Mar 28 2020

Ristampato “Nati per combattere. Dalla Sapienza a Regina Coeli”. Il racconto di due soldati politici

“Nati per combattere. Dalla Sapienza a Regina Coeli” è un libro del 1999, oggi arricchito e aggiornato. E’ un libro scritto a quattro mani, da Duilio Marchesini e Giancarlo Scafidi, due cattolici tradizionalisti molto noti a Roma. La loro peculiarità rispetto ad altri frequentatori di chiese, è che loro furono disposti tutta la vita a battersi per le loro idee in piazza, contro nemici spietati e sempre soverchianti. Non erano certo neofascisti, ma spesso i loro percorsi, soprtattutto all’università di Roma, si sono incontrati.

Nati per combattere, una storia degli anni di piombo

Correvano gli anni Sessanta e Settanta, e, come scrivono in “Nati per combattere”, il materialismo marxista e ateo, eterodiretto da Mosca, voleva distruggere la società italiana ed europea. Marchesini e Scafidi furono sempre convinti della loro fede religiosa, e per questo si batterono sempre contro quella che loro consideravano la degenerazione della società. All’inizio lo facevano con strumenti culturali, anche all’università, con incontri e dibattiti, poi a loro fu impedito di parlare con la cieca forza, ed è allora, come dice Mordini, il monaco si fa guerriero.

Marchesini e Scafidi si opposero all’ateismo con ogni mezzo

Si opposero con tutti i mezzi alla subcultura marxista, che purtroppo aveva preso piede soprattutto tra i giovani. Si opposero alla droga, al divorzio, all’aborto, alle liturgie moderniste, alla teologia della liberazione. Ma soprattutto si opposero al conculcamento delle idee e alla prepotenza intollerante dei gruppi armati comunisti, che la volevano fare da padrone. Parteciparono alla battaglia di Valle Giulia nel marzo 1968, contrastando le continue occupazioni delle facoltà da parte dei gruppettari. In questo aiutati e sostenuti non solo dal Fuan e dalle organizzazioni di destra, ma anche dagli studenti che volevano studiare.

Gli scontri alla Sapienza nel 1968

“Nati per combattere” è pieno di aneddoti degli scontri all’università, e anche di storie ed episodi alcuni dei quali veramente gustosi. Le battaglie contro i preti marxisti alla abate Franzoni, le irruzioni nelle chiese “moderne”, con tanto di chitarre spaccate e falsi preti schiaffeggiati, le processioni vietate e da loro realizzate, e tantissimi altri episodi di quella Roma diversa. Ma fra tutti rimane storica la spettacolare contestazione alla prima di Jesus Christ Superstar al Teatro dell’Opera. Era il 17 dicembre del 1973. Paolo VI e il Vaticano, tra l’altro, si erano detti “entusiasti” dell’opera.

Jesus Christ superstar e i criceti paracadutati

Gli autori insieme con movimenti di cattolici tradizionalisti, avevano rimediato, chissà come, una trentina di biglietti per la prima. Scrivono gli autori: “Era chiaramente offensivo della dignità di Nostro Signore Gesù Cristo”. La polizia, con il solito commissario Improta, presagiva che qualcosa sarebbe accaduto, e non sbagliava. Fu anche fermata una esponente politica oggi famosa, allora ragazza, con una borsa piena di ortaggi… Appena si spensero le luci, Marchesini si alzò e iniziò a urlare che quello spettacolo era un’offesa a Gesù Cristo, subito imitato da molti altri.

La contestazione al Teatro dell’Opera di Roma

Furono lanciati volantini dalla galleria alla platea, e furono persino lanciati tre criceti con piccoli paracadute che suscitarono un prevedibile pandemonio tra le signore radical-chic, tra le quali c’era anche la moglie del presidente della Repubblica Leone. La polizia accorse in forze e a fatica riuscì a immobilizzare i contestatori. Uno di loro, un ex paracadutista, si era aggrappato alla ringhiera della galleria e pendeva pericolosamente verso il basso. All’uscita, poi, i giovani attesero il critico Gian Luigi Rondi e gli espressero il loro disappunto con lanci di monetine. Tutti i giornali parlarono di quell’impresa. Su uno di loro, c’era la foto dei tre criceti, sani e salvi grazie ai paracadute.

L’esperienza di Regina Coeli come crescita spirituale

Ovviamente tra blocchi stradali, scazzottate, irruzioni nelle chiese, risse continuate, Marchesini e Scafidi finirono almeno sei volte a Regina Coeli. E a questo è dedicata la seconda parte dell ibro. Uno spaccato della disperazione, dell’inumanità, delle condizioni delle carceri italiane. E del tentativo degli autori di confortare i loro “concellanei”, come li chiamano, attraverso le Messe e l’aiuto nel disbrigo delle pratiche burocratiche. Tra rivolte carcerarie, risse, incontri col direttore. Di questa seconda parte pubblichiamo una pagina, per tutti noi molto significativa.

“Ciao Stefano”

Un giorno nella cella dei due autori arriva la comunicazione che sarebbe arrivato dall’isolamento uno dei “nostri”. Ecco che scrivono Marchesini e Scafidi. “E’ stato così che abbiamo incontrato Stefano: 19 anni, intelligente e allegro. Dopo un po’ che stavamo insieme ci sembrava di conoscerlo da sempre. S’era accapigliato per la politica, roba da poco. In 12 giorni era già stato scagionato. Dopo tanti concellanei problematici, averne uno così spensierato significava serenità, conversazione, affinità d’educazione e d’ideali. Insomma significava sentire di meno, molto di meno, il peso del carcere.

“Ci sentivano suoi fratelli”

Da bravo ragazzo qual era, con un pensiero organizzato, Stefano arrivava da solo a risolvere i problemi dell’ambientamento in prigione, ma era per noi motivo di soddisfazione anticipare le sue conclusioni, citando le molteplici esperienze avure fino a quel momento. Ci sentivamo come padri di un figlio e fratelli di un fratello. Anche lui si appassionava alla sua emancipazione e scriveva ai famigliari con entusiamo. Loro nei pacchi aggiungevano cibi per noi, essendo contenti che il vivace figliolo avesse trovato una fortuna in quella disgrazia. Ci è capitato così più di una volta di dover bloccare le sue corse a prendere di petto qualcuno che aveva detto o fatto qualcosa di scorretto, e ciò per evitargli la rituale borttigliata in testa.

“Nacque una sincera amicizia”

Ma, a parte le fioriture di un’indole generosa e retta posta a contatto con le storture di un ambiente, Stefano aiutava chi poteva in mille modi. Privandosi anche di effetti utili e andando incontro a qualche indigenza. Così in poco tempo si era fatto sì la fama di pivello tiracalci, ma soprattutto di amico su cui poter contare in qualsiasi momento. Con lui abbiamo parlato di religione e di politica, di musica e di filosofia durante quei 12 giorni di cella, e anche dopo, incontrandoci nella vita libera. Ma di più avremmo parlato e più spesso ci saremmo visti se avessimo saputo che per Stefano quello era l’ultimo anno di vita. Si trattava di Stefano Recchioni, Parà per gli amici, il ragazzo che perse la vita al Tuscolano la sera del 7 gennaio 1978 insieme a Franco Ciavatta e Francesco Bigonzetti. Ciao Stefano”.

di: Antonio Pannullo @ 14:38


Mar 20 2020

Addio a Flavio Campo di Avanguardia. Il ’68, l’università, Reggio e quello schiaffo a Pasolini…

Flavio Campo se ne è andato l’altra sera a Roma. La notizia si è appresa dai social, dove un suo vecchio amico di un tempo ha comunicato la notizia. Classe 1942, Flavio Campo rappresentava la generazione di attivisti venuta subito dopo quella dei combattenti della Repubblica Sociale, che riempivano le sezioni del Msi, soprattutto a Roma, ma non solo. Campo era conosciutissimo a Roma, stimato e rispettato da tutti, perché aveva una sua etica, seguiva i suoi ideali, era coraggiosissimo, non si tirava indietro quando bisognava essere coerenti in piazza difendendo le proprie idee.

Flavio Campo entrò giovanissimo nel Msi

Giovanissimo, neanche maggiorenne, entrò nella Giovane Italia (organizzazione giovanile del Msi) che allora si trovava all’ultimo piano di Palazzo del Drago in via IV Fontane. Il presidente provinciale era Adalberto Baldoni. In quegli anni, ossia a cavallo tra i Cinquanta e i Sessanta, l’attività era più che altro politica, culturale: i giovani organizzavano convegni, dibattiti, riunioni, mostre fotografiche. Si era concentrati contro l’Unione Sovietica, c’era da poco stata la Rivolta in Ungheria, e sulle università. C’era poi la lotta alla droga, che iniziava a fare la sua comparsa preoccupante nelle scuole. Nel nome di una falsa libertà, infatti, le sinistre ne propugnavano l’uso. Quando si accorsero di sbagliare, purtroppo, era però troppo tardi.

Flavio Campo, per le sue capacità organizzative, divenne in breve tempo il capo-attivisti della Giovane Italia di Roma. Un testimone lo ricorda orgnaizzatore e relatore di un convegno a Palazzo del Drago proprio sull’anniversario, forse il quinto, dei fatti della rivolta d’Ungheria. Nel 1962 però Baldoni lascia la presidenza provinciale della Giovane Italia e Flavio Campo si avvicina alla neonata formazione di Stefano Delle Chiaie Avanguardia Nazionale. Non la lascerà più sino alla fine. Divenne vicinissimo al gruppo dirigente di Avanguardia, insieme con altri attivisti famosissimi a Roma.

Flavio Campo conobbe la galera, la latitanza, ma non si fermò mai. Seguì Delle Chiaie in diverse occasioni nella sua latitanza all’estero, perse il suo lavoro al ministero delle Finanze, anche se in seguito fu riassunto in quanto estraneo ai fatti di cui lo imputavano. Era un tipo di poche parole, quasi burbero, parlava solo con la sua stretta cerchia di camerati di Avanguardia, anche se aveva contatti anche con i missini di Roma Sud, zona nella quale era nato e dove abitava.

Fu vicinissmo a Stefano Delle Chiaie

Il suo antico amico di allora, Vincenzo Nardulli, ne ha scitto un bellissimo ricordo su Facebook, corredandolo delle foto che pubblichiamo. Flavio Campo aveva un suo stile: pur essendo indiscutibilmente un uomo d’azione, portava sempre la giacca, e talvolta la cravatta. Era un soldato politico, eseguiva gli ordini a qualunque costo. E in quegli anni era difficile farlo, costretti in venti contro cento ad affrontare gli extraparlamentari di sinistra, e anche le squadre del Pci, che erano piuttosto risolute. Ma lui non si tirò mai indietro. Partecipò alle stagioni del ’68 all’università di Roma, alla rivolta di Reggio del 1970, al golpe Borghese del 7-8 dicembre di quello stesso anno. Secondo Nardulli, Campo partì per arruolarsi nella Legione Straniera ma fu raggiunto da Delle Chiaie che lo convinse a rimanere in Italia.

Gli episodi della vita militante di Flavio Campo sono innumerevoli, ma ne vogliamo raccontare due: uno certamente autentico, raccontato da Adalberto Baldoni, e uno leggendario, ma molto verosimile. Il primo avvenne il 29 marzo 1962 in occasione della prima del film di Pasolini Una vita violenta. Consideriamo che Pasolini, in quegli anni, riteneva i missini solo emarginati e teppisti di borgata. La destra italiana aveva sempre rifiutato l’accostamento destra-violenza, e poi gli anni hanno dimostrato che destra della violenza fu vittima. Comunque si inscenò una contestazione davanti al cinema Quattro Fontane. Ma tutto finì lì.

Quella rissa con Pasolini e Citti

Pochi mesi dopo, invece, ci fu un’altra contestazione della Giovane Italia a Pasolini, in occasione della prima di Mamma Roma. La proiezione fu disturbata sia dalla Giovane Italia sia da Avanguardia Nazionale. All’uscita, Pasolini e Sergio Citti aggredirono i dirigenti giovanili guidati da Flavio Campo. Il quale si difese e schiaffeggiò Pasolini, come si vede nella foto pubblicata da Baldoni nel suo Noi Rivoluzionari. Citti invece ebbe la peggio da parte di un altro esponente di Avanguardia. Tra l’altro, quando uscì il libro di Pasolini Una vita violenta, ci fu la presentazione in un circolo comunista all’Appio. Baldoni, Campo e altri parteciparono massicciamente all’evento, e Baldoni intervenne, parlò, disse la sua e tutto si svolse pacificamente. Dimostrando così che la destra anche estrema era disponibile al confronto delle idee.

La presunta partecipazione al golpe Borghese

L’altro episodio, di cui si favoleggia da anni, riguarda il golpe Borghese dell’Immacolata. Non staremo a ricostruire al vicenda, troppo complessa. Basti ricordare che Avanguardia ebbe l’incarico di introdursi al ministero dell’Interno e poi occuparlo quando il golpe fosse stato in atto. Alcuni attivisti, non sappiamo assolutamente chi, si nascosero nel Viminale sin da qualche ora prima. Dopo la chiusura, si introdussero nell’armeria per poter poi controllare la situazione. E’ ovvio che furono scelti gli uomini più determinati. Poi, come sappiamo. l’operazione fallì, e quegli attivisti si allontanarono senza essere arrestati. Qualcuno dice che portarono con sé un paio di Mab, ma in realtà non furono mai ritrovati, per cui probabilmente è solo una leggenda metropolitana.

Quando Avanguardia concluse la sua parabola storica, Flavio Campo abbandonò la politica. Proseguì il suo lavoro, poi aprì un maneggio fuori Roma, e poi una libreria di area in via Cerveteri, all’Appio, dove lo conobbi qualche decennio fa. Un tipo di poche parole, disgustato dalla politica politicante, poco disposto alle chiacchiere. Ma anche così, traspariva la caratura dell’uomo e del militante. Aveva dei contatti e delle strettisime amicizie anche con esponenti del Movimento politico Ordine Nuovo, ma ormai il momento era passato. Rimane comunque uno delle persone che hanno fatto la storia dell’attivismo romano e italiano. In anni in cui era difficile e pericoloso schierarsi, lui si schierò.

(Nelle foto, fortunosamente giunte fino a noi: a sinistra Flavio Campo sulla scalinata dell’università: è quello di davanti a tutti. A destra, Campo è di spalle aggredito da Pasolini)

di: Antonio Pannullo @ 14:59


Mar 09 2020

Morto a Parma Massimo Zannoni, docente e uomo di cultura. Si oppose allo scioglimento del Msi

Addio a Massimo Zannoni. Se n’è andato improvvisamente uno di quei personaggi sulle cui gambe camminava la storia. Ho avuto la fortuna di conoscere, frequentare ed apprezzare Massimo Zannoni, parmense, presidente e a animatore del Circolo Corridoni. In queste ore gli amici comuni mi chiedevano se vivesse solo. Non proprio, anzi, per niente. Perché vivere in un vero e proprio museo significa accompagnarsi giorno dopo giorno con la storia.

Zannoni non era rautiano ma seguì Rauti

Perché Zannoni era soprattutto un uomo di cultura oltre che un docente. Nella sua casa da una parte si poteva respirare la storia del fascismo, della seconda guerra mondiale e della Repubblica Sociale di cui Massimo possedeva intere collezioni di quotidiani  e riviste. Alcune davvero introvabili, tanto che qualche anno fa scrisse un libro sulla stampa nella Rsi, una autentica bibbia per storici e appassionati.

Era esperto di Rsi e di guerra civile spagnola

Massimo Zannoni variava dalla storia della destra del secondo dopoguerra ad un’altra delle sue grandi passioni, la guerra civile spagnola (era legatissimo all’Ancis). Non mancavano però scaffali dedicati alla Guerra Fredda e al calcio. Tifosissimo crociato da sempre, presidente di club, è stato tra gli ideatori e gli animatori del museo del Parma (che lo ha salutato con un comunicato). Ma ancora arbitro di pallavolo, divoratore di fumetti e grande viaggiatore (era stato recentemente in Corea del nord).
Politicamente impegnato e rispettato da tutti, si iscrisse giovanissimo alla Giovane Italia e poi al Msi, frequentando nel ’68 il Fuan bolognese. Andava orgoglioso di essersi sempre occupato della formazione culturale dei giovani e di aver fatto parte dell’unica Federazione del Msi che non votò lo scioglimento del partito e quindi contro alla svolta di Fiuggi. Mai stato rautiano, seguì invece Pino Rauti nella Fiamma Tricolore.
Ma i suoi capolavori sono la vitalità del Circolo Corridoni che aveva iscritti in tutta la penisola con i suoi incontri culturali del sabato pomeriggio in una sede così calda e vissuta. E poi Orizzonti, il trimestrale del circolo che esce ininterrottamente da decenni, quasi un unicum a destra. Metteva tutto se stesso in questi progetti, metteva a disposizione tutto il suo archivio ed il suo sapere. A Parma lo conoscevano anche per aver insegnato Lettere a migliaia di studenti, tra questi Gigi Buffon con il quale si sentiva spesso.
Un giorno mi donó la sua collezione dell’Italiano di Pino Romualdi. Ora che molti di noi siamo un po’ orfani senza Zannoni, cercheremo di ringraziarlo anche non facendo scemare quello in cui credeva e quello che faceva. In Massimo Zannoni le due cose andavano di pari passo.
(Foto Marco Brioschi)

di: Antonio Pannullo @ 19:19


Mar 02 2020

L’Italia è un Paese bloccato: il Rapporto sulla mobilità sociale ci indica i modi per farlo ripartire

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Dopo gli anni dell’egalitarismo a buon mercato (tutti uguali per mantenere, nella sostanza, le vecchie rendite di posizione, trasmesse di padre in figlio) è tempo di riportare al centro del dibattito nazionale il tema della mobilità sociale, l’unico strumento per ridare all’Italia quella dinamicità ormai persa da decenni e per riaccendere, soprattutto tra le giovani generazioni, aspettative oggi sopite.

A ricordarcelo, dati alla mano, il primo rapporto annuale Global Social Mobility Index sulla mobilità sociale, dal quale emerge come in una società capace di offrire a ciascuno pari opportunità di sviluppare il proprio potenziale, a prescindere dalla provenienza socio-economica, non solo ci sarebbe più coesione sociale, ma si rafforzerebbe anche la crescita economica. Un aumento della mobilità sociale del 10% spingerebbe infatti il Pil di quasi il 5% in più in 10 anni.

Sono ben poche, tuttavia, le economie che hanno le condizioni giuste per favorire la riduzione delle disparità e l’inclusione. Le chance di una persona nella vita sono sempre più determinate dal punto di partenza, cioè dallo stato socio-economico e dal luogo di nascita. Di conseguenza le disuguaglianze di reddito si sono radicate e le classi sociali sono “ingessate”.

Alle spalle di Cipro, Lettonia, Polonia

E veniamo all’Italia. Nell’indice di mobilità sociale, il nostro Paese ottiene un punteggio di 67, con cui supera di poco Uruguay, Croazia e Ungheria e resta alle spalle di Cipro, Lettonia, Polonia e Repubblica Slovacca. L’Italia segna la sua migliore performance nell’ambito della salute, potendo contare sul nono posto per la qualità e l’accesso alla sanità e sul quarto posto per l’aspettativa di vita. In termini di accesso all’istruzione, qualità ed equità, il nostro Paese da un lato gode di un buon ratio studenti-insegnanti, dall’altro – rileva il rapporto – da “una mancanza di diversità sociale” nelle scuole, che non favoriscono cioè l’inclusione tra ceti diversi. Un’annotazione che pare trovare riscontro anche in recenti fatti di cronaca, che hanno sollevato l’accusa di scuola “classista”.

