Giu 18 2019

Ecco il “tesoretto” dimenticato dell’Italia nelle ex colonie Somalia, Libia, Eritrea ed Etiopia

Sulla rivista online L’Italia coloniale, diretta da Alberto Alpozzi, compare una interessante indagine sui beni appartenenti all’Italia in terra d’Africa, e in particolare nelle nostre ex colonie. L’elenco di questi beni è pubblicato sul sito del nostro ministero degli Esteri e scorrendolo si apprende che è proprio in Somalia, la più lontana e dimenticata,e anceh martoriata, colonia, che l’Italia vanta le maggiori proprietà. In questo Paese, devastato da decenni di guerra civile e dal terrorismo islamico, diventata ormai una terra senza legge e proababilmente senza possibilità di redenzione, lo Stato italiano, racconta ancora l’Italia coloniale, possiede ancora 16 immobili, tra scuole, terreni e cimiteri. Nella capitale Mogadiscio, in via Gibuti, c’è la struttura che comprendeva il Consolato generale italiano e le scuole italiane, mentre in via Alto Giuba c’è la celebre Villa Italia, oggi Villa Galletti, dove c’era l’ambasciata italiana e le sue pertinenze; nelle strade vicino la capitale abbiamo altri edifici con annesso terreno, tra cui la ex residenza del console generale italiano (in piazza Zavagli), mentre in corso Italia c’è un complesso dove durante il Ventennio c’erano le scuole italiane di ogni ordine e grado, dalle elementari al liceo. Infine, in via Franchetti, sempre a Mogadiscio, c’è il cimitero italiano con il relativo ossario. Fuori Mogadiscio, l’Italia possiede un edificio con terreno ad Afgoi, un edificio e un cimitero a Chisimaio, un edificio a Gesira, un terreno a Holmessale e il cimitero a Merca. Molte di queste località sono apparse agli onori delle cronache durante la guerra civile per le battaglie che vi sono sostenute.

Per quanto riguarda le altre colonie italiane, dall’elenco della Farnesina risultano tre proprietà in Libia, due in Eritrea e altrettante in Etiopia. A Tripoli, la capitale (almeno per ora) possediamo il complesso dell’ambasciata, assaltata negli anni scorsi e più volte a rischio di chiusura begli ultimi mesi, e la residenza del capo missione, mentre a Bengasi abbiamo l’edificio del Consolato generale italiano. All’Asmara abbiamo due edifici celebri: Villa Roma,nella ex via Bianchi, che era la residenza del capomissione, mentre in via da BOrmida c’era la ex Casa degli Italiani, attiva fino a pochi anni fa. Anche nella capitale etiope, Addis Abeba, lo Stato italiano ha due proprietà: Villa italia, dove ha sede l’ambascista, e il complesso immibiliare dove ha sede l’Istituto italiano di Cultura. Ovviamente sono molte le nazioni ove l’Italia possiede edifici, soprattutto la sede delle ambasciate, ma in nessun altro Paese l’Italia ha più immobili di quanti ne ha in Somalia, se si eccettua il caso della vicina Francia, dove l’Italia ha ben 14 proprietà, tra cui la Reppresentanza permanente, il consolato e le scuole italiane, ma va considerato che alcune strutture riguardano anche i rapporti con la Ue a Strasburgo.

di: Antonio Pannullo @ 16:12


Giu 17 2019

Il caso di Aldo Gastaldi, un partigiano anomalo. Oltre la retorica resistenziale

Il cardinale Angelo Bagnasco ha dato il via alla causa di beatificazione e canonizzazione di Aldo Gastaldi, nome di battaglia “Bisagno”, primo partigiano d’Italia e medaglia d’oro della Resistenza. La notizia ha il crisma dell’ufficialità, con un editto arcivescovile, datato 31 maggio, con cui l’Arcivescovo di Genova invita “a comunicare direttamente o a far pervenire al Tribunale Ecclesiastico Diocesano tutte quelle notizie dalle quali si possano in qualche modo arguire elementi favorevoli o contrari alla fama di santità del Servo di Dio”. Contestualmente il cardinale ha richiesto “a quanti ne fossero in possesso, di rimettere con debita sollecitudine al medesimo Tribunale qualsiasi scritto, che abbia come autore il Servo di Dio, qualora non sia già stato consegnato alla Postulazione della Causa” compresi “i manoscritti, i diari, le lettere ed ogni altra scrittura privata del Servo di Dio”.
Chi è stato Aldo Gastaldi ? E perché la sua esistenza è stata a tal punto speciale da portare ad una causa di beatificazione e canonizzazione ? Partigiano della prima ora, dopo essere stato sottotenente del Genio, organizzatore del nucleo partigiano di quella che sarebbe poi diventata la Divisione Cichero, operante nell’entroterra ligure, Gastaldi è ricordato per essere un fervente cattolico, quindi un anticomunista, in un contesto in cui la presenza della sinistra più estrema era egemonico.
A questa figura anomala di partigiano, casto e rispettoso degli avversari, Giampaolo Pansa ha dedicato il libro “Uccidete il comandante bianco. Un mistero nella Resistenza” (Rizzoli, 2018), soffermandosi sulla morte misteriosa, avvenuta il 21 maggio 1945, a seguito della sua caduta dal tettuccio del camion su cui viaggiava, di ritorno dal Veneto, dove aveva accompagnato alcuni partigiani che avevano disertato dalla Divisione repubblichina “Monterosa”. Pansa sostiene la tesi della morte violenta del comandante “Bisagno”, voluta e provocata dalla frazione militarista del Pci, facente capo a Pietro Secchia. Di Gastaldi e della sua morte “misteriosa”, aveva anche parlato, una quindicina di anni fa, Luciano Garibaldi, giornalista e storico anticonformista, in “I giusti del 25 aprile. Chi uccise i partigiani eroi ?” (Edizioni Are, 2005), un avvincente e documentato racconto di tre figure emblematiche della Resistenza (Gastaldi, Ugo Ricci e Edoardo Alessi), uniti da una comune e intensa fede religiosa e ispirati a un progetto di riconciliazione con il nemico sconfitto, scomparsi “misteriosamente” nel momento culminante della loro battaglia.
Come riportato dal “Dizionario della Resistenza”(Einaudi, 2001) e dal “Dizionario della Resistenza in Liguria” di Gimelli e Battifora (De Ferrari, 2008), “Bisagno” oltre che anticomunista era decisamente critico nei confronti del partitismo, poiché esso avrebbe potuto “ … incrinare la lotta partigiana (…). “Noi non abbiamo un partito, noi non lottiamo per avere un domani un cadreghino, vogliamo bene alle nostre case, vogliamo bene al nostro suolo e non vogliamo che questo sia calpestato dallo straniero, dobbiamo agire nella massima giustizia e liberi da prevenzioni”: una concezione sostanzialmente opposta a quella di chi vedeva nella Resistenza – come analizzato da Claudio Pavone – un’occasione per la realizzazione della guerra di classe, fine ultimo, per i comunisti, della guerra patriottica e della guerra civile.
Gastaldi sapeva che i partigiani comunisti lo volevano morto, dicono altre testimonianze. Stava infatti lottando contro la trasformazione delle milizie partigiane in unità politiche del partito comunista e per fermare lo spargimento di quel “sangue dei vinti” che segnò la fase post resistenziale. Anche di questo il processo di beatificazione dovrà tenere conto, offrendo – ci auguriamo – nuovi elementi di conoscenza/approfondimento per vicende che, al di là della retorica resistenziale, sono tutt’altro che scontate.

di: Antonella Ambrosioni @ 17:05


Giu 11 2019

Commosso addio a Romolo Baldoni, protagonista delle lotte storiche del Msi

E’ scomparso a Roma nella notte tra sabato e domenica Romolo Baldoni, protagonista delle lotte del Movimento Sociale Italiano sin dagli anni Cinquanta. Romolo attraversò la temperie di quegli anni e poi degli anni di piombo, pagando sempre di persona per il suo impegno e la sua fede, anche duramente. Romolo era fratello di Adalberto, giornalista e scrittore, ma prima di tutto attivista del Msi: i due fratelli contribuirono in maniera decisiva al crescere, all’affermarsi e anche alla sopravvivenza del partito in anni in cui tutto cospirava per la sua cancellazione fisica. E non sembri un’esagerazione: chi ricorda quei tempi sa che le iniziative per tacitare il Msi non erano solo giudiziarie, amministrative, burocratiche. Il ministero degli Interni aveva scatenato le sue forze dell’ordine per silenziare il Msi e i suoi uomini e donne, e dall’altra parte l’ultrasinistra ogni giorno portava attacchi feroci e sanguinosi per impedire ai “fascisti” di parlare e di esistere. Ebbene, Romolo era di quelli che non si arresero mai: sempre in prima fila, sempre non disposto a tacere, sempre pronto a occupare una piazza. Romolo era della generazione precedente a quella degli anni Settanta, era nato negli anni Trenta, ma di quella subito dopo la Repubblica Sociale. Non aveva avuto il tempo di fare la guerra, ma l’avrebbe fatta se avesse potuto, e allora combatté un’altra guerra, certo più lunga e deteriorante. Conosceva bene i combattenti della Rsi, suo padre era partito per il Nord con la Repubblica Sociale, poi li aveva conosciuti nelle sezioni del Msi di periferia, ed era una guida e un punto di riferimento per noi giovani, che da lui imparammo il coraggio e la dottrina storica dei nostri ideali.

Romolo aveva capito che chi controllava l’informazione controllava l’opinione pubblica, sapeva già, prima che diventassero di moda, cosa fossero le fake news e come potevano ottundere le menti della gente. La controinformazione, come la chiamavamo allora, fu sempre una delle sue priorità, quando gli scontri di piazza ce ne lasciavano il tempo. Romolo inoltre credeva alle iniziative parallele del partito, per questo aveva creato, insieme ad altri camerati, il Centro iniziative amtimarxiste a Roma, organizzazione che aveva il precipuo compito di smascherare le menzogne del sistema, del regime, e dei suoi servi. Nel febbraio 1970 ad esempio Baldoni fu autore di un esposto contro la Rai, per “essere venuta ripetutamente meno ai doveri di imparzialità e di obiettività cui sarebbe tenuta nella sua informazione istituzionale”, scrisse Romolo nella sua denuncia. La faziosità della Rai e dei giornalisti schierati a sinistra è una cosa che affligge questo Paese ancora oggi, e allora era molto peggio, perché non c’era una sola voce, eccettuato il Msi, che si levasse per correggere e smentire le menzogne di Stato. Baldoni in particolare si riferiva ai gravissimi scontri alla Sapienza di Roma, dove le sinistre impedivano con la forza ai giovani del Fuan di tenere assemblee, convegno, iniziative, aggredendo con bastoni e spranghe, nelle proporzioni di cento a uno, tutti coloro che non fossero marxisti. In uno di questi scontri anche Romolo rimase ferito. In quelle circostanze, molti lo ricorderanno, la polizia arrestava o fermava solo i giovani di destra e la Rai dava un’informazione completamente opposta a quella che era la realtà dei fatti, presentando il Fuan come aggressore e prevaricatore quando invece accadeva l’esatto contrario. Ecco, Romolo, per quello che l’ho conosciuto, aveva innato questo forte senso di giustizia, questo volersi ribellare alle falsità, alle menzogne, ai soprusi. Anche per questo, forse, nell’aprile di quell’anno Romolo fu protagonista di una protesta clamorosa: sempre col Centro iniziative antimarxiste Romolo si incatenò davanti al parlamento europeo del Lussemburgo, insieme con altri camerati. I giovani distribuirono volantini e materiale contro l’istituzione delle regioni in Italia, che avvenne proprio quell’anno. Tra i partecipanti di quella coraggiosa protesta ci piace ricordare Mila Bernardini, Giampiero Rubei, Enzo Tagliaferri, per quello che siamo riusciti a ricostruire. Ma la voce del Msi in quegli anni era davvero una voce che gridava nel deserto: le proteste, le argomentazioni, i morti che lasciammo sul terreno non servirono a far cambiare rotta alla politica italiana, la cui classe dirigente, sempre denunciata dal Msi, naufragò poi miseramente nel 1992 con Tangentopoli, quando vennero alla luce tutte le illegalità e le storture di un modo di governare che gli uomini del Msi avevano sempre denunciato, inascoltati.

