità meno casuale e maggiormente motivata confronto ad esso.  Le problematiche a noi contemporanee, ci impongono di cercare e trovare un equilibrio tra priorità dell’investimento pubblico e  di quello privato.  Tematica articolata e complessa, le cui risposte da dare sono in evoluzione. Certo è, che la pandemia ha evidenziato limiti e contraddizioni della “globalizzazione”.

Goffredo Parise fu un reporter autorevole del  Corriere della Sera. Testata per la quale fece servizi dalla Cina, Stati Uniti, Vietnam. Quello che riuscì a fare dal Laos fu un vero e proprio scoop, la sua corrispondenza fu un esclusiva mondiale. “Lungo la pista di Ho Chi Min”, unico punto di  passaggio di materiale logistico per  i Vietcong, con i quali riuscì a fare accettare la sua presenza fra loro.  Importante, per la sua capacità di interpretare il futuro,  una corrispondenza da Parigi nella quale preconizzava a proposito dell’integrazione della comunità musulmana: “ i ferri vanno arroventandosi e Parigi cova in seno i futuri ribelli”.  In tempi non sospetti  il reporter aveva colto un punto nevralgico, che si estenderà a gran parte dell’Europa.

Negli anni “50 cominciò a pubblicare dei suoi romanzi. “Il ragazzo morto e la cometa” fu il suo libro d’esordio. Nel 1953 pubblica il romanzo “La grande vacanza” opera che riceve una lusinghiera recensione di Eugenio Montale sul Corriere della Sera”. Avendo ottenuto lavoro, presso la casa editrice Garzanti, si trasferisce da Venezia a Milano. Città dove ebbe l’opportunità di conoscere Leo Longanesi. Quest’ultimo, deus ex machina  di tante vicende culturali di quel periodo, lo esortò a non abbandonare la narrativa. Parise, seguì l’incoraggiamento. Nel 1954 pubblicò “Il prete bello”. Con questo lavoro lo scrittore vicentino,  ottenne attenzione e plausi rilevanti in Italia e all’estero. Il libro infatti ebbe decine di traduzioni in altre lingue.  Aveva solo venticinque anni, quando la sua vita andò a incrociarsi con la notorietà.

Questa esperienza, fu il trampolino di lancio per consolidare amicizie con personaggi di primo piano della cultura nazionale quali Guido Piovene, Eugenio Montale, Carlo Emilio Gadda. Svolse anche, come fecero scrittori di quel periodo,  attività di sceneggiatore per il cinema. Collaborò in questa veste con registi quali Luciano Salce, Mauro Bolognini, Tonino Cervi. La consacrazione letteraria avvenne nel 1982. Vinse il Premio Strega con Sillabario. Un racconto in prosa poetica, che prendendo ogni singola lettera dell’alfabeto, la sviluppa secondo il sentimento del quale può essere iniziale. Cominciando con la lettera A incontreremo Amore, Amicizia etc.  In “Sillabario”, sono raccolti brevi racconti, sui sentimenti essenziali, che saranno pubblicati in quegli anni dal Corriere della sera. “ Gli uomini d’oggi, secondo me hanno più bisogno di sentimenti  che di ideologie”,da questo principio trova spunto questo suo lavoro al quale fu assegnato il prestigioso e ambito riconoscimento.  Principio, che soprattutto in quelle temperie politiche e  culturali, fa di questo autore un ”irregolare” a pieno  titolo. Decise di ritirarsi, nella sua casa di Salgaredo, nel trevigiano. Vicino alle rive del Piave . Ci abbandonerà il 31 agosto 1986. Il progetto di “Sillabario” doveva riguardare tutte le lettere dell’alfabeto dalla A alla Z. L’autore arrivato alla lettera S di solitudine non ce la fece a proseguire. “La poesia mi ha abbandonato. E a questa lettera ho dovuto fermarmi. La poesia va e viene vive e muore quando vuole lei, non quando vogliamo noi e non ha discendenti”. L’onestà intellettuale di Goffredo Parise riluce in questa dichiarazione. Pensiamo che questa era  la linea del  Piave della sua creatività. Chissà quanti avrebbero avuto la sua stessa limpida fermezza.

 

 

 

di: Aldo Di Lello @ 15:44


Apr 15 2020

15 aprile 1944: uccidendo il 70enne Gentile i partigiani mostrarono il loro volto anti-italiano

Oggi ricorre l’anniversario di uno dei crimini più odiosi dei partigiani. L’assassinio di Giovanni Gentile, un filosofo di 70 anni la cui unica colpa era quella di essere fascista. Ed era uno che al fascismo aveva dato tantissimo. Mite, colto, equilibrato, studioso, autorevole, conciliante: questo era Gentile. Ma anche convintamente fascista, tanto che aderì alla Repubblica Sociale italiana per ribadire il giuramento fatto venti anni prima. Ed è questo che i partigiani rossi non gli hanno mai perdonato.

Gentile rimane un gigante nella storia d’Italia

Gentile è un gigante nella storia d’Italia. Ministro, senatore, filosofo, docente universitario, accademico d’Italia, fondatore della enciclopedia Treccani, autore della riforma della scuola, e molto altro ancora. Su di lui si sono scritti trattati, libri, articoli, saggi, ma il suo assassinio non è mai stato condannato ufficialmente dalla sinistra né dai suoi intellettuali. All’epoca, il Partito Comunista non condannò l’omicidio, anche se l’efferato assassinio divise il fronte dei partigiani, che peraltro era egemonizzato dal Pci.

L’assassino di Gentile ebbe pure la medaglia d’oro

Il suo assassino, Bruno Fanciullacci, “Massimo”, in seguito ebbe pure la medaglia d’oro al valor militare, con una motivazione del tutto edulcorata delle sue azioni da terrorista. Alcuni comuni toscano gli hanno intitolato vie e dedicato strutture, compreso quello di Firenze dove il 15 aprile due partigiani spararono all’anziano filosofo inerme. Fanciullacci faceva parte dei Gap, il gruppo guerrigliero organizzato dal Pci dopo l’8 settembre. I Gap non erano una forza militare, ma un gruppo che compiva attentati, sabotaggi, azioni contro gli eserciti regolari nemici. Azioni eroiche come quella di via Rasella, per intenderci. Come vogliamo chiamarlo?

Il partigiano sopravvisse di poco alla sua vittime

“Massimo” si distinse da subito per il suo carattere violento e sanguinario. Partecipò in prima persona ad attentati contro esponenti della Rsi o presunti collaborazionisti. Dopo appena sei giorni dall’omicidio di Gentile, partecipò all’attentato contro Bruno Landi, noto fascista fiorentino, che rimase ferito. Pochi giorni dopo finì a Villa Triste, da dove lo liberarono armi alla mano altri partigiani. Nel luglio continuò con le sue azioni violente e illegali, fino a che rientrò il galera, grazie a una delazione non si sa di chi. Certo non dei fascisti. . Morì per una raffica di mitra di un milite fascista mentre tentava di fuggire.

Un attentato terrorista preparato con cura

Così il carnefice di Gentile non sopravvisse di molto alla sua innocente vittima. L’assassinio fu preparato con grandissima cura, cosa che i comunisti hanno sempre fatto nelle esecuzioni di chi non la pensa come loro. Gli orari di Gentile furono esaminati, così come i suoi spostamenti. Ma va detto che il bersaglio era facilissimo, perché non aveva scorta e girava disarmato. Quel giorno Fanciullacci e tale Igniesti attesero Gentile davanti la casa dove risiedeva, alla Salviatina sotto Fiesole. Si avvicinarono con dei libri sottobraccio all’auto in cui Gentile stava tornando a casa. Scambiandoli per degli studenti, Gentile abbassò il finestrino per ascoltarli ma ricevette subito una raffica di colpi.

Come al solito, dopo l’assassinio fuggirono

I due poi si dileguarono in bicicletta e si nascosero a casa del pittore Ottone Rosai, che stigmatizzò duramente l’accaduto. La rappresaglia fascista fu fermata la sera dalla stessa famiglia di Gentile, per confermare il costante atteggiamento del filosofo contro la violenza e per la pacificazione nazionale. L’allievo di Gentile, tale Giovanni Spadolini, scrisse un articolo di fuoco condannando il fatto che non fosse stato proclamato il lutto nazionale ed elogiando il popolo fiorentino per la massiccia partecipazione ai funerali di Gentile, tenutesi in Santa Croce il 18 successivo.

Mussolini: chi ha ucciso Gentile era un anti-italiano

Si è delineata, anche con l’omicidio di Gentile, la strategia comunista messa a punto in questo periodo e poi perseguita sempre: quella di colpire gli elementi fascisti più capaci, onesti, concilianti, retti, al fine di eliminare le persone che un domani potessero ricostruire l’Italia. E questo si è visto in numerosi omicidi politici dei Gap. Il commento di Mussolini fu il più illuminante: “Giovanni Gentile non è stato ucciso soltanto perché era fascista, egli è stato assassinato perché italiano e il suo assassino non è un patriota italiano”.

La resistenza si divise su questo ignobile gesto

La resistenza, come detto, si divise su questa ennesima atrocità. La prima, vaga, rivendicazione dell’atto terroristico si ebbe sull’Unità, che parlò di “giustizia popolare” che si abbatteva sul traditore Giovanni Gentile… E mentre il Pci quasi incondizionatamente approvò, il Partito d’Azione si divise, così come lo stesso Cln, che sconfessò anche dei volantini di rivendicazione. Quasi tutti si scaricarono la coscienza dicendo che l’omicidio era un atto di guerra e che Gentile alla fine se lo era meritato perché fascista. Democristiani compresi. E ancora oggi, sulla biografia di Fanciullacci nel sito dell’Anpi, non c’è traccia dell’omicidio di Gentile.

di: Antonio Pannullo @ 17:36


Apr 14 2020

La vita come avventura: ricordo di Giuseppe Ciarrapico a un anno dalla morte

Peppino Ciarrapico ci ha lasciato un anno fa. Ma la nostra comunità non lo ha dimenticato. Oggi sui social sono spontaneamente comparsi ricordi di quell’uomo che è stato protagonista nel mondo politico della destra. Scrive un ex attivista del Fronte della Gioventù di via Sommacampagna di Roma: “Oggi è un anno che Giuseppe Ciarrapico ci ha lasciato. Personaggio poliedrico: politico, editore, senatore, proprietario di cliniche, e acque minerali, gestore delle terme di Fiuggi, presidente della Roma. Un punto di riferimento, di aiuto. Quanti manifesti gratuiti dalle officine grafiche Saipem di Cassino abbiamo attaccato! Amava Roma, il litorale laziale e la Ciociaria. La Dc di facciata, ma la fede ed il cuore fascista. Andreottiano, ma sincero amico di Giorgio Almirante. Negli anni Ottanta divenne presidente delle terme di Fiuggi cercando di salvare il salvabile del tesoro della difficilissima città.

Ciarrapico fu soprattutto un uomo generoso

Dalla Saipem di Cassino, prima delle grandi officine grafiche in Ciociaria, tanti manifesti con la Fiamma, grandi volumi di lusso su Mussolini ed il Fascismo, giornali quotidiani, libri, fascicoli di storia, armi e forze armate della Rsi, Il Borghese, a cui collaborarono dirigenti e intellettuali della destra, tra cui Marcello Veneziani, che fu direttore editoriale, e, negli anni settanta, Guido Giannettini e molti altri che magari altrove non trovavano lavoro. Soprannominato “Re delle acque minerali” perché proprietario di stabilimenti termali e sorgenti. Sempre per aiutare la cittadina anticolana, organizzò il Premio Fiuggi, manifestazione internazionale cui partecipò persino Michail Gorbačëv. Camerata Ciarrapico Presente!”.

Memorabili le sue Befane tricolori per i bambini

Sì, la vita di Ciarrapico è stata un romanzo. E forse l’estensore di questo commosso ricordo si è dimenticato di quando, egli anni Settanta, Ciarrapico regalò alla sezione di via Sommacampagna due fuoristrada mehari, con cui gli attivisti dei Gruppi Operativi accorrevano quando c’era qualche sezione in pericolo. Perché il “Ciarra”, come lo chiamavano negli ambienti del Msi, era soprattutto un generoso. Un’Epifania, nel 1972, Ciarrapico orgnaizzò una Befana tricolore alla sezione del Msi di Centocelle, dove portò centinaia di pacchi-dono per i figli degli iscritti di quel difficile quartiere popolare. A Roma, Ciarrapico frequentava e aiutava un po’ tutte le sezioni, ma soprattutto era amico fraterno di Giorgio Almirante, che passava spesso a salutare a Palazzo del Drago in via Quattro Fontane.

Quella volta che a Padova salvò Almirante

Ma non era uno che si tirava indietro, preferendo rimanere al sicuro, tutt’altro. E proprio al rapporto tra i due è legato un episodio poco noto di quegli anni, perché di episodi così ne capitavano ogni giorno. Era il 1976, uno degli anni peggiori degli anni di piombo. Un manipolo di intrepidi, tra cui Ciarrapico, partì da pizza Tuscolo a Roma in una decina di automobili, per scortare Almirante a un comizio a Padova, città in quel momento brodo di coltura dell’antifascismo più violento. Erano della partita, oltre Ciarrapico, Domenico Gramazio, Tommaso Luzzi, Ercole Pizzuti, Renato Spaziano, Franco De Medici, alcuni Volonari nazionali (che era il servizio d’ordine del Msi, e alcuni membri della celeberrima palestra di Angelino Rossi del Prenestino.