Tra i punti deboli anche l’alta percentuale di inattivi (Neet, né al lavoro né in formazione) tra i giovani (quasi il 20%) e le scarse possibilità di formazione continua, che limitano le opportunità di apprendimento per i lavoratori. Solo il 12,6% delle aziende – sottolinea il rapporto – offre una formazione formale e per i disoccupati è difficile accedere a corsi per migliorare le competenze. Tra le aree su cui intervenire figura, ovviamente, quella delle opportunità di lavoro, dove l’Italia è al 69mo posto, penalizzata dagli alti livelli di disoccupazione.

Immobilismo sociale

In sintesi: ad uscire fuori è la fotografia di un Paese che tende all’immobilismo sociale. E quindi raffredda le aspettative e le ambizioni della società. Frustrando l’accessibilità alle varie posizioni sociali. Attraverso una serie di vincoli strutturali, riconducibili all’autoreferenzialità dei diversi gruppi professionali. Alla cooptazione delle classi dirigenti, ad un sostanziale rigidità dei cosiddetti “processi ascensionali”.

Che fare? Per far ripartire l’ascensore sociale, il rapporto consiglia, tra le altre misure, di rafforzare la progressività delle tasse sui reddit. E poi riequilibrare le fonti di tassazione. Introdurre politiche che contrastino la concentrazione di ricchezza. Puntare sull’istruzione e sulla formazione continua, migliorando la disponibilità, la qualità e la diffusione dei programmi educativi. Sarebbe poi necessario offrire una protezione a tutti i lavoratori, indipendentemente dal loro stato occupazionale. In particolare nel contesto del cambiamento tecnologico e delle industrie in transizione. Le aziende, dal canto loro, dovrebbero avere un ruolo guida. Promuovendo una cultura di meritocrazia nelle assunzioni. Fornendo formazione professionale, migliorando le condizioni di lavoro e pagando salari equi.

Da parte nostra vorremmo aggiungere una necessità di fondo: fare sistema. Creare, insomma, quei doverosi collegamenti territoriali, interaziendali, di categoria, in grado di favorire le sinergie sistemiche nell’ambito della scuola, della ricerca, della formazione, dell’accesso al credito, della selezione della classe dirigente. Con al fondo la consapevolezza di quanto sia necessario investire per favorite quella mobilità interna, capace di creare nuova ricchezza reale e aspettative vere in  un Paese altrimenti destinato ad un cronico immobilismo. Senza una nuova dinamicità, è la stagnazione sociale a vincere, una stagnazione ben più grave di quella produttiva.

di: Aldo Di Lello @ 14:07


Feb 27 2020

Fragalà, il ricordo, commosso, dei parlamentari: da Fdi al Pd, da Italia Viva a Lega, da M5S a Fi (video)

«Il 26 febbraio di dieci anni fa, dopo tre giorni di sofferenza, scomparve Enzo Fragalà. Ciao Enzo, noi oggi siamo qui anche in tuo nome. E per le tue battaglie». Così Federico Mollicone, parlamentare di Fratelli d’Italia ed ex-collaboratore di Enzo Fragalà, ha ricordato il deputato di Alleanza Nazionale assassinato nel febbraio 2010 da Cosa Nostra.

Un gesto, quello del ricordo in aula, che ha unito, ieri, a dieci anni dall’omicidio di Enzo Fragalàtutti i gruppi parlamentari. Uno dopo l’altro, i colleghi di Enzo Fragalà si sono alzati in piedi. Ed hanno portato la propria testimonianza. Ricordando lo stile di Enzo. Il coraggio di quest’uomo mite, dolce e sempre sorridente.
La sua ansia di verità. Che lo ha spinto a combattere, spesso in minoranza, per battaglie di principio. Senza chiedersi che prezzo avrebbe pagato.

La grande umanità di Fragalà, un galantuomo siciliano

La sua cortesia da galantuomo siciliano. La sua cultura smisurata che non faceva mai pesare. E, poi, la sua competenza in vicende complesse e delicatissime. Come quelle relative al terrorismo e alle stragi.
Il suo senso della solidarietà. La sua umanità che, unita ad una grandissima intelligenza, gli consentiva di dialogare con chiunque, di trovare, comunque, un modo per parlarsi. Aldilà di tutto, aldilà delle appartenenze politiche e ideologiche.
«Una straordinaria persona perbene», come lo ha definito l’esponente di Italia Viva, Roberto Giachetti.

«Enzo fu penalista di fama, assistente di Storia contemporanea dell’Università degli Studi di Palermoparlamentare di Alleanza Nazionale per tre legislature», ha ricordato Mollicone in aula.

«Cresciuto politicamente nel Movimento Sociale», ci ha tenuto a precisare il deputato di FdI. Ricordando come «alcuni colleghi condivisero con me e con lui un percorso di vita professionale e politica».

Deputato infaticabile, impegnato in una miriade di attività

Enzo Fragalà, ha aggiunto Mollicone, era un «infaticabile deputato. E militante dei nostri colori. Fui onorato di lavorare con lui. Era un uomo impegnato in miriadi di attività». Un uomo «di grande coraggio, stile e cultura».

L’esponente di FdI ne ha tratteggiato l’aspetto umano. E anche quel suo «intercalare, che forse in pochi ricorderanno. Quando, con la sua cortesia da gentiluomo siciliano, si rivolgeva a qualche amico, a qualche collega, a qualche avventore con “mii, complimenti”.

Enzo Fragalà aveva una vita intensa. «Come avvocato seguiva moltissimi processi di mafia – ha detto Mollicone – La sua lotta fu un doppio binario. Il primo verso la Cupola e contro la Cupola mafiosa. Il secondo verso chi, con la scusa dell’antimafia da vetrina, ci costruì una carriera. Proprio in un contesto di mafia ha perso la vita».

«Ci auguriamo finalmente, dopo dieci anni, un’adamantina soluzione del processo, così da dare giustizia all’uomo, al politico e ai suoi cari – ha concluso MolliconeGrande esperto di terrorismo, fu componente delle più importanti e prestigiose Commissioni parlamentari d’inchiesta. La Commissione Stragi, la Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il dossier Mitrokhin. Cioè il cosiddetto Dossier Impedian.

Esperto di terrorismo, membro delle Commissioni d’inchiesta

«Condividiamo quindi con Marzia Fragalà e la sua famiglia quest’ansia di verità. Che possa ristabilire l’onore. Quella verità che, per tutta la vita, Enzo Fragalà ha sempre cercato. Ciao Enzo, noi siamo qui anche in tuo nome e per le tue battaglie».

Al ricordo di Mollicone si sono uniti, con interventi appassionati, parlamentari di tutte le altre forze politiche.
Roberto Giachetti, di Italia Viva, conobbe Fragalà quando per lui era la prima legislatura e, per Enzo, l’ultima. Si incrociarono in Parlamento. E avevano, certamente, una cosa in comune che li univa nonostante le appartenenze politiche diverse. Una visione garantista in un contesto per buona parte manettaro.

Di qui il ricordo di «una straordinaria persona perbene. Di una persona che consente di utilizzare delle espressioni che sono ormai desuete. Cioè non solo un gentiluomo, come ha ricordato Mollicone. Ma, anche, un galantuomo».

«Una persona di grande sensibilità e di grande disponibilità – ha aggiunto Giachetti – Una persona con delle grandi qualità dal punto di vista dell’interpretazione garantista del nostro diritto e della vita democratica».

Giachetti (IV): persona di grande nobiltà d’animo

«Il processo, a distanza di dieci anni, sembra che si stia per arrivare a una prima sentenza – ha ricordato ancora Giachetti – E, dagli atti del processo, emerge una cosa tra le altre». Il fatto che Fragalà ha cercato di «di indirizzare i suoi clienti verso un’apertura nei confronti della magistratura. Cioè di collaborare con la magistratura. Questo ne nobilita anche la persona. Questo Parlamento ha consentito anche al Paese il servizio di tante persone perbene. Galantuomini, che non necessariamente fanno parte della casta».

Poi è stata la volta della leghista Barbara Saltamartini. «Ho avuto l’onore di conoscere Enzo Fragalà – ha esordito – Lui ci ha insegnato che si può morire per difendere i propri ideali. Per portare avanti le proprie battaglie. Nella convinzione che la lotta alla mafia si deve fare senza “se” e senza “ma”. E non si deve avere paura di combatterla nel profondo. Ogni giorno. Non solo nella professione che si svolge, quale quella che svolgeva Enzo. Ma proprio come persona. Come uomo. Come quel gentiluomo che Enzo Fragalà è stato. Quel gentiluomo che ha sempre anteposto prima il bene della Nazione. Prima il bene dell’Italia. E, poi e solo dopo, il bene del partito nel quale militava, in cui anche io ho avuto l’onore di stare».

Enzo Fragalà ci ha insegnato – ha continuato la Saltamartini – che la lotta alla mafia, la lotta alla criminalità organizzata non può terminare con un atto parlamentare, seppure importante, seppure autorevole. Ma deve proseguire in una battaglia culturale. Deve proseguire nelle battaglie che lui stesso e molti dei giovani che seguirono Enzo in quell’avventura hanno fatto e continuano a fare. Nelle strade delle città. Dove la mafia regna più che in altri posti. Dove quei giovani ancora oggi continuano a ricordare il sacrificio di uomini di Stato. Penso a Falcone e Borsellino. Ma, purtroppo, l’elenco è ancora più lungo».

Saltamartini (Lega): ci ha insegnato a fare politica con il sorriso

«Enzo ci ha insegnato che si può fare politica con la cortesia, con la gentilezza, con il sorriso. – ha concluso Barbara Saltamartini – Senza perdere di vista l’obiettivo da raggiungere. Ecco forse quest’Aula, anche con l’esempio di Enzo Fragalà, un po’ di quello stile di fare politica lo potrebbe recuperare, nel momento in cui lo ricorda proprio oggi, a dieci anni dalla sua morte».

Anche Stefania Prestigiacomo, parlamentare di Forza Italia, siciliana come Fragalà, ha voluto ricordare Enzo. Con il quale aveva «un’amicizia che non si dimentica», il «privilegio della sua consuetudine. Chi ha trascorso con lui tante ore di lavoro e di impegno politico non si potrà rassegnare mai per averlo perso».

«Enzo era una persona pulita, integra, intelligente, allegra – lo ha tratteggiato la parlamentare di Fi – Ce l’ho davanti agli occhi. Con il suo sorriso contagioso, con il quale riusciva ad addolcire ogni situazione. Anche la più ostica. Con quell’arguzia con la quale dipanava, anche grazie alla sua grande cultura giuridica, le questioni più complicate».

«Era un grande liberale di destra, Enzo. Un intellettuale brillante. Che arricchiva la politica e chi gli stava accanto. Era un uomo di diritto e delle istituzioni. Era un uomo che si batteva per la Giustizia. Memorabili le sue battaglie da parte civile nel processo dell’omicidio di Marta Russo. Memorabile il suo impegno nel processo sulla strage di Bologna».

Prestigiacomo (Fi): onore e verità le sue stelle polari

«Enzo Fragalà era una persona che, della verità e dell’onore, aveva fatto le sue stelle polari – ha concluso la Prestigiacomo – Un uomo che aveva il culto sacro dell’amicizia. Che stava sempre dalla parte della giustizia e delle istituzioni. Fino all’ultimo. Per questa sua coerenza e per questa sua integrità è stato ucciso brutalmente. Enzo ci manca. Oggi come il primo giorno. Siamo tutti più poveri d’affetto, di intelligenza e anche più soli».

Per l’ex-sindaco di Torino ed esponente storico del Pd, Piero Fassino, Enzo Fragalà era «un parlamentare scrupoloso», un «uomo aperto sempre al confronto», un «garantista vero». Un «uomo soprattutto sempre disponibile ad ascoltare le ragioni altrui. A capirne le ragioni. E a confrontarsi e a discutere».

«Stimato» e «stimolante, nella sua curiosità e nella sua capacità di sollecitare la ricerca comune di sintesi dei punti, che consentissero di approdare a delle soluzioni utili ai cittadini e al Paese».

Fassino ha ricordato Enzo accomunandolo a Mirko Tremaglia, entrambi «di profonde e assolute convinzioni» che rivendicavano «con orgoglio». Persone «appassionate e sincere» nelle «proprie determinazioni».

Fassino (Pd): garantista vero, disponibile a confrontarsi

Fragalà come Tremaglia, per Fassino, avevano una «visione e una concezione alta della politica».

Altrettanto commuovente l’intervento di Francesco D’Uva, parlamentare dei Cinque Stelle e membro della Commissione Antimafia. Che ha svelato come si è imbattuto nel nome di Enzo Fragalà. Che non ha conosciuto personalmente.

Cercava notizie su suo nonno, Nino D’Uva, penalista come Enzo Fragalà. Venne assassinato dalla mafia nel suo studio legale a Messina il 6 maggio 1986. Difendeva alcuni imputati di mafia nel maxiprocesso.

Sette anni dopo, nel 1993, un pentitò svelò il motivo di quell’omicidio: un segnale di intimidazione all’avvocatura messinese.
Anche in quel caso la mafia aveva cercato di depistare. Facendo immaginare uno sfondo passionale.

D’Uva (M5S): ucciso perché aveva la schiena dritta

«Cercando su Internet trovai “I quaderni dell’ora”, in cui c’erano diversi nomi – ha ricordato D’Uva in aula parlando di Enzo – scoprii che c’era un altro avvocato penalista. Una morte più recente. Un avvocato che era morto sempre per mano mafiosa». Era, appunto, Enzo Fragalà.

«Quello che apprezzo molto di Enzo Fragalà è che, evidentemente, aveva la schiena dritta». ha detto il parlamentare M5S.
«Perché – ha aggiunto – se un avvocato penalista che ha a che fare con imputati per associazione mafiosa, finisce per essere ucciso, e si scopre nel 2017, secondo le ipotesi, perché cercava di convincere i propri clienti a collaborare con la giustizia, è evidente che la lotta alla mafia è trasversale».

«Dico una cosa quasi scontata, però, in realtà, non lo è – ha concluso D’Uva, colpito dalla storia di Enzo Fragalà – Perché molto spesso si tende a demandare, a dire “va bene, la lotta alla mafia la fai tu. Io tifo per te, mi faccio lo striscione, mi faccio la manifestazione. Ma pensaci, tu te ne devi occupare”. Non è così. Ognuno di noi può farlo. Semplicemente tenendo la schiena dritta. Questo è stato Enzo Fragalà».

Infine Vittorio Sgarbi. Che con Enzo Fragalà condivideva identiche posizioni garantiste.

Sgarbi: era un uomo limpido e laicamente lucido

«Fragalà era un uomo laicamente lucido nel riconoscere i diritti di chiunque. E difendere cause difficili. Era più innocentista che colpevolista. Era un uomo limpido. Un garantista vero», lo ha omaggiato Sgarbi.

«C’era in lui la visione nobile e vera di chi non crede a chi pensa che l’onestà sia l’unica soluzione per affrontare la politica – ha continuato il critico d’arte approdato alla politica – Fragalà è stato un uomo talmente limpido, che il suo nome non può essere accostato, se non a quello, forse, di Marco Pannella. Cioè di persone pronte a combattere perché sia meglio libero un colpevole che un innocente in galera. È esattamente l’opposto di quello che questo Parlamento».

La figlia Marzia: colpita e commossa, in quelle parole riconosco papà

«Sono felice e commossa allo stesso tempo – ha commentato Marzia Fragalà, figlia di Enzo e, anche lei, avvocato penalista – per le parole bellissime, intense e di grande spessore pronunciate da tutte le forze politiche in Parlamento. Che hanno voluto ricordare così mio padre in una giornata molto intensa e complicata. In quelle parole ho ritrovato pienamente la figura di papà. E mi hanno colpito anche le parole pronunciate da chi, con lui, ha avuto magari scontri politici. Ma ha saputo cogliere l’umanità, la disponibilità al dialogo, la limpidezza e il senso della giustizia che animavano mio padre».

di: Silvio @ 18:14


Feb 24 2020

Tra “Sindaco d’Italia” e presidenzialismo, qui serve una Costituente per una nuova Repubblica

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Secondo la Noto Sondaggi più della metà degli italiani è favorevole all’elezione diretta del capo del governo.  La rilevazione è stata fatta sull’onda della proposta di riforma costituzionale lanciata da Matteo Renzi. Quella di Renzi sul Sindaco d’Italia è un po’ la scoperta dell’acqua calda. Nel senso che l’idea, nella quale si riconosce la maggioranza del popolo italiano, non è proprio una novità, ma appartiene, da sempre, al riformismo costituzionale di destra (Carlo Costamagna parlava di Repubblica presidenziale già nell’ottobre 1946, su Rivolta Ideale) ben rappresentato, oggi, da Fratelli d’Italia, che, non a caso, nell’ultimo fine settimana, ha lanciato la sua campagna di raccolta firme a favore di quattro proposte di legge di iniziativa popolare, tra cui appunto quella per l’elezione diretta del Presidente della Repubblica. Sul fronte dei contenuti non c’è partita: la riforma istituzionale è una necessità e gli italiani ne sono ben consapevoli. Più complessa la questione “di metodo”. L’annuncio, oggettivamente strumentale, di Renzi sul Sindaco d’Italia può aprire la stagione delle riforme? Ci sono le condizioni per un fronte politico trasversale che si faccia carico della volontà riformatrice ? E può bastare una proposta di legge d’iniziativa popolare, da portare all’attenzione del Parlamento, per sbloccare finalmente gli arrugginiti ingranaggi istituzionali del nostro Paese?

La lunga storia delle riforme incompiute

Nel passato ci aveva provato, sul finire degli Anni Settanta, Bettino Craxi, con l’idea della Grande Riforma. Prima di Craxi, Randolfo Pacciardi, mitica figura dell’antifascismo repubblicano, aveva dato vita, nel 1963, al movimento Unione Democratica per la Nuova Repubblica, fortemente caratterizzato in senso presidenzialista. Nel 1968 era toccato a Bartolo Ciccardini, con il suo gruppo, di “gollisti democristiani”, Europa Settanta. Giorgio Almirante della Nuova Repubblica aveva fatto la bandiera della destra degli Anni Ottanta. Il professor Gianfranco Miglio, nel 1983, aveva riunito una serie di esperti di diritto costituzionale ed amministrativo, arrivando a produrre un organico progetto di riforma della seconda parte della Costituzione. Di premierato aveva parlato, nel 2005, anche Silvio Berlusconi.

Nessuno però è riuscito a passare dalla fase della proposta a quella dell’effettiva iniziativa riformatrice. Anche oggi gli scenari non sembrano molto diversi. Come ha sottolineato Giovanni Orsina, politologo e direttore della School of Government alla Luiss, in un’intervista a Il Giornale, a mancare sono proprio i partiti che «hanno perso la loro forza e non si possono rianimare con lezioni di ingegneria costituzionale: le riforme, quelle vere, rimangono al palo perché manca il tempo per portarle a compimento e perché nessuno ha la forza per imporle». Stigmatizza sempre Orsina: «Il sistema deve essere riformato per la sua debolezza, ma è troppo debole per riformarsi»Che fare allora? Fermarsi, come nel passato, alle buone intenzioni o provare ad andare oltre?