In quegli anni c’era un manifesto bellissimo, la fiamma del Msi a tutto campo con le scritte “Per la tua salvezza. Il nostro coraggio”, stampati il centinaia di migliaia di esemplari, e che fu il leit motiv della campagna elettorale del Msi per le amministrative del giugno 1971, che segnarono purtroppo, insieme a una grande vittoria, anche l’inizio della persecuzione sistematica del Msi. Sì, perché quella vittoria allarmò il sistema, che capì che il Msi, fatto di gente come Romolo Baldoni, non si poteva fermare. Quell’anno in Campidoglio il Msi ottenne il 16,2 per cento e 13 seggi, terzo partito dopo Dc e Pci. Vogliamo ricordare i cansiglieri capitolini eletti: Almirante, Artieri, Aureli, Marchio, Alberti, Ciano, De Totto, Trombetta, Gionfrida, Afan de Rivera, Bon Valsassina, Adalberto Baldoni, Ciancamerla. Molti, come si vede erano quasi tutti della generazione di Romolo, e tutti suoi amici, qualcuno non c’è più. Romolo quell’anno fu invece eletto in consiglio provinciale, insieme con Marchio, Bellissimo, Guattari, Casalena, Albanese e F. Tedeschi, Per chi lo ricorda, erano componenti di una pattuglia di primordine, tutti politici valentissimi, che purtroppo potevano fare poco quando la maggioranza votava compatta, anche se azioni clamorose non mancarono. Oltre all’attività istituzionale, Romolo, da sempre vicinissimo a Luigi Turchi, anche perché i loro padri avevano combattuto insieme nella Rsi, continuava a dedicarsi alla vita del partito, così nel 1976 Almirante lo mandò a commissariare la sezione del Msi di via Livorno, la Nomentano Italia, dove per tradizione erano iscritti i segretari del partito. Partito, sindacato, attivismo, iniziative culturali: per anni, anzi decenni, Romolo continuò a fare politica come gli sembrava giusto, non demordendo mai e non arrendendosi mai, trovando anche il tempo per lavorare (diventerà capufficio stampa del Teatro di Roma) e avere una bellissima famiglia. Romolo è stato componente del Comitato centrale del Msi, segretario generale del Centro italiano aut0nomo lavoratori Spettacolo, Segretario provinciale giovanile del Msi, membro dell’esecutivo nazionale del Raggruppamento giovanile del Msi e della Giovane Italia. Alle sue esequie, a questo proposito, il senatore Domenico Gramazio ha ricordato commosso che la prima tessera della Giovane Italia gli fu proprio consegnata, nel 1960, dalla mani di Romolo, in quel mezzanino in via Quattrro Fontane che era allora la prima sede della Giovane Italia. Impossibile ricordare tutte le iniziative di una persona come Romolo, ma non voglianmo tracurare alcune imprese ormai dimenticate dai giovani, ma molto importanti per l’epoca, guidate da Romolo, come ad esempio le manifestazioni per l’Ungheria e per l’Alto Adige, tragedie delle quali solo il Msi si occupava nelle piazze e sui giornali, come la rivista Azione, di cui Romolo era animatore e direttore. Oppure le sue proteste clamorose, insieme con la moglie Silvana e il fratello, contro il Pci di Palmiro Togliatti, che non era certo come il Pd di adesso: per affrontare Toglietti e il suo servizio d’ordine ci voleva un coraggio senza pari. Come scrisse sulla sua pagina facebook, sotto un’illustrazione della Domenica del Corriere: “Noi lo abbiamo visto il Papa dopo il bombardamento di San Lorenzo…” E da allora Romolo non si fermò mai: eravamo insieme, appena il 14 maggio scorso, seduti vicini, alla sezione Appio Latino in occasione del ricordo di Peppino Ciarrapico: Romolo era lì, insieme a noi, lucidissimo, agguerrito come non mai. Processato e condannato più volte, Romolo pagò di persona per la sua fede , e questa è certamente la più grande medaglia per lui e per quelli come lui. E’ certo grazie a questi comportamenti lineari, coerenti, intrepidi, se un certo mondo e una certa comunità sono ancora qui, e per questo lo ringraziamo e lo ringrazieremo sempre.

Alla famiglia di Romolo Baldoni vadano le condoglianze più sincere della redazione e della direzione del Secolo d’italia e della Fondazione Alleanza Nazionale.

di: Antonio Pannullo @ 14:26


Giu 10 2019

Giovani in fuga, non tutti sono disposti alla resa. Bisogna invertire la tendenza

Circa 300.000 giovani lasciano l’Italia ogni anno. Uno ogni cinque minuti. Negli ultimi dodici anni sono partiti 2 milioni di italiani. Quasi una famiglia su tre ha un figlio all’estero o che pensa di andarci. Secondo Confindustria questo esodo ci costa 14 miliardi all’anno di perdita di capitale umano.
Dovrebbe essere la notizia di apertura di tutti i media, invece silenzio e rassegnazione. Non fa comodo a nessuno parlarne perché è la sconfitta del Sistema Italia e mette sotto accusa tutte le politiche economiche fatte finora. Anzi, l’emorragia dei giovani italiani è raccontata come un fenomeno positivo, in nome della mobilità, globalizzazione, conoscenza.
Non tutti però sono disposti alla resa. Per iniziare ad immaginare una possibile via d’uscita è nata “We’re back” (siamo tornati): un titolo ad effetto per dire, dopo anni di esperienze lavorative all’estero, rieccoci, pronti a mettere a disposizione della nostra comunità locale le esperienze maturate e le professionalità accumulate. A lanciare l’idea un gruppo di giovani, tra i 26 ed i 27 anni, genovesi, che si sono posti l’obiettivo di provare ad invertire la rotta (oltreconfine) della nostra “meglio gioventù” e di riportarla a casa. All’appello ha risposto positivamente l’amministrazione comunale genovese, che ha accettato l’invito ad aprire il confronto tra chi dopo avere trovato il suo futuro oltreconfine, ha poi ri-scelto la Liguria per nuovi progetti professionali, ed alcuni testimonial “eccellenti”. Il risultato: una giornata di riflessioni ed approfondimenti, finalizzati – secondo gli orientamenti dei giovani ideatori – a generare proposte per migliorare il mercato del lavoro italiano, attrarre investimenti, dare vita a un movimento positivo e dinamico capace di creare opportunità.
“Bisogna fare in modo che Genova e l’Italia siano un punto di ritorno e non un punto di partenza – spiega l’assessore alla cultura del Comune di Genova, Barbara Grosso – questo progetto, che non ha precedenti, si basa proprio sull’idea di aiutare i giovani attraverso la testimonianza di chi ce l’ha fatta, di chi è andato all’estero e poi è tornato, storie di successo, che potrebbero diventare lo spunto per nuove idee e opportunità”.
Alle amministrazioni locali (regioni e comuni) di creare le condizioni per favorire i rientri. Al di là delle proposte strettamente operative c’è però qualcosa di più. Il tema, nella sostanza, ha infatti risvolti culturali, possiamo dire antropologici, che richiedono approfondimenti ulteriori, a partire dalla constatazione che più si impoveriscono le Nazioni, più si rendono preda degli appetiti altrui, più questi Paesi, depauperati delle loro sostanze, vengono regolarmente colonizzati e svenduti al miglior offerente.
In Italia stiamo assistendo da decenni a questo gioco al massacro. Il ritornello è: “l’Italia non offre opportunità”. Il risultato è che il fenomeno delle “fughe” all’estero viene dato per acquisito. I giovani se ne vanno alla spicciolata, individualmente. Se ne vanno senza protestare, senza cercare di cambiare le cose in Italia. E’ la globalizzazione – si dice …. Tanto vale assecondarla, trovando oltre confine quello che non si trova in Patria, anche se questo ha un costo enorme sia a livello personale che del Sistema Paese, le cui risorse sono state impiegate, nei decenni, per formare proprio quei giovani, destinati ad arricchire con il loro lavoro gli altri Paesi.
Che fare, allora ? Per Barbara Pavarotti la risposta è chiara: “Ricominciare a lottare in Italia per cambiare, per scalzare la mentalità che ci vuole tutti esuli”. Il suo impegno si è tradotto in un video documentario prodotto dalla Fondazione Paolo Cresci intitolato “Italia addio, non tornerò”.
La Pavarotti è una voce tra le più brillanti nel panorama giornalistico italiano con una lunghissima militanza al Tg5. Il docufilm della durata di 50 minuti, raccoglie le testimonianze di moltissimi giovani che hanno dovuto cercare la loro fortuna in altri paesi in Europa, in America e anche in Australia e spinge alla riflessione sulle responsabilità che hanno condotto a questa situazione, non solo i giovani ma anche le generazioni di adulti, che, loro malgrado, hanno contribuito a creare una realtà dalla quale i giovani di oggi sono costretti a scappare, secondo una strategia che mira a umiliare l’Italia, depauperarla e minarla alle radici sgretolando le famiglie e dividendole.
Ora evidentemente qualcosa si sta muovendo per invertire la tendenza, partendo da una consapevolezza di fondo: in gioco non ci sono solo le singole esistenze di milioni di giovani, quanto piuttosto il nostro destino nazionale. Un dettaglio non da poco che deve spingere a porre il tema delle “fughe all’estero” al centro del confronto culturale e dell’azione politica.

di: Girolamo Fragalà @ 12:32


Giu 01 2019

Prematura scomparsa di Alessandro Ricci, militante del FdG negli anni ’90 a Roma

È scomparso il 29 maggio scorso Alessandro Ricci, classe 1969, militante del Fronte della Gioventù romano negli anni Novanta nelle sezioni del Msi Garbatella e Prati. Pubblichiamo un ricordo scritto da chi condivise con lui quei giorni di militanza nelle difficili sezioni di frontiera del Msi.

Parlare di chi non c’è più non è mai facile, specie se chi è venuto a mancare è una parte della tua vita. Perché è come se un pezzo di te improvvisamente smettesse di funzionare. Le amicizie giovanili spesso passano col tempo, ma quelle che sono cementate dalle battaglie politiche, che siano state esse grandi o di quartiere, restano impresse sul tuo corpo come delle cicatrici da portare con rispetto ed onore. Alessandro se ne è andato in silenzio, sconfitto da quel nemico che molti di noi temono. Ha perso la sua guerra eppure… Eppure l’ha combattuta con onore e tenacia, con rabbia e forza senza mai abbandonarsi a quell’umano sconforto che ci accomuna. Abbiamo militato insieme in uno di quei quartieri che un tempo si definivano rossi. Rossissimi. In quella sezione di frontiera che era la Garbatella. Eppure, nonostante gli anni passati e le strade diverse intraprese (lui ora militava con Forza Nuova), sia politicamente che professionalmente, siamo sempre rimasti in contatto, soprattutto grazie ai social che per una volta sono serviti veramente a mantenere unito quello spirito che ci accomunava e ci accomuna con tanti altri ragazzi degli anni ’80 e ’90. E non solo. Forse una delle poche cose buone del web. L’esser distanti anche solo chilometricamente diviene così un mero ostacolo superato agevolmente.  Con Ale parlavamo spesso di politica, della vita, della Lazio, sia via web sia per telefono, e nel pieno delle nostre due malattie ci facevamo forza a vicenda perché, nonostante tutto, nelle piazze, nelle strade, nelle sezioni e dalla vita, abbiamo imparato che piangersi addosso non serve poi a molto. Serve invece affrontare i problemi con il “viso sempre rivolto al sole” come ci hanno insegnato e come abbiamo insegnato a tanti altri giovani militanti e ai nostri figli. Entrambi lo abbiamo fatto e sapere che la giovane figlia, Gaia, una splendida ragazza che adorava, ha preso il suo testimone di fede proprio il giorno del suo funerale mi ha dato la gioia di dire che, forse, non tutto è perduto. Che gli insegnamenti ricevuti e dati resistono nel tempo e sulle rovine. Sì, mi fanno dire che quelle radici profonde non gelano mai. Alessandro era uno a cui la vita non ha risparmiato molto. Tanti i problemi che ha affrontato sempre con il sorriso sulle labbra e sempre e comunque a pensare agli altri. L’ultimo ricordo che ho di lui è della scorsa estate quando ci incontrammo in un corridoi dell’ospedale Sant’Andrea. Lo sguardo che si incrocia e l’abbraccio lungo e forte che segue immediato. Le pacche sulle spalle e le speranze di ognuno di noi due. Eravamo felici di esserci rivisti e lui era fiducioso di aver sconfitto, ancora una volta, i suoi problemi. Fiero e orgoglioso della sua battaglia. Come fiero e orgoglioso ero io per aver vinto la mia di guerra. Ci siamo lasciati come sempre, col sorriso sulle labbra stringendoci gli avambracci. Poi la ricaduta, il continuare a scriverci. E la notizia che mai avrei voluto ricevere. Ho vissuto tante esperienze nella vita, ho visto tante cose brutte professionalmente in giro per il mondo, ma non ci si abitua mai a sapere che un ragazzo, perché a 49 anni sei ancora un ragazzo oggi, non c’è più. Mi mancherai Ale e mancherai a tanti altri come me. Ci mancherai per il tuo sorriso, per la tua serenità nonostante le difficoltà, per la tua fierezza, per la tua forza nel combattere le avversità. Ci mancherai per la tua voglia di vivere.

di: Antonio Pannullo @ 17:52


Mag 22 2019

Sinistra pazza di antifascismo, ma i suoi intellettuali pazzi per Mussolini: ecco perché

L’ultima proposta editoriale su Mussolini viene da un intellettuale di sinistra ed è davvero originale. Il libro si intitola Me ne frego (Chiarelettere) ed è una sorta di biografia di Mussolini ottenuta attraverso un collage di scritti e discorsi compresi tra il 1904 e il 1927. Curatore dell’opera è David Bidussa. Si tratta di uno storico decisamente schierato a sinistra. Basterà dire che ha collaborato,  tra le altre testate, con l’Unità e con il manifesto. A dispetto di ciò, il lavoro di Bidussa è tutt’altro che un lavoro becero e demonizzatore.  L’autore vuole ripercorrere  le parole che hanno costruito l’«immaginario fascista».   «Quelle parole, con il loro carico di immaginario, sono tornate a circolare nella nostra mente e spesso nel nostro linguaggio parlato. Sono tornate a essere ´parole gridate՝ e  non più solo “parole sussurrate”». Di qui il fatto che possano diventare parole “ammesse”՝. Ovvero «legittime».