Il comizio si risolse in un disastro: poche decine di missini asserragliati in una piazza, e migliaia di estremisti di sinistra che ne avevano chiuso tutti gli accessi, decisi a farla finita una volta per tutte con i fascisti. A questo punto, sotto una pioggia di sanpietrini e molotov, Ciarrapico brandendo una cinta guida i ragazzi della palestra contro un varco, forza il blocco non si sa come, e riesce a portare in salvo Almirante. Nella concitazione del momento, i missini si urtarono con le auto causando diversi danni, ma riuscirono ad andarsene quasi incolumi.

L’impegno di Ciarrapico nell’editoria libera

Maurizio Gasparri ne ha ricordato il ruolo di “coraggioso editore”. Sì, perché a cavallo degli anni Settanta e Ottanta Ciarrapico mise su una casa editrice di destra, di grandissimo valore culturale. Ciarrapico fu il primo ad avere l’intuizione di creare dei pocket, per così dire, una linea economica di libri importanti, che potevano così diffondersi agevolmente tra i giovani, che tanti soldi non ne avevano. Così mise anche un serio ostacolo all’editoria imperante della sinistra, che pretendeva di avere il monopolio della cultura, rilevando dapprima le prestigiose edizioni del Borghese e ripubblicandone i titoli, e in seguito le altrettanto prestigiose edizioni Volpe.

Come dimenticare poi la rivista Intervento, fondata da Giovanni Volpe nel 1972, da Ciarrapico rilanciata con la direzione di un uomo come Fausto Gianfranceschi, uno dei primo presidenti della Giovane Italia? Infine, non va dimenticato che nel 2008 divenne senatore del Popolo delle Libertà per volontà di Silvio Berlusconi. E a Gasparri toccò anche fare il capogruppo di Ciarrapico, che pure con le sue posizioni individuali tuttavia si rivelò sempre disciplinatissimo nelle scelte del gruppo, evitando molto responsabilmente di aggiungere polemiche.

Non mancò mai l’appuntamento di Predappio

Insomma, come disse lui, «Ci vuol altro (che due mesi a Regina Coeli), per uno formatosi al Campo Dux. Vi entrai la prima volta quando avevo quattro anni. Littoria era appena fatta. Tutta bianca: una cattedrale di luce». Il fascismo, Giuseppe Ciarrapico, classe 1934, ce l’aveva nel sangue e nella memoria più profonda. Tra l’altro, quando ci fu la stagione del riflusso della destra, e tutti si scoprivano democraticissimi, moderni e riformatori, lui fu l’unico esponente politico del parlamento che continuò ogni anno a recarsi in pellegrinaggio a Predappio.

di: Antonio Pannullo @ 19:34


Apr 11 2020

Dall’anno zero della destra italiana alla sua rinascita

“Ora questa non è la fine. Non è nemmeno l’inizio della fine. Ma è, forse, la fine dell’inizio,” affermava Sir Winston Churchil riferendosi alla battaglia di El Alamein

Le elezioni politiche del 2013 passeranno alla storia come l’anno zero della destra italiana. L’annus horribilis della destra ha avuto il suo “inizio della fine” con alcuni antefatti incontrovertibili ed inconfutabili.

Nel 2009 con lo scioglimento della moderna destra di governo di Alleanza nazionale e la contestuale confluenza nel Pdl, la destra vedeva interrompersi bruscamente un percorso importante per vivere una complicata questione identitaria, resa ancora più forte dalla successiva crisi nei rapporti tra Berlusconi e Fini che portò, nel 2011, alla rottura finiana con la dolorosa scissione a destra e l’inizio della infinita diaspora durata troppo tempo.

A quelle elezioni arrivammo divisi in più formazioni politiche tra chi decise di seguire lo storico leader della destra Fini, più per affetto per la verità che per convinzione, con Futuro e Libertà, chi rivendicava di essere stato, come La Destra di Storace, coerentemente fuori dal Pdl, chi nella da poco nata Fratelli d’Italia, la sola che vinse la lotteria dei partiti sotto il 2% che avevano diritto ad avere una sparuta rappresentanza parlamentare, e chi decise di rimanere legittimamente nel Pdl.

Rapporti umani lacerati, personalismi, rancori, dispetti, una cavalcata nel deserto senza fine e senza più Fini, un leader che, nel bene e nel male, ha segnato gli ultimi anni della destra italiana.

Oggi sono passati sette lunghi anni da quella diaspora e in un contesto come quello attuale sarebbe stupido ed inutile esercizio retorico continuare a litigare e dividersi.

Nella fase della ricucitura del variegato mondo della destra in questi anni è mancata l’armonia, o meglio è mancato Pinuccio Tatarella, come da più parti è stato detto, in particolare l’8 febbraio del 2019, in occasione del riuscitissimo Ventennale della sua scomparsa promosso dalle Fondazioni An e Tatarella, quando tutti i protagonisti della destra si ritrovarono alla presenza di Mattarella per rendere omaggio al fondatore di An.

Gli errori sono stati commessi da tutti, chi più e chi meno, anche da chi scrive che, ad un certo punto, si è ritrovato senza un partito, senza una famiglia politica, senza un leader e, durante la diaspora, anche senza un padre che era riferimento politico con cui confrontarsi.

Nel 2013 a destra lasciammo un grande spazio politico ai 5Stelle che arrivarono in massa in Parlamento forti del 25,5% con ben 108 deputati e per uno strano scherzo del destino ereditarono il 5° piano di Montecitorio, per anni base del Gruppo parlamentare di An, dove si trovava, e si trova ancora, la Sala Tatarella nella quale si tenevano gli esecutivi nazionali del partito e di Azione Giovani, presieduti da Giorgia Meloni.

Ed è da questo episodio che voglio ripartire, da quella Sala.

La prima cosa che fecero i grillini arrivati a Montecitorio fu quella di chiedere di cambiarne nome per intitolarla a Giancarlo Siani, giovane giornalista ucciso dalla Camorra.

In quel momento la destra era ai minimi storici, aveva pochi deputati e nessuno sembrava poter difendere quel luogo simbolo

Eppure, fu proprio in quel preciso istante che la destra riuscì a ritrovarsi per alcuni giorni.

Sui social partì la campagna “Destra Unita, nessuno tocchi la Sala Tatarella” e tutti gli esponenti della destra si mobilitarono anche se in partiti diversi.

Fu proprio Giorgia Meloni il 13 aprile, con un post, a difendere quella Sala, per difendere la storia della destra italiana e la sua unità, inesistente in quel momento, chiedendo ai grillini di rinunciarvi e alla Boldrini di trovare una soluzione.

Fu quello il primo vero passo di un lungo percorso verso l’unità della destra italiana, all’epoca divisa in mille rivoli, che si ritrovò nel nome di Tatarella per ricominciare a ridisegnare quella grande destra immaginata da Pinuccio e che oggi trova in Fdi e in Giorgia Meloni gli unici eredi naturali.

 

di: Aldo Di Lello @ 17:51


Apr 02 2020

Morto prematuramente il senatore Antonino Caruso, consigliere della Fondazione An

“Apprendiamo con grande tristezza la notizia dell’improvvisa scomparsa del senatore Antonino Caruso. A nome mio e di tutta la comunità umana e politica di Fratelli d’Italia desideriamo esprimere cordoglio e vicinanza alla sua famiglia e ai suoi cari. Il senatore Caruso è stato tra i fondatori di Fratelli d’Italia e tra i più capaci e validi esponenti del nostro movimento. Un uomo di altri tempi, un Patriota convinto e capace, uno straordinario professionista. Ci mancherà molto”. Lo ha detto in serata Giorgia Meloni sulla sua pagina facebook.

Antonino Caruso era un’avvocato di prim’ordine

Antonino Caruso, avvocato e parlamentare, era consigliere in carica della Fondazione Alleanza nazionale. Classe 1950, è morto prematuramente per un attacco cardiaco. Era stato senatore di Alleanza nazionale e del Popolo delle Libertà per quattro legislature, sempre nella circoscizione Lombardia. La prima elezione al Senato risale al 1996. Qui fece subito parte della 2a commissione permanente Giustizia nonché componente di altre commissioni parlamentari. Fu poi confermato nel 2001, 2006 e 2008, quest’ultima con il PdL.

Tra i fondatori di Fratelli d’Italia, ne curò lo statuto

Come ha ricordato Giorgia Meloni, nel 2012 lasciò il gruppo parlamentare del PdL insieme ad altri dieci senatori, per costituire il gruppo chiamato Centrodestra nazionale, che raccoglieva una parte di ex di Alleanza nazionale e una parte di critici nei confronti del governo Monti. E fu proprio da questo gruppo parlamentare che nacque quello che è oggi Fratelli d’Italia.  Questo gruppo era stato ispirato da Ignazio La Russa, già coordinatore nazionale del PdL e già reggente di Alleanza nazionale. Tra le sue moltissime iniziative legislative, ci piace ricordare quella relativa alla modifica dell’ articolo 200 del codice di procedura penale in materia di tutela del segreto professionale dei giornalisti, oltre a iniziative per la famiglia.

Successivamente Caruso entrò nella Fondazione Alleanza nazionale, facendosi subito apprezzare per la sua competenza giuridica e per il suo rigore professionale. Tra l’altro realizzò lo statuto della Fondazione An e in seguito collaborò e revisionò anche lo statuto di Fratelli d’Italia.

Il dolore dell’amico di sempre Ignazio La Russa

Ignazio La Russa, suo fraterno amico si può dire da generazioni, lo ricorda con molto affetto: “Sì, mio padre e suo padre studiarono insieme a Catania, poi si trasferirono a Milano. Suo padre era giudice di Cassazione. A Milano Caruso si avvicinò al Msi e fu tra l’altro uno dei fondatori della famosa Radio University. Successivamente si avvicinò alla politica attiva diventando prima consigliere provinciale e poi senatore. Era di una competenza professionale spaventosa e sempre disponbile, era il suo carattere. Anche in Senato fece cose egregie e tutti lo ricordano con grandi affetto e stima. Mancherà moltissimo a tutti noi”.

Antonino Caruso lascia la moglie Paola e la figlia Ludovica, Lulù, che ora aspetta un bambino. Alla famiglia vadano le condoglianze più sincere della Fondazione Alleanza nazionale, di Fratelli d’italia, della redazione e direzione del Secolo d’Italia e della nostra comunità.

 

di: Antonio Pannullo @ 23:12


Apr 02 2020

Inps, Urso: “Se gli hacker non c’entrano, perché tirarli in ballo coinvolgendo il Copasir?”

Hacker sì, hacker no. Non è uno scherzo. Sul blocco del sito dell’Inps è giallo dopo che il governo, Conte in persona, ha scomodato l’attacco degli hacker per giustificarsi.

Urso: gli hacker? Se non c’entrano è gravissimo

“Se, come sembra, il blocco della piattaforma digitale dell’Inps non sia dovuto ad un attacco hacker ma solo ad una macroscopica inefficienza, credo che qualcuno debba spiegare molte cose. E perché abbia diffuso in modo improprio un allarme di così tale ampiezza. Che ha coinvolto il Copasir e quindi il Dis, (sistema di informazione sulla sicurezza), su un aspetto così sensibile e importante”. A dirlo è Adolfo Urso vicepresidente del Comitato parlamentare per la sicurezza.

“Conte è un irresponsabile”

“È irresponsabile – continua l’esponente di Fratelli d’Italia – averlo fatto tanto più che gran parte degli esperti aveva subito escluso questa possibilità”. Insomma una bufala.  ”Ma sarebbe ancor più grave – prosegue Urso –  che questa fake news fosse stata deliberatamente alimentata solo quale paravento di una palese inefficienza del sistema. E di chi avrebbe dovuto programmare il servizio a cui l’Inps era stato in tempo delegato. Chiunque l’abbia fatto dovrà stavolta assumersi le proprie gravi responsabilità”.

di: Gloria Sabatini @ 16:29


Apr 02 2020

Morto Gaetano Rebecchini: fu tra i fondatori di Alleanza nazionale e cattolico coerente

Gaetano Rebecchini, scomparso oggi all’età di 95 anni, fu tra i fondatori, nel 1994, di Alleanza nazionale. Lo ricordò lui stesso su questo giornale: Alleanza nazionale fu fondata all’hotel Ergife il 23 aprile 1993 da un gruppo di esponenti della società civile tra cui Gustavo Selva, Domenico Fisichella, Pietro Armani e lo stesso Rebecchini, anche se ufficialmente nacque nel gennio del 1994, sempre a Roma. Rebecchini apparteneva a una importante famiglia romana di politici e ingegneri. Il padre infatti era Salvatore, sindaco democristiano di Roma dal 1947 al 1956, con i voti determinanti dei comsiglieri comunali del Msi.

Rebecchini fu ingegnere, politico, ma soprattutto cattolico

Il fratello più piccolo, Francesco, è stato sottosegretario e senatore della Dc dal 1972 al 1988, e l’altro fratello, era aeditore televisivo nonché presidente della Federazione radio televisioni. Gaetano si laureò in ingegneria a Roma e si occupò dello studio di ingeneria della famiglia. Nel 1976 poi insieme con il fratello Filippo fondò l’emittente televisiva Tele Roma Europa, poi divenuta Super3. Cattolico osservante, dal 1991 al 2011 fu membro della Sacra Consulta e consigliere di Stato della Città del Vaticano.