La soluzione dell’Assemblea Costituente

Il già ricordato Costamagna, settantacinque anni fa, poneva l’accento su un fatto, solo in apparenza scontato: «Promuovere l’interesse del Popolo all’opera del proprio ordinamento costituzionale parrebbe il compito più degno del costume di una “vera” democrazia». Da dove partire allora per ridare dignità ai costumi democratici e voce a quel popolo che – sondaggi alla mano – vuole l’elezione diretta del presidente della Repubblica? Non ci sono risposte facili. Ma perché non pensare ad un’ipotesi di lavoro, tanto trasversale quanto provocatoria, come l’elezione/convocazione di un’Assemblea Costituente?

La proposta di un’Assemblea Costituente appare la strada più immediata, in grado di rispondere alle evidenti questioni di metodo e di contenuto: un’Assemblea eletta con il sistema proporzionale, frutto di un chiaro confronto programmatico, e con un mandato temporale ben definito (sei mesi), che possa elaborare un progetto di riforma organico e condiviso. Alle diverse forze in campo di fare le loro proposte e di verificarle con l’opinione pubblica. Ciò renderebbe finalmente palesi i diversi orientamenti, obbligando i rispettivi schieramenti  a scoprire le carte sui grandi temi “sensibili” del presidenzialismo, del sistema elettorale, del bicameralismo, del rapporto tra i poteri dello Stato, del vincolo di mandato, del decentramento amministrativo, con il conseguente coinvolgimento dei cittadini-elettori, resi finalmente partecipi di un essenziale passaggio politico-istituzionale per la vita del Paese.

Il nodo della rappresentanza e delle competenze

L’elezione/convocazione di un’Assemblea Costituente non è, tra l’altro, in contrasto con eventuali elezioni politiche generali. Può anzi precederle, rimarcando, in modo chiaro, l’idea della riforma costituzionale, ma tenendola ben distinta da un confronto sui programmi, sull’azione di governo, sui grandi temi dell’emergenza economica e sociale. Importante è uscire fuori dalle dichiarazioni ad effetto. Il tema della rappresentanza e delle competenze è un tema troppo serio per ridurlo ad un tweet, lanciato, come un tricchetracche, per fare un po’ di rumore ed attirare l’attenzione, ma niente di più.

di: Mario Landolfi @ 18:24


Feb 16 2020

Alemanno: bravo Veltroni su Ramelli, ma c’è il rischio che gli antifascisti si armino contro di noi

Alemanno parla di Sergio Ramelli, e si rivolge a Veltroni che lo ha ricordato. “Parlare non solo del clima d’odio di quegli anni, ma cercare di analizzare l’odio che sta montando nel nostro presente”. E’ quanto chiede Gianni Alemanno a Walter Veltroni, dopo l’intervento del fondatore del Pd in ricordo di Sergio Ramelli, militante del Fronte della gioventù, l’organizzazione giovanile del Msi, ucciso a Milano nel 1975 da estremisti di sinistra.

Alemanno: Veltroni alle parole faccia seguire i fatti

“I morti di quegli anni – ha scritto Veltroni sul Corriere della sera – non devono oggi essere rivendicati, scagliati, usati per protrarre l’odio, che è una patologia: quegli anni sono stati un’epidemia di questo male”. Alemanno apprezza che “Veltroni ha ricordato il sacrificio di Sergio Ramelli, descrivendo con attenzione il clima d’odio anti-fascista che fu l’alibi per quell’assurdo omicidio. Non è la prima volta che Veltroni dice parole di verità e compie atti di giustizia per tentare di rimarginare le ferite degli anni di piombo. Quando era sindaco di Roma – ricorda – portò le corone di fiori del Comune in tutti i luoghi cittadini dove erano stati uccisi ragazzi di Destra come di Sinistra, sostenne un’associazione che ricordava i fratelli Mattei, intitolò a Paolo Di Nella uno dei viali di Villa Chigi. Questo è molto importante, le tante cose che ci dividono politicamente da Veltroni non possono fare velo a questo giusto riconoscimento”.

Però, aggiunge Alemanno, anche lui ex sindaco di Roma, “gli chiediamo uno sforzo ulteriore. Parlare non solo del clima d’odio di quegli anni, ma cercare di analizzare l’odio che sta montando nel nostro presente. Oggi l’antifascismo militante è tornato di moda. E si moltiplicano i casi in cui si cerca di impedire a esponenti politici di destra o leghisti di esprimere le proprie idee. Addirittura al punto che si è tornato a negare il dramma delle foibe”.

Il rischio è che l’odio antifascista ritorni

Prosegue Alemanno: “Ieri, l’accusa e l’alibi per la violenza era di coltivare progetti golpisti, oggi è quella di alimentare chiusure xenofobe. Ma il risultato è lo stesso: la destra non ha diritto di parola e le sue idee devono essere demonizzate”. Certo, osserva, “non siamo alla violenza efferata degli anni di piombo. Ma a furia di demonizzare l’avversario, siamo sicuri che qualche esaltato non finisca per prendere in mano anche oggi la spranga o la pistola? Coraggio, non piangiamo solo gli errori del passato, evitiamo quelli del futuro”.

di: Antonio Pannullo @ 17:41


Feb 09 2020

Paolo Di Nella, 37 anni fa l’ennesimo omicidio comunista impunito. Oggi lo ricordiamo

Paolo Di Nella morì 37 anni fa, in questo giorno. Morì, fuori tempo massimo, nel 1983, dopo la stagione degli anni di piombo. Sembrava che quel periodo tragico fosse ormai concluso, con la morte nel marzo 1980 di Angelo Mancia. Il dipendente del nostro giornale assassinato in un agguato partigiano dalla Volante Rossa. Come gli assassini di Paolo Di Nella, anche quelli di Angelo Mancia rimasero impuniti. Paolo Di Nella lo conoscevo, frequentava la sezione del Msi del Trieste Salario in viale Somalia e la federazione provinciale del Fronte della Gioventù. Era amico di tutta quella meglio gioventù di attivisti di quegli anni. Ma in particolare dei fratelli Buffo, di Gianni Alemanno, di Sergio Mariani, di Paolo Omodei e di quel gruppo di giovanissimi che frequentavano la sezione Trieste. Era apparentemente un po’ chiuso, ma sempre pronto a scherzare quando stava con i suoi fratelli. Il gruppo era profondamente legato. Era spesso preso in giro per le sue battaglie ambientaliste, alle quali dedicava tutte le sue energie. Allora non capivamo che Paolo Di Nella era avanti tutti noi.

Di Nella, “uccidere un fascista non è reato”

I fatti sono noti, ma li rievochiamo per quei giovani che oggi portano avanti anche la sua battaglia. Alle 20.05 di quel 9 febbraio 1983 il suo cuore smise di battere. Noi ragazzi del Fronte della Gioventù (l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano) ci sentimmo allora irrimediabilmente più soli. Perché sapevamo perfettamente che “uccidere un fascista non è reato” non era solo uno slogan dei “duri” dell’Autonomia operaia (che rivendicò l’assassinio), ma era diventata una legge non scritta. L’avevamo subìta parecchie volte e non ci eravamo mai fermati. Il Fronte non si fermò neanche allora, benché sapessimo perfettamente che anche questo omicidio non sarebbe mai stato punito, così come era accaduto per Francesco Cecchin, ucciso da sconosciuti a piazza Vescovio pochi anni prima. E così è stato. Ancora oggi aggressori a piede libero. Nel caso di Paolo Di Nella le cose andarono un po’ diversamente, anche se una sfortunata vicenda giudiziaria chiuse il caso senza che si fosse arrivati a un colpevole.

Gli inquirenti si mossero solo dopo l’arrivo di Pertini

Anche perché gli inquirenti si mossero con un certo impegno solo dopo che l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini accorse, in forma privata, al capezzale di Paolo. Era evidentemente stato colpito dall’efferatezza e dalla gratuità del gesto feroce verso un ragazzo di vent’anni che si batteva per il verde pubblico nel suo quartiere. Pertini fu affrontato – è il caso di dirlo – da una ragazza del Fronte, Marina, che eludendo la sorveglianza al presidente, riuscì a intercettarlo e a dirgli quello che pensava. «Questo è il frutto dell’odio che avete alimentato per quarant’anni! Ci stanno ammazzando tutti!», disse Marina. Pertini la guardò in faccia, rimase a capo chino in silenzio, le posò una mano sulla spalla e si allontanò. Il vecchio partigiano ascoltò con molta attenzione la ragazza in lacrime di rabbia e di dolore, e probabilmente capì che i tempi della giustizia sommaria erano davvero finiti per sempre. Possiamo affermare senza timore di essere smentiti da nessuno, che se gli anni di piombo si chiusero fu solo ed esclusivamente grazie alla buona volontà, al senso di responsabilità, alla civiltà degli “estremisti di destra” di allora, che scelsero consapevolmente di non attuare ritorsioni di alcun genere.

Di Nella e la sua battaglia pacifica

E dopo Pertini, fu un profluvio, piuttosto stupefacente, per noi missini, di solidarietà da tutte le parti: l’allora sindaco di Roma Ugo Vetere, del Pci, venne all’ospedale, il segretario del partito Enrico Berlinguer mandò un commosso telegramma. Il giornalista Giuliano Ferrara scrisse un articolo in difesa di Di Nella e del suo diritto a pensarla come la pensava. E proprio così Paolo conduceva la sua lotta politica: civilmente e pacificamente, talmente fiducioso nel suo diritto da andare ad attaccare manifesti da solo con la sua ragazza, in un periodo in cui questo non era consigliabile.

Paolo aggredito vigliaccamente alle spalle

Paolo non era assolutamente un violento, ma non si fermava mai. Non c’era nulla che si potesse dire o fare per impedirgli di agire come a lui sembrava giusto. Anche quella sera, poiché non c’erano persone disponibili ad accompagnarlo, gli fu proposto di rimandare alla sera successiva l’affissione, ma lui non ne volle sapere. La battaglia di combatte tutti i giorni, e guai a chi si ferma. Andò con una militante del Trieste Salario, che lo accompagò con l’automobile. E’ grazie a lei se abbiamo una testimonianza precisa di tutto quello che accadde. Paolo scendeva, affiggeva, e ripartivano. L’Autonomia operaia era molto attiva nel quartiere Africano, quello dove Paolo e i suoi camerati lottavano affinché Villa Chigi fosse restituita alla gente. Negli anni e precedenti le sezioni missine della zona, via Migiurtinia, viale Somalia, la Monte Sacro, la Talenti, la Tufello, erano state oggetto di decine di attentati dinamitardi incendiari, assalti armati.

Quella notte in viale Libia

A piazza Gondar, in viale Libia (dove oggi c’è la scritta che lo ricorda), Paolo fu aggredito da dietro da due ragazzi, uno dei quali lo colpì con un oggetto contundente mai identificato. Gli causò la commozione cerebrale che lo portò, dopo una settimana di agonia, alla morte. La ragazza lo accompagnò a sciacquarsi la testa alla fontanella, e lui le gece promettere di non dire nulla a nessuno, che non er aniente. Ma tornato a casa si sentì male e fu portato in ospedale. Vegliato incessantemente – oltre che dalla sua splendida famiglia – da tutti i suoi camerati. Il suo sacrificio è servito a far accorgere agli italiani di quanto accadeva, a far diventare Villa Chigi parco pubblico – oggi è intitolato a suo nome – e a far finire gli anni di piombo.

La responsabilità morale della sua e di altre morti è ascritta per sempre a tutta una classe politica e mediatica che per anni ha chiuso gli occhi di fronte alla palese ingiustizia a cui i giovani missini erano sottoposti da parte di tutti. In quella settimana di agonia di Paolo ci furono affissioni per denunciare l’accaduto, un corteo sfilò per il quartiere, assemblee nelle scuole, ma a nessuno sembrava gliene fregasse qualcosa: al Giulio Cesare anzi si arrivò a confermare il diktat che uccidere un fascista non è reato.

Il comunicato del FdG: “Caduto per la Rivoluzione”

Vogliamo concludere questo ricordo con il comunicato del Fronte della Gioventù emesso qualche giorno dopo la morte di Paolo. “Con Paolo di Nella è morto un combattente per il proprio popolo, un nazional-rivoluzionario. Nessuno si permetta di offendere questo martire con inutili isterismi. L’unica vendetta è continuare la sua lotta contro il sistema che lo ha assassinato”. Al suo funerale, quando la bara avvolta nella bandiera con la croce celtica uscì dalla chiesa di piazza Verbano, a migliaia salutarono Paolo Di Nella col braccio teso.

Il volantino di rivendicazione dell’assassinio spuntò il 14 febbraio, in una cabina telefonica di piazza Gondar, a pochissimi metri da dove c’era stata l’aggressione. È firmato da Autonomia Operaia. L’ultimo atto della tragedia avviene nel dicembre del 2008, il papà di Paolo è morto e la famiglia ha deciso di farli riposare insieme. La bara di Paolo è lentamente esposta e appaiono ancora quei colori: il rosso, il bianco, il nero; per venticinque anni la bandiera con la celtica ha riposato insieme a Paolo. La bara di Paolo viene messa vicino a quella del padre, si stende di nuovo sopra la sua bandiera, e c’è una piccola scritta: “Caduto per la Rivoluzione”.

di: Antonio Pannullo @ 12:24


Gen 28 2020

Addio a Duilio Marchesini, coraggioso “guerriero medievale” che non venne mai meno ai suoi princìpi

Duilio Marchesini ci ha lasciato alla soglia dei 90 anni. Era infatti nato a Roma, dalle parti di Porta Metronia, nel 1930. Una vita piena, intensa, coerente. Anzi, molte vite. Perché fu professore, cattolico tradizionalista, artista, scrittore, membro dell’Opus Dei. Ma soprattutto fu uomo d’azione. Anzi, un teorico (aveva due lauree) che all’occorrenza si faceva uomo d’azione. E in quegli anni per difendere le proprie idee occorreva farlo spesso. “Il cazzotto di Dio”, lo chiamavano allora scherzosamente i suoi amici, perché sopra ogni altra cosa combatteva, nelle strade, il materialismo ateo. Nelle cronache dell’epoca, lui cominciò fin dagli anni Sessanta a fare politica, il suo nome è indissolubilmente legato a quello dell’amico Giancarlo Scafidi. Erano inseparabili, in chiesa come in piazza, e oggi Scafidi era in prima fila nella bella chiesa di Sant’Eugenio alle Belle Arti, dove tra l’altro Marchesini faceva ultimamente catechismo ai bambini. Marchesini, che da anni come detto era attivissimo nell’Opus Dei, aveva preso l’impegno morale di povertà, castità e obbedienza, al quale non è mai venuto meno.

Marchesini protagonista di moltissimi episodi degli anni Settanta

Innumerevoli gli episodi di cui Marchesini, che era incontenibile, si rese protagonista. Lui e Scafidi frequentarono per un certo periodo Civiltà Cristiana, la vivace associazione di cattolici tradizionalisti sempre in prima fila nella difesa della fede. Marchesini tra l’altro fece il servizio d’ordine, nel 1977, quando venne a Roma monsignor Lefebvre. Ma prima di questo, come si è detto, dal 1968 in poi, fu attivissimo nell’università di Roma La Sapienza. Come abbiamo saputo, dal ’62 Marchesini gestiva incontri culturali fra professori e studenti all’ Università della Sapienza. Erano dialoghi interdisciplinari aperti al dibattito (quella del dialogo era una “conditio sine qua non”) e spesso si protraevano con singoli studenti dopo l’incontro. Dapprima alla Casa dello Studente di via Cesare De’ Lollis, poi alla facoltà di Lettere e Filosofia, infine a Giurisprudenza. Finché fu possibile. Nel ‘67 a Marchesini si aggiunse Scafidi e insieme riuscirono a mandare avanti queste iniziative, persino in tempo di occupazioni, in situazioni sempre più rischiose, fino al ’76.

Duilio subì almeno cento aggressioni alla Sapienza

E fu proprio alla Sapienza che Marchesini subì le più gravi aggressioni. Da parte – come diceva lui e in effetti era così – dell’ateismo comunista sostenuto da Unione Sovietica, Cina e Partito Comunista Italiano. Marchesini subì all’ateneo capitolino qualcosa come 100 aggressioni. Qualcuna più grave, qualcuna meno. Ma certo una volta gli ruppero la testa, una il braccio. Una nel 1973, una nel 1974. Ma lui non si arrese mai. Anche da solo, “caricava i comunisti” che invece erano in gruppo. Marchesini, pur avendo molti amici, tuttavia non apparteneva a nessun gruppo politico.Per questo spesso lo trovavano da solo, o con Scafidi,  e li aggredivano selvaggiamente. Un’altra volta, un prete “moderno” della chiesa dei Martiri Canadesi a Roma, decise di aprire alla modernità e autorizzò le famigerate messe con la chitarra. Marchesini non lo poteva tollerare. Per lui la messa era un rito sacro. Avvisato dai veri fedeli della chiesa, andò con un gruppo di fedeli, interruppe la messa e scatenò un parapiglia, schiaffeggiando anche il sacerdote dissacratore. Tre chitarre furono distrutte in quella circostanza. Memorabile rimase poi il sit in  organizzato da Marchesini al Teatro dell’Opera dove si rappresentava Jesus Christ superstar.

Quel giorno barricato dentro San Pietro…

Ma il suo peggiore “nemico” era Paolo VI. Intransigente e cristiano sin nel profondo com’era, Marchesini non capiva perché Paolo VI dovesse incontrarsi con il ministro degli Esteri sovietico Andrej Gromyko continuamente. Decise di agire. Con un gruppo di – oggi diremmo facinorosi ma erano solo persone convinte delle loro idee – si introdusse dentro San Pietro per manifestare il suo sdegno. Ovviamente arrivò la polizia vaticana e Marchesini si barricò in una cappella dentro San Pietro insieme con pochi altri. Alla fine furono raggiunti dai gendarmi, picchiati e consegnati alla polizia italiana. Marchesini era così: coerente fino allo spasimo, deciso, difensore delle idee e dei veri religiosi. La sua strada – impervia – spesso in intrecciò con quella del Fuan, del Msi, di Ordine Nuovo, di Avanguardia nazionale, quando gli obiettivi erano comuni. Ed ebbe la stima e il rispetto di tutti gli attivisti, una volta constatato che non si tirava mai indietro, anzi che spesso partiva per primo. E oggi c’erano anche molti “vecchi” politici alle sue esequie, ma anche molti giovani, perché Duilio ha ben seminato.

Una storia esemplare di bontà e abnegazione

Infine, vorremmo concludere questa non esauriente biografia di Duilio Marchesini con un episodio che dà la cifra della statura morale dell’uomo. Abitando in via Gallia, Marchesini e Scafidi frequentavano anche la sezione didel Msi di piazza Tuscolo. Addirittura, nel 1976 vi si iscrissero, insieme con una ragazza che avevano conosciuto. Al congresso sezionale Marchesini si presentò segretario – chissà perché – in opposizione a Tommaso Luzzi, che ovviamente poi divenne segretario. Marchesini prese tre voti: il suo, quello di Scafidi e quello della ragazza che li accompagnava. La ragazza era fuggita dal suo paese di origine, in Ciociaria, perché era incinta. Marchesini la convinse a non abortire e insieme col suo inseparabile amico la mantennero e poi mantennero agli studi la bambina che nacque. Ebbene, oggi madre e figlia erano in chiesa a salutare Duilio.

di: Antonio Pannullo @ 19:27


Gen 20 2020

Oggi Paolo Silvestri ha dato l’addio ai suoi “ragazzi”. Commovente cerimonia del “presente!”