L’ interesse manifestato da questo intellettuale di sinistra per il Duce non è un caso isolato. Basterà dire che Il figlio del secolo, monumentale biografia romanzata di Mussolini scritta da Antonio Scurati è il caso editoriale dell’anno. Ed è bene anche precisare che non parliamo di un fenomeno recente: qualche anno fa, la Repubblica titolò “Tutti pazzi per il Duce”, per intendere appunto lo straordinario risveglio di interesse editoriale per la figura del capo del fascismo.

Il paradosso è che tutto questo avviene proprio mentre la sinistra politica torna a cavalcare massicciamente l’antifascismo in funzione antisovranista.  Schizofrenia? Forse. Ma forse c’è qualcosa di più e di più profondo. Il fatto è che il Mussolini che viene riscoperto è il Mussolini di “sinistra” , il Mussolini non solo del periodo socialista, ma anche del tempo del fascismo movimento. E allora non è azzardato pensare che la sinistra intellettuale che si interessa a Mussolini è una sinistra che cerca di dare risposte alla crisi della sinistra politica. David Bidussa cerca forse quelle “parole” che la sinistra politica non sa più inventare.  E Mussolini, piaccia o non piaccia, rimane l’unico nella storia italiana che può dimostrare come si possa inventare ( e vincere) una rivoluzione. Come, a suo tempo, riconobbe persino Vladimir Ulianovic detto Lenin.

di: Aldo Di Lello @ 17:25


Mag 20 2019

Gli antifascisti dicano quali libri bisogna bruciare. Così l’Anpi è contenta

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo, caro Direttore,

Dopo l’esclusione dalla Fiera del Libro di Torino, la Casa Editrice Altaforte continua ad essere nel mirino delle migliori forze politiche democratiche e antifasciste. E’ toccato alla città della Spezia, dove Pd e tutte le opposizioni di centrosinistra sono andate all’attacco del sindaco, Pierluigi Peracchini, sostenuto da una maggioranza di centrodestra, che ha autorizzato la presentazione di un libro edito dalla casa editrice Altaforte, nella biblioteca comunale Beghi, alla Spezia.

L’Anpi scatenata

«È una vergogna! Un atto inaudito e gravissimo. Uno sfregio alla città medaglia d’oro alla Resistenza ed alla biblioteca pubblica intitolata ad un partigiano e sede dell’Istituto storico di Resistenza – hanno attaccato le opposizioni – il sindaco Peracchini ritiri subito l’autorizzazione e chieda scusa alla città. Da parte nostra invitiamo i cittadini, le associazioni, le forze politiche democratiche ed antifasciste a mobilitarsi per difendere un luogo simbolo della Resistenza da questo oltraggio». Risultato: la sede della presentazione del libro edito da Altaforte è stata cambiata, concedendo la Mediateca Regionale. Tutto a posto? Non proprio. Hanno protestato ancora le schiere resistenziali:

«La Mediateca Regionale – Sergio Fregoso è un luogo pubblico e non sposta di un millimetro le ragioni del nostro no. L’unica decisione sensata che possono prendere il sindaco e il presidente Toti, trattandosi di edificio di competenza regionale, è non concedere a CasaPound alcuno spazio pubblico». Non solo, a farsi avanti questa volta è stata anche la famiglia di Sergio Fregoso, a cui la mediateca è intestata, che ne ha rivendicato il passato antifascista e l’elezione a consigliere comunale del Pci come indipendente. Alla fine, sabato scorso, la presentazione del libro di Altaforte alla Spezia è avvenuta, con il solito presidio esterno dei resistenti e l’accompagnamento, fuori programma, delle campane suonate “a morto” dal parroco della vicina chiesa di Nostra Signora della Salute: «Oggi è morto quello spirito che ha pervaso questa città per moltissimi anni», ha dichiarato il religioso, richiamandosi al suo predecessore … antifascista.

Una proposta: il Sant’Uffizio antifà

Da Torino alla Spezia ed oltre è veramente imbarazzante che ci sia ancora qualcuno che, avendo evidentemente frainteso il dettato costituzionale, voglia esporre liberamente e perfino presentare in pubblico i suoi libri “non conformi”. Proprio per evitare questi continui sfregi alla democrazia, che rischiano di moltiplicarsi, con grave nocumento per la salute pubblica e grave imbarazzo per le amministrazioni locali, spesso impreparate sull’argomento, una via d’uscita potrebbe essere quella della creazione di un “Indice antifascista dei libri proibiti”, come fu l’“Index Librorum Prohibitorum”, creato dalla Chiesa Cattolica, a metà del XVI Secolo e soppresso dopo il Concilio Vaticano II.
Su modello dell’Index, che aveva il compito di “mantenere e difendere l’integrità della fede, esaminare e prescrivere gli errori e le false dottrine”, potrebbe essere costituita una Commissione nazionale (Sant’Uffizio Antifa), composta da rappresentanti dell’Anpi, di Magistratura Democratica, da docenti di chiara fama antifascista, da qualche giovane dei Centri Sociali, deputata a valutare l’intera produzione libraria nazionale (oggi i titoli in commercio sono circa 500.000) evidenziando i volumi da mettere all’indice. Il decreto dell’Inquisizione romana prescriveva, pena la scomunica, “che nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del Sant’Uffizio”. Il Sant’Uffizio Antifa potrebbe comminare quale pena, una sorta di scomunica laica, con la sospensione dei diritti costituzionali per i rei e la condanna, a seconda della gravità dell’eresia, ai lavori forzati presso tipografie antifasciste. I libri proibiti andrebbero inseriti – per dirla all’antica – in un “Catalogo di diverse opere, compositioni et libri, li quali come eretici, sospetti, impii et scandalosi si dichiarano dannati et prohibiti in questa inclita e democratica Nazione italiana”.
Un solo dubbio – a margine della nostra proposta – ci assale: che l’offensiva proibizionista possa sortire l’effetto contrario. Un po’ come avvenne, nel secolo scorso, negli Stati Uniti, dove la messa al bando degli alcolici favorì la crescita del mercato nero, l’aumento del prezzo del prodotto e la diffusione dei liquori. Nel caso dei libri “non conformi” il rischio fa comunque corso, a maggiore gloria della democrazia, della libertà e naturalmente dell’antifascismo.

di: Antonella Ambrosioni @ 15:40


Mag 18 2019

Pd senza idee, gli rimangono solo il passato e…Di Maio. Saranno guai per Zingaretti

Lo confesso, questa volta mi ero proprio convinto che fosse fondata e veritiera quella metafora popolare, di cui fu autore un cardinale di Curia prima di essere immortalata da Andreotti, che recita: ”A pensare male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca”. La lettura delle pagine del “Corriere della Sera” degli ultimi due mesi aveva data la netta sensazione che il quotidiano avesse subito una sgradevole metamorfosi. Avevo la netta sensazione che il glorioso quotidiano avesse inopinatamente abdicato a quel rigore tradizionale di obiettività che l’aveva reso, nel corso di un secolo e mezzo di vita, lo specchio più fedele della vita politica e civile della nostra Nazione. Tutto, dalla titolazione della prima pagina fino al contenuto ed all’impostazione di editoriali, servizi e approfondimenti, palesava che il quotidiano di Luciano Fontata aveva scelto una linea ed una rotta precise, dettate da una opzione univoca e fortemente sbilanciata. L’inedita bussola emergeva senza tanti sottintesi dall’uniformità nel puntare fino alla noia sulla divaricazione di posizioni politiche fra i due vicepremier Salvini e Di Maio. Una titolazione di prima pagina che deve aver messo certamente a dura prova la stessa padronanza dell’assortimento di sinonimi e metafore posseduto dai sapienti colleghi del “Corriere”. Questo era avvenuto ancor prima che lo scontro fra le due anime inconciliabili della maggioranza gialloverde divenisse, come appare oggi in tutta chiarezza, una rissa dichiarata e quotidiana. Un fenomeno di maieutica attiva di indirizzo e influenza sul divenire fattuale dei fatti politici, oppure una manifestazione ammirevole di preveggente visione profetica?

Due editoriali chiarificatori

Poi, improvvisamente, all’inizio della settimana, ecco arrivare da Milano uno sprazzo di luce chiarificatrice, per riportare nella sfera dell’onesta ragionevolezza l’analisi di una campagna elettorale un po’ schizofrenica e alquanto furbastra. Lunedì e martedì, in serrata successione, i due massimi editorialisti del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia e Angelo Panebianco sono intervenuti sui due temi centrali su cui gira la giostra semantica della presente campagna elettorale: l’appello “fuori tempo massimo” e troppo sovraccarico di meschina strumentalizzazione politica, di un “allarme antifascista” squillato proprio da ambienti che sono i meno storicamente legittimati a sollevare questa bandiera, che ebbe indubbiamente un giusto ruolo votato al culto della libertà, ma tanti, tanti anni fa, nella storia unitaria della nostra Patria, ma che oggi ha un suono sordo come una moneta falsa, certamente uscita “fuori corso”.

A 24 ore di distanza. Angelo Panebianco ha affrontato un tema suscitatore di molti e amletici dubbi, che investe lo stesso ubi consistere e lo stesso ruolo oggi della sinistra in Italia. Il primo tema è quello del vero e proprio “tradimento” del messaggio antifascista, quello vero cioè, quello che portò il nome purissimo di Matteotti, dei fratelli Rosselli e di Pertini, una speculazione perpetrata ultimamente in Italia, destrutturandolo e umiliandolo a strumento meschino, teso unicamente al recupero di un consenso popolare perduto, come si assiste sin dall’aperture della campagna elettorale europea.

La Costituzione e l’inclusione

Questo fenomeno Galli della Loggia lo ha vivisezionato nel suo editoriale con una logica razionale che definirei cartesiana. Ha analizzato i fatti storici che sono oggetto delle XII disposizioni transitorie e finali della Costituzione e vietano la ricostituzione del partito fascista, per passare quindi alle leggi che sanzionano l’apologia di quel regime. Li ha analizzati con una oggettiva durezza, che ancora può farci forse soffrire, ma che da sempre consideriamo necessaria e indispensabile per poter finalmente arrivare al traguardo civico di una storia comune del ‘900 italiano, finalmente riconosciuta da tutte la parti e da “tutte” le anime che hanno formato e formano la sostanza dell’unità nazionale. Con il rigore proprio dello storico che non soggiace al vezzo deprecabile delle interpretazioni di natura ideologica, l’editorialista del Corriere ha messo a sinottico confronto quelle norme costituzionali con la loro traduzione in leggi sostanziali. Ed ha dimostrato quale fu lo spirito patriottico che animò il padri costituenti nel concepire quel comparto legislativo. I costituenti, sottolinea con chiarezza Galli della Loggia, ritennero che la nascente democrazia italiana, reduce oltretutto da una sanguinosissima guerra civile culminata in stragi fratricide dolorose che aprirono ferite a fatica risanabili, e la stabilità stessa di questa nostra democrazia avessero vitale necessità di una volontà inclusiva nei confronti dei nemici sconfitti. Sanzionando però al tempo stesso e doverosamente il ricorso alla violenza, senza però mai proporsi di reprimere e perseguire la libera espressione del pensiero e delle idee. Riaffermando cioè, con una forte ispirazione “volterriana”, il principio cardine della democrazia liberale. Secondo cui tutte le opinioni debbono poter essere libere di essere espresse, anche che le più sciocche e aberranti. Stabilendo contemporaneamente che soltanto il ricorso alla violenza, mirante a farle prevalere con la forza, debba essere represso, con forza inesorabile.

L’antidemocratico Salone del Libro

Ne scaturisce una netta deplorazione del comportamento inopinatamente illiberale di un responsabile di una istituzione che vanta un passato ammirevole di attivismo culturale, come il Salone del Libro di Torino. Un dirigente che ha tentato (inutilmente) di mettere all’indice e discriminare un editore noto per la rigorosa linea di ricerca intellettuale, storiografica e filosofica, del suo catalogo, come il giovane Francesco Giubilei, arrivando poi fino all’assurdità di vantare comeuna luminosa vittoria della libertà la chiusura e l’ostracismo decretato a danno di una minuscola e indigente casa editoriale, ritenuta “colpevole” addirittura di aver pubblicato la biografia di Salvini, cioè di un leader di punta dell’odierno panorama politico della democrazia italiana.

Ottusità politica

La cosa che impensierisce e allarma è il fatto che il signore in questione, che è pur investito a Torino di un ruolo delicato di “operatore culturale”, non si è nemmeno reso conto di aver seguito una prassi tipica dei regimi antidemocratici, dei poteri storicamente persecutori del pensiero “eretico” o “politicamente scorretto”. Quella passi oscurantista che, da un millennio e più, si è impegnata con lugubre ottusità a mettere all’indice o demonizzare i libri ritenuti “trasgressivi del dogma”. La storia mondiale ci insegna che si cominciò sempre, dopo gli ostracismi, con i pubblici falò dei Libri. Per finire poi, ineluttabilmente, con i roghi e le torture degli autodafé, con le stragi degli eretici e dei vinti, con i terrificanti Olocausti. La difesa strenua del Libro si definisce allora come un perno centrale della Democrazia.