Presiedeva la Consulta per i problemi etico-religiosi

Come detto, a Fiuggi nel 1995 entrò a far parte del nuovo partito, facendo inserire nelle tesi congressuali il paragrafo scritto da lui: ““Ci sentiamo eredi e siamo cultori della civiltà romana e di quella cristiana che ha il suo fondamento nel messaggio portato da Pietro a Roma e diffuso in Occidente e nel mondo intero”. In quello stesso anno gli fu affidato l’incarico di presidente della Consulta di Alleanza nazionale per i problemi etico-religiosi. Rifiutò la candidatura al Senato per occuparsi della Consulta.

Disaccordi sulla questione della procreazione assistita

Ma nel 2005 ne uscì, in quanto non condivideva la posizione del presidente di An Gianfranco Fini sul referendum abrogativo sulla procreazione assistita. Successivamente, nel 2010, rifiutò di aderire alla nuova formazione di Fini Futuro e Libertà, accusandolo di “deriva relativista”, e in seguito a questo si dimise anche dalla Fondazione FareFuturo. perché “laboratorio dottrinale della nuova formazione politica ideata da Fini”.

Rebecchini e i “valori non negoziabili”

Al 2013 risale una delle sue ultime interviste, come presidente del Centro di orientamento politico di Roma, alla rivista culturale Tradizione, sul problema molto sentito da Rebecchini dei “valori non negoziabili”. Una vita e un impegno politico, quelli di Gaetano, certamente improntati alla coerenza e all’intransigenza rigorosa su alcune questioni. Alla famiglia vadano le condoglianze più sentite della redazione della direzione del Secolo d’Italia.

Il dolore del senatore Gasparri

 “È giunto al cospetto del Signore Gaetano Rebecchini, mancato a Roma all’età di 95 anni. Gaetano Rebecchini ha meriti enormi nel campo dell’impegno sociale, imprenditoriale, culturale e politico. Lui e la sua famiglia hanno dato e danno un contributo essenziale alla vita della Capitale e non solo. A Gaetano Rebecchini la destra politica deve imperitura riconoscenza”. Lo dichiara il senatore di Forza Italia, Maurizio Gasparri.

“All’inizio degli anni Novanta – ricorda – è stato protagonista del processo di crescita e maturazione della destra italiana, contribuendo in modo determinante al suo accreditamento nella realtà istituzionale, imprenditoriale e religiosa. Senza Gaetano Rebecchini il miracolo di Alleanza Nazionale non sarebbe stato possibile. E non volle mai né candidarsi alle elezioni né assumere ruoli di governo, che avrebbe ben meritato per le sue indiscutibili qualità”. “Generosità e disinteresse personale, grande spessore umano e morale, capacità di iniziativa in ogni campo, fanno di Gaetano Rebecchini un modello indimenticabile. La destra a lui deve moltissimo ed è doveroso ricordarlo in questo momento in cui Gaetano lascia la terra ma non lascia i nostri cuori e le nostre menti”, conclude il senatore azzurro.

di: Antonio Pannullo @ 13:38


Mar 28 2020

Ristampato “Nati per combattere. Dalla Sapienza a Regina Coeli”. Il racconto di due soldati politici

“Nati per combattere. Dalla Sapienza a Regina Coeli” è un libro del 1999, oggi arricchito e aggiornato. E’ un libro scritto a quattro mani, da Duilio Marchesini e Giancarlo Scafidi, due cattolici tradizionalisti molto noti a Roma. La loro peculiarità rispetto ad altri frequentatori di chiese, è che loro furono disposti tutta la vita a battersi per le loro idee in piazza, contro nemici spietati e sempre soverchianti. Non erano certo neofascisti, ma spesso i loro percorsi, soprtattutto all’università di Roma, si sono incontrati.

Nati per combattere, una storia degli anni di piombo

Correvano gli anni Sessanta e Settanta, e, come scrivono in “Nati per combattere”, il materialismo marxista e ateo, eterodiretto da Mosca, voleva distruggere la società italiana ed europea. Marchesini e Scafidi furono sempre convinti della loro fede religiosa, e per questo si batterono sempre contro quella che loro consideravano la degenerazione della società. All’inizio lo facevano con strumenti culturali, anche all’università, con incontri e dibattiti, poi a loro fu impedito di parlare con la cieca forza, ed è allora, come dice Mordini, il monaco si fa guerriero.

Marchesini e Scafidi si opposero all’ateismo con ogni mezzo

Si opposero con tutti i mezzi alla subcultura marxista, che purtroppo aveva preso piede soprattutto tra i giovani. Si opposero alla droga, al divorzio, all’aborto, alle liturgie moderniste, alla teologia della liberazione. Ma soprattutto si opposero al conculcamento delle idee e alla prepotenza intollerante dei gruppi armati comunisti, che la volevano fare da padrone. Parteciparono alla battaglia di Valle Giulia nel marzo 1968, contrastando le continue occupazioni delle facoltà da parte dei gruppettari. In questo aiutati e sostenuti non solo dal Fuan e dalle organizzazioni di destra, ma anche dagli studenti che volevano studiare.

Gli scontri alla Sapienza nel 1968

“Nati per combattere” è pieno di aneddoti degli scontri all’università, e anche di storie ed episodi alcuni dei quali veramente gustosi. Le battaglie contro i preti marxisti alla abate Franzoni, le irruzioni nelle chiese “moderne”, con tanto di chitarre spaccate e falsi preti schiaffeggiati, le processioni vietate e da loro realizzate, e tantissimi altri episodi di quella Roma diversa. Ma fra tutti rimane storica la spettacolare contestazione alla prima di Jesus Christ Superstar al Teatro dell’Opera. Era il 17 dicembre del 1973. Paolo VI e il Vaticano, tra l’altro, si erano detti “entusiasti” dell’opera.

Jesus Christ superstar e i criceti paracadutati

Gli autori insieme con movimenti di cattolici tradizionalisti, avevano rimediato, chissà come, una trentina di biglietti per la prima. Scrivono gli autori: “Era chiaramente offensivo della dignità di Nostro Signore Gesù Cristo”. La polizia, con il solito commissario Improta, presagiva che qualcosa sarebbe accaduto, e non sbagliava. Fu anche fermata una esponente politica oggi famosa, allora ragazza, con una borsa piena di ortaggi… Appena si spensero le luci, Marchesini si alzò e iniziò a urlare che quello spettacolo era un’offesa a Gesù Cristo, subito imitato da molti altri.

La contestazione al Teatro dell’Opera di Roma

Furono lanciati volantini dalla galleria alla platea, e furono persino lanciati tre criceti con piccoli paracadute che suscitarono un prevedibile pandemonio tra le signore radical-chic, tra le quali c’era anche la moglie del presidente della Repubblica Leone. La polizia accorse in forze e a fatica riuscì a immobilizzare i contestatori. Uno di loro, un ex paracadutista, si era aggrappato alla ringhiera della galleria e pendeva pericolosamente verso il basso. All’uscita, poi, i giovani attesero il critico Gian Luigi Rondi e gli espressero il loro disappunto con lanci di monetine. Tutti i giornali parlarono di quell’impresa. Su uno di loro, c’era la foto dei tre criceti, sani e salvi grazie ai paracadute.

L’esperienza di Regina Coeli come crescita spirituale

Ovviamente tra blocchi stradali, scazzottate, irruzioni nelle chiese, risse continuate, Marchesini e Scafidi finirono almeno sei volte a Regina Coeli. E a questo è dedicata la seconda parte dell ibro. Uno spaccato della disperazione, dell’inumanità, delle condizioni delle carceri italiane. E del tentativo degli autori di confortare i loro “concellanei”, come li chiamano, attraverso le Messe e l’aiuto nel disbrigo delle pratiche burocratiche. Tra rivolte carcerarie, risse, incontri col direttore. Di questa seconda parte pubblichiamo una pagina, per tutti noi molto significativa.

“Ciao Stefano”

Un giorno nella cella dei due autori arriva la comunicazione che sarebbe arrivato dall’isolamento uno dei “nostri”. Ecco che scrivono Marchesini e Scafidi. “E’ stato così che abbiamo incontrato Stefano: 19 anni, intelligente e allegro. Dopo un po’ che stavamo insieme ci sembrava di conoscerlo da sempre. S’era accapigliato per la politica, roba da poco. In 12 giorni era già stato scagionato. Dopo tanti concellanei problematici, averne uno così spensierato significava serenità, conversazione, affinità d’educazione e d’ideali. Insomma significava sentire di meno, molto di meno, il peso del carcere.

“Ci sentivano suoi fratelli”

Da bravo ragazzo qual era, con un pensiero organizzato, Stefano arrivava da solo a risolvere i problemi dell’ambientamento in prigione, ma era per noi motivo di soddisfazione anticipare le sue conclusioni, citando le molteplici esperienze avure fino a quel momento. Ci sentivamo come padri di un figlio e fratelli di un fratello. Anche lui si appassionava alla sua emancipazione e scriveva ai famigliari con entusiamo. Loro nei pacchi aggiungevano cibi per noi, essendo contenti che il vivace figliolo avesse trovato una fortuna in quella disgrazia. Ci è capitato così più di una volta di dover bloccare le sue corse a prendere di petto qualcuno che aveva detto o fatto qualcosa di scorretto, e ciò per evitargli la rituale borttigliata in testa.

“Nacque una sincera amicizia”

Ma, a parte le fioriture di un’indole generosa e retta posta a contatto con le storture di un ambiente, Stefano aiutava chi poteva in mille modi. Privandosi anche di effetti utili e andando incontro a qualche indigenza. Così in poco tempo si era fatto sì la fama di pivello tiracalci, ma soprattutto di amico su cui poter contare in qualsiasi momento. Con lui abbiamo parlato di religione e di politica, di musica e di filosofia durante quei 12 giorni di cella, e anche dopo, incontrandoci nella vita libera. Ma di più avremmo parlato e più spesso ci saremmo visti se avessimo saputo che per Stefano quello era l’ultimo anno di vita. Si trattava di Stefano Recchioni, Parà per gli amici, il ragazzo che perse la vita al Tuscolano la sera del 7 gennaio 1978 insieme a Franco Ciavatta e Francesco Bigonzetti. Ciao Stefano”.

di: Antonio Pannullo @ 14:38


Mar 20 2020

Addio a Flavio Campo di Avanguardia. Il ’68, l’università, Reggio e quello schiaffo a Pasolini…

Flavio Campo se ne è andato l’altra sera a Roma. La notizia si è appresa dai social, dove un suo vecchio amico di un tempo ha comunicato la notizia. Classe 1942, Flavio Campo rappresentava la generazione di attivisti venuta subito dopo quella dei combattenti della Repubblica Sociale, che riempivano le sezioni del Msi, soprattutto a Roma, ma non solo. Campo era conosciutissimo a Roma, stimato e rispettato da tutti, perché aveva una sua etica, seguiva i suoi ideali, era coraggiosissimo, non si tirava indietro quando bisognava essere coerenti in piazza difendendo le proprie idee.

Flavio Campo entrò giovanissimo nel Msi

Giovanissimo, neanche maggiorenne, entrò nella Giovane Italia (organizzazione giovanile del Msi) che allora si trovava all’ultimo piano di Palazzo del Drago in via IV Fontane. Il presidente provinciale era Adalberto Baldoni. In quegli anni, ossia a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta, l’attività era più che altro politica, culturale: i giovani organizzavano convegni, dibattiti, riunioni, mostre fotografiche. Si era concentrati contro l’Unione Sovietica, c’era da poco stata la Rivolta in Ungheria, e sulle università. C’era poi la lotta alla droga, che iniziava a fare la sua comparsa preoccupante nelle scuole. Nel nome di una falsa libertà, infatti, le sinistre ne propugnavano l’uso. Quando si accorsero di sbagliare, purtroppo, era però troppo tardi.

Flavio Campo, per le sue capacità organizzative, divenne in breve tempo il capo-attivisti della Giovane Italia di Roma. Un testimone lo ricorda orgnaizzatore e relatore di un convegno a Palazzo del Drago proprio sull’anniversario, forse il quinto, dei fatti della rivolta d’Ungheria. Nel 1962 però Baldoni lascia la presidenza provinciale della Giovane Italia e Flavio Campo si avvicina alla neonata formazione di Stefano Delle Chiaie Avanguardia Nazionale. Non la lascerà più sino alla fine. Divenne vicinissimo al gruppo dirigente di Avanguardia, insieme con altri attivisti famosissimi a Roma.

Flavio Campo conobbe la galera, la latitanza, ma non si fermò mai. Seguì Delle Chiaie in diverse occasioni nella sua latitanza all’estero, perse il suo lavoro al ministero delle Finanze, anche se in seguito fu riassunto in quanto estraneo ai fatti di cui lo imputavano. Era un tipo di poche parole, quasi burbero, parlava solo con la sua stretta cerchia di camerati di Avanguardia, anche se aveva contatti anche con i missini di Roma Sud, zona nella quale era nato e dove abitava.