Paolo Silvestri, classe 1939, stamattina è stato salutato dai suoi “ragazzi” del Fronte della Gioventù. I “ragazzi” di cui si parla oggi viaggiano tutti intorno ai 60 anni e oltre. Eppure erano tutti lì, nella chiesa del Buon Pastore in piazza dei Caduti della Montagnola, vicino casa di Paolo. Paolo Silvestri fu un attivissimo componente della segreteria federale del Msi di Roma. Trascorreva tutto il suo tempo fra via Quattro Fontane, sede della direzione nazionale del Msi, e via Alessandria, dove c’era la federazione romana. Era un organizzatore, un lavoratore, ma soprattutto un consigliere per tutta quella fantastica generazione di attivisti di quegli anni. Amico di Donato Lamorte, Massimo Anderson, Franco Tarantelli e naturalmente Guido Morice, il leader riconosciuto dei militanti degli anni di piombo.

Paolo Silvestri veniva da Mestre

Veneziano di Mestre, Paolo a fine anni Sessanta dovette allontanarsi dalla sua città perché ricercato dalla polizia. Non a caso padre Attilio Russo, venuto appositamente a Roma per celebrare le esequie, lo ha definito un “perseguitato dalla giustizia”. Paolo entrò nel meccanismo operativo del partito, e fu subito chiaro che era tagliato per questo mestiere. La politica era la sua passione.E ancora anni dopo, quando una certa politica era già finita, ogni mese partecipava alle cene degli ex attivisti di via Sommacampagna, dove amava intrattenersi e parlare di politica. E la sua visione era sempre chiaroveggente: vedeva e capiva la politica meglio di tanti altri “soloni” del giornalismo italiano. E la spiegava con quel suo delizioso accento veneto, dal quale traspariva il suo cattere mite e riflessivo. Nella sua prolusione, padre Attilio, che lo conosceva da oltre mezzo secolo, ne ha ricordato la figura. La sua amicizia con Alberto Rossi, leggendario capo dei Volontari Nazionali, il suo indefesso lavoro nella macchina organizzativa del Msi.

Paolo, “burocrate” e uomo d’azione

Ma Paolo Silvestri non era solo un “burocrate”, ma all’occorrenza anche uomo d’azione. Come ha raccontato Roberto Rosseti, era con i suoi ragazzi quella mattina a piazzale Clodio di alcuni decenni fa. Alle 6,30 c’era il concentramento dei missino davanti al tribunale, per poter assistere al processo Primavalle, dove erano imputati gli assassini dei fratelli Mattei. L’ultrasinistra non voleva assolutamente consentire ai “fascisti” di assistere al provcesso ai boia di Potere Operaio, e così si mobilitarono in forze. Già davanti al tribunale le revolverate degli antifascisti accolsero i giovani del Fronte. Dopo, gli scontri si spostarono a piazza Risorgimento, dove gli assassini rossi spararono ancora, stavolta per uccidere. Cadde il giovane greco Mikis Mantakas proprio davanti la porta della sezione Prati. L’episodio è stato raccontato da Roberto Rosseti, ex Volontario Nazionale, nella sua orazione funebre sul sagrato della chiesa.

La difesa di via Noto nel 1975

Di un altro episodio, sempre per la serie “militanza totale”, ho un ricordo personale. Era il 1973, ottobre. Il “teatro” dei fatti era il liceo Augusto in via Appia, poco distante dal circolo autonomo del FdG di via Noto e non lontano dalle sezioni Appio e Tuscolano, rispettivamente via Etruria e via Acca Larenzia. Centinaia di compagni avevano in programma una assemblea nel liceo. Vi partecipavano gli operai della Stefer, tutti comunisti, iscritti del Pci di via Appia, studenti, e vari militanti dei movimenti ultracomunisti della zona. Il clou dell’assemblea sarebbe stato l’assalto in forze a via Noto. Ma i missini erano preparati, anche perché erano giorni che i ragazzi di destra subivano continue aggressioni. Oltre agli attivisti di via Noto, a difendere la sede giunsero numerosi dirigenti di partit. Rauti, Pazienza, Saccucci, Marchio, Turchi, Buontempo, Gaetani Lovatelli (in quell’anno federale di Roma), Gionfrida, Ciancamerla e il nostro Paolo Silvestri. Come si vede, molti di loro non ci sono più, ma si batterono come leoni per la libertà e l’esistenza del circolo. L’assalto della turba comunista venne respinto con successo.

Ciao, fratello maggiore

“Un fratello maggiore”, lo hanno definito Rosseti e padre Attilio. Ed era proprio così, per tutti noi ragazzi del Fronte. E nonostante le scelte di ognuno di noi, Paolo compreso, abbiamo fatto alla fine della politica. Ma gli ideali che ci hanno informati, ai quali abbiamo sempre creduto, non sono mai mai venuti meno nel corso della vita. E la chiesa di stamattina ne era la dimostrazione. Così come il “presente!” chiamato a voce tesa da Giodo Morice, capo indiscusso dei ragazzi di allora, al quale abbiamo tutti risposto commossi.

di: Antonio Pannullo @ 19:15


Gen 20 2020

Tommaso Manzo, da M.Arte premio in suo nome a Valerio Cutonilli «per la ricerca della verità»

Sarà consegnato questa sera dall’Associazione culturale M.Arte all’avvocato, Valerio Cutonillisaggista, scrittore e appassionato ricercatore, soprattutto sul terrorismo – il premio intitolato alla memoria dell’avvocato Tommaso Manzo. Che di M.Arte è stato prima socio e, poi, entusiasta presidente per due anni. Fino al gennaio di un anno fa. Quando è venuto a mancare.

Il riconoscimento a Cutonilli sarà consegnato oggi alle 20,30 presso l’Auditorium Due Pini di piazza dei Giuochi Delfici a Roma.

M.Arte – Cultura per muovere l’Arte – che, proprio quest’anno spegne le undici candeline dalla sua fondazione, riconosce a Cutonilli «la sua preziosa ed eccezionale ricerca di una verità storica. Non soltanto nascosta, ma anche deliberatamente alterata e mistificata. Da un potere spesso occulto e criminale».

Premio Tommaso Manzo a Valerio Cutonilli per i suoi libri sul terrorismo rosso

«Valerio Cutonilli ha avuto il non indifferente coraggio di affrontare questo potere – spiega la motivazione del premio “Tommaso Manzo” – dimostrando le incongruenze e le contraddizioni di tesi chiaramente prefabbricate. Ad uso e consumo di un sistema pervasivo e trasversale. Incline a cercare colpevoli e mandanti soltanto in una determinata area politica».

«Già i titoli dei suoi libri testimoniano, da soli, che il brillante avvocato, trasformatosi in storico ed investigatore – riconosce M.Arte – ha voluto deliberatamente toccare due grossi nervi scoperti, e ancora doloranti, della prima Repubblica. La strage di via Acca Larentia, in cui persero la vita tre giovani militanti missini, con “Chi sparò ad Acca Larentia?“. E, poi, il successivo “Acca Larentia, quello che non è mai stato detto“. E la strage della stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Con “I segreti di Bologna” scritto assieme all’ex-magistrato Rosario Priore».

«Ma, come dimostrano alcune recenti nebulose sentenze – recita, ancora, la motivazione del premio “Tommaso Manzo” – l’impegno di Valerio Cutonilli è destinato sicuramente a continuare anche in futuro. La sua ricerca della verità verrà, infatti, prima o poi, coronata dal successo. Se la fortuna, com’è noto, arride agli audaci, il successo premia gli ostinati. E Valerio Cutonilli di audacia e di ostinazione ne ha da vendere».

L’impegno civile di Tommaso Manzo: politica, professione e sport

Nel corso dell’incontro, moderato dalla presidente di M.Arte, Roberta Di Casimirro, interverrà, per ricordare la figura di Tommaso Manzo, chi ne ha condiviso, in tutti questi anni, il percorso di vita e di impegno a tutto tondo: nella politica, nello sport, nell’avvocatura.

Maurizio Gasparri ricorderà dunque Tommaso Manzo e la politica. Fin da quando era in Ordine Nuovo con Pino Rauti. E quando poi rientrò nel Msi. E fu segretario e colonna portante della storica sezione Balduina del Msi di via delle Medaglie d’Oro 128c in anni davvero difficilissimi. E, poi, quando divenne consigliere comunale a Roma.
«Tommaso è sempre stato un riferimento. E un elemento di garanzia – dice il senatore di Forza Italia – Da giovane era diventato avvocato. E, quindi, provvedeva alla difesa legale dei militanti di destra che venivano perseguitati da quello che definivamo, allora, il regime. Poi, da dirigente politico di territorio, Tommaso venne aggredito dai comunisti. E, per questo, ferito gravemente. Divenne consigliere comunale, dirigente di partito. Sempre un elemento di saggezza, di esperienza, di tutela del nostro mondo».

Così Tommaso ha difeso i valori ideali e morali della destra

«Tommaso – ricorda ancora Gasparri – ha difeso i valori della destra, in termini ideali, morali, con grande trasparenza, grande coerenza, grande determinazione e coraggio. Ma ha anche difeso i testimoni militanti della destra aiutandoli sotto il profilo legale. Quindi ha difeso le persone e i valori. E di questo noi gliene siamo grati. E gliene saremo grati con una memoria, la sua, che non si perderà, mai, nel tempo».

Giosuè Bruno Naso, storico e bravissimo avvocato di quella indimenticabile pattuglia di legali che, in tempi veramente bui, non si ti tirò mai indietro per difendere i tanti camerati accusati ingiustamente, ricorderà Tommaso Manzo e il suo impegno nell’avvocaturaPenalista di grande umanità e valore. Tanto da essere eletto, più volte, negli organi di rappresentanza della categoria.

Renato Manzini, anch’egli avvocato, celebrerà Tommaso Manzo il maestro, con il quale ha condiviso lo studio legale: «La storia di Tommaso è la mia storia. Siamo stati sempre insieme. Il sodalizio professionale era Manzo e Manzini. Tommaso, pochi lo sanno, ma era un generoso. Il mestiere me lo ha insegnato lui. Siamo rimasti sempre molto molto vicini. E’ stato il mio fratello maggiore che non avevo avuto».

«Sempre sorridente, un po’ calciatore, un po’ avvocato»

Il presidente Asi Claudio Barbaro, ricorderà Tommaso Manzo nel suo impegno sportivo, in particolare come promotore dell’Asi, l’Ente di promozione sportiva riconosciuto dal Coni, di cui fu uno dei fondatori nel 1994.
Una realtà consolidata che, oggi, conta 130 sedi territoriali, 70 settori tecnici-sportivi e più di 5.000 operatori.

«Mi ha seguito come dirigente e responsabile della giustizia sportiva del Fiamma prima. E in Asi poi in tutti questi anni – ha ricordato Barbaro giusto un anno fa quando Tommaso Manzo venne, improvvisamente, a mancare – Sempre sorridente e goliarda. Voglio ricordarlo così: dentro lo spogliatoio prima di una partita di un torneo Fiamma. Con la maglia biancorossa della Fiamma Balduina a strisce verticali, omaggio proprio a Tommaso nato a Vicenza. Calzoncini ascellari quelli di Tommaso, calzettoni verdi da passeggio e scarpe classiche di cuoio. Un po’ calciatore, un po’ avvocato. Magro con le gambette come un canarino affamato. E, infatti, lo avevamo soprannominato “Canaris“».

Peppino Valentino invece, tratteggerà, di Tommaso Manzo, la storia umana e professionale.

 

 

 

 

 

di: Silvio @ 17:33


Gen 13 2020

Economia, le ragioni di una crisi e un dibattito da riaprire: più Stato meno mercato?

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo. Caro direttore, deve ritornare l’interventismo pubblico in economia? Insomma, dobbiamo tornare al vecchio slogan: Più Stato meno mercato? Ecco un bel tema sul quale riaprire il confronto, senza schematismi politico-culturali. Un tema che dovrebbe trasversalmente interessare e coinvolgere al di là delle vecchie appartenenze, guardando alla realtà, alla crisi economico-sociale in atto, alle debolezze “di sistema”.

Più Stato meno mercato: si può fare?

Dopo decenni di neo-iper-vetero liberismo una qualche messa a punto, nel motore di un capitalismo sempre meno “turbo”, bisognerà pur iniziare a farla. Partendo dallo stato di salute del Bel Paese e dai nuovi problemi sul tappeto. Questioni come l’Ilva o la gestione-ammodernamento della rete autostradale, tanto per citare due casi emblematici all’onore delle cronache, non possono oggettivamente essere gestite in modo ordinario o appellandosi genericamente al mercato e alle sue capacità di autoregolamentazione. E poi c’è la crisi economica.
Sono ormai più di venticinque anni che l’Italia deve fare i conti con la stagnazione. Sono i numeri a parlare chiaro. Nell’ultimo decennio il nostro Prodotto Interno Lordo è calato dello 0,3% l’anno, laddove in Germania è cresciuto dell’1,3% e dello 0,9% in Francia. Scende la produzione e con essa gli occupati nell’industria manifatturiera (meno seicentomila dal 2008 al 2018). Le cause sono diverse. Sta proprio qui la tipicità del “caso italiano”.

La tipicità del caso italiano

A concorrere alla crisi sono infatti diversi fattori che interessano non solo, genericamente, il mercato, le modalità produttive, la capacità competitiva delle nostre aziende. L’instabilità politica, con la conseguente incertezza delle scelte programmatiche a livello governativo, è certamente il primo fattore. Ma, in una sorta di effetto trascinamento, a seguire c’è la Scuola, la crisi demografica, i freni burocratici, la tassazione, i tempi della giustizia, la debolezza della ricerca applicata.
E’ insomma un sistema a non funzionare e a pesare sul mondo della produzione e del lavoro, con in più, rispetto al passato, l’emergere della questione ambientale, il dilatarsi della povertà, i nuovi scenari della globalizzazione.

I limiti imposti dall’Unione europea

Sul versante degli investimenti green perfino l’Unione Europea sembra orientata a rivedere le regole sui vincoli di bilancio, fino ad arrivare ad un riesame del Patto di Stabilità, con un riferimento agli investimenti pubblici ecosostenibili.
Sul piano sociale, gli ultimi dati Eurostat disegnano un quadro nel quale, per l’Italia, la forbice sociale si allarga, evidenziando come il 20% della popolazione con redditi più alti può contare su entrate superiori a sei volte quelle di coloro che sono nel quintile in difficoltà.
L’economia globalizzata,  favorendo lo spostamento della produzione verso i cosiddetti paesi in via di sviluppo (vere e proprie zone franche in cui i diritti umani non sono garantiti e dove i salari sono più bassi) ha reso evidente l’assenza dello Stato regolatore, a tutto vantaggio di un capitalismo senza frontiere e senza regole.

I limiti del radicalismo neo-liberista

Visto quel che è accaduto e sta ancora accadendo importa allora poco ricapitolare vecchie scuole e categorie desuete. Più significativo è attrezzarsi per definire nuovi assetti. Capaci di creare un diverso clima sociale, in grado di informare, di dare nuova forma e speranza al sistema-Paese.
Mettiamo perciò da parte le definizioni di scuola. Quelle con in testa il radicalismo neoliberista. Andiamo, piuttosto, alla sostanza delle cose. Magari con un occhio rivolto verso quello che una ventina d’anni fa si considerava un sistema al tramonto. La famosa economia sociale di mercato d’impronta renana, a fronte del trionfante modello “neoamericano”, fondato sui valori individuali. La massimizzazione del profitto a breve termine. Lo strapotere finanziario.
Risultati recenti ci dicono che lavorare per un progetto partecipativo e di autentica integrazione sociale dà buoni risultati sia per la crescita delle aziende e dunque del benessere dei lavoratori ed il giusto profitto del capitale sia, più in generale, per il sistema-Paese.

L’equilibrio tra rigore e sviluppo

Certo è che un nuovo modello di integrazione socio-economica non si improvvisa. Bisogna averne ben chiare le direttrici essenziali e su di esse lavorare con coerenza, in un attento equilibrio tra rigore e sviluppo, flessibilità e garantismo, capacità di programmazione ed adattabilità. Non escludendo l’intervento pubblico, a partire dai settori strategici delle infrastrutture, della Scuola e della ricerca, del gap demografico e dell’efficienza burocratica. Nessuno – sia chiaro – vuole restaurare l’idea di uno Stato omnia facies, talmente invasivo da occuparsi – per dirla con una battuta – della produzione dei panettoni. D’altro canto però i temi sul tappeto evidenziano un quadro generale di crisi che non può essere affrontato con strumenti usuali o peggio ancora appellandosi alle mitiche leggi di mercato, ormai alla corda.

Più Stato meno mercato: pro e contro

E’ piuttosto ad uno Stato autorevole ed inclusivo che bisogna fare appello, uno Stato, espressione di una Politica “alta”, che non sia solo momento di mediazione, quanto soprattutto luogo ideale per fissare priorità, per dare obiettivi, per costruire momenti concreti di dialogo e di concertazione, per “rivoluzionare” assetti obsoleti, inadeguati a rispondere al mutare della realtà sociale.
E’ insomma mettendo finalmente all’ordine del giorno del Paese non solo la stanca elencazione dei problemi, delle emergenze, dei tagli di bilancio che si può sperare di invertire l’attuale congiuntura. Al contrario è alzando il tiro nelle idee e nelle proposte che si può pensare di lavorare con lo sguardo rivolto “al dopo”. Pena un irreversibile tramonto.

di: Valter Delle Donne @ 16:09


Dic 21 2019

PIAZZA FONTANA OLTRE LA RICORRENZA-2. Ombre inglesi sulla strategia della tensione

Molteplici sono le chiavi di lettura per la strage di piazza Fontana. Perché molteplici sono gli interessi in gioco. «Diciamolo: le grandi stragi compiute in Italia non sono opera di bande di ragazzi. Ma grandi operazioni politiche progettate nelle capitali di Paesi che avevano interesse a tenerci sotto scacco». A parlare così è il giudice Rosario Priore, un magistrato che ha indagato sui grandi misteri della Repubblica. Titolare dell’inchiesta sulla strage di Ustica, ha condotto indagini anche sulle stragi di matrice mediorentale. Oltre a interessarsi delle Brigate Rosse e del fenomeno delle bande armate negli anni Settanta.

Priore è uno di quelli che hanno provato a guardare con più convinzione al di là dei confini nazionali. A suo parere, risposte decisive, per piazza Fontana e oltre, sono conservate negli archivi di Londra e di Parigi, oltre che in quelli di Washington.

Possibile mai? Che interesse potevano avere Gran Bretagna e Francia, alleate dell’Italia, a destabilizzarci? La chiave sta nel Mediterraneo e nel controllo delle sue rotte energetiche.

Piazza Fontana e i concorrenti dell’Italia

La conflittualità tra il nostro Paese e questi due ingombranti “coinquilini” nel controllo di quest’area strategica è di vecchia data. Ed rintracciabile fin da quando l’Italia, da poco unificata, cominciò -ed erano gli ultimi decenni del XIX secolo- a immaginare una sua proiezione geopolitica nel mare che ne circonda le coste.