Pd, ritorno allo statalismo vecchia maniera

Seguendo una linea d’indagine che si colloca con autorevolezza a cavallo del magistero di Niccolò Machiavelli, della lezione di politologia lasciataci da Prezzolini e da Gramsci, dell’analisi storiografica di Ugo Spirito e di Renzo De Felice, Angelo Panebianco analizza con limpidissima e implacabile forza razionale l’attuale realtà fenomenologica del “ principe” della sinistra oggi in Italia, il PD. Panebianco registra come il PD, chiusa la stagione renziana, tenti oggi con Zingaretti un “ritorno alla radici”, con un programma “di sinistra-sinistra”, che invoca da una lato piani straordinari di investimenti pubblici europei e tasse sulle multinazionali, con un’accentuazione dei temi vetusti di uno statalismo vecchia maniera. Ma, contemporaneamente lancia un messaggio in codice che contiene la disponibilità ad allearsi con i 5 Stelle”. Le previsioni sul redde rationem che coinciderà con la consultazione europea, commenta Panebianco, superano i confini labili dell’ipotizzabile. Se il risultato elettorale del PD sarà “così così e se, contemporaneamente o poco dopo, il governo cadesse, allora per il Pd sarebbero dolori. Perché dovrebbe sedersi a un tavolo per cercare di trattare con i 5 Stelle. A quel punto – annota ancora Panebianco – con la stessa inesorabilità con cui la (leggendaria) mela di Newton cade in terra anziché fluttuare nell’aria, il PD dovrebbe fronteggiare una nuova scissione: di tutti quelli che non ci stanno ad andare a braccetto con Di Maio”.

«Al Pd senza idee rimane solo il passato»

A proposito di un domani che “potrebbe arrivare molto presto” – conclude icasticamente la sua analisi l’editorialista del Corriere – annotando che “quando non hai idee, l’unica cosa che puoi fare è aggrapparsi al passato. E’ quanto sta facendo il Pd. Ma il passato non ritorna mai”. Panebianco ammonisce che se, dopo la consultazione europea, si arriverà ad una prevedibilissima “convergenza fra rossi e gialli, gli uni oppure gli altri potrebbero uscirne con la schiera rotta”. Ed a schiantarsi non è detto che debba essere necessariamente il partito sovranista di Di Maio. Comunque vada l’esito del voto, per il Pd si annunciano anni duri . Soprattutto perché  “le forze che, non importa se al governo o all’opposizione, occuperanno la scena politica di domani non saranno identiche a quelle di oggi”. Quel giorno ormai vicinissimo, osiamo aggiungere noi, si aprirà forse la stagione, che auspichiamo sia un gioioso e felice voltar pagina, della Terza Italia. Un paese democratico e libero, restituito sovrano ad un popolo che saprà costruire un futuro di pace e di progresso per la nostra amata Patria.

di: Antonella Ambrosioni @ 09:31


Mag 17 2019

“Fu Mussolini a istituire la tredicesima”: indagato per apologia su esposto dei grillini

E’ molto preoccupante per la libertà di questo Paese se qualcuno viene indagato per aver detto la verità: la deriva antidemocratica della sinistra e dei grillini è parossistica. Ecco cosa è successo: “Sono stato informato che è stato presentato un esposto nei miei confronti, riguardo ad un post che ho condiviso. Ho condiviso la storia. Non ho nient’altro da aggiungere”. Lo ha detto oggi il presidente del municipio Levante di Genova, Francesco Carleo, rispondendo ai giornalisti dopo l’apertura di un fascicolo per apologia del fascismo, in seguito all’esposto presentato nei suoi confronti dai consiglieri liguri del M5S per un post scritto nei giorni del 25 aprile che omaggiava la figura di Benito Mussolini per avere introdotto la tredicesima nel 1937. Nei confronti delle parole contenute nel post sono stati chiesti chiarimenti anche in consiglio municipale, che si riunirà la prossima settimana. “Ne risponderò il 23 sera, gli dirò le ragioni – ha aggiunto Carleo – Ho condiviso la storia”. Carleo respinge la contestazione di apologia del fascismo: “Nel modo più assoluto – ha concluso – perché condividere un fatto storico non è apologia del fascismo”.  Pe rla cronaca, diremo che il presidente del municipio ha detto la verità: la tredicesima mensilità, infatti, in precedenza era solo una gratifica natalizia volontaria da parte del datore di lavoro, ma nel contratto nazionale di lavoro del 1937 il governo fascista introdusse l’obblig odi corrisponderla, però solo limitatamente ai lavoratori dell’industria. Solo nel 1946 fu esteso a tutte le categorie, ma è chiaro da chi partì la volontà di gratificare i lavoratori per le festività natalizie. Fu certo un processo lungo e complesso, la cui ultima fase poi si ebbe addirittura nel 1960, ma è evidente a tutti che ilo Stato sociale del fascismo smosse la visione padronale di un’Italia ottocentesca e la portò nell’èra moderna.

di: Antonio Pannullo @ 20:55


Mag 17 2019

Esumati a Lussino i marò della Decima caduti eroicamente nel ’45 resistendo ai partigiani titini

Dopo 74 anni sono stati riportati alla luce i resti degli eroici soldati della Decima Mas morti a Lussino, in Jugoslavia, dopo una accanita resistenza alle truppe titine. Ne dà notizia il Giornale in un approfondito articolo a firma Elena Barlozzari, in cui ricostruisce le sconosciute vicende di questi ultimi soldati della Repubblica Sociale Italiana caduti in difesa del loro ideale e della loro patria. Le spoglie di questi ragazzi, inviati da Junio Valerio Borghese sull’isola oggi croata, erano tutti sepolti in una fossa comune al cimitero di Ossero, ma solo adesso ne è stato possibile il recupero. In tutto erano una quarantina i giovani della Decima, e in parte furono deportati e poi uccisi, in parte resistettero ai titini sino all’ultimo: chi fu catturato dai feroci partigiani comunisti, fu costretto a scavarsi la fossa e poi ucciso. I fatti avvennero il 21 aprile del 1945. Secondo le testimonianze, furono solo tre quelli che poterono tornare. Come si diceva, era già qualche anno che la presenza di questo corpi era nota, e nel 2008 la Federesuli aveva apposto una lapide presso il cimitero. Come dice l’organizzazione nel dare notizia dell’esumazione di una trentina di corpi non ancora identificati, riporta sempre il Giornale: “Anche se quei poveri resti, a tutt’oggi, risultano essere ufficialmente di persone ignote, per tutto il mondo dell’esodo lo scavo della fossa di Ossero rappresenta un successo, seppure amaro, conseguito a decenni di distanza ed ottenuto grazie all’insistenza delle associazioni che hanno da sempre richiesto di onorare i propri caduti. Gli scavi, spiegano ancora dalla FederEsuli, “rappresentano l’attuazione dell’accordo stipulato sulle sepolture di guerra da una apposita Commissione mista italo-croata e sottoscritto a Zagabria il 6 maggio 2000”. La FederEsuli, “sin dalla sua costituzione, ha continuamente svolto un’azione di interlocuzione con le istituzioni italiane, affinché si facessero carico di dialogare con le omologhe autorità croate, al fine di ottenere un semplice gesto di pietà umana. Per questo ringrazia sentitamente il Commissariato per le Onoranze ai Caduti in Guerra (Onorcaduti), il Ministero degli Esteri e la Presidenza del Consiglio dei ministri, così come le autorità croate che hanno reso possibile l’esumazione”.

La testimonianza del capitano Federico Scopinich

Risale al 2008 un’altra preziosa testimonianza del capitano Federico Scopinich, che in quell’anno si recò a Lussinpiccolo presso il cimitero di Ossero. Scrive infatti Scopinich: “…Durante successivi viaggi a Lussino e Neresine ho raccolto varie testimonianze, lettere e foto di questi marò; con questo materiale sono riuscito a trovare loro parenti a Genova e in Toscana i quali mi hanno consegnato altro materiale interessante. I soldati della Decima di stanza in Istria e isole erano qualche centinaia divisi tra Pola, Laurana, Fiume e una settantina tra Cherso, Neresine e Lussinpiccolo. Questi reparti erano stati inviati dal Comandante Principe Borghese negli ultimi mesi di guerra per contrastare l’avanzata dei partigiani di Tito in attesa di un presunto sbarco degli Alleati nella penisola istriana (purtroppo mai avvenuto). In tutto i componenti della Decima Mas a Lussino erano una quarantina, distribuiti tra Neresine e Zabodaski. I venti di Zabodaski comandati dal guardia marina Foti si arresero, furono portati in jugoslavia e tornarono in tre o quattro. Nella notte del 19 aprile – prosegue la preziosa testimonianza – una brigata intera di 4600 titini armati dagli inglesi sbarcarono a Verin: metà si diressero verso Cherso, l’altra metà verso Ossero (difesa da 38 tedeschi) che conquistarono dopo gravi perdite e furiosi combattimenti.
La mattina del 20 aprile 1945 investirono la ex caserma dei carabinieri a Neresine dove si erano asserragliati circa 20 marò della X-MAS comandati dal Tenente Fantechi, armati solo di armi leggere. Si arresero solo dopo aver terminato le munizioni; nello scontro il sottocapo Mario Sartori di Genova per non farsi prendere prigioniero si suicidò con l’ultimo colpo del suo mitra. Alla sera, scalzi e denudati, furono portati a piedi fino a Ossero e Belei e quindi di nuovo a Neresine dove furono rinchiusi nella scuola elementare. Il giorno 21 aprile 1945, ricondotti nuovamente a Ossero, dietro al muro del cimitero, furono costretti a scavare due grosse fosse. Vennero quindi massacrati e buttati dentro. Tutto questo è documentato da lettere dei parenti, da testimonianze in loco e da racconti di due sopravvissuti (Nino De Venuto di Genova e Sergente Vito Durante di Padova) che si trovavano con un altro gruppo di marò a Zabodaski. (…) Il sottocapo Mario Sartori di Genova che aveva 20 anni (come gli altri), l’unico morto in combattimento (suicidatosi), era stato sepolto nella tomba di famiglia del Podestà di Neresine, signor Menesini. Ho parlato con la figlia di Menesini a Genova e mi ha confermato che è stato esumato il 7 settembre ’64, insieme al Tenente aviere Carlo Bongiovanni caduto nel ‘42 sul Monte Ossero. Il tutto è stato confermato dal Prof. Oneto di Genova che sfilò il cinturone del ragazzo e lo consegnò alla madre, a Genova, in Piazza delle Erbe”. Il capitano Scopinich è riuscito con le sue ricerche a risalire ai nomi di alcuni dei fucilati: tenente Fantechi di Pistoia (35 anni), marò Ermanno Coppi di La Lima (Pistoia), marò Aleandro Petrucci di La Lima (Pistoia), marò Giuseppe Ricotta di Genova, marò Breda di Milano, marò Marino Gessi di Rimini, marò Rino Ferrini di Padova, marò Ventura, marò Carlo Ponti. Ora ci auguriamo che questi ragazzi, tutti ventenni e volontari, caduti in modo tanto coraggioso, possano finalmente riposare in pace.

di: Antonio Pannullo @ 20:14


Mag 16 2019

«L’Africa agli africani!»: bravo Balotelli. Ma chiedi a Macron e alla May chi l’ha depredata

L’ultimo post di Mario Balotelli è contro chi ha depredato il suo Continente d’origine. Un’accusa chiara e nient’affatto illogica. Ma con una spiegazione incompleta. Probabilmente per mancato approfondimento della questione. Scrive Balotelli sul suo blog: «Nel mio paese nativo, l’Italia, si sente dire:”l’Italia agli italiani”. Sarebbe giusto se anche l’Africa fosse degli africani…». L’Africa, aggiunge il calciatore in forza all’Oyimpique Marsiglia, è povera “pur essendo il continente più ricco del pianeta..” Com’è mai possibile? Il calciatore prova a dare una spiegazione con un’altra domanda che rinvia al problema immigrazione: “Non pensate che se non aveste messo prima e tutt’ora le mani sulle ricchezze in Africa non ci sarebbe stata mai nessuna immigrazione dal continente?“. Bravo Balotelli, stavolta c’hai preso. È andata proprio così: il ragazzo nato a Palermo dalla famiglia ghanese Barwuah e, successivamente, in affido a Brescia ha centrato il punto. Dice il vero quando scrive che l’Africa è stata depredata e tutt’ora è depredata delle sue enormi ricchezze. E sempre dagli stessi soggetti. Manca quindi, nel post del calciatore, la successiva domanda. Ovvero, da chi? Chi ha depredato e depreda l’Africa matenendo indigente oltre un miliardo di esseri umani e spingendoli perciò ad andare altrove? Ecco, caro Mario Balotelli, non è difficile individuare i carnefici dell’Africa. Qualcosa troverai pure su internet, molto altro su libri e manuali. Sono i francesi, gli inglesi e gli americani, storicamente e documentalmente, i predatori peggiori con contorno di olandesi, belgi e tedeschi. Per quanto riguarda la nostra Italia invece, potrai leggere di guerre coloniali combattute anche con la crudeltà propria di ogni guerra. E, tuttavia, nessuno come gli italiani ha poi provveduto a costruire e ricostruire interamente quelle terre e quelle economie; a dotarle di ogni infrastruttura necessaria senza depredare alcunché. Portando ovunque civiltà e migliorando ovunque la vita dei nativi. L’esatto opposto di quel che hanno fatto gli altri. A cominciare da Gran Bretagna e Francia. Che per secoli hanno spolpato tutto lo spolpabile del Continente nero e non solo. E che continuano tutt’ora, insieme alle multinazionali americane e ai baldanzosi cinesi. Chiedilo a loro, Balotelli. Comincia a chiedere conto a quel bell’imbusto di Emmanuel Macron e a quella vispa Theresa May. E vedi se ti rispondono.

di: Salvatore Sottile @ 16:11


Mag 15 2019

Ricordato Peppino Ciarrapico nel trigesimo della scomparsa: un uomo a cui dobbiamo essere grati

Si è svolta presso i locali dell’antica sezione del Movimento Sociale Italiano di via Etruria a Roma, la prima della capitale, aperta nel 1947, una messa in ricordo di Giuseppe Ciarrapico, Peppino per tutti. La cerimonia è stata fortemente voluta dal senatore Domenico Gramazio, che di Ciarrapico fu amico e camerata, che ha pregato don Attilio Russo di officiare il rito, che si è svolto nei locali della vecchia sezione. Anche don Attilio, ex valoroso attivista dei Volontari Nazionali di Alberto Rossi, conosceva bene Peppino Ciarrapico, così come lo conoscevano tutti, da Giorgio Almirante al senatore Maurizio Gasparri, intervenuto alla cerimonia, al giornalista e scrittore Adalberto Baldoni, che ne ha tracciato esaurientemente un profilo. Dopo la messa, don Attilio ha esortato la comunità dispersa della destra a riunirsi e a trasmettere ai giovani quei valori per i quali tante persone hanno lottato e qualcuno ha anche dato il sangue. Domenico Gramazio ha ricordato il suo legame con Ciarrapico, ricordando di quando Ciarrapico gestiva lo stabilimento tipografico Saipem di Cassino, presso il quale furono stampati nel corso degli anni forse milioni di manifesti, sia del partito sia dei candidati. Manifesti che spesso Ciarrapico regalava ai candidati, come Maurizio Gasparri ha tenuto a sottolineare.