Fu vicinissmo a Stefano Delle Chiaie

Il suo antico amico di allora, Vincenzo Nardulli, ne ha scitto un bellissimo ricordo su Facebook, corredandolo delle foto che pubblichiamo. Flavio Campo aveva un suo stile: pur essendo indiscutibilmente un uomo d’azione, portava sempre la giacca, e talvolta la cravatta. Era un soldato politico, eseguiva gli ordini a qualunque costo. E in quegli anni era difficile farlo, costretti in venti contro cento ad affrontare gli extraparlamentari di sinistra, e anche le squadre del Pci, che erano piuttosto risolute. Ma lui non si tirò mai indietro. Partecipò alle stagioni del ’68 all’università di Roma, alla rivolta di Reggio del 1970, al golpe Borghese del 7-8 dicembre di quello stesso anno. Secondo Nardulli, Campo partì per arruolarsi nella Legione Straniera ma fu raggiunto da Delle Chiaie che lo convinse a rimanere in Italia.

Gli episodi della vita militante di Flavio Campo sono innumerevoli, ma ne vogliamo raccontare due: uno certamente autentico, raccontato da Adalberto Baldoni, e uno leggendario, ma molto verosimile. Il primo avvenne il 29 marzo 1962 in occasione della prima del film di Pasolini Una vita violenta. Consideriamo che Pasolini, in quegli anni, riteneva i missini solo emarginati e teppisti di borgata. La destra italiana aveva sempre rifiutato l’accostamento destra-violenza, e poi gli anni hanno dimostrato che destra della violenza fu vittima. Comunque si inscenò una contestazione davanti al cinema Quattro Fontane. Ma tutto finì lì.

Quella rissa con Pasolini e Citti

Pochi mesi dopo, invece, ci fu un’altra contestazione della Giovane Italia a Pasolini, in occasione della prima di Mamma Roma. La proiezione fu disturbata sia dalla Giovane Italia sia da Avanguardia Nazionale. All’uscita, Pasolini e Sergio Citti aggredirono i dirigenti giovanili guidati da Flavio Campo. Il quale si difese e schiaffeggiò Pasolini, come si vede nella foto pubblicata da Baldoni nel suo Noi Rivoluzionari. Citti invece ebbe la peggio da parte di un altro esponente di Avanguardia. Tra l’altro, quando uscì il libro di Pasolini Una vita violenta, ci fu la presentazione in un circolo comunista all’Appio. Baldoni, Campo e altri parteciparono massicciamente all’evento, e Baldoni intervenne, parlò, disse la sua e tutto si svolse pacificamente. Dimostrando così che la destra anche estrema era disponibile al confronto delle idee.

La presunta partecipazione al golpe Borghese

L’altro episodio, di cui si favoleggia da anni, riguarda il golpe Borghese dell’Immacolata. Non staremo a ricostruire al vicenda, troppo complessa. Basti ricordare che Avanguardia ebbe l’incarico di introdursi al ministero dell’Interno e poi occuparlo quando il golpe fosse stato in atto. Alcuni attivisti, non sappiamo assolutamente chi, si nascosero nel Viminale sin da qualche ora prima. Dopo la chiusura, si introdussero nell’armeria per poter poi controllare la situazione. E’ ovvio che furono scelti gli uomini più determinati. Poi, come sappiamo. l’operazione fallì, e quegli attivisti si allontanarono senza essere arrestati. Qualcuno dice che portarono con sé un paio di Mab, ma in realtà non furono mai ritrovati, per cui probabilmente è solo una leggenda metropolitana.

Quando Avanguardia concluse la sua parabola storica, Flavio Campo abbandonò la politica. Proseguì il suo lavoro, poi aprì un maneggio fuori Roma, e poi una libreria di area in via Cerveteri, all’Appio, dove lo conobbi qualche decennio fa. Un tipo di poche parole, disgustato dalla politica politicante, poco disposto alle chiacchiere. Ma anche così, traspariva la caratura dell’uomo e del militante. Aveva dei contatti e delle strettisime amicizie anche con esponenti del Movimento politico Ordine Nuovo, ma ormai il momento era passato. Rimane comunque uno delle persone che hanno fatto la storia dell’attivismo romano e italiano. In anni in cui era difficile e pericoloso schierarsi, lui si schierò.

(Nelle foto, fortunosamente giunte fino a noi: a sinistra Flavio Campo sulla scalinata dell’università: è quello di davanti a tutti. A destra, Campo è di spalle aggredito da Pasolini)

di: Antonio Pannullo @ 14:59


Mar 09 2020

Morto a Parma Massimo Zannoni, docente e uomo di cultura. Si oppose allo scioglimento del Msi

Addio a Massimo Zannoni. Se n’è andato improvvisamente uno di quei personaggi sulle cui gambe camminava la storia. Ho avuto la fortuna di conoscere, frequentare ed apprezzare Massimo Zannoni, parmense, presidente e a animatore del Circolo Corridoni. In queste ore gli amici comuni mi chiedevano se vivesse solo. Non proprio, anzi, per niente. Perché vivere in un vero e proprio museo significa accompagnarsi giorno dopo giorno con la storia.

Zannoni non era rautiano ma seguì Rauti

Perché Zannoni era soprattutto un uomo di cultura oltre che un docente. Nella sua casa da una parte si poteva respirare la storia del fascismo, della seconda guerra mondiale e della Repubblica Sociale di cui Massimo possedeva intere collezioni di quotidiani  e riviste. Alcune davvero introvabili, tanto che qualche anno fa scrisse un libro sulla stampa nella Rsi, una autentica bibbia per storici e appassionati.

Era esperto di Rsi e di guerra civile spagnola

Massimo Zannoni variava dalla storia della destra del secondo dopoguerra ad un’altra delle sue grandi passioni, la guerra civile spagnola (era legatissimo all’Ancis). Non mancavano però scaffali dedicati alla Guerra Fredda e al calcio. Tifosissimo crociato da sempre, presidente di club, è stato tra gli ideatori e gli animatori del museo del Parma (che lo ha salutato con un comunicato). Ma ancora arbitro di pallavolo, divoratore di fumetti e grande viaggiatore (era stato recentemente in Corea del nord).
Politicamente impegnato e rispettato da tutti, si iscrisse giovanissimo alla Giovane Italia e poi al Msi, frequentando nel ’68 il Fuan bolognese. Andava orgoglioso di essersi sempre occupato della formazione culturale dei giovani e di aver fatto parte dell’unica Federazione del Msi che non votò lo scioglimento del partito e quindi contro alla svolta di Fiuggi. Mai stato rautiano, seguì invece Pino Rauti nella Fiamma Tricolore.
Ma i suoi capolavori sono la vitalità del Circolo Corridoni che aveva iscritti in tutta la penisola con i suoi incontri culturali del sabato pomeriggio in una sede così calda e vissuta. E poi Orizzonti, il trimestrale del circolo che esce ininterrottamente da decenni, quasi un unicum a destra. Metteva tutto se stesso in questi progetti, metteva a disposizione tutto il suo archivio ed il suo sapere. A Parma lo conoscevano anche per aver insegnato Lettere a migliaia di studenti, tra questi Gigi Buffon con il quale si sentiva spesso.
Un giorno mi donó la sua collezione dell’Italiano di Pino Romualdi. Ora che molti di noi siamo un po’ orfani senza Zannoni, cercheremo di ringraziarlo anche non facendo scemare quello in cui credeva e quello che faceva. In Massimo Zannoni le due cose andavano di pari passo.
(Foto Marco Brioschi)

di: Antonio Pannullo @ 19:19


Mar 02 2020

L’Italia è un Paese bloccato: il Rapporto sulla mobilità sociale ci indica i modi per farlo ripartire

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Dopo gli anni dell’egalitarismo a buon mercato (tutti uguali per mantenere, nella sostanza, le vecchie rendite di posizione, trasmesse di padre in figlio) è tempo di riportare al centro del dibattito nazionale il tema della mobilità sociale, l’unico strumento per ridare all’Italia quella dinamicità ormai persa da decenni e per riaccendere, soprattutto tra le giovani generazioni, aspettative oggi sopite.

A ricordarcelo, dati alla mano, il primo rapporto annuale Global Social Mobility Index sulla mobilità sociale, dal quale emerge come in una società capace di offrire a ciascuno pari opportunità di sviluppare il proprio potenziale, a prescindere dalla provenienza socio-economica, non solo ci sarebbe più coesione sociale, ma si rafforzerebbe anche la crescita economica. Un aumento della mobilità sociale del 10% spingerebbe infatti il Pil di quasi il 5% in più in 10 anni.

Sono ben poche, tuttavia, le economie che hanno le condizioni giuste per favorire la riduzione delle disparità e l’inclusione. Le chance di una persona nella vita sono sempre più determinate dal punto di partenza, cioè dallo stato socio-economico e dal luogo di nascita. Di conseguenza le disuguaglianze di reddito si sono radicate e le classi sociali sono “ingessate”.

Alle spalle di Cipro, Lettonia, Polonia

E veniamo all’Italia. Nell’indice di mobilità sociale, il nostro Paese ottiene un punteggio di 67, con cui supera di poco Uruguay, Croazia e Ungheria e resta alle spalle di Cipro, Lettonia, Polonia e Repubblica Slovacca. L’Italia segna la sua migliore performance nell’ambito della salute, potendo contare sul nono posto per la qualità e l’accesso alla sanità e sul quarto posto per l’aspettativa di vita. In termini di accesso all’istruzione, qualità ed equità, il nostro Paese da un lato gode di un buon ratio studenti-insegnanti, dall’altro – rileva il rapporto – da “una mancanza di diversità sociale” nelle scuole, che non favoriscono cioè l’inclusione tra ceti diversi. Un’annotazione che pare trovare riscontro anche in recenti fatti di cronaca, che hanno sollevato l’accusa di scuola “classista”.

Tra i punti deboli anche l’alta percentuale di inattivi (Neet, né al lavoro né in formazione) tra i giovani (quasi il 20%) e le scarse possibilità di formazione continua, che limitano le opportunità di apprendimento per i lavoratori. Solo il 12,6% delle aziende – sottolinea il rapporto – offre una formazione formale e per i disoccupati è difficile accedere a corsi per migliorare le competenze. Tra le aree su cui intervenire figura, ovviamente, quella delle opportunità di lavoro, dove l’Italia è al 69mo posto, penalizzata dagli alti livelli di disoccupazione.

Immobilismo sociale

In sintesi: ad uscire fuori è la fotografia di un Paese che tende all’immobilismo sociale. E quindi raffredda le aspettative e le ambizioni della società. Frustrando l’accessibilità alle varie posizioni sociali. Attraverso una serie di vincoli strutturali, riconducibili all’autoreferenzialità dei diversi gruppi professionali. Alla cooptazione delle classi dirigenti, ad un sostanziale rigidità dei cosiddetti “processi ascensionali”.

Che fare? Per far ripartire l’ascensore sociale, il rapporto consiglia, tra le altre misure, di rafforzare la progressività delle tasse sui reddit. E poi riequilibrare le fonti di tassazione. Introdurre politiche che contrastino la concentrazione di ricchezza. Puntare sull’istruzione e sulla formazione continua, migliorando la disponibilità, la qualità e la diffusione dei programmi educativi. Sarebbe poi necessario offrire una protezione a tutti i lavoratori, indipendentemente dal loro stato occupazionale. In particolare nel contesto del cambiamento tecnologico e delle industrie in transizione. Le aziende, dal canto loro, dovrebbero avere un ruolo guida. Promuovendo una cultura di meritocrazia nelle assunzioni. Fornendo formazione professionale, migliorando le condizioni di lavoro e pagando salari equi.

Da parte nostra vorremmo aggiungere una necessità di fondo: fare sistema. Creare, insomma, quei doverosi collegamenti territoriali, interaziendali, di categoria, in grado di favorire le sinergie sistemiche nell’ambito della scuola, della ricerca, della formazione, dell’accesso al credito, della selezione della classe dirigente. Con al fondo la consapevolezza di quanto sia necessario investire per favorite quella mobilità interna, capace di creare nuova ricchezza reale e aspettative vere in  un Paese altrimenti destinato ad un cronico immobilismo. Senza una nuova dinamicità, è la stagnazione sociale a vincere, una stagnazione ben più grave di quella produttiva.

di: Aldo Di Lello @ 14:07


Feb 27 2020

Fragalà, il ricordo, commosso, dei parlamentari: da Fdi al Pd, da Italia Viva a Lega, da M5S a Fi (video)

«Il 26 febbraio di dieci anni fa, dopo tre giorni di sofferenza, scomparve Enzo Fragalà. Ciao Enzo, noi oggi siamo qui anche in tuo nome. E per le tue battaglie». Così Federico Mollicone, parlamentare di Fratelli d’Italia ed ex-collaboratore di Enzo Fragalà, ha ricordato il deputato di Alleanza Nazionale assassinato nel febbraio 2010 da Cosa Nostra.

Un gesto, quello del ricordo in aula, che ha unito, ieri, a dieci anni dall’omicidio di Enzo Fragalàtutti i gruppi parlamentari. Uno dopo l’altro, i colleghi di Enzo Fragalà si sono alzati in piedi. Ed hanno portato la propria testimonianza. Ricordando lo stile di Enzo. Il coraggio di quest’uomo mite, dolce e sempre sorridente.
La sua ansia di verità. Che lo ha spinto a combattere, spesso in minoranza, per battaglie di principio. Senza chiedersi che prezzo avrebbe pagato.