Questo contrasto d’interessi non s’è affatto attenuato nel dopoguerra. E neanche nel periodo immediatamente successivo. Anzi, per certi versi, s’è anche acuito. E ciò per effetto della corsa all’approvvigionamento di gas naturale e petrolio negli anni del nostro decollo industriale. L’Italia, pur mortificata dal Trattato di pace del 1947, non rinuncia, già qualche anno dopo, a curare i propri interessi energetici attraverso politiche dinamiche e aggressive. Recuperiamo, lungo l’asse mediterraneo, quell’autonomia in politica estera che non c’è consentita lungo l’asse Est-Ovest, quello della contrapposizione tra i blocchi della guerra fredda.

Diverse partite e diversi rischi per l’Italia prima di piazza Fontana

Rosario Priore, in un libro intervista curato da Giovanni Fasanella, Intrigo internazionale (Chiarelettere 2010) sottolinea in tal senso il ruolo svolto da grandi protagonisti della storia italiana del secondo Novecento. «Cito innanzi tutto Enrico Mattei, che ha attuato una politica di potenza e di espansione in tutta l’area, con metodi che irritavano gli altri Paesi occidentali. E poi colui che gli è succeduto negli obiettivi politici: Aldo Moro. Anche le sue iniziative entrarono in conflitto con tutti coloro che avevano interessi forti e consolidati nel Mediterraneo». A questo punto nota Fasanella: «I due maggiori protagonisti della linea di espansione italiana nel Mediterraneo sono stati entrambi assassinati».

Una domanda sorge spontanea: che c’entra tutto questo con piazza Fontana e con la strategia della tensione? C’entra, eccome se c’entra. Innanzi tutto perché, nella strategia della tensione, si «giocano diverse partite», come dice Priore. E la partita mediterranea, sul finire degli anni Sessanta, espone l’Italia a possibili attacchi terroristici allo stesso modo in cui la espongono sia la partita della guerra fredda sia la partita interna, quella cioè dei tentativi di stabilizzazione moderata. È plausibile in tal senso pensare che un’eventuale iniziativa di destabilizzazione proveniente da soggetti stranieri sia avvenuta con l’avallo o quanto meno la conoscenza degli altri soggetti interessati a tenere sotto scacco l’Italia. Soggetti che hanno seguito la vicenda da dentro o da fuori i confini nazionali. In tale prospettiva, anche il caso Moro può essere a pieno titolo considerato come uno dei capitoli del grande libro nero della strategia della tensione.

La guerra civile in Italia

Quando s’inizia a scrivere questo libro nero della destabilizzazione? Il prologo lo troviamo nella guerra civile del biennio 1943-1945. Secondo lo storico militare Virgilio Ilari (Guerra civile, Ideazione 2001) in quegli anni si combattono due distinti conflitti intestini. Quello tra fascismo e antifascismo e quello tra comunismo e anticomunismo. Uno dei primi, tragici episodi di questo conflitto parallelo, è l’eccidio di Porzus, con i partigiani comunisti che sterminano i partigiani bianchi della brigata Osoppo.

Va da sé che la contrapposizione tra comunisti e anticomunisti diventa nel dopoguerra, parallelamente allo scontro politico alla luce del sole, anche guerra civile virtuale o a bassa intensità. «È certo che una componente della Resistenza comunista, quella che aveva in Pietro Secchia il proprio punto di riferimento, aveva concepito la guerra contro il nazifascismo solo come una tappa di un processo rivoluzionario che doveva proseguire». Così afferma Giovanni Pellegrino, presidente della Commissione stragi dal 1996 al 2001, nel volume La guerra civile (Bur- Rizzoli 2005).

Dalla Volante Rossa alle Brigate Rosse

In quegli anni torbidi e violenti operano formazioni semi-clandestine come la Volante Rossa che seminano sangue nell’Italia del Nord. Per non parlare degli eccidi nel Triangolo della morte e in altri luoghi rimasti tristemente nella memoria italiana. Interessante quanto Pellegrino nota sul legame tra terroristi del dopoguerra e terroristi degli anni Settanta e Ottanta. «Sono sempre più convinto, come lo era Enrico Berlinguer, che un filo leghi la Volante Rossa al terrorismo di sinistra degli anni Settanta».

Neanche sull’altro fronte, quello anticomunista, si rimane con le mani in mano. Ci si attrezzava invece, con convinzione e preoccupazione, a sostenere la guerra civile a bassa intensità. Tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Cinquanta viene organizzata una rete di “volontari civili” con il compito di fare controguerriglia e affiancare l’Esercito nel caso di un tentativo insurrezionale comunista. Questa struttura durerà pochi anni. Perché sarà assorbita da Stay Behind (meglio nota con il nome in codice di Gladio) e sarà posta sotto il diretto controllo della Nato. Questa prima struttura è presieduta dal generale Giuseppe Pièche, dell’Arma dei carabinieri, e organizzata da Edgardo Sogno, che è stato volontario fascista durante la guerra di Spagna per poi diventare, cambiando fronte, partigiano monarchico durante la guerra civile del 1943-1945. Sogno è in «ottimi rapporti con Allen Dulles capo dell’OSS (il servizio segreto Usa durante la guerra n.d.r.) , che lo finanzierà abbondantemente negli anni Cinquanta, e frequenterà un corso di guerra psicologica al Nato Defense College di Parigi» (Angelo Ventrone, La strategia della paura, Mondadori 2019).

Le strutture contrapposte dei comunisti e degli anticomunisti rimangono però sostanzialmente inattive per tutti gli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta.

L’attentato a Enrico Mattei primo atto della strategia della tensione

Dove la strategia della tensione batte un primo, inquietante colpo è nella partita mediterranea ed energetica. Nel 1962 muore in circostanze “misteriose” il fondatore dell’Eni Enrico Mattei. Ufficialmente si parla di incidente. E si fa di tutto, all’epoca, per accreditare questa versione chiudendo frettolosamente l’inchiesta. Molti anni dopo si accerterà che si è in realtà trattato di un sabotaggio al suo aereo personale, caduto il 27 ottobre a Bascapè, in provincia di Pavia. Una nuova inchiesta, aperta nel 1997, stabilirà che il velivolo fu «dolosamente abbattuto», senza però poter indicare né i mandanti né gli esecutori materiali.

L’attentato a Mattei rimane comunque un fatto devastante per l’Italia. Un fatto che inaugura la triste serie dei “misteri italiani”, annunciando che qualcosa di pericoloso s’è messo in moto dentro e fuori i confini nazionali. Il messaggio in codice è semplice quanto minaccioso: «Attenti a come vi muovete, non sarete mai una media potenza dotata di vera autonomia».

L’insieme delle compagnie petrolifere occidentali (le famose Sette Sorelle) si sente minacciato dall’attivismo del presidente dell’Eni. Ma chi la prende realmente male è il governo britannico. E non solo in vista degli interessi delle “sue” compagnie, la Shell e la British Petroleum, ma anche per la diversa (e contrapposta) visione geopolitica che emerge dall’azione di Mattei. Una visione che punta ad abbattere una volta per tutte il neocolonialismo e che imposta su una visione di parità e di reciproco rispetto i rapporti tra potenze occidentali e potenze emergenti del Terzo Mondo. Un vero e proprio “oltraggio” nelle prospettiva delle ormai anacronistiche visioni “imperiali” della Gran Bretagna e della Francia. Visioni che suscitano l’irritazione anche degli Stati Uniti. Non sarà certo per caso se il presidente Eisenhower non muoverà un dito per salvare la Francia dal disastro vietnamita a Dien Bien Fu. E se, sempre gli Usa, stroncheranno ferocemente l’improvvida aggressione anglo-francese all’Egitto nella crisi di Suez del 1956.

In quegli anni di vorticosi cambiamenti, uomini come Mattei riescono a inserire l’Italia tra le potenze evolutive ed emergenti della scena mondiale. E si tratta di una linea che rende vicina l’Italia agli Stati Uniti più di quanto comunemente non si pensi.

«L’Eni è una crescente minaccia agli interessi britannici»

Ma è alla Gran Bretagna, prima fra tutti, che la nuova via italiana suscita crescente ostilità. Il nervosismo britannico verso la politica di Mattei è ben ricostruito da Mario José Cereghino e Giovanni Fasanella nel volume Il golpe inglese (Chiarelettere 2014). Gli autori raccontano le trame britanniche ai nostri danni sulla base della desecretazione degli archivi di Londra avvenuta in anni recenti.

Particolarmente inquietante, tra gli altri documenti, la nota di un alto funzionario del ministero dell’Energia britannico, tal Alexander Jarratt: «L’Eni sta diventando una crescente minaccia per gli interessi britannici». A quel punto, suggerisce Jarrat, la soluzione è affidarsi «all’intelligence», piuttosto che al Foreign Office. Questa nota è stata redatta qualche settimana prima la morte di Enrico Mattei. Poco per giustificare un’accusa. Ma abbastanza per sollevare preoccupanti interrogativi.

Dal golpe in Libia nel 1969 alla strage di piazza Fontana

Le ombre inglesi sulla strategia della tensione è possibile rintracciarle anche nella strage di piazza Fontana. Si tratta solo di una congettura. Ma un motivo ci sarà pure se il giudice Priore ha ritenuto di esplicitarla. Il magistrato coglie un significato inquietante nella successione cronologica tra il colpo di Stato in Libia, nel settembre del 1969, e la strage di piazza Fontana, avvenuta tre mesi dopo. «Secondo un’ipotesi non provata, dietro la strage di piazza Fontana ci sarebbe un mandante inglese». Il golpe libico –ormai è accertato- è stato organizzato in Italia, per la precisione in un albergo di Abano Terme. E ci sarà sicuramente stata la mano dei servizi italiani. L’obiettivo era quello di scalzare il filo-britannico Re Idris per sostituirlo con il “filo-italiano” colonnello Gheddafi. Di qui la “vendetta” britannica?

Non ci sono riscontri certi. Ma c’è abbastanza materiale per far avvertire, nella strategia della tensione, un certo odore di petrolio. Un odore portato dai venti del Mediterraneo.

Non sono i soli venti che spirano in quegli anni sull’Italia. Ci sono anche i venti di Parigi e i venti dell’Est. Tutti questi venti concorreranno a creare la bufera delle Brigate Rosse. Ne parleremo nella prossima puntata.

(2-Continua)

 

di: Aldo Di Lello @ 12:24


Dic 09 2019

Sovranismo a più mani: così nasce il nuovo pensiero politico

Siamo abituati a pensare che i fenomeni politici siano preceduti da una gestazione teorica. Più o meno lunga. Più o meno sofisticata. L’irruzione sulla scena del sovranismo ci conduce ora a ribaltare questa impostazione. Prima viene la prassi e poi la teoria. La prassi è quella di un moto di rabbia che attraversa da qualche anno gli elettori e la società dell’Occidente. Un moto spontaneo per l’esproprio della sovranità popolare da parte di oligarchie e tecnocrazie finanziarie nel tempo della globalizzazione. Un fenomeno eterogeneo ma potente. E, a quanto pare, inarrestabile. Un fenomeno, soprattutto, di lungo periodo. Con buona pace di propagandisti e rappresentanti del pensiero dominante.

Ciò non toglie però che la teoria sia necessaria. E questo per rendere possibile un’alternativa di sistema. Il sovranismo deve passare dalla ribellione alla rivoluzione. L’uso di questa parola, rivoluzione, non va inteso come un’iperbole retorica. Ma come il richiamo alla necessità di permettere uno sbocco concreto alla diffusa ansia di cambiamento e rigenerazione. Del resto, le grandi trasformazioni avvengono prima nelle menti di milioni di persone e poi nelle strutture delle società. La sfida necessaria è oggi quella di  preparare la cultura del sovranismo di governo, dando compiutezza al sovranismo dell’opposizione e della protesta.

Un contributo importante in tale direzione arriva dal volume a cura di Gianni Alemanno Sovranismo-Le radici e il progetto. Il libro è pubblicato da Historica Edizioni – Giubilei Regnani Editore (pp.438, euro 22).

È un’opera di notevole rilievo. Un’opera a cui partecipano 37 autori insieme con il curatore e con il prefatore, Marco Gervasoni. Si tratta di docenti universitari, scrittori, giornalisti, dirigenti politici. Per questa ricchezza di contributi, il libro è stato definito l’”encliclopedia del sovranismo”. In effetti questo grande movimento di idee risulta descritto nei suoi diversi aspetti politici, economici e storici.

Un lavoro corale

Il volume curato da Alemanno copre un vuoto di elaborazione che andava colmato. E questo soprattutto in questa fase di gestazione di un nuovo pensiero politico. Non che siano mancati i libri sull’argomento. Ma s’avvertiva il bisogno di un lavoro corale e di una riflessione a più voci. Come peraltro è nella tradizione “a più mani” cominciata a cavallo degli Anni Settanta e Ottanta con i convegni della Nuova Destra. Ed è bene sottolienare che anche questo volume nasce come sviluppo di un seminario che si è tenuto lo scorso anno.

«Questo libro- scrive Gervasoni – dispone al tempo stesso alla riflessione e all’azione». Offre «letture problematiche ma offre anche delle soluzioni che potrebbero essere percorse in diversi campi». Un grande contributo del libro è innanzi tutto quello di sfatare i falsi miti che circolano sul tema. Ad esempio quello di un movimento che punta a rinchiudere il Paese dentro le frontiere nazionali. Un movimento quindi che si fonda sulla “paura”. Non è così. E lo spiega chiaramente Alemanno nella relazione introduttiva. «Il sovranismo non rifiuta, quindi, i trattati. Rifiuta l’idea che questi divengano così vincolanti da non poter mai più rimessi in discussione o rescissi. Neppure quando si dimostrano negativi o vessatori per l’interesse nazionale». L’incredibile vicenda del Fondo salva Stati ce ne offre in tal senso la triste e lampante dimostrazione.

L’Italia –dice sempre il curatore del volume- non può ripartire «senza un duro negoziato con l’Unione Europea». Agli spiriti timorosi o sfiduciati Alemanno ricorda che l’Italia è «contributore netto dell’istituzioni europee». E che un «mercato europeo non è sostenibile senza l’Italia».

Il nostro Paese, le armi per far valere le proprie ragioni, ce  le avrebbe. Eccome se ce le avrebbe. A dispetto di certi talebani dell’europeismo, per i quali tutto si ridurrebbe a conquistare la benevolenza della Commissione di Bruxelles.

Sovranismo vs globalismo

Il volume è diviso in due parti. Nella prima, dal titolo Globalismo e sovranismo, è tracciato il profilo della contrapposizione ideologica dell’odierna stagione storica. Da un lato il pensiero unico (e potenzialmente totalitario) della globalizzazione e dall’altro la cultura  delle identità nazionali e della sovranità popolare. Il sovranismo è la forma politica della risposta popolare all’impoverimento delle società dell’Occidente. Un impoverimento non solo economico, ma culturale e, se vogliamo, anche esistenziale. Esistenziale perché, per milioni di giovani e di famiglie, le prospettive dell’esistenza si sono fatte anguste a causa di disoccupazione e precariato diffuso.

Gli autori presenti in questa parte del volume sono: Aldo Di Lello (La grande illusione), Diego Fusaro (L’essenza dell’Unione Europea) , Marco Cerreto (Nella giungla di Bruxelles), Pietrangelo Buttafuoco (L’irruzione dell’inaudito), Felice Costini (Il popolo contro le élite), Vito Ippedico e Antonio Rapisarda (Il virus si diffonde),  Pier Paolo Saleri (Il denaro non governa), Alessandro Meluzzi e Benedetto Tusa (La Croce e la Mezzaluna), Gianfranco Gentetsu Tiberti (Tra Oriente e Occidente), Marcella Amadio (Il bisogno di confini), Antonio Rinaldi (Abbiamo ancora bisogno di Keynes), Eugenio D’Amico (Trump ci ha insegnato qualcosa?), Marco Rocco (Piedi per terra), Maurizio Giustinicchi (Sovranità, multinazionali e PMI), Simone Vieri (Sovranità alimentare e modelli di sviluppo), Domenico Campana (Sovranità alimentare e modelli di sviluppo).

Il movimento sovranista in Italia

Nella seconda parte del volume, che si intitola Il movimento sovranista in Italia, sono analizzati i motivi che hanno portato il nostro Paese a essere all’avanguardia del moto di reazione politica al globalismo.

Gli autori presenti in questa parte sono: Roberto Menia (La morte della Patria), Marcello De Angelis (Come siamo arrivati a questo punto), Romina Raponi (La sovranità appartiene al popolo), Salvatore Santangelo e Paolo Falliro (Italia globale, Italia sovrana), Mario Landolfi (Ritrovare un vertice), Gianluca Porta (L’inverno demografico), Antonio Tisci (Si riparte dal Sud), Annalisa Maregotto e Antonio Pasquini (Un’Italia veramente unita), Gian Maria Fara (Outlet Italia), Ferrante De Benedictis e Giorgio Ciardi (L’equivoco delle privatizzazioni e liberalizzazioni), Giovanni Zinni (L’impresa come comunità), Alberto Manelli (I mondi vitali delle comunità solidali), Gianluca Vignale (La Salute, un diritto in pericolo), Leonardo e Michele Giordano (L’emergenza educativa), Roberto Pecchioli (Sono Italiano, parlo Italiano), Domenico Naccari (La giustizia è amministrata in nome del popolo), Stefano Masi e Giulia Ciapparoni (La più bella e la più massacrata), ancora Stefano Masi con Cesare Mevoli (La “linea del Piave” dell’agricoltura italiana), Livio Proietti (La rappresentanza come base della sovranità), Franco Bevilacqua e Pino Scianò (Militanza sovranista), Claudio Barbaro (La Coalizione degli Italiani).

Contro la tirannia globalista

Il senso complessivo di tutti questi interventi è reagire all’impoverimento politico dell’Italia.  Impoverimento politico perché la sovranità popolare è diventata un fantasma. Perché gli elettori non dispongono di un reale potere di condizionamento di governi e parlamenti. Perché governi e parlamenti stessi hanno margini di manovra e di intervento sempre più ristretti, dovendo concordare anche i più piccoli provvedimenti finanziari con i tecnocrati dell’Unione Europea, in una contrattazione estenuante, triste e misera. L’impoverimento politico è l’impoverimento delle prospettive. È la ristrettezza degli orizzonti. È l’impossibilità di pensare il futuro e di investire nel domani. Tutto si riduce a qualche decimale di deficit da strappare agli occhiuti ragionieri europei.

Il  sistema di oppressione che è necessario smantellare è innanzi tutto un sistema ideologico, cioè un sistema che si fonda sulla manipolazione e sulla disinformazione degli oppressi. Occorre liberare le menti da concetti sbagliati e idee bugiarde. La tirannia globalista s’è insediata nelle menti. Ed è sempre nelle menti che rinasce la speranza.

di: Aldo Di Lello @ 15:34


Nov 17 2019

Pino Tosi ci ha lasciato. Una vita in prima linea nella temperie degli anni di piombo

Pino Tosi gli anni di piombo li ha attraversati tutti. E tutti in prima linea. Per tutta la vita ha avuto quella fervente passione politica che ha diretto tutte le sue scelte. E anche negli ultimi anni, che stava in pensione, attraverso la sua attività mandava un certo tipo di messaggio politico, soprattutto ai giovani. Negli ultimi anni aveva eletto a suo “buen retiro” la cittadina costiera di Santa Marinella. Lì viveva insieme alla sua fidanzata Ana, che condivideva con lui le iniziative culturali di cui si occupava. Animatore dei una associazione culturale che agiva in tutta la regione, Pino Tosi era uno studioso del Medioevo, dei Cavalieri Templari, delle Crociate. Ma anche dei Vichinghi, degli Antichi Romani, insomma di tutte le tradizioni religiose e culturali del passato. E siccome era anche un bravo artigiano, ecco che riproduceva spade, scudi, quadri, oggetti vari in tema. Non c’era palio o iniziativa culturale nel Lazio a cui lui non partecipasse, curando sfilate e ricostruzioni storiche di grande spettacolarità.