Gasparri: Ciarrapico fu anche un coraggioso editore

Imprenditore, uomo politico, manager d’azienda, Ciarrapico fu sempre soprattutto un uomo di destra che non rinnegò mai i suoi ideali e la sua fede: era uno dei pochi ad andare ogni anno a Predappio a rendere omaggio alla tomba di Benito Mussolini. Certo, poi era fraterno amico di Giulio Andreotti, di molti socialisti e socialdemocratici, liberali, repubblicani, ma il suo cuore rimase sempre da una parte. Poi il suo impegno editoriale con le edizioni Ciarrapico, che praticamente in solitario diffondevano cultura di destra, in un panorama desolato e ostile: Ciarrapico fu il primo ad avere l’intuizione di creare dei pocket, per così dire, una linea economica di libri importanti, che potevano così diffondersi agevolmente tra i giovani, che tanti soldi non ne avevano. Questo aspetto è stato messo bene in evidenza da Adalberto Baldoni, che ha definito Ciarrapico un uomo schietto, dinamico, generoso, coerente. Nel corso degli anni ebbe anche l’intuizione e la comprensione dell’importanza della cronaca locale, della provincia, dando vita a una miriade di piccoli giornali come Ciociaria oggi, Latina oggi, Cassino Oggi, Nuovo oggi Molise e altri, che finché durarono ebbero un discreto successo. Per un periodo fu anche amministratore del Secolo d’Italia, che salvò dal tracollo economico. Mise anche un serio ostacolo all’editoria imperante della sinistra, che pretendeva di avere il monopolio della cultura, rilevando dapprima le prestigiose edizioni del Borghese e ripubblicandone i titoli, e in seguito le altrettanto prestigiose edizioni Volpe. Come dimenticare poi la rivista Intervento, fondata da Giovanni Volpe nel 1972, da Ciarrapico rilanciata con la direzione di un uomo come Fausto Gianfraceschi, uno dei primo presidenti della Giovane Italia? L’ultima direzione fu invece affidata a Francesco Grisi, un altro protagonista della cultura della destra. Baldoni poi ha ricordato la carriera e i successi dell’imprenditore Ciarrapico, dalle acque di Fiuggi alle cliniche private, al Policlinico Casilino, oggi un’eccellenza della sanità italiana anche per merito del figlio Tullio, al bar Rosati, alla Casina Valadier. Baldoni ha ricordato anche la presidenza della Roma dal 1991 al 1993. Maurizio Gasparri ha ripercorso poi in particolare la carriera politica di Ciarrapico, che nel 2008 divenne senatore del Popolo delle Libertà per volontà di Silvio Berlusconi. E a Gasparri toccò anche fare il capogruppo di Ciarrapico, che pure con le sue posizioni individuali, tuttavia si rivelò sempre disciplinatissimo nelle scelte del gruppo, evitando molto responsabilmente di aggiungere polemiche. Anche Gasparri, che negli anni di piombo fu anche segretario del Fronte della Gioventù, ha ricordato che i ragazzi di allora lo chiamavano “il coraggioso editore”, da una felice definizione di Almirante che ne lodò l’impegno culturale, a quell’epoca difficilissimo. Ciarrapico , in definitiva, fu un grande protagonista della destra italiana, uno al quale tutti dobbiamo essere grati, anche perché ha dato lavoro nelle sue aziende a camerati in difficoltà, e anche questo non va dimenticato.

di: Antonio Pannullo @ 18:16


Mag 15 2019

A che serve ancora quella disposizione transitoria della Costituzione?

«In Italia nulla è stabile fuorché il provvisorio», diceva Giuseppe Prezzolini: una frase ad effetto che denota la profonda conoscenza del nostro Paese da parte del più corrosivo dei “conservatori” all’italiana. Della nostra “provvisorietà” continuiamo a fare sistema, al punto da rendere permanenti alcune norme transitorie poste in chiusura della Costituzione Repubblicana, fondamento dello Stato italiano. Tra queste un significato del tutto particolare ha la XII disposizione, la quale vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.
I quasi settantadue anni trascorsi dalla promulgazione della Costituzione sembrano essere passati invano se ancora oggi la materia è oggetto di un timore reverenziale decisamente fuori tempo massimo. L’argomento è ancora tabù. Vietato discuterlo. Ancora di più immaginarne la definitiva archiviazione. Il fascismo – si sa – rimane uno spettro da agitare alla bisogna, ben al di là della sua reale (ed organizzata) esistenza. Serve per ricompattare inusuali fronti resistenziali, in grado di spaziare dall’antagonismo più radicale alla cultura liberal, inglobando pattuglie di opinionisti a corto di argomenti. La maggioranza del popolo italiano assiste sgomenta e sempre più dubbiosa, in cuor suo convita che quella norma transitoria andrebbe finalmente archiviata, riconsegnandola alla Storia.
Renzo De Felice, non proprio uno storico “qualunque”, ci aveva provato, dall’alto della sua Cattedra, una trentina d’anni fa, cercando di dare sostanza ad un dibattito mai effettivamente affrontato, in un’intervista concessa a Giuliano Ferrara e pubblicata dal Corriere della Sera (“Le norme contro il fascismo? Sono grottesche, aboliamole”, 27/12/1987).
Allora eravamo all’ennesimo (ancora provvisorio) passaggio istituzionale. De Felice bene puntualizzò i termini della questione, proprio inquadrandola nella crisi della Prima Repubblica e nella necessità di una “rottura” ideologica sulla via di un autentico riformismo (“Se la Nuova Repubblica, o la grande riforma, ha da essere qualcosa di serio e non il rappezzo di qualche regolamento parlamentare, allora è importante che la rottura, anche sul piano intellettuale, investa alcune delle pigrizie ideologiche che hanno permesso il logoramento quarantennale di questa classe dirigente”).
A margine della “provocazione” defeliciana intervennero intellettuali collocati su opposti versanti ( da una parte Paolo Spriano, Enzo Forcella, A. Galante Garrone, Norberto Bobbio, dall’altra Augusto Del Noce, Domenico Settembrini, Indro Montanelli, Ernesto Galli della Loggia), segno della necessità e dell’importanza del dibattito.
A sintesi del confronto lo stesso De Felice concesse una nuova intervista (“La Costituzione non è certo il Colosseo”, “Corriere della sera”, 7/1/1988), fissando quattro elementi di fondo: l’antifascismo non può essere una discriminante per stabilire che cos’è un’autentica democrazia libera; non tutti gli antifascisti sono democratici; l’opposizione concettuale fascismo-antifascismo impedisce di fare un discorso in positivo sui veri valori democratici; l’antifascismo come ideologia ufficiale rischia di indebolire la democrazia, in quanto non ne affronta le odierne difficoltà.
“Se non si vuole cambiare nulla – concludeva De Felice – vuol dire che la Costituzione è considerata come un monumento archeologico. Dunque è giusto non toccare nemmeno un sasso, sennò Italia Nostra interviene e sono guai. Ma io pensavo, al contrario di certi suoi custodi ufficiali, che la Costituzione fosse una cosa viva e vivificabile: questo è il mio modo di rispettarla”.
Oggi, a settantadue anni dall’ entrata in vigore della Costituzione italiana, le sue norme “transitorie” non sono abrogabili ? Chi ha paura del “ritorno” fascista ? Chi teme la piena, completa consapevolezza storica dell’Italia. E la nostra democrazia è ancora così gracile da avere bisogno di certe “norme transitorie”? Le domande, a tanti anni distanza, conservano invariata la loro attualità. Nell’anno dell’anniversario defeliciano riaprire il confronto vorrebbe dire affrontare alcuni dei nodi strutturali del nostro Sistema-Paese. Per farla finita con l’antistorica norma transitoria e provare a ridare nuovo slancio e senso ad una democrazia oggettivamente in affanno, eternamente condannata a vivere con il torcicollo e dunque a non guardare al futuro.

di: Girolamo Fragalà @ 14:22


Mag 08 2019

Salone del libro, l’isteria antifascista è preoccupante. Ma moriranno pazzi

L’isteria per la presenza delle edizioni casapoundiane Altaforte al Salone del libro di Torino ha raggiunto livelli che possono interessare solo gli psichiatri. Un forte disturbo della personalità e un disagio esistenziale sono all’origine di quei sentimenti. Il fascismo non c’entra, se non per la visione distorta e funzionale che ne hanno alcuni spiriti deboli e varie anime agitate.

L’antifascismo, al tempo del fascismo, a sinistra aveva un senso: evitare di perdere il controllo totale delle masse. Al tempo della guerra civile strisciante, durata quattro decenni ancora dopo la guerra mondiale, si spiegava con l’odio del nemico da combattere fisicamente. Oggi siamo alle barzellette. Per un motivo molto semplice. A prescindere dalle buone volontà dei singoli e dei gruppi, in questo momento non esiste alcun fascismo politico ma soltanto una rivendicazione umana, sociale, culturale, che si fa strada nel deserto sociale e che si offre una risposta identitaria nel tribalismo post-moderno.

Intendiamoci: il fascismo aveva compreso in anticipo i tempi in cui visse e perfino i successivi e contiene in potenza delle risposte concrete e valide. Solo che, oggi come oggi, viviamo tutti in una fiction, ai margini della realtà, anche chi si richiama al fascismo. Il “pericolo fascista” che produce tanta isteria è risibile perfino se si calcolano i numeri. Rispetto ad anni in cui la sinistra imperava e in cui essere fascisti era davvero pericoloso, non sembra affatto che i fascisti siano aumentati oltremisura, si espongono più facilmente perché non si rischia la vita, ma i numeri effettivi dell’ambiente sono sempre gli stessi. Il problema è che sono iniziati a sparire i compagni e se prima il rapporto era di venti a uno e ora è di uno a uno la colpa è loro.

Che senso ha allora prendersela così? La ragione, dicevamo, è psichiatrica. Da quando la sinistra ha abbandonato la logica della guerra di classe e ha sposato le utopie liberal delle borghesie occidentali, ha iniziato a sognare mondi perfetti che rispondessero a una serie di dogmi astratti, congeniali agli scenari che il capitalismo favoriva. Il problema è che questi mondi perfetti si sono rivelati inferni di convivenza sociale, disastri economici, morali e culturali. Le classi intellettuali che fungono da araldi del potere sono state spiazzate, si trovano – in termini marxisti – in piena crisi di corrispondenza. Ovvero non controllano più le folle e quindi sono impazzite.

La reazione della gente, con diverse sfumature d’intelligenza e stupidità, di trinariciutismo e d’ingegno, viene condannata perché vista come lesa maestà. La si taccia quindi come “fascista” perché il nemico che un dì aveva fatto paura a borghesi e comunisti è maledetto e, quindi, è facile maledire ogni fenomeno appiccicandogli quell’etichetta. Ciò non soltanto è improprio, ma ormai non funziona neppure più. Ma l’isteria antifascista non si spiega soltanto con questo tentativo fallace: è qualcosa di ben più preoccupante. I costruttori di Torri di Babele, sulle cime di cui tutti vivranno un giorno felici e contenti, non riescono a capacitarsi del tracollo delle loro utopie. Essi credono che l’uomo nasca buono e venga guastato dalla società e ritengono che alcuni eletti illuminati (loro), educando gli altri (che sono ignoranti e vivono senza lumi), emanciperanno l’umanità conducendola in un felice paradiso femminilizzato e castrato.