La grande umanità di Fragalà, un galantuomo siciliano

La sua cortesia da galantuomo siciliano. La sua cultura smisurata che non faceva mai pesare. E, poi, la sua competenza in vicende complesse e delicatissime. Come quelle relative al terrorismo e alle stragi.
Il suo senso della solidarietà. La sua umanità che, unita ad una grandissima intelligenza, gli consentiva di dialogare con chiunque, di trovare, comunque, un modo per parlarsi. Aldilà di tutto, aldilà delle appartenenze politiche e ideologiche.
«Una straordinaria persona perbene», come lo ha definito l’esponente di Italia Viva, Roberto Giachetti.

«Enzo fu penalista di fama, assistente di Storia contemporanea dell’Università degli Studi di Palermoparlamentare di Alleanza Nazionale per tre legislature», ha ricordato Mollicone in aula.

«Cresciuto politicamente nel Movimento Sociale», ci ha tenuto a precisare il deputato di FdI. Ricordando come «alcuni colleghi condivisero con me e con lui un percorso di vita professionale e politica».

Deputato infaticabile, impegnato in una miriade di attività

Enzo Fragalà, ha aggiunto Mollicone, era un «infaticabile deputato. E militante dei nostri colori. Fui onorato di lavorare con lui. Era un uomo impegnato in miriadi di attività». Un uomo «di grande coraggio, stile e cultura».

L’esponente di FdI ne ha tratteggiato l’aspetto umano. E anche quel suo «intercalare, che forse in pochi ricorderanno. Quando, con la sua cortesia da gentiluomo siciliano, si rivolgeva a qualche amico, a qualche collega, a qualche avventore con “mii, complimenti”.

Enzo Fragalà aveva una vita intensa. «Come avvocato seguiva moltissimi processi di mafia – ha detto Mollicone – La sua lotta fu un doppio binario. Il primo verso la Cupola e contro la Cupola mafiosa. Il secondo verso chi, con la scusa dell’antimafia da vetrina, ci costruì una carriera. Proprio in un contesto di mafia ha perso la vita».

«Ci auguriamo finalmente, dopo dieci anni, un’adamantina soluzione del processo, così da dare giustizia all’uomo, al politico e ai suoi cari – ha concluso MolliconeGrande esperto di terrorismo, fu componente delle più importanti e prestigiose Commissioni parlamentari d’inchiesta. La Commissione Stragi, la Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il dossier Mitrokhin. Cioè il cosiddetto Dossier Impedian.

Esperto di terrorismo, membro delle Commissioni d’inchiesta

«Condividiamo quindi con Marzia Fragalà e la sua famiglia quest’ansia di verità. Che possa ristabilire l’onore. Quella verità che, per tutta la vita, Enzo Fragalà ha sempre cercato. Ciao Enzo, noi siamo qui anche in tuo nome e per le tue battaglie».

Al ricordo di Mollicone si sono uniti, con interventi appassionati, parlamentari di tutte le altre forze politiche.
Roberto Giachetti, di Italia Viva, conobbe Fragalà quando per lui era la prima legislatura e, per Enzo, l’ultima. Si incrociarono in Parlamento. E avevano, certamente, una cosa in comune che li univa nonostante le appartenenze politiche diverse. Una visione garantista in un contesto per buona parte manettaro.

Di qui il ricordo di «una straordinaria persona perbene. Di una persona che consente di utilizzare delle espressioni che sono ormai desuete. Cioè non solo un gentiluomo, come ha ricordato Mollicone. Ma, anche, un galantuomo».

«Una persona di grande sensibilità e di grande disponibilità – ha aggiunto Giachetti – Una persona con delle grandi qualità dal punto di vista dell’interpretazione garantista del nostro diritto e della vita democratica».

Giachetti (IV): persona di grande nobiltà d’animo

«Il processo, a distanza di dieci anni, sembra che si stia per arrivare a una prima sentenza – ha ricordato ancora Giachetti – E, dagli atti del processo, emerge una cosa tra le altre». Il fatto che Fragalà ha cercato di «di indirizzare i suoi clienti verso un’apertura nei confronti della magistratura. Cioè di collaborare con la magistratura. Questo ne nobilita anche la persona. Questo Parlamento ha consentito anche al Paese il servizio di tante persone perbene. Galantuomini, che non necessariamente fanno parte della casta».

Poi è stata la volta della leghista Barbara Saltamartini. «Ho avuto l’onore di conoscere Enzo Fragalà – ha esordito – Lui ci ha insegnato che si può morire per difendere i propri ideali. Per portare avanti le proprie battaglie. Nella convinzione che la lotta alla mafia si deve fare senza “se” e senza “ma”. E non si deve avere paura di combatterla nel profondo. Ogni giorno. Non solo nella professione che si svolge, quale quella che svolgeva Enzo. Ma proprio come persona. Come uomo. Come quel gentiluomo che Enzo Fragalà è stato. Quel gentiluomo che ha sempre anteposto prima il bene della Nazione. Prima il bene dell’Italia. E, poi e solo dopo, il bene del partito nel quale militava, in cui anche io ho avuto l’onore di stare».

Enzo Fragalà ci ha insegnato – ha continuato la Saltamartini – che la lotta alla mafia, la lotta alla criminalità organizzata non può terminare con un atto parlamentare, seppure importante, seppure autorevole. Ma deve proseguire in una battaglia culturale. Deve proseguire nelle battaglie che lui stesso e molti dei giovani che seguirono Enzo in quell’avventura hanno fatto e continuano a fare. Nelle strade delle città. Dove la mafia regna più che in altri posti. Dove quei giovani ancora oggi continuano a ricordare il sacrificio di uomini di Stato. Penso a Falcone e Borsellino. Ma, purtroppo, l’elenco è ancora più lungo».

Saltamartini (Lega): ci ha insegnato a fare politica con il sorriso

«Enzo ci ha insegnato che si può fare politica con la cortesia, con la gentilezza, con il sorriso. – ha concluso Barbara Saltamartini – Senza perdere di vista l’obiettivo da raggiungere. Ecco forse quest’Aula, anche con l’esempio di Enzo Fragalà, un po’ di quello stile di fare politica lo potrebbe recuperare, nel momento in cui lo ricorda proprio oggi, a dieci anni dalla sua morte».

Anche Stefania Prestigiacomo, parlamentare di Forza Italia, siciliana come Fragalà, ha voluto ricordare Enzo. Con il quale aveva «un’amicizia che non si dimentica», il «privilegio della sua consuetudine. Chi ha trascorso con lui tante ore di lavoro e di impegno politico non si potrà rassegnare mai per averlo perso».

«Enzo era una persona pulita, integra, intelligente, allegra – lo ha tratteggiato la parlamentare di Fi – Ce l’ho davanti agli occhi. Con il suo sorriso contagioso, con il quale riusciva ad addolcire ogni situazione. Anche la più ostica. Con quell’arguzia con la quale dipanava, anche grazie alla sua grande cultura giuridica, le questioni più complicate».

«Era un grande liberale di destra, Enzo. Un intellettuale brillante. Che arricchiva la politica e chi gli stava accanto. Era un uomo di diritto e delle istituzioni. Era un uomo che si batteva per la Giustizia. Memorabili le sue battaglie da parte civile nel processo dell’omicidio di Marta Russo. Memorabile il suo impegno nel processo sulla strage di Bologna».

Prestigiacomo (Fi): onore e verità le sue stelle polari

«Enzo Fragalà era una persona che, della verità e dell’onore, aveva fatto le sue stelle polari – ha concluso la Prestigiacomo – Un uomo che aveva il culto sacro dell’amicizia. Che stava sempre dalla parte della giustizia e delle istituzioni. Fino all’ultimo. Per questa sua coerenza e per questa sua integrità è stato ucciso brutalmente. Enzo ci manca. Oggi come il primo giorno. Siamo tutti più poveri d’affetto, di intelligenza e anche più soli».

Per l’ex-sindaco di Torino ed esponente storico del Pd, Piero Fassino, Enzo Fragalà era «un parlamentare scrupoloso», un «uomo aperto sempre al confronto», un «garantista vero». Un «uomo soprattutto sempre disponibile ad ascoltare le ragioni altrui. A capirne le ragioni. E a confrontarsi e a discutere».

«Stimato» e «stimolante, nella sua curiosità e nella sua capacità di sollecitare la ricerca comune di sintesi dei punti, che consentissero di approdare a delle soluzioni utili ai cittadini e al Paese».

Fassino ha ricordato Enzo accomunandolo a Mirko Tremaglia, entrambi «di profonde e assolute convinzioni» che rivendicavano «con orgoglio». Persone «appassionate e sincere» nelle «proprie determinazioni».

Fassino (Pd): garantista vero, disponibile a confrontarsi

Fragalà come Tremaglia, per Fassino, avevano una «visione e una concezione alta della politica».

Altrettanto commuovente l’intervento di Francesco D’Uva, parlamentare dei Cinque Stelle e membro della Commissione Antimafia. Che ha svelato come si è imbattuto nel nome di Enzo Fragalà. Che non ha conosciuto personalmente.

Cercava notizie su suo nonno, Nino D’Uva, penalista come Enzo Fragalà. Venne assassinato dalla mafia nel suo studio legale a Messina il 6 maggio 1986. Difendeva alcuni imputati di mafia nel maxiprocesso.

Sette anni dopo, nel 1993, un pentitò svelò il motivo di quell’omicidio: un segnale di intimidazione all’avvocatura messinese.
Anche in quel caso la mafia aveva cercato di depistare. Facendo immaginare uno sfondo passionale.

D’Uva (M5S): ucciso perché aveva la schiena dritta

«Cercando su Internet trovai “I quaderni dell’ora”, in cui c’erano diversi nomi – ha ricordato D’Uva in aula parlando di Enzo – scoprii che c’era un altro avvocato penalista. Una morte più recente. Un avvocato che era morto sempre per mano mafiosa». Era, appunto, Enzo Fragalà.

«Quello che apprezzo molto di Enzo Fragalà è che, evidentemente, aveva la schiena dritta». ha detto il parlamentare M5S.
«Perché – ha aggiunto – se un avvocato penalista che ha a che fare con imputati per associazione mafiosa, finisce per essere ucciso, e si scopre nel 2017, secondo le ipotesi, perché cercava di convincere i propri clienti a collaborare con la giustizia, è evidente che la lotta alla mafia è trasversale».

«Dico una cosa quasi scontata, però, in realtà, non lo è – ha concluso D’Uva, colpito dalla storia di Enzo Fragalà – Perché molto spesso si tende a demandare, a dire “va bene, la lotta alla mafia la fai tu. Io tifo per te, mi faccio lo striscione, mi faccio la manifestazione. Ma pensaci, tu te ne devi occupare”. Non è così. Ognuno di noi può farlo. Semplicemente tenendo la schiena dritta. Questo è stato Enzo Fragalà».

Infine Vittorio Sgarbi. Che con Enzo Fragalà condivideva identiche posizioni garantiste.

Sgarbi: era un uomo limpido e laicamente lucido

«Fragalà era un uomo laicamente lucido nel riconoscere i diritti di chiunque. E difendere cause difficili. Era più innocentista che colpevolista. Era un uomo limpido. Un garantista vero», lo ha omaggiato Sgarbi.

«C’era in lui la visione nobile e vera di chi non crede a chi pensa che l’onestà sia l’unica soluzione per affrontare la politica – ha continuato il critico d’arte approdato alla politica – Fragalà è stato un uomo talmente limpido, che il suo nome non può essere accostato, se non a quello, forse, di Marco Pannella. Cioè di persone pronte a combattere perché sia meglio libero un colpevole che un innocente in galera. È esattamente l’opposto di quello che questo Parlamento».

La figlia Marzia: colpita e commossa, in quelle parole riconosco papà

«Sono felice e commossa allo stesso tempo – ha commentato Marzia Fragalà, figlia di Enzo e, anche lei, avvocato penalista – per le parole bellissime, intense e di grande spessore pronunciate da tutte le forze politiche in Parlamento. Che hanno voluto ricordare così mio padre in una giornata molto intensa e complicata. In quelle parole ho ritrovato pienamente la figura di papà. E mi hanno colpito anche le parole pronunciate da chi, con lui, ha avuto magari scontri politici. Ma ha saputo cogliere l’umanità, la disponibilità al dialogo, la limpidezza e il senso della giustizia che animavano mio padre».

di: Silvio @ 18:14


Feb 24 2020

Tra “Sindaco d’Italia” e presidenzialismo, qui serve una Costituente per una nuova Repubblica

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Secondo la Noto Sondaggi più della metà degli italiani è favorevole all’elezione diretta del capo del governo.  La rilevazione è stata fatta sull’onda della proposta di riforma costituzionale lanciata da Matteo Renzi. Quella di Renzi sul Sindaco d’Italia è un po’ la scoperta dell’acqua calda. Nel senso che l’idea, nella quale si riconosce la maggioranza del popolo italiano, non è proprio una novità, ma appartiene, da sempre, al riformismo costituzionale di destra (Carlo Costamagna parlava di Repubblica presidenziale già nell’ottobre 1946, su Rivolta Ideale) ben rappresentato, oggi, da Fratelli d’Italia, che, non a caso, nell’ultimo fine settimana, ha lanciato la sua campagna di raccolta firme a favore di quattro proposte di legge di iniziativa popolare, tra cui appunto quella per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Sul fronte dei contenuti non c’è partita: la riforma istituzionale è una necessità e gli italiani ne sono ben consapevoli. Più complessa la questione “di metodo”. L’annuncio, oggettivamente strumentale, di Renzi sul Sindaco d’Italia può aprire la stagione delle riforme? Ci sono le condizioni per un fronte politico trasversale che si faccia carico della volontà riformatrice ? E può bastare una proposta di legge d’iniziativa popolare, da portare all’attenzione del Parlamento, per sbloccare finalmente gli arrugginiti ingranaggi istituzionali del nostro Paese?