Pino Tosi andava a scuola con Veltroni

Ma la storia politica di Pino Tosi inizia oltre mezzo secolo fa. Precisamente quando frequentava la scuola per cine operatori Tv, non lontana dall’Istituto Nautico a Roma. Era la stessa scuola di Valter Veltroni, che frequentava proprio negli stessi anni di Pino Tosi. Pino era praticamente l’unico di destra in una scuola totalmente rossa, e gli scontri e le aggressioni ai suoi danni erano frequenti, quotidiani. Pino si difese sempre con onore, atterrando sempre diversi aggressori prima di essere sopraffatto. In quegli anni di avvicinò all’organizzazione politica Avanguardia Nazionale, molto attiva a Roma Sud, ma non solo. Lì, nella sede di via Arco della Ciambella e di via Cernaia probabilmente imparò i fondamenti politici e attivistici che lo avrebbero informato in tutta la sua vita (attivistica).

Da Avanguardia Nazionale al Msi

Nel 1969, quando il segretario del Msi Giorgio Almirante chiese a Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale di rientrare nel Msi, Pino fu tra quelli che tornarono. In realtà per Avanguardia Nazionale non ci fu una grande risposta, mentre per Ordine Nuovo sì. Chi conosce la storia dei movimenti extraparlamentari di destra sa cosa significa. Pino rientrò, nella sezione di via Livorno, vicino piazza Bologna, e in breve tempo ne divenne segretario. Grazie alla sue capacità e al suo carisma. La sezione Nomentano-Italia era tra le più forti di Roma. Fondata nel 1949 (prima in via Corvisieri e poi a via Livorno 1), era la sezione dove tradizionalmente era iscritto il segretario del partito. Centinaia di iscritti, attività intensa, la sezione aveva il controllo completo del territorio. Non sembri strano, perché negli anni Settanta l’estrema sinistra si era completamente militarizzata e teorizzava e praticava l’eliminazione fisica di tutti i cosiddetti fascisti. Ma la sezione guidata da Pino Tosi era ben inserita nel quartiere, grazie a quella penetrazione sociale e culturale di cui Pino fu sempre strenuo fautore. Istituì i cosiddetti Nps, i Nuclei di propaganda sociale, che si occupavano dei problemi del quartiere e dei suoi abitanti. Fondò un giornale, Circoscrizione, che veniva distribuito nei locali pubblici della zona.

Il Msi al quartiere Nomentano-Italia

Spaccio di droga in quegli anni non ce ne fu mai e a ogni ora del giorno la sezione aveva delle vere e proprie vedette che annunciavano le aggressioni dell’ultrasinistra. Sì, perché la sezione è abbastanza vicino al Tiburtino, a San Lorenzo, all’Università. Da questi luoghi provenivano gli assalti e gli attentati contro il Msi. La sezione fu più volte assaltata e bombardata negli anni di piombo. Era frequentata, tra gli altri, oltre che dal segretario del partito, dai fratelli Sermonti, Corrado Mannucci, Romolo Sabatini, Claudio Volonté (fratello di GianMaria che ogni tanto si faceva vedere) Giorgio Bacchi, Giulio Caradonna, e da molti combattenti della Repubblica Sociale, tra cui ricordiamo Romolo De Rosa. Fu in quella sezione che Pino Rauti e Giulio Caradonna presentarono per la prima volta in Italia il libro di Konrad Lorenz L’anello di re Salomone, portando così l’etologia nel nostro mondo.

La sezione di Pino Tosi era tra le più forti di Roma

Come detto, la sezione era molto forte, e per questo spesso i suoi attivisti erano distaccati presso le sezioni Portonaccio (in via Govean) e Ponte Mammolo, sedi di frontiera. E una sera avvenne un epico scontro sul Ponte Tiburtino, proprio al confine con la zona rossa. Pino raccontò che lui e una quindicina di militanti erano andati in affissione su via Tiburtina. I compagni questo non lo potevano tollerare. Si radunarono un centinaio di persone e li assaltarono così, senza dire nulla. Pino e i suoi camerati, spalle al muro, si difesero strenuamente e valorosamente e alla fine furono i compagni a scappare. Tutto bene? Non proprio. Il giorno dopo l’Unità scrisse che cento fascisti avevano aggredito giovani democratici… E andò avanti così per anni, con i giornali antifascisti che sistematicamente distorcevano o ribaltavano la realtà. Politica propagandistica che prosegue ancora oggi, a mezzo secolo di distanza. I segretario del partito nominarono più volte Pino Tosi tra i quadri dirigenti del Fronte della Gioventù.

Quella epica trasferta a Milano

Fu proprio in questa veste che Pino partecipò ai famosi scontri di piazza Castello a Milano. Era il 1972, e i democraticissimi comunisti volevano impedire un legittimo comizio del Msi, annunciando una grande mobilitazione. Parlava Mario Tedeschi. Gli attivisti del Msi andarono a Milano per difendere una cosa che dovrebbe essere pacifica, ossia il diritto di parola. Pino da parte sua organizzò la sua squadra, che si scontrò prima nella metropolitana e poi a piazza Castello con i comunisti. Per gli intolleranti della sinistra fu una disfatta completa. Furono costretti a una fuga ignominiosa proprio nella Milano che credeva di poter controllare militarmente. Centinaia di comunisti con caschi, spranghe, fazzoletti, chiavi inglesi, bombe molotov avanzavano contro il palco missino. Ma giunti a duecento metri dal servizio d’ordine del Msi, si sbandarono e fuggirono.

La beffa alle forze dell’ordine

Alla storia ci sono due code. La prima a Milano, dove i compagni si picchiarono, accusandosi reciprocamente di aver consentito ai fascisti di parlare. La seconda a Roma, dove fu la polizia dell’allora questore Improta a essere beffata. Sapendo che i 300 attivisti missini stavano rientrando col treno, la polizia era pronta per arrestarli tutti alla stazione Termini. La beffa è stata raccontata da una leggenda dell’attivismo romano, Franco Tarantelli. Poiché si immaginava una ritorsione delle forze dell’ordine, un attivista rimasto sconosciuto tirò il freno d’allarme proprio alle porte della stazione Termini. I 300 attivisti missini scesero da treno e si dispersero nelle strade circostanti.

Aderì a La Destra di Buontempo e Storace

Gli episodi sarebbero tantissimi, ma per dare la cifra di che tipo di uomo era Pino Tosi, ne ricordiamo solo un altro. In via Lorenzo il Magnifico c’era un bar frequentato da ragazzi che non avevano capito cosa fosse il Msi ma si spacciavano per fascisti. Seduti al bar, ogni volta che passava un anziano ex partigiano lo insultavano e dileggiavano. La figlia, indignata, andò a sfogarsi con Pino Tosi, allora segretario della sezione. Pur non essendo i ragazzi iscritti alla sezione, Pino andò a quel bar e da allora l’anziano ex partigiano non fu mai più molestato. Concludiamo questo non esauriente racconto di Pino Tosi con le sue parole relative a un argomento che oggi è tornato di grande attualità, il razzismo. “A noi non ci ha mai interessato. In sezione avevamo un ebreo e un africano musulmano. Con loro abbiamo lavorato sempre ottimamente. Il razzismo? A noi non era congeniale”.

Dopo gli anni di piombo, Pino aderì alla Destra di Storace e Buontempo. Dopo la fine di questa esperienza, si ritirò a Santa Marinella, ma in  tutte le sue attività ci fu sempre il richiamo a un certo mondo, a certi valori e a certe tradizioni.

di: Antonio Pannullo @ 20:09


Nov 12 2019

Ci ha lasciato Luigi Turchi: dalla Decima Mas di Borghese a deputato del Movimento Sociale

Lutto nel mondo della destra. È scomparso all’età di 94 anni a Roma Luigi Turchi, protagonista delle battaglie del Movimento Sociale Italiano. Turchi fu il fondatore, con il padre Franz Turchi, nel 1952, del Secolo d’Italia. Luigi ne fu il direttore amministrativo fino al 1965. Laureato in Giurisprudenza, fu giornalista, scrittore e deputato del Msi per tre legislature. Classe 1925, partecipò a tutte le battaglie della destra italiana negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Spesso è ricordato per un episodio “epico” del Msi, avvenuto il 16 marzo 1968 a Roma. Quel giorno, era proprio il suo compleanno, Luigi Turchi insieme con Almirante, Massimo Anderson e Caradonna, guidò i giovani missini negli scontri all’università. I missini infatti occuparono la facoltà di Lettere, feudo della sinistra, in contrapposizione al Movimento studentesco. Ma Turchi, pur essendo un uomo d’azione e una grande politico, era molto più di tutto questo.

Turchi proseguì la tradizione della Befana fascista

Ci piace ricordare che per molti anni, dopo la guerra, organizzò le famose Befane Tricolori. Eredi naturale dell’altrettanto famosa Befana Fascista voluta da Benito Mussolini. Di cosa si trattava? Erano dei pranzi organizzato il giorno dell’Epifania da Turchi e altri esponenti missini in grandi alberghi della capitale e al palazzetto dello sport. A questi pranzi parteciparono anche duemila persone. Si trattava degli iscritti al Msi di Roma e dei loro figli, ai quali alla fine dell’incontro venivano consegnati pacchi dono bellissimi. E lui, insieme ad altri parlamentari del Msi, intrattenva questi bambini e gli consegnava i doni. Inutile dire che Luigi Turchi era il massimo finanziatore di questa iniziativa, da quell’uomo generoso che era. Negli anni successivi, quando il clima politico si inasprì, Turchi era sempre pronto ad accorere nelle sezioni del Msi attaccate. In particolare, frequentava, tra le altre, anche la sezione Marconi, la “Ezio Maria Gray”, spesso oggetto di attentati dinamitardi. E Turchi per primo dava un contributo per la ricostruzione della sede.

Turchi fu parlamentare attivissimo e corretto

Ma Luigi prendeva con serietà anche il suo impegno parlamentare. Era attivo, per così dire, in piazza e in parlamento. Nelle sue tre legislature alla Camera ha presentato ben 165 progetti di legge, intervenendo in aula 65 volte. Come scrisse qualche anno fa la Piazza d’Italia, giornale fondato dallo stesso Turchi, “è stato  un lavoratore infaticabile, dai tempi della X Mas, alle attività del giornalismo mai cessata. La grandezza di un uomo che si è dedicato per una vita ai diritti degli italiani, senza mai venirne meno. Cercando sempre la soluzione a tutti i problemi che sono venuti negli anni. Dell’onorevole Luigi Turchi si ricordano le numerose leggi per i reduci di guerra, eroi della patria che hanno combattuto per la bandiera”.  Trovò anche il tempo tra i suoi numerosi impegni per scrivere diversi saggi. Tra questi ricordiamo certamente “Incontro con il Nemico”. Successivamente fu Commissario generale per l’Esposizione Internazionale di Tsukuba 1985 ,dell’Esposizione di Vancouver 1986, di Brisbane 1988 e dell’Expo di Siviglia 1992.

Le commosse condoglianze di Fratelli d’Italia

Tutto il mondo della destra commossi per la morte di Luigi Turchi. Tra i primi interventi, quello del capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida. “A nome mio e del gruppo di Fratelli d’Italia alla Camera le più sentite condoglianze per la scomparsa di Luigi Turchi, figlio di Franz, fondatore de Il Secolo d’Italia. Già parlamentare del Movimento sociale italiano, fu imprescindibile punto di riferimento della destra romana e nazionale. Ai familiari e ai suoi cari, l’abbraccio di tutti noi”. Condoglianze sentite anche dal vicepresidente del Senato e senatore di Fratelli d’Italia Ignazio La Russa. “Esprimo le mie sentite condoglianze per la scomparsa di Luigi Turchi, figlio di Franz, fondatore di Il Secolo d’Italia. Luigi Turchi fu parlamentare del Msi e figura di spicco della destra romana e nazionale. Al figlio Franz e ai suoi familiari giungano le mie sentite condoglianze”. A nome della Fondazione Rivolta Ideale il senatore Domenico Gramazio si associa alle condoglianze per la morte dell’onorevole Turchi.

I funerali di Luigi Turchi si terranno domani alle ore 12 presso la parrocchia di sant’Eugenio.

di: Antonio Pannullo @ 18:16


Set 02 2019

Addio a Ennio Rosati, 15enne nella Rsi e colonna della sezione Garbatella del Msi

Ennio Rosati, nato a Roma il 21 ottobre 1930, ci ha lasciato ieri dopo una vita intensa, sempre al servizio del suo Ideale. Tutti a Roma conoscevamo Ennio, che fu maestro di vita per più di una generazione di attivisti del Movimento Sociale Italiano. Ma lui veniva ancora da più lontano: dalla Repubblica Sociale italiana, dalle Fiamme Bianche nelle quali si era arruolato seguendo il padre Romolo, tenente della Milizia postale della Rsi, prima a Ferrara e quindi a Brescia dove Romolo fu arrestato. “Ricordo – ci disse Ennio qualche anno fa – che gli portavo da mangiare in carcere”.

Ennio ha sempre abitato nei “lotti” della Garbatella, oggi quartiere modaiolo ma che nei decenni passati fu solidamente operaio. La Garbatella, di cui tra pochi mesi celebreremo il centenario della fondazione, è un sogno non completamente compiutosi: su progetto di Paolo Orlando, presidente dello Smir (Sviluppo Industriale e Marittimo di Roma), doveva realizzarsi un canale navigabile che partendo da Ostia si sarebbe attestato nell’area alle spalle della Basilica di San Paolo con la costruzione del nuovo porto urbano. A questo progetto fu affiancato quello di quartieri operai sull’esempio delle città giardino inglesi per ospitare le famiglie delle maestranze impiegate nella nascente area industriale di Ostiense. I primi lotti di Concordia, questo era il nome originale della Garbatella, nacquero tra il 18 febbraio 1920 e il 1922 dall’idea progettuale originale di Orlando a cui si affiancarono Innocenzo Costantini, Massimo Piacentini e Gustavo Giovannoni. Con alterne vicende l’edificazione della Garbatella continuò fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale a cui il quartiere non mancò di versare il suo contributo di sangue a causa dei bombardamenti anglo-americani. E qui Ennio trascorse moltissimi anni della sua vita, per strada, da ragazzino e poi con gli amici da adolescente. Dopo la guerra vi tornò e si sposò, impiegandosi nelle Poste. E anche allora l’esistenza non era facile, Ennio con grandi sacrifici provvide alla sua famiglia, l’amatissima moglie e i figlòio Glauco e Marco,  integrando il suo impegno di lavoro con quello sindacale e politico. Lavorando e facendo politica, Ennio riuscì anche a studiare laureandosi in Economia e Commercio. Attivissimo sindacalista nella Cisnal-Poste, il sindacato nazionale dei post telegrafonici, ne divenne segretario provinciale a cavallo degli anni di piombo quando all’ufficio “pacchi domicilio” nacque il gruppo che scherzosamente fu chiamato dei “Sette Samurai” di cui oltre a Ennio facevano parte Francesco Rossi e Mario Onesti, tutti iscritti e militanti del Msi nella sezione, neanche a dirlo, della Garbatella, in via Guendalina Borghese, non lontano da casa di Ennio che inizialmente abitava in via Guglielmo Massaia per poi trasferirsi in via Costantino, nei “palazzoni” che inizialmente erano stati realizzati per ospitare gli alberghi dell’Esposizione Universale del 1942.

Nella sezione di Via Guendalina Borghese oltre ai “Sette Samurai” erano iscritti altri postali tra cui Mario Faccenda che della Cisnal – poste diventò segretario nazionale (nella foto è il secondo da sinistra affianco a Ennio primo a sinistra). Una presenza così radicata del Msi alla Garbatella non deve sorprendere nonostante questa fosse diventato un quartiere “rosso”: già nel 1947 un gruppo di attivisti tra cui proprio Rosati, Enrico Ragno – un altro combattente della Rsi – e Dino Travaglini, riuscì a trovare uno scantinato sotto i palazzi ex Incis, in piazza Caterina Sforza 2, e ad aprire con determinazione e coraggio la prima sezione del Msi che, come ricordava Ennio, era un vero e proprio “covo”. Come molte altre sezioni del Msi di Roma, anche la Garbatella era animata dai famosi Volontari Nazionali di Alberto Rossi, il servizio di autodifesa del partito, dei quali anche Ennio faceva parte. Dopo qualche anno i missini aprirono un’altra sezione del vicino quartiere di Tor Marancia, zona altrettanto difficile, in piazza Lante, il cui segretario era all’epoca De Francesco. Attivissimo dopo la guerra era in quella parte di Roma il Partito Comunista Italiano, che negli ultimi mesi del conflitto aveva occupato quella che si chiamava “la Villetta”, già sede del Partito nazionale fascista, e che in seguito divenne sezione del Pci e di tutti i partiti che gli succedettero, fino al Pd. Ma nonostante questo il primo comizio in piazza alla Garbatella, davanti alla chiesa di San Francesco Saverio in piazza Sauli, fu quello di Giorgio Almirante, seguito da migliaia di persone nonostante il colore del quartiere. Grande amico di Ennio di quegli anni era l’indimenticato Silvano Seclì, “fegataccio” di attivista, col quale Ennio compì ogni sorta di azioni e di avventure attivistiche che oggi farebbero tremare i polsi a chiunque. Insieme a Silvano, Ennio pattugliava il quartiere sulla vecchia motocicletta Rumi del suo amico, facendo scritte contro Scelba in tutto il quartiere e poi dileguandosi tra i lotti grazie alla loro perfetta conoscenza della Garbatella. Verso la fine del decennio degli anni Cinquanta la sezione si trasferì nella sede attuale, in via Guendalina Borghese 8, non lontano dal palazzo della Regione Lazio. I primi segretari furono Gino Ragno, Sallusti, Francesco Rossi, scomparso pochi anni fa e, tra le responsabili femminili, l’indimenticabile Daniela Frisini. Sempre negli anni Cinquanta gli attivisti missini della Garbatella, stanchi della prevaricazione e delle prepotenze del Pci, assaltarono la “Villetta” comunista, in uno scontro che rimase epico nella memoria del quartiere a cui furono chiuse le vie d’accesso con dei camion e al quale prese parte attiva anche Enzo Erra. Un altro episodio storico importante lo abbiamo potuto chiarire grazie ad Ennio ed è quello che i giornali amano definire “i fatti della Garbatella” del 1970, violenti scontri di piazza nei quali però il Msi non ebbe nulla a che fare: furono le sinistre e in particolare il Pci che scatenarono una violenta guerriglia urbana per protestare contro il vertice Nato e in quell’occasione, furono i carabinieri col comandante D’Inzeo che assaltarono la “Villetta” da dove partiva la guerriglia. Scontri nel quartiere tra missini e comunisti ce ne furono certamente, ma tutto sommato, ci raccontò Ennio, le cose raggiunsero un certo equilibrio dopo che i missini fecero capire che volevano essere rispettati e che avevano anche loro il diritto di di fare politica nel quartiere. Negli anni di piombo la sezione subì ben sei attentati dinamitardi e una serie di aggressioni. Cambiarono le generazioni, gli attivisti anziani se ne andarono e ne giunsero di più giovani, vi furono diaspore, nuovi afflussi, polemiche fisiologiche, ma la sezione Garbatella, intitolata a Bruno Spampanato, giornalista e scrittore, fascista di sinistra, elaboratore del Manifesto di Verona, nonché primo direttore del Secolo d’Italia e deputato del Msi, rimase sempre aperta. Nella sezione vennero a parlare e a tenere conferenze persone del calibro di Mieville, Erra, Romualdi, Caradonna, Maceratini, oltre allo stesso Almirante e moltissimi altri. In questa sezione di sono formati tra gli altri politici come Giorgia Meloni e Andrea De Priamo, nonché Simone Di Stefano, oggi segretario nazionale di CasaPound. Anche il figlio di Ennio, Glauco, è stato apprezzato esponente politico e consigliere municipale della Garbatella così come il fratello Marco, attivo nel sindacato Cisnal, di cui fu anche segretario provinciale.