Se le cose non funzionano così, se la gente non ne può più, se le “risorse” della “società aperta” si mostrano mine vaganti, non si deve accettare la realtà e rivedere il progetto. No, meglio un dargli all’untore per esorcizzare la peste.  Così sono antifascisti perché hanno bisogno di cercare l’untore visto che non intendono affrontare l’epidemia ricorrendo a misure d’igiene e di buon senso. Moriranno pazzi.

di: Girolamo Fragalà @ 15:05


Mag 07 2019

I partigiani si stanno estinguendo e l’Anpi scatena polemiche perché non ha più senso

Nell’antifascistissima polemica che investe in questi giorni il Salone del LIbro di Torino  compare l’Anpi, insieme con una manciata di scrittori in cerca di celebrità perché semisconosciuti al grande pubblico (a parte  lo storico Carlo Ginzburg) .  La presidente nazionale dell’Associazione nazionale partigiani , Carla Nespolo, ha infatti annullato la sua partecipazione per «l’intollerabile presenza al Salone della casa editrice Altaforte che pubblica volumi elogiativi del fascismo oltreché la rivista Primato nazionale, vicina a CasaPound e denigratrice della Resistenza e dell’Anpi stessa». È assai improbabile che questa annunciata defezione getti nello sconforto gli amanti della lettura e coloro che si apprestano a visitare il  Salone di Torino: non risultano particolari meriti editoriali attribuibili all’Anpi.

L’Anpi come soggetto politico

In realtà la notizia+è che al Salone del Libro era prevista la presenza dell’Anpi e questa polemica offre a tale associazione un’ulterore occasione di visibilità. Da qualche tempo l’assocazione partigioni non perde occasione per attaccare tutto ciò che sa, anche lontanamente, di destra e sovranismo.E ciò non solo in relazione alle ricorrenze storiche, ma anche a temi odierni come l’immigrazione. Di pari passo con l’estinzione, per motivi biologici,, degli ex partigiani sta avvenendo una sorta di trasformazione dell’associazione che rappresenta quelli d’ispirazione comuista: l’Anpi è diventata un vero e proprio soggetto politico che partecipa attivamente alla polemica quotidiana: i “nuovi partigiani” (giovani, meno giovani e un po’ anzianotti) si sentono autorizzati a intervenire su tutto e di più.

L’ideologia dell’anifascismo fu inventata dai comunisti

Ciò ha in reatà poco a che fare con gli scopi specifici dell’associazione (la custodia delle memorie resistenziali). L’antifascismo accentua pertanto il suo carattere di strumentalità politica. I tal senso, più che veicolare l’antifascismo in sé, i”partigiani” dell’Anpi veicolano l’ideologia dell’antifascismo, che  rappresenta  una della tante invenzioni del vecchio Pci: l’antifascismo, cioè, non come variante dell’antitotalitarismo, ma come variante della lotta di classe. Per i comunisti di una volta l’antifascismo si identificava con la sinistra in quanto tale: ne conseguiva che scattava immediata l’accusa di fascismo o di neofascisno  per chiunque contestasse i dogmi poltico-ideologici  stabiliti a suo tempo dal partito comunista. Fa oggi le spese di questo meccanismo, tra gli altri, Matteo Salvini, pur non avendo nulla a che fare né con il fascismo né con l’antifascismo. Ma anche così l’Anpi non ha più senso: l’ideologia dell’antifascismo è stata travolta nel naufragio generale dell’ideologia comunista. Continua ad senso invece che l’Anpi si limiti a parlare di storia, come peraltro fanno le altre associazioni partigiane (non comuniste) che non partecipano mai alla polemica politica, limitandosi, come è giusto che sia, alla rievocazione del passato e alla testimonianza dei valori che le ispira.

 

 

di: Aldo Di Lello @ 13:12


Mag 07 2019

“I caduti di destra non vanno ricordati”: gli anni di piombo non hanno insegnato niente

Nei primi Anni Settanta dietro lo slogan “Studenti e operai uniti nella lotta” prese campo l’idea dell’alleanza e del mutuo riconoscimento tra il giovane ceto intellettuale, di estrazione borghese, e il mondo del lavoro operaio, nel segno di un comune radicalismo di classe. L’illusione durò poco, costretti tutti a fare i conti da una parte con il velleitarismo dei contestatori dall’altra con il realismo dei lavoratori, impegnati sul fronte della contrattazione e dei nuovi diritti piuttosto che dell’utopismo maoista. In realtà una saldatura tra studenti e mondo del lavoro si verificò sul fronte opposto, quello del radicalismo anticomunista d’impronta missina, certamente per ragioni ben diverse rispetto a quelle ipotizzate dai contestatori e dalle frange più estreme del mondo operaio. Ad unire studenti ed operai, nel nome di una ben salda visione nazionale, fu il martirologio politico che segnò il decennio Settanta, iniziato, a Genova, con il sacrificio di Ugo Venturini, un operaio edile di 32 anni, militante del Msi, colpito da una bottiglietta, lanciata, il 18 aprile 1970, nel corso di un comizio di Giorgio Almirante, da un gruppo di manifestanti dell’estrema sinistra, con l’intento di impedire il discorso del segretario del Msi. L’agonia di Venturini durò fino al 1° maggio e si concluse con la sua morte, proprio nel giorno della “Festa del lavoro”.
Tralasciamo i dettagli della storia, l’odio che molte forze politiche manifestarono in quell’occasione, i colpevoli mai trovati (malgrado ci fossero un film sugli scontri e numerose foto), lo strazio della famiglia e la difficile vita del figlioletto Walter. Ciò che rende ancora oggi drammatica la vicenda di Venturini, prima vittima degli anni di piombo, è il clima di odio innescato da parte antifascista, in occasione della tradizionale manifestazione a ricordo della morte del militante missino. I quarantanove anni trascorsi da quei drammatici eventi per alcuni sembrano essere passati invano. “Giustiziato il fascista Venturini”: titolava all’epoca “Lotta Continua”. “I fascisti non debbono parlare”: urlano oggi i contestatori genovesi, scesi in piazza per l’immancabile contromanifestazione, inscenata per impedire il tradizionale “Presente !” organizzato sul luogo dove Venturini fu colpito, i giardini antistanti la Stazione Brignole, e dove, nel 2012, l’allora sindaco del Pd Marta Vincenzi autorizzò a dedicare un viale. Da anni, ai primi di maggio, sul luogo si sono incontrati quanti del sacrificio di Venturini continuano a coltivare la memoria. Nessuno aveva mai indetto contromanifestazioni, né sollevato obiezioni. Quest’anno no. Quanti hanno organizzato il contro-presidio (verso un’iniziativa autorizzata dalla Questura), con in testa i gruppi antagonisti, l’Anpi e la Cgil, invece che della vittima, uccisa dall’odio comunista, hanno parlato addirittura di “sfilata nazista”. Il risultato un’ignobile gazzarra, con annesso schieramento dei blindati delle forze dell’ordine, fischi, slogan ed un piccolo tafferuglio, stroncato da una carica della polizia.
Lo stesso odio, la stessa perversa faziosità che hanno recentemente accomunato nel loro tragico destino (“Studenti e operai uniti nella lotta!”) l’operaio Ugo Venturini e lo studente milanese Sergio Ramelli, aggredito, sotto casa, il 13 marzo 1975 da un gruppo di militanti di Avanguardia Operaia, e morto più di un mese e mezzo dopo, il 27 aprile, per via dei traumi riportati. Gli stessi slogan a decine di anni di distanza. La stessa insensata nostalgia per la guerra civile 1943-45 e per quegli anni di piombo, che furono, nel decennio Settanta, segnati da un lungo filo di sangue.
Nei confronti di quelle vittime l’unica strada è il rispetto e il dovere della verità e della memoria. Rispetto, verità e memoria che i nostalgici dell’antifascismo militante non intendono evidentemente riconoscere, nel nome di una visione manipolata della libertà e della democrazia. Gli stessi principi per cui mezzo secolo fa, al grido di “uccidere un fascista non è reato”, vennero stroncate tante vite. Ricordare le vittime di quegli anni non è solo un atto di rispetto verso tanti morti, ma un utile antidoto per impedire che certi drammatici e sanguinosi errori si compiano nuovamente.

di: Girolamo Fragalà @ 12:56


Mag 06 2019

Giorgia Meloni porta un fiore ai dimenticati sette fratelli Govoni, vittime della furia partigiana

Le istituzioni italiane e soprattutto l’Anpi ovrebbero spiegare perché negli ultimi decenni si è – giustamente – parlato dei sette fratelli Cervi, sui quali si organizzano convegni, dibattiti e dove intere scolaresche vengono portate per conoscere la storia (a senso unico), e mai nessuno parla, tranne che la destra, dell’analogo eccidio partigiano dei sette fratelli Govoni, avvenuto a guerra finita ad Argelato. Oggi Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, sarà a Cento, in Emilia Romagna, per incontrare i familiari – quelli sopravvissuti – dei fratelli Govoni e per ricordare con loro l’anniversario di quella barbara strage partigiana, commessa a guerra finita con modalità atroci. Tra l’altro, la cosa che pochi sanno, è che la furia partigiana stava per abbattersi anche sull’ottava dei fratelli Govoni, che si salvò solo perché si era sposata e viveva altrove con il marito e il suo bambino di pochi mesi. L’incontro con i familiari delle vittime è avvenuto alle 15. Subito dopo la Meloni si è recata – accompagnata dai familiari e dai parlamentari emiliani di Fratelli d’Italia Alberto Balboni, Tommaso Foti e Ilenya Lucaselli – presso il cimitero di Pieve di Cento per deporre un fiore sulla tomba dei fratelli Govoni. Come spiega il parlamentare Balboni: “In pochi ricordano che i sette fratelli Govoni furono trucidati da una banda di partigiani comunisti l’11 maggio 1945, a guerra ampiamente conclusa. È una delle pagine più atroci della guerra civile, ma la loro storia non è citata dai libri di scuola, per loro non c’è un museo, le scolaresche non vengono portate a vedere dove vissero e dove morirono, le istituzioni evitano accuratamente ogni commemorazione”. E aggiunge: “La loro memoria – come quella di altre migliaia di vittime innocenti che ebbero il solo torto di trovarsi dalla parte dei vinti – sopravvive solo per l’interessamento dei familiari. Eppure la loro tragedia è emblematica dell’atmosfera di violenza, terrore e omertà che all’epoca regnava nel cosiddetto triangolo della morte e non solo. Colpevoli di essere ritenuti fascisti, anche se soltanto due dei fratelli risposero alla coscrizione obbligatoria della Rsi, furono prelevati dai comunisti e sottoposti a sevizie indicibili e infine strangolati. E ciò nonostante fossero stati appena prosciolti dal Cln, che non aveva ravvisato alcuna colpa a loro carico”. “Dopo il massacro, molti sapevano ma tutti tacevano, nel terrore di nuove vendette e omicidi – prosegue Balboni -. Solo nel 1949 i componenti della brigata comunista che si era macchiata della strage furono denunciati, ma nel frattempo gli assassini si erano già messi al sicuro in Cecoslovacchia grazie all’aiuto del Partito Comunista. A tanti anni di distanza, sarebbe giusto che si ricordasse anche questa tra le tante pagine tragiche della guerra civile, per ricomporre finalmente la memoria lacerata della Nazione tributando a tutte le vittime innocenti e dimenticate, anche quelle tra i vinti, l’omaggio che meritano”.

Pubblichiamo i link di acluni degli articoli del Secolo d’Italia sull’eccidio dei fratelli Govoni

I sette fratelli Govoni, uccisi dopo una notte di torture dai partigiani rossi

11 maggio 1945: la guerra è finita, ma non per i fratelli Govoni, torturati e uccisi

L’eccidio dei fratelli Govoni, uccisi a guerra finita dai partigiani “rossi”

di: Antonio Pannullo @ 19:45


Mag 02 2019

Pavan, l’alpino fascista che andò alla sua fucilazione cantando in faccia ai partigiani. Che ne sfigurarono il cadavere

Il 2 maggio del 1945, a guerra finita, cinque alpini della Rsi, Adriano Adami, Giorgio Geminiani, Mario Frison, Guglielmo Lanza, Alberto Alongi, dopo un processo-farsa dei partigiani, si diressero alla loro fucilazione cantando. L’eccidio avvenne a Saluzzo, e i giovani erano tutti inquadrati nella divisione alpini Monterosa della Repubblica Sociale Italiana. È una delle stragi più efferate e meno conosciute della storia della guerra civile italiana, e vale la pena raccontarla. Anche perché, come moltissime altre commesse dai partigiani, non ebbe un colpevole. La storia si incentra sulla figura del perugino Adriano Adami, nome di battaglia Pavan, che già si era distinto per valore e coraggio sul fronte balcanico, dove si era recato volontario e dove aveva ricevuto un encomio solenne e una Croce di guerra. Ricoverato a Perugia per aver contratto la malaria, saputo nel luglio del 1943 che il suo reparto era al fronte, lasciò l’ospedale febbricitante per raggiungerlo. Tornato a Perugia, aderì immediatamente alla Repubblica Sociale. Dopo aver seguito un corso di addestramento in Germania, fu inquadrato nella IV Divisione alpina Monterosa, venendo destinato al fronte della Garfagnana, ottenendo una Medaglia d’argento e una Croce di ferro tedesca di II classe. Successivamente fu trasferito in Liguria, a Torriglia, dove fu impiegato in azioni di cosiddetta controbanda, ossia anti guerriglia partigiana. Qui Adami fu preso prigioniero dai partigiani bianchi che gli offrirono di cambiare bandiera, cosa che lui rifiutò, riuscendo successivamente a scappare e a tornare a Genova.