La lunga storia delle riforme incompiute

Nel passato ci aveva provato, sul finire degli Anni Settanta, Bettino Craxi, con l’idea della Grande Riforma. Prima di Craxi, Randolfo Pacciardi, mitica figura dell’antifascismo repubblicano, aveva dato vita, nel 1963, al movimento Unione Democratica per la Nuova Repubblica, fortemente caratterizzato in senso presidenzialista. Nel 1968 era toccato a Bartolo Ciccardini, con il suo gruppo, di “gollisti democristiani”, Europa Settanta. Giorgio Almirante della Nuova Repubblica aveva fatto la bandiera della destra degli Anni Ottanta. Il professor Gianfranco Miglio, nel 1983, aveva riunito una serie di esperti di diritto costituzionale ed amministrativo, arrivando a produrre un organico progetto di riforma della seconda parte della Costituzione. Di premierato aveva parlato, nel 2005, anche Silvio Berlusconi.

Nessuno però è riuscito a passare dalla fase della proposta a quella dell’effettiva iniziativa riformatrice. Anche oggi gli scenari non sembrano molto diversi. Come ha sottolineato Giovanni Orsina, politologo e direttore della School of Government alla Luiss, in un’intervista a Il Giornale, a mancare sono proprio i partiti che «hanno perso la loro forza e non si possono rianimare con lezioni di ingegneria costituzionale: le riforme, quelle vere, rimangono al palo perché manca il tempo per portarle a compimento e perché nessuno ha la forza per imporle». Stigmatizza sempre Orsina: «Il sistema deve essere riformato per la sua debolezza, ma è troppo debole per riformarsi»Che fare allora? Fermarsi, come nel passato, alle buone intenzioni o provare ad andare oltre?

La soluzione dell’Assemblea Costituente

Il già ricordato Costamagna, settantacinque anni fa, poneva l’accento su un fatto, solo in apparenza scontato: «Promuovere l’interesse del Popolo all’opera del proprio ordinamento costituzionale parrebbe il compito più degno del costume di una “vera” democrazia». Da dove partire allora per ridare dignità ai costumi democratici e voce a quel popolo che – sondaggi alla mano – vuole l’elezione diretta del presidente della Repubblica? Non ci sono risposte facili. Ma perché non pensare ad un’ipotesi di lavoro, tanto trasversale quanto provocatoria, come l’elezione/convocazione di un’Assemblea Costituente?

La proposta di un’Assemblea Costituente appare la strada più immediata, in grado di rispondere alle evidenti questioni di metodo e di contenuto: un’Assemblea eletta con il sistema proporzionale, frutto di un chiaro confronto programmatico, e con un mandato temporale ben definito (sei mesi), che possa elaborare un progetto di riforma organico e condiviso. Alle diverse forze in campo di fare le loro proposte e di verificarle con l’opinione pubblica. Ciò renderebbe finalmente palesi i diversi orientamenti, obbligando i rispettivi schieramenti  a scoprire le carte sui grandi temi “sensibili” del presidenzialismo, del sistema elettorale, del bicameralismo, del rapporto tra i poteri dello Stato, del vincolo di mandato, del decentramento amministrativo, con il conseguente coinvolgimento dei cittadini-elettori, resi finalmente partecipi di un essenziale passaggio politico-istituzionale per la vita del Paese.

Il nodo della rappresentanza e delle competenze

L’elezione/convocazione di un’Assemblea Costituente non è, tra l’altro, in contrasto con eventuali elezioni politiche generali. Può anzi precederle, rimarcando, in modo chiaro, l’idea della riforma costituzionale, ma tenendola ben distinta da un confronto sui programmi, sull’azione di governo, sui grandi temi dell’emergenza economica e sociale. Importante è uscire fuori dalle dichiarazioni ad effetto. Il tema della rappresentanza e delle competenze è un tema troppo serio per ridurlo ad un tweet, lanciato, come un tricchetracche, per fare un po’ di rumore ed attirare l’attenzione, ma niente di più.

di: Mario Landolfi @ 18:24


Feb 16 2020

Alemanno: bravo Veltroni su Ramelli, ma c’è il rischio che gli antifascisti si armino contro di noi

Alemanno parla di Sergio Ramelli, e si rivolge a Veltroni che lo ha ricordato. “Parlare non solo del clima d’odio di quegli anni, ma cercare di analizzare l’odio che sta montando nel nostro presente”. E’ quanto chiede Gianni Alemanno a Walter Veltroni, dopo l’intervento del fondatore del Pd in ricordo di Sergio Ramelli, militante del Fronte della gioventù, l’organizzazione giovanile del Msi, ucciso a Milano nel 1975 da estremisti di sinistra.

Alemanno: Veltroni alle parole faccia seguire i fatti

“I morti di quegli anni – ha scritto Veltroni sul Corriere della sera – non devono oggi essere rivendicati, scagliati, usati per protrarre l’odio, che è una patologia: quegli anni sono stati un’epidemia di questo male”. Alemanno apprezza che “Veltroni ha ricordato il sacrificio di Sergio Ramelli, descrivendo con attenzione il clima d’odio anti-fascista che fu l’alibi per quell’assurdo omicidio. Non è la prima volta che Veltroni dice parole di verità e compie atti di giustizia per tentare di rimarginare le ferite degli anni di piombo. Quando era sindaco di Roma – ricorda – portò le corone di fiori del Comune in tutti i luoghi cittadini dove erano stati uccisi ragazzi di Destra come di Sinistra, sostenne un’associazione che ricordava i fratelli Mattei, intitolò a Paolo Di Nella uno dei viali di Villa Chigi. Questo è molto importante, le tante cose che ci dividono politicamente da Veltroni non possono fare velo a questo giusto riconoscimento”.

Però, aggiunge Alemanno, anche lui ex sindaco di Roma, “gli chiediamo uno sforzo ulteriore. Parlare non solo del clima d’odio di quegli anni, ma cercare di analizzare l’odio che sta montando nel nostro presente. Oggi l’antifascismo militante è tornato di moda. E si moltiplicano i casi in cui si cerca di impedire a esponenti politici di destra o leghisti di esprimere le proprie idee. Addirittura al punto che si è tornato a negare il dramma delle foibe”.

Il rischio è che l’odio antifascista ritorni

Prosegue Alemanno: “Ieri, l’accusa e l’alibi per la violenza era di coltivare progetti golpisti, oggi è quella di alimentare chiusure xenofobe. Ma il risultato è lo stesso: la destra non ha diritto di parola e le sue idee devono essere demonizzate”. Certo, osserva, “non siamo alla violenza efferata degli anni di piombo. Ma a furia di demonizzare l’avversario, siamo sicuri che qualche esaltato non finisca per prendere in mano anche oggi la spranga o la pistola? Coraggio, non piangiamo solo gli errori del passato, evitiamo quelli del futuro”.

di: Antonio Pannullo @ 17:41


Feb 09 2020

Paolo Di Nella, 37 anni fa l’ennesimo omicidio comunista impunito. Oggi lo ricordiamo

Paolo Di Nella morì 37 anni fa, in questo giorno. Morì, fuori tempo massimo, nel 1983, dopo la stagione degli anni di piombo. Sembrava che quel periodo tragico fosse ormai concluso, con la morte nel marzo 1980 di Angelo Mancia. Il dipendente del nostro giornale assassinato in un agguato partigiano dalla Volante Rossa. Come gli assassini di Paolo Di Nella, anche quelli di Angelo Mancia rimasero impuniti. Paolo Di Nella lo conoscevo, frequentava la sezione del Msi del Trieste Salario in viale Somalia e la federazione provinciale del Fronte della Gioventù. Era amico di tutta quella meglio gioventù di attivisti di quegli anni. Ma in particolare dei fratelli Buffo, di Gianni Alemanno, di Sergio Mariani, di Paolo Omodei e di quel gruppo di giovanissimi che frequentavano la sezione Trieste. Era apparentemente un po’ chiuso, ma sempre pronto a scherzare quando stava con i suoi fratelli. Il gruppo era profondamente legato. Era spesso preso in giro per le sue battaglie ambientaliste, alle quali dedicava tutte le sue energie. Allora non capivamo che Paolo Di Nella era avanti tutti noi.

Di Nella, “uccidere un fascista non è reato”

I fatti sono noti, ma li rievochiamo per quei giovani che oggi portano avanti anche la sua battaglia. Alle 20.05 di quel 9 febbraio 1983 il suo cuore smise di battere. Noi ragazzi del Fronte della Gioventù (l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano) ci sentimmo allora irrimediabilmente più soli. Perché sapevamo perfettamente che “uccidere un fascista non è reato” non era solo uno slogan dei “duri” dell’Autonomia operaia (che rivendicò l’assassinio), ma era diventata una legge non scritta. L’avevamo subìta parecchie volte e non ci eravamo mai fermati. Il Fronte non si fermò neanche allora, benché sapessimo perfettamente che anche questo omicidio non sarebbe mai stato punito, così come era accaduto per Francesco Cecchin, ucciso da sconosciuti a piazza Vescovio pochi anni prima. E così è stato. Ancora oggi aggressori a piede libero. Nel caso di Paolo Di Nella le cose andarono un po’ diversamente, anche se una sfortunata vicenda giudiziaria chiuse il caso senza che si fosse arrivati a un colpevole.

Gli inquirenti si mossero solo dopo l’arrivo di Pertini

Anche perché gli inquirenti si mossero con un certo impegno solo dopo che l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini accorse, in forma privata, al capezzale di Paolo. Era evidentemente stato colpito dall’efferatezza e dalla gratuità del gesto feroce verso un ragazzo di vent’anni che si batteva per il verde pubblico nel suo quartiere. Pertini fu affrontato – è il caso di dirlo – da una ragazza del Fronte, Marina, che eludendo la sorveglianza al presidente, riuscì a intercettarlo e a dirgli quello che pensava. «Questo è il frutto dell’odio che avete alimentato per quarant’anni! Ci stanno ammazzando tutti!», disse Marina. Pertini la guardò in faccia, rimase a capo chino in silenzio, le posò una mano sulla spalla e si allontanò. Il vecchio partigiano ascoltò con molta attenzione la ragazza in lacrime di rabbia e di dolore, e probabilmente capì che i tempi della giustizia sommaria erano davvero finiti per sempre. Possiamo affermare senza timore di essere smentiti da nessuno, che se gli anni di piombo si chiusero fu solo ed esclusivamente grazie alla buona volontà, al senso di responsabilità, alla civiltà degli “estremisti di destra” di allora, che scelsero consapevolmente di non attuare ritorsioni di alcun genere.

Di Nella e la sua battaglia pacifica

E dopo Pertini, fu un profluvio, piuttosto stupefacente, per noi missini, di solidarietà da tutte le parti: l’allora sindaco di Roma Ugo Vetere, del Pci, venne all’ospedale, il segretario del partito Enrico Berlinguer mandò un commosso telegramma. Il giornalista Giuliano Ferrara scrisse un articolo in difesa di Di Nella e del suo diritto a pensarla come la pensava. E proprio così Paolo conduceva la sua lotta politica: civilmente e pacificamente, talmente fiducioso nel suo diritto da andare ad attaccare manifesti da solo con la sua ragazza, in un periodo in cui questo non era consigliabile.

Paolo aggredito vigliaccamente alle spalle

Paolo non era assolutamente un violento, ma non si fermava mai. Non c’era nulla che si potesse dire o fare per impedirgli di agire come a lui sembrava giusto. Anche quella sera, poiché non c’erano persone disponibili ad accompagnarlo, gli fu proposto di rimandare alla sera successiva l’affissione, ma lui non ne volle sapere. La battaglia di combatte tutti i giorni, e guai a chi si ferma. Andò con una militante del Trieste Salario, che lo accompagò con l’automobile. E’ grazie a lei se abbiamo una testimonianza precisa di tutto quello che accadde. Paolo scendeva, affiggeva, e ripartivano. L’Autonomia operaia era molto attiva nel quartiere Africano, quello dove Paolo e i suoi camerati lottavano affinché Villa Chigi fosse restituita alla gente. Negli anni e precedenti le sezioni missine della zona, via Migiurtinia, viale Somalia, la Monte Sacro, la Talenti, la Tufello, erano state oggetto di decine di attentati dinamitardi incendiari, assalti armati.