Negli anni Ottanta Ennio fu nominato da Almirante responsabile provinciale del Msi per la zona sud, i Castelli, una vera cintura rossa. Tra l’altro Rosati fu anche l’ultimo segretario missino della sezione di Montecompatri, dove erano iscritti anche Teodoro Buontempo e Rutilio Sermonti. Ennio Rosati fu anche Consigliere municipale di Alleanza nazionale dell’Eur dopo il suo trasferimento sulla Laurentina e anche in questa nuova avventura riscosse stima e rispetto. Anche negli ultimi anni Ennio ha continuato a fare politica sindacale, con l’Ugl Poste: ogni giorno andava nel suo ufficio presso il ministero organizzando iniziative sindacali e attività varie insieme con i suoi colleghi del sindacato. Aveva passato gli ottanta anni ma il suo spirito era sempre quello del quindicenne che si arruolò nella Repubblica Sociale per seguire il suo amato papà Romolo. Alla famiglia Rosati e a quanti lo amarono giungano le più sentite condoglianze del Secolo d’Italia e della Fondazione Alleanza Nazionale.

Le esequie di Ennio si terranno domani martedì alle 11 presso la parrocchia San Filippo Neri nella sua Garbatella. La camera ardente sarà allestita presso l’ospedale Sant’Eugenio all’Eur dalle 9 alle 10.30.

Si ringrazia per la preziosa collaborazione l’architetto Giuseppe Pezzotti, “vecchio” attivista della sezione Garbatella

(Nella foto: Romolo Rosati nella Rsi; il labaro della sezione Garbatella in occasione del ventennale del Msi nel 1966; comizio di Almirante alla Garbatella: il primo da sinistra è Ennio Rosati)

di: Antonio Pannullo @ 17:36


Ago 15 2019

Addio a Pino Conte, una vita silenziosa al servizio del Msi e grande signore d’altri tempi

Ci ha lasciati Pino Conte, per decenni apprezzato e insostituibile dipendente del Movimento Sociale Italiano e ascoltato consigliere dei vertici del partito a cominciare da Giorgio Almirante, che ricorreva a lui ogniqualvolta avesse bisogno di un consiglio per quanto riguardava le complesse leggi elettorali di questo Paese. Pino Conte infatti era uno dei massimi esperti italiani di questo complicato settore, stimato anche dal famoso prefetto Claudio Gelati che per anni diresse l’ufficio elettorale del Viminale. Pino per anni è stato una figura di riferimento nel Msi: ha occupato con grande competenza, pari solo alla sua umiltà e spirito di servizio, importanti incarichi nei vari uffici del partito, dalla diffusione alla propaganda all’ufficio elettorale: conosceva a menadito tutte le leggi in materia, tanto che quando nacque il Popolo delle Libertà, dall’unione tra Alleanza nazionale e Forza Italia, nel 2009, quanto Pino era già in pensione da parecchi anni, al momento di presentare le liste fu richiamato in servizio proprio lui per sbrogliare la matassa di cui nessuno capiva nulla. E lui, come al solito, se la cavò egregiamente facendo il suo dovere come sempre. Due lauree, di cui una in Economia Commercio, era il massimo esperto contabile del partito, ma non per questo aveva messo su arie: anzi, faceva a tutti la dichiarazione dei redditi, dava consigli, aiutava come poteva con la sua grande competenza. Pino, oggi lo si può dire, ha sempre fatto del bene a chi ne aveva davvero bisogno, ma non lo disse mai. Lavorava dieci o dodici ore al giorno, e spesso portava anche il lavoro a casa, senza mai pretendere nulla.

Nato nel maggio del 1937, era cresciuto alla scuola della sezione del Msi del Prenestino, una sezione che faceva delle battaglie sociali la sua ragione di vita, custode della memoria del fascismo e della Repubblica Sociale: era la sezione di Donato Lamorte (con cui Pino rimase amico tutta la vita), Ignazio Di Minica, Alberto Pompei, Enrico Cannone, Gianfranco Rosci, Angelino Rossi, Benito Condemi, Matteo Petrone, Carlo Aliverinini, Enzo Maria Dantini, Alberto Tani, Claudio Santellani, Daniele Rossi, e poi in tempi più recenti Massimo Magliaro, Lodovico Pace, Gigi D’Addio, Raoul Tebaldi, Walter Benvenuti, Volantino, Vittorio Sbardella e tutti quei fantastici attivisti della palestra di via Rivera e centinaia e centinaia di altri che passarono per questa storica sezione intitolata alla Medaglia d’Oro Francesco Maria Barracu. Tornando a Pino Conte, era tanto serio e professionale sul lavoro quanto scherzoso e disponibile e compagnone con gli amici, dai quali era indistintamente amato e benvoluto: ci piace ricordare tra gli altri i suoi colleghi con cui lavorò, da Franco Montemurro, scomparso di recente e che compare con lui nella foto che pubblichiamo insieme con Silvia Masetti, preziosa collaboratrice del Ctim di Mirko Tremaglia, a Luciano Dottori, a Nicoletta Grossi, a Roberta Carnello (che ci ha fornito la foto), a Mauro Desideri e ai tanti dipendenti del partito che si sono avvicendati negli anni. Ma Pino era sempre lì: impeccabilmente in giacca e cravatta, distinto, signorile, disponibile, sempre pronto a spiegare le cose a chi ne sapeva meno di lui, ossia a tutti. Non abbastanza apprezzato per quanto valeva, anche a causa della sua modestia e della sua riservatezza, ma soprattutto della sua continua disponibilità a risolvere i problemi di tutti e in primo luogo del partito in cui credeva e che era la sua ragione di vita: sì, perché Pino Conte era un Camerata nel senso più nobile che noi diamo a questo termine forse oggi desueto. Se ne è andato con discrezione, com’era nel suo stile, lasciando la moglie Pina e tre figlie, a cui vanno le condoglianze più profonde del Secolo d’Italia e della Fondazione Alleanza Nazionale, che lo rimpiangono sempre. Era di questo stampo che erano fatti gli uomini e le donne del Movimento Sociale.

Per chi volesse salutare un’ultima volta Pino Conte, le esequie si terranno domani 16 agosto alle ore 11,30 in via Augusto Lupi, nella chiesa Santa Maria Regina Mundi nel pressi di via Casilina a Roma.

di: Antonio Pannullo @ 19:56


Ago 13 2019

Mario Sironi, artista fascista: da volontario nella 15-18 all’adesione alla Repubblica Sociale

Mario Sironi, di cui oggi ricorre l’anniversario della morte, è uno degli artisti italiani più interessanti del secolo scorso. Pittore, scultore, architetto, illustratore, scenografo, grafico e anche scrittore, contribuì all’avanguardia culturale artistica nella prima metà del Novecento. Nato nel 1885 a Sassari, dove la famiglia si era trasferita per lavoro, si trasferì prestissimo a Roma, dove ebbe la sua formazione culturale. Proveniente da una famiglia di artisti, architetti e scienziati, Sironi compì studi tecnici, approfondendo però la musica, la letteratura, il disegno. Giovanissimo, si lega ai circoli artistici dello scultore Ettore Ximenes e del pittore Antonio Discovolo, frequentando i corsi della Scuola Libera del Nudo di via Ripetta a Roma. Frequenta anche Umberto Boccioni e Gino Severini e lo studio di Giacomo Balla, grazie al quale approda al Divisionismo. Dopo alcuni viaggi in Francia e in Germania, alla vigilia della guerra si avvicina al Futurismo partecipando alla Libera Esposizione Internazionale Futurista del 1914 a Roma. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale si arruola volontario nel Corpo nazionale dei Volontari ciclisti e automobilisti, del quale già facevano parte Boccioni, Marinetti, Sant’Elia, Funi Russolo, continuando nel contempo a collaborare con riviste culturali. Rimane al fronte fino al 1918, quando inizia a collaborare con la rivista di trincea Il Montello insieme con Massimo Bontempelli.

Sironi su salvato dalla furia partigiana da Rodari

Dopo il congedo rientra a Roma e si rituffa nell’attività culturale e artistica,partecipando anche a esposizioni collettive e personali. La critica si era accorta intanto di lui: Margherita Sarfatti, oltre che Umberto Boccioni, lo lodarono per le sue opere, molte delle quali in questo periodo ispirate alla guerra. Nel 1919 sposa Matilde Fabbrini, dalla quale avrà due figlie. Sironi però continuava a vivere in ristrettezze economiche, per cui decise di trasferirsi a Milano; a questo periodo risalgono i suoi paesaggi urbani. Qui si avvicinò al fascismo, partecipando anche alle riunioni del Fascio milanese. Nel 1920 firma il Manifesto futurista e diventa illustratore per il Popolo d’Italia (da cui è tratta l’immagine che pubblichiamo). In questi anni Sironi collaborerà a molte rivista fasciste e sarà l’ispiratore dello stile fascista nell’arte. Nel 1922 aveva fondato insieme con altri pittori il movimento d’avanguardia Novecento Italiano, animato dalla Sarfatti. In tutti questi anni continua a dipingere e a esporre, con alterni successi. Esegue all’inizio degli anni Trenta una vetrata per il ministero delle Corporazioni e due grandi tele per il Palazzo delle Poste di Bergamo. In questo periodo si dedica sempre più alla grande decorazione, alla pittura murale, considerando ormai il quadro una forma di espressione insufficiente. Fino alla fine del fascismo Sironi continuò a realizzare importantissime opere pubbliche di ampio respiro e di grande impatto ideologico. Nel settembre 1943 Sironi aderì senza indugi alla Repubblica Sociale italiana, e il 25 aprile, a Milano, rischia anche di essere assassinato dalla furia partigiana che passava per le armi tutti i fascisti o presunti tali senza processo. Sironi fu infatti fermata da una banda partigiana, e solo l’intervento di Gianni Rodari, comunista e uomo di cultura, riesce a salvarsi. Sironi vede crollare il suo mondo, e inoltre la sua depressione è aggravata dal suicidio della figlia Rossana. Dopo la guerra continua però a lavorare, continuando a dipingere e a esporre, rifiutando però sempre di partecipare alla Biennale di Venezia. Nel 1955 esce la importante monografia su di lui di Agnoldomenico Pica e nonostante gli attacchi dei critici comunisti l’anno successivo viene nominato accademico di San Luca. Nel 1961 la sua salute è ormai deteriorata e nell’agosto del 1961 è ricoverato in una clinica di Milano dove il 13 muore per una broncopolmonite.

di: Antonio Pannullo @ 18:36


Ago 05 2019

La vita esemplare di “Otto il silenzioso”, che al comando degli U-boot terrorizzò gli inglesi

La storia di Otto Kretschmer, di cui oggi ricorre l’anniversario della morte, avvenuta nel 1998, è legata agli U-boot, una delle più formidabili armi dell’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale. Gli U-boot sono stati celebrati da film, documentari, libri e Otto Kretschmer è stato l’asso dei sommegibili, avendo al suo attivo l’affondamento di ben 44 navigli alleati. Le sue decorazioni parlano per lui: Croce di Cavaliere della Croce di ferro con fronde di quercia e spade (che ricevettero solo in 159), Croce di Cavaliere della Croce di ferro con fronde di quercia, Croce di Cavaliere della Croce di Ferro, Croce di Ferro di I classe, Croce di Ferro di II classe e il Distintivo di sommergibilista in oro con brillanti. Il suo eroismo e la sua correttezza indussero nel 1955 lo Stato maggiore della Germania Ovest a richiamarlo in servizio nella Bundesmarine, dove concluse la sua carriera come ammiraglio di flottiglia. Lo chiamavano Otto der Schweigsame (Otto il silenzioso), ma non perché fosse taciturno ma perché conduceva i suoi U-boot in un attacco definito “corsa silenziosa” durante il quale non faceva mai uso della radio.

Kretschmer, una vita al comando degli U-boot

Otto Kretschmer nacque nel 1912 ad Heidau, una delle più antiche città della Slesia, oggi in territorio polacco. All’età di 17 anni studiò per alcuni mesi all’University College in Inghilterra, dove imparò fluentemente a parlare inglese. Nel 1930 entrò nella Reichsmarine dove dopo l’addestramento raggiunse il grado di Cadetto del Mare. Dopo alcuni imbarchi su diverse navi dove perfezionò il suo addestramento, nel 1936 fu destinato agli U-boot, dove ebbe il grado di tenente al comando dell’U-boot 35, che fu coinvolto nella guerra civile spagnola. Nel 1937 fu mandato a comandare l’U-boot 23, dove lo trovò l’nizio della Seconda Guerra Mondiale. I suoi primi impegni con la Kriegsmarine lo videro nel Mare del Nord e sulla costa britannica, dove nel gennaio 1940 affondò la sua prima nave, una cisterna danese. Un mese dopo affondò una cacciatorpediniera inglese. Successivamente Kretschmer fu al comando dell’U-boat 99, dove iniziò ad attaccare di notte, in superficie, i navigli nemici, in genere usando soltanto un siluro. La citazione “una nave, un siluro” è attribuita a lui. La sua rivoluzione fu di iniziare ad attaccare le navi di notte all’interno di convogli. Nei mesi successivi affondò moltissime navi e riportò moltissimi successi. Gli inglesi lo temevano per la estrema temerarietà delle sue manovre. Ma Otto il silenzioso era correttissimo con gli equipaggi delle navi affondate: è noto che mandasse bottiglie di liquori e coperte sulle scialuppe di salvataggio e che una volta fece salire a bordo un marinaio inglese rimasto naufrago su una zattera.

La seconda vita di otto Kretschmer

Nel marzo 1941 Otto Kretschmer fece la sua ultima pattuglia sull’U-99: affondò dieci navi nemiche ma il suo sottomarino fu colpito dalle cariche di profondità di due cacciatorpediniere inglesi: risalito, sotto il fuoco nemico, Otto il silenzioso affondò il suo U-boot. Kretschmer chiese alla cacciatorpediniera inglese più vicina di salvare i suoi uomini e si assicurò che tutti salissero sulle reti messe sulla paratia della nave britannica., ma poi, vinto dal freddo e dalla stanchezza, cadde in mare. Fu solo grazie a un marinaio di Sua Maestà che scese dalle reti e estrasse Kretschmer dall’acqua gelida se lui sopravvisse. In seguito alla sua cattura Kretschmer trascosrse ben sette anni come Pow (Prisoner of war) in un campo di prigionia in Cumbria e poi in un campo in Canada. Solo nel 1947 gli fu permesso di tornare in Germania. Come detto, poiché non aveva commesso crimini di guerra, nel 1955 entrò nella Bundesmarine e poi divenne comandante del personale Nato a Kiel. Si congedò nel 1970 come ammiraglio di flottiglia. Negli anni seguenti otto Kretschmer fu tutto tranne che silenzioso: rilasciò interviste e consulenze sulla Seconda Guerra Mondiale e collaborò anche alla realizzazione del famoso gioco di simulazione Aces of the Deep. Ma il destino ebbe per lui una sorta di contrappasso: nel 1998, mentre era in gita in barca con la moglie per il suo anniversario di matrimonio, l’imbarcazione ebbe un incidente e lui morì nel Danubio. Il suo corpo fu cremato e le sue ceneri furono disperse nel suo amato mare.

di: Antonio Pannullo @ 20:07


Lug 28 2019

“DUX”: quando la storia riemerge scritta su una montagna. Travaso di bile del Pd

Una ennesima, sciocca, faziosa, polemica scatenata dal Pd, che evidentemente non ha altre priorità, come ad esempio la difesa dei lavoratori e il benessere degli italiani. Stavolta la pietra (è proprio il caso di dirlo) dello scandalo è una scritta “DUX” riemersa sulle rocce del monte sul paese di Villa Santa Maria, in provincia di Chieti. Si tratta solo di una delle migliaia di opere e delle realizzazioni del fascismo, che la sinistra vorrebbe cancellare con un colpo di spugna culturale e sociale: ricordate quando si voleva abbattere l’obelisco del Foro Italico? Il sindaco del comune abuzzese, Pino Finamore, ha già detto che non ricoprirà la scritta, in quanto testimonianza del passato storico del paese, poiché generazioni di cittadini sono cresciuti insieme a quella scritta, e poi, perché no? anche perché l’iscrizione potrebbe attirare turisti nel paese, considerato in una zona economicamente svantaggiata. Basti pensare a Predappio, comune arricchitosi grazie al turismo dovuto alla presenza della tomba di Benito Mussolini e a Villa Carpena, turismo che ogni anno porta valuta a tutto un indotto economico fatto di strutture ricettive, bar, ristoranti, negozi. E allora? Allora un deputato abruzzese del Pd ha rivolto una biliosa quanto ottusa interrogazione dalla quale traspare che la parte sana e migliore dell’Italia sia la sinistra, mentre quella retriva e cattiva sia la destra, figuriamoci poi il fascismo. Ovviamente non è così, e la storia si sta già occupando, sia pure tra mille difficoltà e bufale reiterate per quasi un secolo, di dimostrare chi furono i buoni e chi i cattivi, chi costruì e chi invece uccise innocenti e sparse terrore. Senza addentrarci in un dibattito storico-culturale, il Pd e tutta la sinistra si mettano l’animo in pace: non riusciranno mai a cancellare tutte le realizzazioni del ventennio fascista in Italia, dagli acquedotti ai monumenti, dalle abitazioni popolari alle riforme sociali, dalle bonifiche agli invasi artificiali, dalle ferrove alle città di nuova fondazione, fino alle scritte sugli edifici e sulle montagne, certo, che ormai rappresentano la memoria degli italiani e di un periodo storico che non sarà certo dimenticato per volere di una sinistra anti-italiana ormai allo sbando.

 

(Foto tratta da Il Primato nazionale)

di: Antonio Pannullo @ 17:57


Lug 23 2019

Quattro suggerimenti per l’apertura della fase tre di Fratelli d’Italia

Alla vigilia dell’Assemblea Nazionale del prossimo giovedi 25 luglio credo sia importantissimo analizzare con chiarezza quello che è accaduto dall’ormai lontano dicembre 2012, quando lanciammo il Movimento, ad oggi e le prospettive con gli obiettivi che dobbiamo darci. L’anno scorso scrissi un articolo di considerazioni che suscitò qualche polemica e che non fu preso bene da qualcuno: ma riflettere ad alta voce non è mai sbagliato, sia per chi pensa che per chi legge. Alle elezioni del febbraio 2013 Fratelli d’Italia raggiunse uno striminzito 2%, che fu comunque un punto di partenza. Nel 2014 mancammo il quorum delle Europee, ma il Partito raggiunse il 3,7%, consolidandosi poi ulteriormente alle regionali 2015 e alle amministrative di mezzo tempo. Nel 2018 finalmente alle politiche fu raggiunto un 4,3%, risultato forse un pò inferiore alle nostre aspettative, ma che ci permise di conquistare complessivamente 50 parlamentari fra Camera e Senato e diventare un Partito non marginale, di rilevanza nazionale. Alle Europee di quest’anno, con la conquista del 6,5 % e l’elezione di cinque parlamentari a Strasburgo, che diventeranno sei con la fuoriuscita dall’Europa della Gran Bretagna, abbiamo voce in capitolo sul palcoscenico internazionale. Si è conclusa così la fase due del Movimento con la messa in sicurezza della Destra politica e la possibilità di svolgere un ruolo significativo. La fase uno era stata quella di rialzare la nostra bandiera e di testimoniare la nostra sopravvivenza e il ritorno alla nostra politica originale, non subalterna ad altri schieramenti.