Adami Pavan si distinse per la “controbanda” nel Cuneese

Poi la Monterosa fu trasferita nelle valli piemontesi, in Val Varaita. Era il novembre 1944. Qui Adami si distinse per la guerra anti-partigiana, riuscendo in più di un’occasione a mettere in difficoltà le bande partigiane. Alla testa di circa 60 uomini ben equipaggiati e determinati, Pavan portò lo scompiglio in tutto il Cuneese per molti mesi, riuscendo a far arretrare i partigiani. Pavan fu accusato di ferocia, ma non sembra vero: una volta portò all’ospedale di Saluzzo un partigiano ferito che poi fu liberato dai suoi compagni, ma quando i partigiani catturarono un alpino, lo fucilarono. Pavan fu poi accusato di aver dato alle fiamme diversi centri della zona, ma in realtà gli incendi erano avvenuti quando Adami non era ancora arrivato nella regione. Tutto falso, dunque. Il 26 aprile 1945 il battaglione Bassano si arrese ai partigiani, ma molti degli alpini che avevano deposto le armi furono fucilati, come al solito senza processo. Catturato a Crissolo, Adami fu costretto a girare per vari paesi con una corda al collo, insultato, malmenato e dileggiato dalla popolazione, poiché i partigiani, inferociti per i suoi risultati in battaglia, lo accusavano delle atrocità più inverosimili, mentre erano loro che ad esempio soppressero un alpino perché ferito gravemente. Trasferiti nel carcere di Saluzzo, Adami e gli altri furono lungamente torturati e picchiati e poiché non si riusciva a trovare un capo di imputazione credibile, fu estorta con lo stupro e la violenza alla sua fidanzata, Marcella Catrani, un’ausiliaria della Rsi, l’accusa di averla denudata. Nei mesi successivi la Catrani rimase nelle carceri partigiane dove fu ripetutamente sottoposta a violenze. Il processo, come detto, fu un’autentica farsa: i “giudici” erano partigiani che si qualificarono solo per nome, non volendo firmarsi, tra i quali sembra ci fosse anche Giorgio Bocca. Ovviamente Adami e gli altri quattro suoi camerati furono condannati a morte, per crimini inesistenti e questo denudamento di una donna, accusa falsa anch’essa. Condotto alla caserma Musso, Pavan e gli altri quattro cantavano andando verso il muro dell’esecuzione. Furono fucilati alla schiena e poi si accanirono sul corpo di Adami, sfigurandolo. Persino il biglietto che Adami aveva consegnato al parroco per i suoi genitori fu confiscato dai partigiani e distrutto. Il 5 maggio, poi, altri 12 alpini si arresero a Casteldelfino ottenendo la promessa di avere salva la vita, ma furono sommariamente fucilati dai partigiani. L’episodio ha una coda: nel gennaio del 1949 l’avvocato Andrea Mitolo, ex capitano della divisione Bassano, denunciò i reponsabili del Cln di Saluzzo per omicidio e strage, ma nel 1950 il tribunale di Saluzzo dichiarò il non luogo a procedere con la motivazione che “dalle indagini esperite era emerso inequivocabile che si trattava di un’azione di guerra per necessità di lotta contro il tedesco invasore”… E poi ci parlano di 25 aprile.

di: Antonio Pannullo @ 20:05


Mag 02 2019

La “brutta Italia”: fare il delinquente “conviene”. La strategia di ladri e rapinatori

Non è la prima volta che torno sui problemi della giustizia per rappresentare come l’attuale sistema delle sanzioni in particolare penali previste risultano assolutamente irrazionali e in una logica “costi-benefici” spiegano la scelta moralmente riprovevole, ma razionalmente giustificata, di delinquere.

Gli esempi non mancano e vi propongo, cosa intendo dire facendo riferimento ad un modello di scelta razionale in una mente deviata, quando  deve scegliere se è meglio rubare in appartamento o un’auto, ovvero, alzare la posta e decidere per una rapina a casa. Premettiamo che, rispettivamente, il vigente codice penale prevede, nel primo caso, da uno a sei anni di reclusione, nel secondo da 6 mesi a 3 anni e, infine,  per la rapina, da 4 a 20 anni. Scorrendo le statistiche del Ministero della Giustizia la probabilità di successo (e quindi di farla franca) per il delinquente  è nella prima ipotesi di furto in appartamento di circa il 94 % mentre  per il furto d’auto, addirittura del 97%; invece, nel caso di rapina, le percentuali di successo si abbassano in modo vertiginoso fino al 24%.

Peraltro, è noto, in particolare ai ladri che esiste un buon mercato per le auto rubate, mentre è più complesso, in  caso di furto in casa, riuscire a prelevare contante e, a meno di avere notizie certe sull’esistenza di una cassaforte accessibile, di solito si ottengono “solo” beni  preziosi che vengono venduti molto al di sotto del prezzo di mercato. Altra storia sono i furti su commissione che, comunque, rappresentano una componente minoritaria.  Ne segue che il guadagno ipotizzabile da un furto d’auto è generalmente molto maggiore di un furto in casa e probabilmente pari a quello che si ottiene da una rapina in casa. La presenza della famiglia dà, infatti, la possibilità di accedere prontamente alla cassaforte e di prelevare contatti, ovvero di estorcere denaro ai presenti in vario modo.

Ciò premesso ipotizzando un costo per la perdita di libertà del ladro pari a circa 25 euro al giorno, possiamo facilmente calcolare  quali dei possibili furti ipotizzati massimizzano il pay off, in altri termini,  l’illecito che  dà il beneficio maggiore.

Concentriamoci prima sul prezzo della libertà.  Esso generalmente è calcolato in 250 euro per l’ingiusta detenzione. Ma qui stiamo valutando altra cosa, ovvero, se conviene delinquere o lavorare. Adesso, se per un giovane il prezzo medio del lavoro è all’incirca di 700 euro, quindi  circa 25 euro al giorno, diciamo che questo è il denaro a cui rinuncia per la sua libertà.

Adesso con un semplice prodotto  tra la probabilità di finire in prigione (rispettivamente il 16%, il 17% ed il 66%), il mancato guadagno lecito ed ipotizzando che al reo sia applicata la pena detentiva media (dunque: per il furto in casa 3 anni; 1,3 anni per il furto di auto; e, infine, di 12 anni per la rapina) si ha che conviene rubare una macchina per un pay off  di sole 1.898 euro.

Non molto di più per gli altri tipi di reato:  4.653,8 euro per i furti in casa e, 72.270 euro per le rapine. Naturalmente la ripetizione del reato non modifica sostanzialmente il discorso. Ma se a questo dato aggiungiamo la considerazione che la condanna non è quasi mai scontata per intero e di solito, per un furto d’auto, non si va in prigione, troviamo che conviene rapinare piuttosto che lavorare per valori di ricavo atteso dal furto molto minori.

La storia raccontata, che immagino sia comunque ben presente al legislatore, non sembra colpire  più di tanto che continua in una produzione legislativa assolutamente slegata dalle necessità del Paese e sembra piuttosto incline a seguire le mode che di volta in volta infiammano l’opinione pubblica. Eppure, modi oggettivi per scegliere la giusta pena ce ne sono ma non sembrano in alcun modo far parte del set informativo decisionale; in altri termini anche la scelta di essere ladro è una scelta economica e nel comminate pene il legislatore deve tener conto della realtà fattuale.

di: Girolamo Fragalà @ 12:15


Apr 27 2019

“Sempre nei nostri cuori”: necrologio per Mussolini sui quotidiani. Ma si nasconde che fu ucciso dai partigiani

Come da tradizione anche quest’anno per il 28 aprile, data della morte di Benito Mussolini, Il Giornale di Vicenza pubblica un necrologio con la foto e una frase Sempre nei nostri cuori, con un richiamo al ricordo religioso previsto domani alle 18.30 davanti alla chiesa del cimitero Maggiore di Vicenza, davanti al monumento che i ricorda i profughi istriani e dalmati. Nessuna scelta politica o ideologica, soltanto “il necrologio di una persona morta”, sottolinea all’Adnkronos Luca Ancetti, direttore del Giornale che aggiunge: “Credo che tutte le persone morte, al di là delle colpe che possono avere in vita, sono degne di rispetto”. “La foto, la frase, il richiamo sono state pubblicate nella pagina dei necrologi come tanti altri. Ovvio – osserva – che la foto di Mussolini risalti, come avviene nei libri di storia. Ma nel necrologio non c’è nessun richiamo a quello che la persona è stata in vita. E’ uno spazio a pagamento, come lo è per tutti quelli che lo richiedono. E’ chiaro che – sottolinea – se mi avessero chiesto di pubblicarlo in cronaca ci avrei pensato”. Ma una polemica c’è già stata: secondo il gruppo Lealtà e Azione alcuni giornali veneti avrebbero respinto nel necrologio la dizione “assassinato da mano partigiana”, fatto peraltro ormai storicamente acclarato.

di: Antonio Pannullo @ 19:37


Apr 27 2019

40 anni fa ci lasciava il filosofo fascista Ugo Spirito, massimo teoreta del corporativismo

40 anni fa moriva a Roma Ugo Spirito, uno dei più grandi pensatori dell’Italia del Novecento. Filosofo, docente universitario, saggista, aderì al fascismo insieme col suo maestro Giovanni Gentile e fu uno dei teoreti del corporativismo e della rivoluzione fascista. Parecchie sezioni del Movimento Sociale Italiano in tutta Italia erano intitolate a lui.

Ugo Spirito era nato ad Arezzo il 9 settembre 1896 da famiglia agiata (il padre era ingegnere), ma trascorse l’infanzia e l’adolescenza tra Caserta e Chieti, città dove frequentò con profitto il liceo classico Giambattista Vico. Non è cosa molto nota che da giovanissimo Ugo Spirito si era appassionato alle arti figurative: disegni, olii, autoritratti. La passione gli durò fino al periodo universitario, quando le critiche dei suoi compagni di facoltà lo fecero risolvere a bruciare tutte le sue opere. E fu un bene, altrimenti forse non sarebbe diventato il filosofo ricercatore che oggi conosciamo. Si iscrisse a Roma alla facoltà di Giurisprudenza assistendo alle lezioni di Enrico Ferri e Maffeo Pantaleoni, tra gli altri, e laureandosi nel 1918 con una tesi sulla patria potestà. Due anni dopo, nel 1920, lo vediamo bilaureato in Filosofia con una tesi sul pragmatismo, con relatore Giovanni Gentile. Da quel momento Spirito divenne allievo del filosofo di Castelvetrano per non doversene distaccare più, nonostante un certo allontanamento dottrinario parziale successivo. In quel periodo Spirito divenne collaboratore e in seguito anche direttore di autorevoli rivista culturali dell’epoca, come ad esempio il “Giornale critico della filosofia italiana”, “La Cultura”, “Rivista di Pedagogia”, “Vita Nova”, “Critica fascista”, “Archivio di studi corporativi”, “Nuovi studi di diritto, economia e politica” da lui stesso fondata, nel 1927, insieme con Arnaldo Volpicelli. Nella seconda metà degli anni Venti lavorò alla stesura di alcune voci dell’Enciclopedia Italiana, per la quale curò – tra le altre –  proprio la voce su Giovanni Gentile. Contestualmente iniziò la sua attività di docente universitario e iniziò a teorizzare il corporativismo, diventando poi un acerrimo critico del sistema liberale. Dopo l’avvento del fascismo, seguì il suo maestro Gentile e si convinse sempre più che il nuovo regime avrebbe perfezionato la coscienza nazionale iniziata col Risorgimento. Dopo l’omicidio Matteotti optò per una scelta ancora più radicale, sostenendo che il fascismo avrebbe dovuto proseguire sulla strada intrapresa della rivoluzione, senza più contatti con esponenti di passati regimi e partiti e così, al congresso di Bologna degli istituti fascisti di cultura nel marzo del 1925, firmò il Manifesto degli intellettuali fascisti, sottoscritto da 250 intellettuali 33 dei quali ebrei. Tra i firmatari, ricordiamo solo Luigi Barzini senior, Gabriele D’Annunzio, Salvatore Di Giacomo, Curzio Malaparte, Filippo Tommaso Marinetti, Ugo Ojetti, Alfredo Panzini, Luigi Pirandello, Margherita Sarfatti, Ardengo Soffici, Giuseppe Ungaretti, Gioacchino Volpe, Giovanni Papini, Riccardo Bacchelli, Enrico Fermi, Pietro Mascagni, Massimo Bontempelli. 