Quella notte in viale Libia

A piazza Gondar, in viale Libia (dove oggi c’è la scritta che lo ricorda), Paolo fu aggredito da dietro da due ragazzi, uno dei quali lo colpì con un oggetto contundente mai identificato. Gli causò la commozione cerebrale che lo portò, dopo una settimana di agonia, alla morte. La ragazza lo accompagnò a sciacquarsi la testa alla fontanella, e lui le gece promettere di non dire nulla a nessuno, che non er aniente. Ma tornato a casa si sentì male e fu portato in ospedale. Vegliato incessantemente – oltre che dalla sua splendida famiglia – da tutti i suoi camerati. Il suo sacrificio è servito a far accorgere agli italiani di quanto accadeva, a far diventare Villa Chigi parco pubblico – oggi è intitolato a suo nome – e a far finire gli anni di piombo.

La responsabilità morale della sua e di altre morti è ascritta per sempre a tutta una classe politica e mediatica che per anni ha chiuso gli occhi di fronte alla palese ingiustizia a cui i giovani missini erano sottoposti da parte di tutti. In quella settimana di agonia di Paolo ci furono affissioni per denunciare l’accaduto, un corteo sfilò per il quartiere, assemblee nelle scuole, ma a nessuno sembrava gliene fregasse qualcosa: al Giulio Cesare anzi si arrivò a confermare il diktat che uccidere un fascista non è reato.

Il comunicato del FdG: “Caduto per la Rivoluzione”

Vogliamo concludere questo ricordo con il comunicato del Fronte della Gioventù emesso qualche giorno dopo la morte di Paolo. “Con Paolo di Nella è morto un combattente per il proprio popolo, un nazional-rivoluzionario. Nessuno si permetta di offendere questo martire con inutili isterismi. L’unica vendetta è continuare la sua lotta contro il sistema che lo ha assassinato”. Al suo funerale, quando la bara avvolta nella bandiera con la croce celtica uscì dalla chiesa di piazza Verbano, a migliaia salutarono Paolo Di Nella col braccio teso.

Il volantino di rivendicazione dell’assassinio spuntò il 14 febbraio, in una cabina telefonica di piazza Gondar, a pochissimi metri da dove c’era stata l’aggressione. È firmato da Autonomia Operaia. L’ultimo atto della tragedia avviene nel dicembre del 2008, il papà di Paolo è morto e la famiglia ha deciso di farli riposare insieme. La bara di Paolo è lentamente esposta e appaiono ancora quei colori: il rosso, il bianco, il nero; per venticinque anni la bandiera con la celtica ha riposato insieme a Paolo. La bara di Paolo viene messa vicino a quella del padre, si stende di nuovo sopra la sua bandiera, e c’è una piccola scritta: “Caduto per la Rivoluzione”.

di: Antonio Pannullo @ 12:24


Gen 28 2020

Addio a Duilio Marchesini, coraggioso “guerriero medievale” che non venne mai meno ai suoi princìpi

Duilio Marchesini ci ha lasciato alla soglia dei 90 anni. Era infatti nato a Roma, dalle parti di Porta Metronia, nel 1930. Una vita piena, intensa, coerente. Anzi, molte vite. Perché fu professore, cattolico tradizionalista, artista, scrittore, membro dell’Opus Dei. Ma soprattutto fu uomo d’azione. Anzi, un teorico (aveva due lauree) che all’occorrenza si faceva uomo d’azione. E in quegli anni per difendere le proprie idee occorreva farlo spesso. “Il cazzotto di Dio”, lo chiamavano allora scherzosamente i suoi amici, perché sopra ogni altra cosa combatteva, nelle strade, il materialismo ateo. Nelle cronache dell’epoca, lui cominciò fin dagli anni Sessanta a fare politica, il suo nome è indissolubilmente legato a quello dell’amico Giancarlo Scafidi. Erano inseparabili, in chiesa come in piazza, e oggi Scafidi era in prima fila nella bella chiesa di Sant’Eugenio alle Belle Arti, dove tra l’altro Marchesini faceva ultimamente catechismo ai bambini. Marchesini, che da anni come detto era attivissimo nell’Opus Dei, aveva preso l’impegno morale di povertà, castità e obbedienza, al quale non è mai venuto meno.

Marchesini protagonista di moltissimi episodi degli anni Settanta

Innumerevoli gli episodi di cui Marchesini, che era incontenibile, si rese protagonista. Lui e Scafidi frequentarono per un certo periodo Civiltà Cristiana, la vivace associazione di cattolici tradizionalisti sempre in prima fila nella difesa della fede. Marchesini tra l’altro fece il servizio d’ordine, nel 1977, quando venne a Roma monsignor Lefebvre. Ma prima di questo, come si è detto, dal 1968 in poi, fu attivissimo nell’università di Roma La Sapienza. Come abbiamo saputo, dal ’62 Marchesini gestiva incontri culturali fra professori e studenti all’ Università della Sapienza. Erano dialoghi interdisciplinari aperti al dibattito (quella del dialogo era una “conditio sine qua non”) e spesso si protraevano con singoli studenti dopo l’incontro. Dapprima alla Casa dello Studente di via Cesare De’ Lollis, poi alla facoltà di Lettere e Filosofia, infine a Giurisprudenza. Finché fu possibile. Nel ‘67 a Marchesini si aggiunse Scafidi e insieme riuscirono a mandare avanti queste iniziative, persino in tempo di occupazioni, in situazioni sempre più rischiose, fino al ’76.

Duilio subì almeno cento aggressioni alla Sapienza

E fu proprio alla Sapienza che Marchesini subì le più gravi aggressioni. Da parte – come diceva lui e in effetti era così – dell’ateismo comunista sostenuto da Unione Sovietica, Cina e Partito Comunista Italiano. Marchesini subì all’ateneo capitolino qualcosa come 100 aggressioni. Qualcuna più grave, qualcuna meno. Ma certo una volta gli ruppero la testa, una il braccio. Una nel 1973, una nel 1974. Ma lui non si arrese mai. Anche da solo, “caricava i comunisti” che invece erano in gruppo. Marchesini, pur avendo molti amici, tuttavia non apparteneva a nessun gruppo politico.Per questo spesso lo trovavano da solo, o con Scafidi,  e li aggredivano selvaggiamente. Un’altra volta, un prete “moderno” della chiesa dei Martiri Canadesi a Roma, decise di aprire alla modernità e autorizzò le famigerate messe con la chitarra. Marchesini non lo poteva tollerare. Per lui la messa era un rito sacro. Avvisato dai veri fedeli della chiesa, andò con un gruppo di fedeli, interruppe la messa e scatenò un parapiglia, schiaffeggiando anche il sacerdote dissacratore. Tre chitarre furono distrutte in quella circostanza. Memorabile rimase poi il sit in  organizzato da Marchesini al Teatro dell’Opera dove si rappresentava Jesus Christ superstar.

Quel giorno barricato dentro San Pietro…

Ma il suo peggiore “nemico” era Paolo VI. Intransigente e cristiano sin nel profondo com’era, Marchesini non capiva perché Paolo VI dovesse incontrarsi con il ministro degli Esteri sovietico Andrej Gromyko continuamente. Decise di agire. Con un gruppo di – oggi diremmo facinorosi ma erano solo persone convinte delle loro idee – si introdusse dentro San Pietro per manifestare il suo sdegno. Ovviamente arrivò la polizia vaticana e Marchesini si barricò in una cappella dentro San Pietro insieme con pochi altri. Alla fine furono raggiunti dai gendarmi, picchiati e consegnati alla polizia italiana. Marchesini era così: coerente fino allo spasimo, deciso, difensore delle idee e dei veri religiosi. La sua strada – impervia – spesso in intrecciò con quella del Fuan, del Msi, di Ordine Nuovo, di Avanguardia nazionale, quando gli obiettivi erano comuni. Ed ebbe la stima e il rispetto di tutti gli attivisti, una volta constatato che non si tirava mai indietro, anzi che spesso partiva per primo. E oggi c’erano anche molti “vecchi” politici alle sue esequie, ma anche molti giovani, perché Duilio ha ben seminato.

Una storia esemplare di bontà e abnegazione

Infine, vorremmo concludere questa non esauriente biografia di Duilio Marchesini con un episodio che dà la cifra della statura morale dell’uomo. Abitando in via Gallia, Marchesini e Scafidi frequentavano anche la sezione didel Msi di piazza Tuscolo. Addirittura, nel 1976 vi si iscrissero, insieme con una ragazza che avevano conosciuto. Al congresso sezionale Marchesini si presentò segretario – chissà perché – in opposizione a Tommaso Luzzi, che ovviamente poi divenne segretario. Marchesini prese tre voti: il suo, quello di Scafidi e quello della ragazza che li accompagnava. La ragazza era fuggita dal suo paese di origine, in Ciociaria, perché era incinta. Marchesini la convinse a non abortire e insieme col suo inseparabile amico la mantennero e poi mantennero agli studi la bambina che nacque. Ebbene, oggi madre e figlia erano in chiesa a salutare Duilio.

di: Antonio Pannullo @ 19:27


Gen 20 2020

Oggi Paolo Silvestri ha dato l’addio ai suoi “ragazzi”. Commovente cerimonia del “presente!”

Paolo Silvestri, classe 1939, stamattina è stato salutato dai suoi “ragazzi” del Fronte della Gioventù. I “ragazzi” di cui si parla oggi viaggiano tutti intorno ai 60 anni e oltre. Eppure erano tutti lì, nella chiesa del Buon Pastore in piazza dei Caduti della Montagnola, vicino casa di Paolo. Paolo Silvestri fu un attivissimo componente della segreteria federale del Msi di Roma. Trascorreva tutto il suo tempo fra via Quattro Fontane, sede della direzione nazionale del Msi, e via Alessandria, dove c’era la federazione romana. Era un organizzatore, un lavoratore, ma soprattutto un consigliere per tutta quella fantastica generazione di attivisti di quegli anni. Amico di Donato Lamorte, Massimo Anderson, Franco Tarantelli e naturalmente Guido Morice, il leader riconosciuto dei militanti degli anni di piombo.

Paolo Silvestri veniva da Mestre

Veneziano di Mestre, Paolo a fine anni Sessanta dovette allontanarsi dalla sua città perché ricercato dalla polizia. Non a caso padre Attilio Russo, venuto appositamente a Roma per celebrare le esequie, lo ha definito un “perseguitato dalla giustizia”. Paolo entrò nel meccanismo operativo del partito, e fu subito chiaro che era tagliato per questo mestiere. La politica era la sua passione.E ancora anni dopo, quando una certa politica era già finita, ogni mese partecipava alle cene degli ex attivisti di via Sommacampagna, dove amava intrattenersi e parlare di politica. E la sua visione era sempre chiaroveggente: vedeva e capiva la politica meglio di tanti altri “soloni” del giornalismo italiano. E la spiegava con quel suo delizioso accento veneto, dal quale traspariva il suo cattere mite e riflessivo. Nella sua prolusione, padre Attilio, che lo conosceva da oltre mezzo secolo, ne ha ricordato la figura. La sua amicizia con Alberto Rossi, leggendario capo dei Volontari Nazionali, il suo indefesso lavoro nella macchina organizzativa del Msi.

Paolo, “burocrate” e uomo d’azione

Ma Paolo Silvestri non era solo un “burocrate”, ma all’occorrenza anche uomo d’azione. Come ha raccontato Roberto Rosseti, era con i suoi ragazzi quella mattina a piazzale Clodio di alcuni decenni fa. Alle 6,30 c’era il concentramento dei missino davanti al tribunale, per poter assistere al processo Primavalle, dove erano imputati gli assassini dei fratelli Mattei. L’ultrasinistra non voleva assolutamente consentire ai “fascisti” di assistere al provcesso ai boia di Potere Operaio, e così si mobilitarono in forze. Già davanti al tribunale le revolverate degli antifascisti accolsero i giovani del Fronte. Dopo, gli scontri si spostarono a piazza Risorgimento, dove gli assassini rossi spararono ancora, stavolta per uccidere. Cadde il giovane greco Mikis Mantakas proprio davanti la porta della sezione Prati. L’episodio è stato raccontato da Roberto Rosseti, ex Volontario Nazionale, nella sua orazione funebre sul sagrato della chiesa.

La difesa di via Noto nel 1975

Di un altro episodio, sempre per la serie “militanza totale”, ho un ricordo personale. Era il 1973, ottobre. Il “teatro” dei fatti era il liceo Augusto in via Appia, poco distante dal circolo autonomo del FdG di via Noto e non lontano dalle sezioni Appio e Tuscolano, rispettivamente via Etruria e via Acca Larenzia. Centinaia di compagni avevano in programma una assemblea nel liceo. Vi partecipavano gli operai della Stefer, tutti comunisti, iscritti del Pci di via Appia, studenti, e vari militanti dei movimenti ultracomunisti della zona. Il clou dell’assemblea sarebbe stato l’assalto in forze a via Noto. Ma i missini erano preparati, anche perché erano giorni che i ragazzi di destra subivano continue aggressioni. Oltre agli attivisti di via Noto, a difendere la sede giunsero numerosi dirigenti di partit. Rauti, Pazienza, Saccucci, Marchio, Turchi, Buontempo, Gaetani Lovatelli (in quell’anno federale di Roma), Gionfrida, Ciancamerla e il nostro Paolo Silvestri. Come si vede, molti di loro non ci sono più, ma si batterono come leoni per la libertà e l’esistenza del circolo. L’assalto della turba comunista venne respinto con successo.