Forza politica di governo

Veniamo all’attualità: comincia ora la fase tre che è quella in cui dobbiamo essere protagonisti, non più Movimento politico di opposizione, ma forza politica di governo, con chiare le nostre strategie, le nostre alleanze, la nostra leadership.
La politica è sempre legata alle circostanze e il miglior progetto del mondo si infrange quando non ce ne sono le condizioni. Proprio in questi giorni stanno maturando le condizioni per il salto di qualità, parallelamente alla crisi del “contratto per il cambiamento” tra Lega e Movimento 5 Stelle, forze politiche pragmaticamente compatibili su alcuni punti ed in particolare sull’idea di rottamare il vecchio estrablishement, ma assolutamente incampatibili nelle visioni di fondo e nelle proposte di governo sull’idea del futuro, antagonisti quasi su tutto. Le alleanze “contro” durano il tempo dell’emarginazione del nemico, non di più. Quando gli avversari sono all’angolo, e lo sono Forza Italia e il PD, che non hanno nè idee nè progetti, nè contenuto per rialzare la testa, emergono prepotenti le contraddizioni tra i soci delle alleanze. Nessuno sa se domani, tra qualche settimana o tra qualche mese, ma il loro destino a breve è quello della rottura e del cambio di fronte. Appunto abbiamo di nuovo un ruolo tutto nostro, giochiamo all’attacco. Ma quali sono le linee guida per Fratelli d’Italia? Mi permetto di suggerirne alcune essenziali:

  1. Puntare al Partito a due cifre percentuali; quando si è in difficoltà è difficile crescere, quando si comincia a crescere tutti investono sul risultato prevedibile. Quindi godiamo di una grande attenzione di osservatori, di mass-media, di elettori, di esponenti della politica e della società civile di “area”. Più cresciamo nei sondaggi e più siamo attrattivi. Questo ci impone di aprire le porte a tutti, tranne ovviamente qualche personaggio indesiderabile, non porre paletti nè al centro nè in periferia poichè il contributo collettivo può fare il grande risultato. Ovviamente il fenomeno va governato dando sicurezza e garanzie alla nostra rete organizzativa consolidata, ma essendo molto aperti, disponibili ed accoglienti verso chiunque si avvicina, mostrandogli la possibilità di contare nelle decisioni e nelle prospettive di rappresentanza politica.

  2. Avere forte in mano il timone del Movimento, che proprio per essere inclusivo nei contenuti deve riuscire a rappresentare al suo interno tutte le anime ideologiche della Destra: quella nazionale, quella popolare, quella sociale, quella liberale, quella cattolica, quella laica, quella economica. Nessuna esclusa, ma con una forte capacità di sintesi politica, indispensabile per governarle e per governare poi il Paese e incidere in Europa. Ognuno deve riconoscersi nel Movimento e viverlo come proprio.

  3. Alleanze nella chiarezza con interlocutori che condividono fino in fondo la visione e il progetto comune. Il Polo delle Libertà, la Casa delle Libertà, il Popolo delle Libertà, pur avendo governato anche per lunghi periodi, talvolta anche con buoni risultati, hanno fallito il progetto di cambiare l’Italia proprio perchè all’interno erano inquinati da personale politico che al momento critico cambiava schieramento e poi andava a governare con gli altri, attraverso formule ambigue quali il “Governo del Presidente”, vedi Governo Dini, Governo Amato, Governo Monti, o addirittura direttamente con il PD come il Nuovo Centro Destra di Alfano e i gruppi parlamentari di Verdini con Letta, Renzi e Gentiloni, così come le ambiguità intermittenti di Berlusconi, condizionato dai problemi e dai ricatti, anche giudiziari e finanziari, sulle sue Aziende. Questi passaggi non dobbiamo mai dimenticarli se vogliamo cambiare l’Italia.

  4. Il Gruppo dirigente di Fratelli d’Italia è tema essenziale. La politica come noto dapprima è una proposta ideale ed un progetto teorico, ma poi cammina sulle gambe di uomini e donne. Se quelle gambe e quelle menti non sono forti, determinate e soprattutto numerose, poi si rimane scoperti e subentrano altri. Questo non deve succedere. Fondamentale è la qualità e il reclutamento del personale politico. Senza quello non si va da nessuna parte. Mi sentirei di affermare che proprio quando le cose vanno abbastanza bene, bisogna porre la massima attenzione sulla qualità dei singoli, anche con una analisi non superficiale dei loro comportamenti presenti e passati, della loro capacità di tenuta, della loro capacità emotiva e psicologica, della loro affidabilità nel tempo, della loro capacità di reggere frustrazioni e differimento delle soluzioni e dei risultati. Questo è fondamentale perchè proprio sul deficit del personale politico viaggia la sconfitta. Occorrono persone giovani, entusiaste e di sfondamento, persone più mature che diano sicurezza e continuità, persone più anziane fornite di grandissima esperienza, saggezza ed equilibrio. Così si riescono a reggere e tollerare anche le criticità e le defaillance degli altri. La classe dirigente deve essere anche al vertice numerosa, qualificata, immediatamente riconoscibile e percepibile nei lavori parlamentari, sui mass-media, sul territorio; non può essere ristretta ad un piccolo nucleo che lavora dietro le quinte. Giorgia Meloni che ormai ha una leadership forte e consolidata, deve disporre di almeno 20/30 persone che possano fare i Ministri, i Sottosegretari, i Presidenti di Regione, i Consiglieri di Amministrazione di grandi Enti Pubblici e che abbiano grande competenza nei vari settori della vita pubblica ed economica, riconosciuta in modo indiscusso presso alleati e avversari che possono essere nominati ovunque ci siano spazi disponibili, senza polemiche.

Così, e solo così, potremmo andare al Governo e avere la capacità di cambiare finalmente l’Italia per davvero, condizionando fortemente anche le politiche europee. Perchè noi Europei lo siamo per nascita, e direi anche fondatori non solo della Comunità Europea, ma dell’idea più grande dell’Europa già un paio di mila anni fa. Se non sbaglio l’Europa nasce con l’Impero Romano, dalla Grecia antica e dal Sacro Romano Impero.

di: Francesco Storace @ 11:33


Lug 22 2019

Benessere e azionariato dei lavoratori, avanza un nuovo “modello”?

Come tutti i fenomeni di portata “epocale”, anche il tema della partecipazione dei lavoratori all’interno delle aziende ha tempi e modalità di lunga durata. Vecchie mentalità sono al tramonto. La conflittualità ideologica non sembra più essere un orizzonte realistico, sia per i lavoratori che per il mondo imprenditoriale. Meglio mediare, costruire percorsi condivisi, fidelizzare i dipendenti, riconoscendone il valore professionale. L’idea del lavoro come merce, teorizzata da Marx e concretizzatasi con il capitalismo, non regge più il confronto con la realtà economica, sociale e tecnologica del Terzo Millennio. Partendo da questa presa d’atto si può comprendere, dati alla mano, l’emergere di una nuova sensibilità collettiva, allo stato nascente, che vede nel benessere dei lavoratori e nell’azionariato dei dipendenti le nuove frontiere di una più alta e matura consapevolezza sociale.

A parlare sono due recenti ricerche, che segnano il mondo del lavoro: una sulla correlazione positiva tra benessere dei dipendenti, produttività, e performance aziendale, l’altra sull’espansione dell’azionariato dei dipendenti in Europa.

Sul primo versante ci sono i risultati di una meta-analisi di studi indipendenti, raccolti da Gallup, sul benessere e la produttività di quasi 2 milioni di impiegati e le performance di più di 80.000 unità aziendali, provenienti da 230 organizzazioni indipendenti che comprendono 49 settori in 73 paesi pubblicata da Krekel, Ward e De Neve.

Lo studio condotto da Christian Krekel, George Ward e Jan-Emmanuel De Neve prova a far luce sulla relazione tra benessere performance aziendali.

La soddisfazione dell’impiegato ha una correlazione positiva con la fedeltà del cliente e una correlazione negativa con il ricambio del personale. È importante sottolineare che la maggiore fedeltà del cliente e la produttività dei dipendenti, come anche il minor ricambio del personale, si riflettono nella maggiore redditività delle unità aziendali, come evidenziato da una moderata correlazione positiva tra la soddisfazione dell’impiegato e la redditività.

Nel complesso i dati indicano l’importanza universale del benessere dei dipendenti in tutti i settori.

Tradotti in estrema sintesi questi dati vogliono dire che le buone pratiche d’impresa e la fidelizzazione dei dipendenti rappresentano le nuove frontiere (anche contrattuali) sulla via dell’integrazione sociale e della trasformazione dei rapporti tra datore di lavoro e lavoratori in un patto associativo permanente. E qui entra in gioco il tema dell’azionariato dei dipendenti.

L’anno trascorso, il 2018, è stato un nuovo anno record per l’azionariato dei dipendenti in Europa, con quasi 400 miliardi (pari al 3,11%) di capitalizzazione posseduta dai dipendenti nelle loro società.

Sempre più società europee disegnano piani di azionariato riservati ai dipendenti: l’87,3% delle grandi aziende europee hanno offerto piani di azionariato, il 52,3% di tipo generalizzato, diretto a tutti i dipendenti. Il 33,4% ha lanciato o reiterato piani di azionariato, un dato che ogni anno aumenta.

Anche il numero dei dipendenti azionisti è di nuovo in crescita, e raggiunge 7,5 milioni nelle grandi società. Se aggiungiamo le piccole e medie imprese, circa un milione, il dato totale arriva a 8,5 milioni. In coincidenza con la crisi finanziaria ed economica alcuni Stati europei come la Gran Bretagna hanno scelto di potenziare l’incentivazione fiscale, con la promozione dell’azionariato dei dipendenti e del risparmio di lungo periodo come investimento per il futuro.

Per quanto significativi questi dati non esauriscono il più ampio e complesso tema della partecipazione sociale e di una cogestione che non si limiti all’espansione dell’azionariato dei lavoratori. Siamo cioè in premessa di un discorso che va approfondito e reso più diffuso.

Al fondo – questo però è il dato più rilevante – è che grazie a questi processi d’integrazione va crescendo una volontà partecipativa in grado di permeare l’intero assetto sociale: nuova consapevolezza (dei lavoratori e dei datori di lavoro), risultati immediati (in grado di realizzare le cosiddette “buone pratiche” all’interno delle aziende), integrazione (grazie all’azionariato). La prospettiva è la realizzazione di autentiche e più alte forme di partecipazione. Ce n’est qu’un début . Comunque un buon inizio. Da non sottovalutare. E da seguire con attenzione.

 

 

 

di: Aldo Di Lello @ 16:01


Lug 14 2019

Reggio Calabria ricorda la rivolta popolare del 1970 e i suoi protagonisti

Oggi si è rinnovato l’appuntamento con una delle pagine più dolorose e, nel contempo, più esaltanti della storia di Reggio Calabria: i Moti del 1970. Giuseppe Agliano, Presidente del “Comitato 14 luglio”, che raggruppa Associazioni, Movimenti e Partiti della Destra reggina che da sempre si adoperano affinché questa ricorrenza non cada nell’oblio e per tenere sempre vivo e attuale lo spirito di quei fatti, dà appuntamento all’anno prossimo, quando cadranno i 50 anni della rivolta, rivolta che causò ben 5 vittime, per le quali oggi le associazioni hanno deposto una corona di fiori.

Il governo mandò i carri armati a Reggio Calabria

Sulla rivolta di Reggio Calabria del 1970 sono stati scritti libri, saggi, fatti documentari e servizi giornalistici, ma forse nessuno ha inquadrato veramente quelli che furono i motivi della più lunga rivolta sociale italiana, e quella più determinata,che costrinse il governo a mandare l’esercito nella città calabrese. Convenzionalmente si stabilisce nel 14 luglio l’inizio della rivolta, perché effettivamente è il giorno in cui la città insorse dopo il comizio del missino Natino Aloi e del sindaco Dc Battaglia, ma avvisaglie c’erano state anche nelle settimane precedenti. Se dovessimo indicare la data che dette il via alla sacrosanta rivolta popolare, diremmo certamente il 17 gennaio di quell’anno, quando la Dc in una riunione a Roma, si espresse per Catanzaro capoluogo, soluzione vista con favore anche da Psi e Pci. Dopo le prime contestazioni, anche da parte dei Dc calabresi, ci fu una parziale marcia indietro, e la Dc disse che nessuna decisione definitiva era stata presa, preferendo rinviare il problema a dopo le elezioni amministrative e regionali del 7 giugno, dove il Msi arrivò solo quarto, dopo Dc, Pci e Psi. E il primo luglio si annunciò la convocazione del consiglio regionale a Catanzaro per il 13 luglio successivo. Il sindaco e il Msi annunciarono la mobilitazione davanti a migliaia di persone in piazza del Duomo, seguiti anche da esponenti repubblicani e liberali. Ma a volte il diavolo ci mette la coda e il 6 luglio il presidente del Consiglio Mariano Rumor si dimise lasciando Reggio senza alcun interlocutore. A Villa San Giovanni Amintore Fanfani ammise di non avere soluzioni e venne sonoramente fischiato dalla gente. E quella sera, il 12 luglio, comparvero in città i primi blocchi stradali. Il 13 luglio il consiglio si svolse a Catanzaro, ma senza la Dc e il Msi, che anzi convocarono un controconsiglio a Reggio. I commercianti proclamarono lo sciopero e il popolo si mobilitò.

Il 14 luglio Reggio Calabria insorge

Il 14 la città insorge: cortei si svolgono nelle strade principali e il Msi con Aloi e Ciccio Franco e il sindaco Battaglia animano la protesta. I blocchi stradali si moltiplicano, interi quartieri si rivoltano come gli ormai famosi Sbarre e Santa Caterina. Le forze dell’ordine tentano di smontare le barricate ma esse si moltiplicano sin sull’autostrada. Il regime fa affluire a Reggio uomini e mezzi, ma da tutta Italia giungono in sostegno del popolo calabrese gli attivisti del Msi e di Avanguardia nazionale, che prendono la guida della rivolta popolare. La città piomba nel caos: in serata sul lungomare e via della Marina iniziano gli scontri, la polizia effettua alcuni fermi ma è costretta a liberare i manifestanti dopo un’ulterior eprotesta, i binari e le stazioni vengono occupate, il popolo non si disperde, e la città è completamente isolata. Il 15 luglio è peggio: alla popolazione si aggiungono operai, studenti, ferrovieri, ci sono altri scontri con feriti, le szioni di Psi e Pci vengono incendiate, il fumo avvolge la città. Gli attivisti dell’estrema destra sono instacabili: corrono da una parte all’altra della città, controllano che le barricate non vengano rimosse, prestano soccorso ai feriti, rispondono con sassaiole alle cariche e ai candolotti lacromogeni delle forze dell’ordine. Vengono lanciate le prime molotov. E in questo giorno c’è la prima vittima, Bruno Labate, ferroviere 46enne trovato morto in via Logoteta: non si saprà mai chi l’ha ucciso. Il 16 luglio viene dichiarato il lutto cittadino e il ministro dell’Interno Restivo si affretta a dichiarare che la scelta di Catanzaro è solo provvisoria, ma ciò non basta  aplacare gli animi, perché non fu una rivolta di campanile, come disse la sinistra, ma una autentica rivolta popolare di gente che accumulava frustrazione e rancore contro una classe politica depredatrice e infingarda.

La rivolta si estese rapidamente in tutta la provincia

Nei giorni successivi gli scontri proseguirono sempre più aspri, i manifestanti raggiunsero Villa San Giovanni dove bloccarono i traghetti per la Sicilia, cinquemila donne sfilarono in corteo, il tritolo fece esplodere una filiale Fiat e un ispettorato di Ps, insorsero anche Melito Porto Salvo e Gambarie d’Aspromonte, decine di arresti e altrettanti feriti. Il 30 luglio migliaia di persone accorsero al comizio del Comitato d’azione di Aloi e Franco a Reggio. Quest’ultimo ricevette assicurazione dal sondaco Battaglia che la protesta sarebbe andata avanti. I primi di agosto venne negata l’autorizzazione per un comizio di Junio Valerio Borghese ma concessa a Pietro Ingrao, che però fu contestato e cacciato dalla folla. La protesta proseguì in sordina ma si riaccese a settembre, quando si registrò un’altra vittima, Angelo Campanella, autista di autobus. Arrestati due leader del Comitato d’azione, Ciccio Franco e  Alfredo Perna. La reazione del popolo fu terribile: armerie prese d’assalto, la questura assaltata, un agente morì di infarto, lo stesso arcivescovo Ferro scesee tra la folla per calmare gli animi. L’esercito è ora costretto a controllare le linee ferroviarie.

Solo il Msi difese le ragioni di Reggio in parlamento

Ora la battaglia si sposta in parlamento, mentre molti paesi del Reggino di rivoltano a a Reggio compare una bandiera azzurra con scritto “Repubblica di Sbarre”. La rivolta durerà molti mesi e  con il solo appoggio politico del Msi. Gli uomini migliori che Reggio potesse esprimere al tempo, per citarne alcuni: Ciccio Franco, Nino Tripodi, Raffaele Valensise, Fortunato Aloi, Renato Meduri, Giuseppe Reale, Vico Ligato e lo stesso Battaglia, con tenacia e duri confronti, riuscirono a strappare alcune importanti istituzioni, tra le quali la Corte d’Appello, l’Università, la sede del Consiglio regionale, l’Università per Stranieri. A dicembre Ciccio Franco e altri arrestati ottengono la libertà provvisoria, ma gli scontri e i disordini proseguono ovunque, cortei indetti dal Comitato d’azione di decine di migliaia sfilano per la città. Solo il 12 febbraio, piegato dalla rivolta popolare, il nuovo presidente del consiglio Emilio Colombo annuncia che il governo ha deciso salomonicamente che Catanzaro sarà capoluogo e sede della giunta e Reggio sede del consiglio regionale. Inoltre, dice Colombo, sarà creato un quinto centro siderurgico dell’Iri che assicurerà migliaia di posti di lavoro. Ma oggi abbiamo visto come è finita. La protesta però prosegue per tuytta l’estate, il sindaco Battaglia di dimette per protesta contro il governo. Il 20 settembre il segretario di Avanguardia nazionale Adriano Tilgher tiene una conferenza stampa a Reggio. Il 17 ottobre, poiché a Reggio erano proibite le manifestazioni pubbliche, il segretario del Msi Giorgio Almirante tiene un affollatissimo comizio a Villa San Giovanni, schierandosi dalla parte dei reggini. La rivolta di Reggio può dirsi conclusa, grazie anche ai carri armati per le strade che mai si erano visti dopo il 1945, vergogna nazionale di uno Stato debole e nello stesso tempo arrogante.

di: Antonio Pannullo @ 18:44


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