Il fascismo coinvolse gli intellettuali per cambiare lo Stato in modo rivoluzionario: oltre al Manifesto, pochi mesi prima venne creato l’Istituto Nazionale Fascista di Cultura, poi denominato Istituto di Cultura Fascista, fondato da Giovanni Gentile; nello stesso periodo fu istituito l’Istututo Giovanni Treccani per la pubblicazione dell’Enciclopedia Italiana; nel 1926 fu istituita l’Accademia d’Italia di cui fu presidente per molti anni Guglielmo Marconi. Numerose poi furono le riviste attraverso le quali il fascismo espresse le sue posizioni culturali, da “Primato” a “Critica fascista”, dal “Selvaggio” al “Bargello”. In particolare Giuseppe Bottai, fascista della prima ora e ministro della Cultura popolare, riuscì a coinvolgere nella redazione delle riviste scrittori come Renato Guttuso, Elio Vittorini, Enzo Biagi, Corrado Alvaro, Vasco Pratolini, Eugenio Montale e Cesare Pavese, tutti futuri esponenti dell’antifascismo. Il 1° maggio successivo Benedetto Croce rispose con un Manifesto degli intellettuali antifascisti, pubblicato su diversi giornali dell’epoca. Nel 1929 Spirito partecipò al Congresso nazionale di Filosofia a Roma e iniziò a diventare il maggior teorico del corporativismo fascista, continuando a insegnare e scrivendo saggi filosofici e politici e arrivando a teorizzare un nuovo approccio alla politica che definì problematicismo. Nel 1932 fu molto criticato quando attaccò la concezione tradizionale della proprietà privata e del sindacalismo, da lui visti come una espressione del capitalismo, come l’altra faccia dei capitale, proponendo – per superare questo – di trasformare i lavoratori delle aziende in azionisti delle stesse insieme ovviamente con i datori di lavoro. Era un concetto rivoluzionario e le critiche non mancarono, ma Spirito poté sempre contare sul pieno sostegno di Benito Mussolini e di Giuseppe Bottai. In seguito Spirito si lamentò per questi attacchi, ma in realtà, a freddo, si può affermare che sua carriera non fu mai messa in discussione e che non fu mai perseguitato per le sue opinioni, eterodosse sì, ma non più di quelle di tanti altri intellettuali fascisti. Per tutti gli anni trenta fu continuamente invitato a tenere relazioni, convegni, incontri culturali, nonché al ruolo di giudice presso i prestigiosi Littoriali della cultura. Per capire il suo approccio filosofico, basta leggere la prima frase del suo libro del 1937 “La vita come ricerca”: “Pensare significa obiettare”; e dentro c’è tutto l’intellettuale rivoluzionario e fascista Ugo Spirito. Frattanto si era allontanato dal suo maestro Gentile, sia pure solo dal punto di vista scientifico, e aveva sostenuto strenuamente l’alleanza Italia Germania persuadendosi che alla fine della guerra “Mussolini avrebbe vinto la pace” e dicendosi convinto della natura rivoluzionaria della guerra. Nel 1944 iniziò il processo di epurazione contro Spirito, al quale solo per il volere del fato non toccò il destino del suo maestro Gentile, assassinato in un agguato terrorista da due partigiani rossi a Firenze. Fu sospeso dall’insegnamento e accusato di apologia i fascismo, ma Spirito riuscì a dimostrare che la sua era solo una costruzione dottrinaria e così fu riammesso all’insegnamento. A differenza di molti ex esponenti fascisti, Spirito dopo la guerra non si limitò all’insegnamento ma fu collaboratore di diverse pubblicazioni e relatore nei convegni: insomma, tornò alla vita pubblica. Nel 1962, dopo aver viaggiato in Unione Sovietica e Cina, pubblicò un libro sul comunismo di quei Paesi e sul loro esperimento sociale, ponendo ancora una volta in evidenza il fatto che spesso la rivoluzione tradisce sé stessa. Intanto continuava la sua analisi e la sua ricerca: nel 1971 scrisse con Augusto del Noce “Tramonto o eclissi dei valori tradizionali” e nel 1975 organizzò il primo convegno internazionale su Giovanni Gentile e il suo pensiero. Nel 1977 sposò Gianna Saba. Il 28 aprile di 40 anni fa morì a Roma. Nel 1981 si è costituita a Roma la Fondazione Ugo Spirito, che custodisce l’archivio e la biblioteca del filosofo e si distingue per una serie di valide iniziative culturali. Il presidente è lo scrittore e storico Giuseppe Parlato.

 

di: Antonio Pannullo @ 18:36


Apr 27 2019

25 aprile? Ricordiamo anche il 28 aprile e il massacro partigiano dei 43 giovani legionari a Rovetta

Ora che il 25 aprile è passato, possiamo ricordare il 28 aprile, quando a guerra finita i partigiani della 53° Brigata Garibaldi trucidarono 43 giovani legionari fascisti in una delle loro solite esecuzioni sommarie. L’eccidio avvenne a Rovetta, in provincia di Bergamo, e i giovani assassinati appartenevano alla I DIvisione d’assalto “M” della Legione Tagliamento, inquadrati nella Guardia nazionale repubblicana della Rsi.La divisione dall’ottobre del 1943 operava nel Bresciano, come supporto alle telecomunicazioni e contrasto ai partigiani. Il 26 aprile 1945 i militi della DIvisione, appresa la notizia della fine della guerra, decisero di recarsi a Bergamo guidati dal sottotenente Roberto Panzanelli. Si incamminarono perciò, preceduti da una bandiera bianca, sulla strad adi Rovetta. Qui giunti, consegnarono le armi al locale Comitato di liberazione nazionale, che firmò un documento a tutela dei prigionieri,con garante anche il parroco Bravi, membro dello stesso Cln. I militi vennero poi trasferiti nelle scuole locali, in attesa di essere consegnati o all’esercito del Sud o alle truppe alleate. Ma il 28 aprile arrivarono a Rovetta dei partigiani garibaldini e portarono immediatamente i giovani presso il cimitero per assassinarli. Invano il sottotenente tentò di far valere il documento, che gli venne strappato di mano e calpestato. Al colmo della crudeltà, i partigiani, dopo aver scoperto che Giuseppe Mancini, 20 anni, era il figlio della sorella di Mussolini Edvige, lo costrinsero ad assistere all’esecuzione sommaria di rtutti i suoi camerati, prima di assassinarlo. Durante il trasferimento al cimitero un giovane milite, Fernando Cascioli, riuscì fortunosamente a fuggire e rimase nascosto tre mesi prima di poter tornare nella sua città, Anagni. La responsabilità dell’orrenda strage compiuta a guerra finita fu attribuita a tale Paolo Poduje, detto Moicano, originario di Lubiana e quindi verosimilmente in contatto coi boia di Tito, che anni dopo ammise di aver dato l’ordine di fucilazione sommaria. Sembra che Poduje fosse invischato coi servizi segreti britannici. Nel 1946 la procura di Bergamo aprì un’inchiesta ma nel 1951 stabilì che non fu uno sterminio ma un’azione di guerra, in quanto nel Bergamasco l’occupazione finì il 1° maggio. Però il tribunale non tenne conto che si trattava di prigionieri disarmati che si erano arresi al nemico, fiduciosi della sua correttezza e lealtà. C’è sempre la convenzione di Ginevra, se i tribunali non vollero fare il loro dovere. A guerra finita, senza processo: non si può certo parlare di operazione di guerra, ma solo di barbaro sterminio. Impunito come molto crimini partigiani. Le vittime della furia partigiana avevano dai 15 ai 22 anni.

Pubblichiamo l’elenco delle vittime:

  • ANDRISANO Fernando, anni 22
  • AVERSA Antonio, anni 19
  • BALSAMO Vincenzo, anni 17
  • BANCI Carlo, anni 15
  • BETTINESCHI Fiorino, anni 18
  • BULGARELLI Alfredo, anni 18
  • CARSANIGA Bartolomeo Valerio, anni 21
  • CAVAGNA Carlo, anni 19
  • CRISTINI Fernando, anni 21
  • DELL’ARMI Silvano, anni 16
  • DILZENI Bruno, anni 20
  • FERLAN Romano, anni 18
  • FONTANA Antonio, anni 20
  • FONTANA Vincenzo, anni 18
  • FORESTI Giuseppe, anni 18
  • FRAIA Bruno, anni 19
  • GALLOZZI Ferruccio, anni 19
  • GAROFALO Francesco, anni 19
  • GERRA Giovanni, anni 18
  • GIORGI Mario, anni 16
  • GRIPPAUDO Balilla, anni 20
  • LAGNA Franco, anni 17
  • MARINO Enrico, anni 20
  • MANCINI Giuseppe, anni 20
  • MARTINELLI Giovanni, anni 20
  • PANZANELLI Roberto, anni 22
  • PENNACCHIO Stefano, anni 18
  • PIELUCCI Mario, anni 17
  • PIOVATICCI Guido, anni 17
  • PIZZITUTTI Alfredo, anni 17
  • PORCARELLI Alvaro, anni 20
  • RAMPINI Vittorio, anni 19
  • RANDI Giuseppe, anni 18
  • RANDI Mario, anni 16
  • RASI Sergio, anni 17
  • SOLARI Ettore, anni 20
  • TAFFORELLI Bruno, anni 21
  • TERRANERA Italo, anni 19
  • UCCELLINI Pietro, anni 19
  • UMENA Luigi, anni 20
  • VILLA Carlo, anni 19
  • ZARELLI Aldo, anni 21
  • ZOLLI Franco, anni 16

di: Antonio Pannullo @ 17:55


Apr 27 2019

Via della Seta: ecco come la Cina approfitta delle divisioni dell’Occidente

Secondo la definizione del geografo tedesco Ferdinand von Richthofen che, nel 1877, nella introduzione all’opera Tagebucher aus China la Seidenstraße per la prima volta parla della «Via della seta», si tratta del reticolo, che si sviluppava per circa 8 000 km, costituito da itinerari terrestri, marittimi e fluviali lungo i quali nell’antichità si erano snodati i commerci tra l’impero cinese e quello romano. Nelle intenzioni dei cinesi questo enorme itinerario si dovrà sviluppare in tutti i domini della attività dell’uomo sul nostro pianeta, comprese perciò anche quelle di costruzione e gestione delle reti di telecomunicazioni e informatica.

La via della seta e la strategia della Cina

Questo straordinario progetto è l’evoluzione dell’azione di espansione commerciale e di influenza della Cina sul resto del pianeta in particolare nelle aree fino ad oggi abbandonate o poco considerate dall’Occidente e catturate dai cinesi, in modo particolare l’Africa. Ma non solo. Io stesso sono testimone di uno dei tanti progetti realizzati dai cinesi in Montenegro piuttosto che in Iran. Si tratta della costruzione delle Autostrade che i cinesi hanno finanziato quasi per intero pretendendo perciò di essere loro stessi a costruirle. In sostanza fino ad oggi essi hanno utilizzato la loro leva finanziaria per entrare nelle varie aree geografiche e diventare interlocutori duraturi perché costruttori di opere infrastrutturali.

La divisione del mondo occidentale

Tali opere hanno tempi di ammortamento molto lunghi e le nazioni che si sono impegnate con questi contratti avranno bisogno di molti anni per restituire il debito. In molti casi esse non avranno mai i soldi necessari. L’idea dei cinesi di conquistare il mondo con il consenso delle nazioni dell’Occidente è molto furba e poggia sulla divisione del mondo occidentale, in primis l’Europa, che è sempre stata presente soprattutto in Asia in ordine sparso, e può sfruttare la tentazione che il mercato cinese grande di un miliardo e mezzo di persone rappresenta per il resto del mondo.

I ritardi dell’Italia nelle grandi opere

Di fronte a questo scenario credo sarebbe stato opportuno per l’Italia evitare di diventare la prima nazione fra i padri fondatori della Europa ad appiattirsi sulle volontà cinesi, in assenza di qualsiasi dibattito interno sulla situazione internazionale e sulla collocazione internazionale che l’Italia ha scelto o intende scegliere nei prossimi anni. In ultimo ma chi può seriamente credere che l’Italia che discute per decenni sulla Tav, per centinaia d’anni sul ponte sullo stretto di Messina, che ha rinunciato all’uso del nucleare, che non costruisce inceneritori e termovalorizzatori, che dopo due decenni non ha ancora realizzato la terza corsia sulla A1  sarà nelle condizioni di affidare queste opere ai cinesi. Com’è evidente è una burla, spero che i viaggi dei nostri politici in Cina siano piacevoli.

di: Girolamo Fragalà @ 10:15


Apr 26 2019

Flash mob di FdI in Umbria. Giorgia Meloni: “No all’ennesimo centro islamico” (video)

 

Fratelli d’Italia ha organizzato un flash mob a Marsciano, in provincia di Perugia, per protestare contro la costruzione di una nuova moschea.

Il discorso di Giorgia Meloni a Marsciano

«Siamo a Marsciano – ha detto la leader di Giorgia Meloni in un video postato su Facebook – in un sito dove dovrebbe nascere un’altra moschea, per dire no: no alla nascita di nuove moschee, no fin quando non verranno approvate le norme che Fratelli d’Italia chiede a tutela della sicurezza dei cittadini. Noi chiediamo che ci sia un albo degli Imam. Vogliamo sapere chi predica nelle moschee. Vogliamo che quelle prediche vengano fatte in italiano perché siamo in Italia e si parla la lingua italiana. Così tutti possono capire cosa si sta dicendo».

Meloni: “Da chi arrivano i soldi per la moschea?”

«E vogliamo sapere da dove arrivano le risorse per aprire questi centri culturali e queste moschee. Perché non è un mistero che la gran parte di questi centri venga finanziato da nazioni fondamentaliste: il Qatar, l’Arabia Saudita. Nazioni nelle quali vige la pena di morte per apostasia, la pena di morte per omosessualità, la lapidazione per adulterio, zero diritti per le donne: tesi che non vogliamo vengano propagandate a casa nostra».

Meloni: “Chiediamo sicurezza per i cittadini”

«E chiediamo l’introduzione del reato di integralismo islamico. Purtroppo il fondamentalismo islamico è una realtà con la quale bisogna fare i conti. Lo abbiamo visto anche in queste settimane, abbiamo visto che una persona è stata quasi sgozzata perché indossava il crocifisso. E a qualcuno dava fastidio che in Italia si potesse indossare il crocifisso. Noi chiediamo sicurezza per i cittadini e diciamo no alla costruzione di nuove moschee fin quando questo governo non si deciderà ad approvare le nostre proposte in materia».

 

di: Valter Delle Donne @ 20:01


Pagina successiva »