Ciao, fratello maggiore

“Un fratello maggiore”, lo hanno definito Rosseti e padre Attilio. Ed era proprio così, per tutti noi ragazzi del Fronte. E nonostante le scelte di ognuno di noi, Paolo compreso, abbiamo fatto alla fine della politica. Ma gli ideali che ci hanno informati, ai quali abbiamo sempre creduto, non sono mai mai venuti meno nel corso della vita. E la chiesa di stamattina ne era la dimostrazione. Così come il “presente!” chiamato a voce tesa da Giodo Morice, capo indiscusso dei ragazzi di allora, al quale abbiamo tutti risposto commossi.

di: Antonio Pannullo @ 19:15


Gen 20 2020

Tommaso Manzo, da M.Arte premio in suo nome a Valerio Cutonilli «per la ricerca della verità»

Sarà consegnato questa sera dall’Associazione culturale M.Arte all’avvocato, Valerio Cutonillisaggista, scrittore e appassionato ricercatore, soprattutto sul terrorismo – il premio intitolato alla memoria dell’avvocato Tommaso Manzo. Che di M.Arte è stato prima socio e, poi, entusiasta presidente per due anni. Fino al gennaio di un anno fa. Quando è venuto a mancare.

Il riconoscimento a Cutonilli sarà consegnato oggi alle 20,30 presso l’Auditorium Due Pini di piazza dei Giuochi Delfici a Roma.

M.Arte – Cultura per muovere l’Arte – che, proprio quest’anno spegne le undici candeline dalla sua fondazione, riconosce a Cutonilli «la sua preziosa ed eccezionale ricerca di una verità storica. Non soltanto nascosta, ma anche deliberatamente alterata e mistificata. Da un potere spesso occulto e criminale».

Premio Tommaso Manzo a Valerio Cutonilli per i suoi libri sul terrorismo rosso

«Valerio Cutonilli ha avuto il non indifferente coraggio di affrontare questo potere – spiega la motivazione del premio “Tommaso Manzo” – dimostrando le incongruenze e le contraddizioni di tesi chiaramente prefabbricate. Ad uso e consumo di un sistema pervasivo e trasversale. Incline a cercare colpevoli e mandanti soltanto in una determinata area politica».

«Già i titoli dei suoi libri testimoniano, da soli, che il brillante avvocato, trasformatosi in storico ed investigatore – riconosce M.Arte – ha voluto deliberatamente toccare due grossi nervi scoperti, e ancora doloranti, della prima Repubblica. La strage di via Acca Larentia, in cui persero la vita tre giovani militanti missini, con “Chi sparò ad Acca Larentia?“. E, poi, il successivo “Acca Larentia, quello che non è mai stato detto“. E la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Con “I segreti di Bologna” scritto assieme all’ex-magistrato Rosario Priore».

«Ma, come dimostrano alcune recenti nebulose sentenze – recita, ancora, la motivazione del premio “Tommaso Manzo” – l’impegno di Valerio Cutonilli è destinato sicuramente a continuare anche in futuro. La sua ricerca della verità verrà, infatti, prima o poi, coronata dal successo. Se la fortuna, com’è noto, arride agli audaci, il successo premia gli ostinati. E Valerio Cutonilli di audacia e di ostinazione ne ha da vendere».

L’impegno civile di Tommaso Manzo: politica, professione e sport

Nel corso dell’incontro, moderato dalla presidente di M.Arte, Roberta Di Casimirro, interverrà, per ricordare la figura di Tommaso Manzo, chi ne ha condiviso, in tutti questi anni, il percorso di vita e di impegno a tutto tondo: nella politica, nello sport, nell’avvocatura.

Maurizio Gasparri ricorderà dunque Tommaso Manzo e la politica. Fin da quando era in Ordine Nuovo con Pino Rauti. E quando poi rientrò nel Msi. E fu segretario e colonna portante della storica sezione Balduina del Msi di via delle Medaglie d’Oro 128c in anni davvero difficilissimi. E, poi, quando divenne consigliere comunale a Roma.
«Tommaso è sempre stato un riferimento. E un elemento di garanzia – dice il senatore di Forza Italia – Da giovane era diventato avvocato. E, quindi, provvedeva alla difesa legale dei militanti di destra che venivano perseguitati da quello che definivamo, allora, il regime. Poi, da dirigente politico di territorio, Tommaso venne aggredito dai comunisti. E, per questo, ferito gravemente. Divenne consigliere comunale, dirigente di partito. Sempre un elemento di saggezza, di esperienza, di tutela del nostro mondo».

Così Tommaso ha difeso i valori ideali e morali della destra

«Tommaso – ricorda ancora Gasparri – ha difeso i valori della destra, in termini ideali, morali, con grande trasparenza, grande coerenza, grande determinazione e coraggio. Ma ha anche difeso i testimoni militanti della destra aiutandoli sotto il profilo legale. Quindi ha difeso le persone e i valori. E di questo noi gliene siamo grati. E gliene saremo grati con una memoria, la sua, che non si perderà, mai, nel tempo».

Giosuè Bruno Naso, storico e bravissimo avvocato di quella indimenticabile pattuglia di legali che, in tempi veramente bui, non si ti tirò mai indietro per difendere i tanti camerati accusati ingiustamente, ricorderà Tommaso Manzo e il suo impegno nell’avvocaturaPenalista di grande umanità e valore. Tanto da essere eletto, più volte, negli organi di rappresentanza della categoria.

Renato Manzini, anch’egli avvocato, celebrerà Tommaso Manzo il maestro, con il quale ha condiviso lo studio legale: «La storia di Tommaso è la mia storia. Siamo stati sempre insieme. Il sodalizio professionale era Manzo e Manzini. Tommaso, pochi lo sanno, ma era un generoso. Il mestiere me lo ha insegnato lui. Siamo rimasti sempre molto molto vicini. E’ stato il mio fratello maggiore che non avevo avuto».

«Sempre sorridente, un po’ calciatore, un po’ avvocato»

Il presidente Asi Claudio Barbaro, ricorderà Tommaso Manzo nel suo impegno sportivo, in particolare come promotore dell’Asi, l’Ente di promozione sportiva riconosciuto dal Coni, di cui fu uno dei fondatori nel 1994.
Una realtà consolidata che, oggi, conta 130 sedi territoriali, 70 settori tecnici-sportivi e più di 5.000 operatori.

«Mi ha seguito come dirigente e responsabile della giustizia sportiva del Fiamma prima. E in Asi poi in tutti questi anni – ha ricordato Barbaro giusto un anno fa quando Tommaso Manzo venne, improvvisamente, a mancare – Sempre sorridente e goliarda. Voglio ricordarlo così: dentro lo spogliatoio prima di una partita di un torneo Fiamma. Con la maglia biancorossa della Fiamma Balduina a strisce verticali, omaggio proprio a Tommaso nato a Vicenza. Calzoncini ascellari quelli di Tommaso, calzettoni verdi da passeggio e scarpe classiche di cuoio. Un po’ calciatore, un po’ avvocato. Magro con le gambette come un canarino affamato. E, infatti, lo avevamo soprannominato “Canaris“».

Peppino Valentino invece, tratteggerà, di Tommaso Manzo, la storia umana e professionale.

 

 

 

 

 

di: Silvio @ 17:33


Gen 13 2020

Economia, le ragioni di una crisi e un dibattito da riaprire: più Stato meno mercato?

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo. Caro direttore, deve ritornare l’interventismo pubblico in economia? Insomma, dobbiamo tornare al vecchio slogan: Più Stato meno mercato? Ecco un bel tema sul quale riaprire il confronto, senza schematismi politico-culturali. Un tema che dovrebbe trasversalmente interessare e coinvolgere al di là delle vecchie appartenenze, guardando alla realtà, alla crisi economico-sociale in atto, alle debolezze “di sistema”.

Più Stato meno mercato: si può fare?

Dopo decenni di neo-iper-vetero liberismo una qualche messa a punto, nel motore di un capitalismo sempre meno “turbo”, bisognerà pur iniziare a farla. Partendo dallo stato di salute del Bel Paese e dai nuovi problemi sul tappeto. Questioni come l’Ilva o la gestione-ammodernamento della rete autostradale, tanto per citare due casi emblematici all’onore delle cronache, non possono oggettivamente essere gestite in modo ordinario o appellandosi genericamente al mercato e alle sue capacità di autoregolamentazione. E poi c’è la crisi economica.
Sono ormai più di venticinque anni che l’Italia deve fare i conti con la stagnazione. Sono i numeri a parlare chiaro. Nell’ultimo decennio il nostro Prodotto Interno Lordo è calato dello 0,3% l’anno, laddove in Germania è cresciuto dell’1,3% e dello 0,9% in Francia. Scende la produzione e con essa gli occupati nell’industria manifatturiera (meno seicentomila dal 2008 al 2018). Le cause sono diverse. Sta proprio qui la tipicità del “caso italiano”.

La tipicità del caso italiano

A concorrere alla crisi sono infatti diversi fattori che interessano non solo, genericamente, il mercato, le modalità produttive, la capacità competitiva delle nostre aziende. L’instabilità politica, con la conseguente incertezza delle scelte programmatiche a livello governativo, è certamente il primo fattore. Ma, in una sorta di effetto trascinamento, a seguire c’è la Scuola, la crisi demografica, i freni burocratici, la tassazione, i tempi della giustizia, la debolezza della ricerca applicata.
E’ insomma un sistema a non funzionare e a pesare sul mondo della produzione e del lavoro, con in più, rispetto al passato, l’emergere della questione ambientale, il dilatarsi della povertà, i nuovi scenari della globalizzazione.

I limiti imposti dall’Unione europea

Sul versante degli investimenti green perfino l’Unione Europea sembra orientata a rivedere le regole sui vincoli di bilancio, fino ad arrivare ad un riesame del Patto di Stabilità, con un riferimento agli investimenti pubblici ecosostenibili.
Sul piano sociale, gli ultimi dati Eurostat disegnano un quadro nel quale, per l’Italia, la forbice sociale si allarga, evidenziando come il 20% della popolazione con redditi più alti può contare su entrate superiori a sei volte quelle di coloro che sono nel quintile in difficoltà.
L’economia globalizzata,  favorendo lo spostamento della produzione verso i cosiddetti paesi in via di sviluppo (vere e proprie zone franche in cui i diritti umani non sono garantiti e dove i salari sono più bassi) ha reso evidente l’assenza dello Stato regolatore, a tutto vantaggio di un capitalismo senza frontiere e senza regole.

I limiti del radicalismo neo-liberista

Visto quel che è accaduto e sta ancora accadendo importa allora poco ricapitolare vecchie scuole e categorie desuete. Più significativo è attrezzarsi per definire nuovi assetti. Capaci di creare un diverso clima sociale, in grado di informare, di dare nuova forma e speranza al sistema-Paese.
Mettiamo perciò da parte le definizioni di scuola. Quelle con in testa il radicalismo neoliberista. Andiamo, piuttosto, alla sostanza delle cose. Magari con un occhio rivolto verso quello che una ventina d’anni fa si considerava un sistema al tramonto. La famosa economia sociale di mercato d’impronta renana, a fronte del trionfante modello “neoamericano”, fondato sui valori individuali. La massimizzazione del profitto a breve termine. Lo strapotere finanziario.
Risultati recenti ci dicono che lavorare per un progetto partecipativo e di autentica integrazione sociale dà buoni risultati sia per la crescita delle aziende e dunque del benessere dei lavoratori ed il giusto profitto del capitale sia, più in generale, per il sistema-Paese.

L’equilibrio tra rigore e sviluppo

Certo è che un nuovo modello di integrazione socio-economica non si improvvisa. Bisogna averne ben chiare le direttrici essenziali e su di esse lavorare con coerenza, in un attento equilibrio tra rigore e sviluppo, flessibilità e garantismo, capacità di programmazione ed adattabilità. Non escludendo l’intervento pubblico, a partire dai settori strategici delle infrastrutture, della Scuola e della ricerca, del gap demografico e dell’efficienza burocratica. Nessuno – sia chiaro – vuole restaurare l’idea di uno Stato omnia facies, talmente invasivo da occuparsi – per dirla con una battuta – della produzione dei panettoni. D’altro canto però i temi sul tappeto evidenziano un quadro generale di crisi che non può essere affrontato con strumenti usuali o peggio ancora appellandosi alle mitiche leggi di mercato, ormai alla corda.

Più Stato meno mercato: pro e contro

E’ piuttosto ad uno Stato autorevole ed inclusivo che bisogna fare appello, uno Stato, espressione di una Politica “alta”, che non sia solo momento di mediazione, quanto soprattutto luogo ideale per fissare priorità, per dare obiettivi, per costruire momenti concreti di dialogo e di concertazione, per “rivoluzionare” assetti obsoleti, inadeguati a rispondere al mutare della realtà sociale.
E’ insomma mettendo finalmente all’ordine del giorno del Paese non solo la stanca elencazione dei problemi, delle emergenze, dei tagli di bilancio che si può sperare di invertire l’attuale congiuntura. Al contrario è alzando il tiro nelle idee e nelle proposte che si può pensare di lavorare con lo sguardo rivolto “al dopo”. Pena un irreversibile tramonto.

di: Valter Delle Donne @ 16:09


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