Nov 17 2019

Pino Tosi ci ha lasciato. Una vita in prima linea nella temperie degli anni di piombo

Pino Tosi gli anni di piombo li ha attraversati tutti. E tutti in prima linea. Per tutta la vita ha avuto quella fervente passione politica che ha diretto tutte le sue scelte. E anche negli ultimi anni, che stava in pensione, attraverso la sua attività mandava un certo tipo di messaggio politico, soprattutto ai giovani. Negli ultimi anni aveva eletto a suo “buen retiro” la cittadina costiera di Santa Marinella. Lì viveva insieme alla sua fidanzata Ana, che condivideva con lui le iniziative culturali di cui si occupava. Animatore dei una associazione culturale che agiva in tutta la regione, Pino Tosi era uno studioso del Medioevo, dei Cavalieri Templari, delle Crociate. Ma anche dei Vichinghi, degli Antichi Romani, insomma di tutte le tradizioni religiose e culturali del passato. E siccome era anche un bravo artigiano, ecco che riproduceva spade, scudi, quadri, oggetti vari in tema. Non c’era palio o iniziativa culturale nel Lazio a cui lui non partecipasse, curando sfilate e ricostruzioni storiche di grande spettacolarità.

Pino Tosi andava a scuola con Veltroni

Ma la storia politica di Pino Tosi inizia oltre mezzo secolo fa. Precisamente quando frequentava la scuola per cine operatori Tv, non lontana dall’Istituto Nautico a Roma. Era la stessa scuola di Valter Veltroni, che frequentava proprio negli stessi anni di Pino Tosi. Pino era praticamente l’unico di destra in una scuola totalmente rossa, e gli scontri e le aggressioni ai suoi danni erano frequenti, quotidiani. Pino si difese sempre con onore, atterrando sempre diversi aggressori prima di essere sopraffatto. In quegli anni di avvicinò all’organizzazione politica Avanguardia Nazionale, molto attiva a Roma Sud, ma non solo. Lì, nella sede di via Arco della Ciambella e di via Cernaia probabilmente imparò i fondamenti politici e attivistici che lo avrebbero informato in tutta la sua vita (attivistica).

Da Avanguardia Nazionale al Msi

Nel 1969, quando il segretario del Msi Giorgio Almirante chiese a Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale di rientrare nel Msi, Pino fu tra quelli che tornarono. In realtà per Avanguardia Nazionale non ci fu una grande risposta, mentre per Ordine Nuovo sì. Chi conosce la storia dei movimenti extraparlamentari di destra sa cosa significa. Pino rientrò, nella sezione di via Livorno, vicino piazza Bologna, e in breve tempo ne divenne segretario. Grazie alla sue capacità e al suo carisma. La sezione Nomentano-Italia era tra le più forti di Roma. Fondata nel 1949 (prima in via Corvisieri e poi a via Livorno 1), era la sezione dove tradizionalmente era iscritto il segretario del partito. Centinaia di iscritti, attività intensa, la sezione aveva il controllo completo del territorio. Non sembri strano, perché negli anni Settanta l’estrema sinistra si era completamente militarizzata e teorizzava e praticava l’eliminazione fisica di tutti i cosiddetti fascisti. Ma la sezione guidata da Pino Tosi era ben inserita nel quartiere, grazie a quella penetrazione sociale e culturale di cui Pino fu sempre strenuo fautore. Istituì i cosiddetti Nps, i Nuclei di propaganda sociale, che si occupavano dei problemi del quartiere e dei suoi abitanti. Fondò un giornale, Circoscrizione, che veniva distribuito nei locali pubblici della zona.

Il Msi al quartiere Nomentano-Italia

Spaccio di droga in quegli anni non ce ne fu mai e a ogni ora del giorno la sezione aveva delle vere e proprie vedette che annunciavano le aggressioni dell’ultrasinistra. Sì, perché la sezione è abbastanza vicino al Tiburtino, a San Lorenzo, all’Università. Da questi luoghi provenivano gli assalti e gli attentati contro il Msi. La sezione fu più volte assaltata e bombardata negli anni di piombo. Era frequentata, tra gli altri, oltre che dal segretario del partito, dai fratelli Sermonti, Corrado Mannucci, Romolo Sabatini, Claudio Volonté (fratello di GianMaria che ogni tanto si faceva vedere) Giorgio Bacchi, Giulio Caradonna, e da molti combattenti della Repubblica Sociale, tra cui ricordiamo Romolo De Rosa. Fu in quella sezione che Pino Rauti e Giulio Caradonna presentarono per la prima volta in Italia il libro di Konrad Lorenz L’anello di re Salomone, portando così l’etologia nel nostro mondo.

La sezione di Pino Tosi era tra le più forti di Roma

Come detto, la sezione era molto forte, e per questo spesso i suoi attivisti erano distaccati presso le sezioni Portonaccio (in via Govean) e Ponte Mammolo, sedi di frontiera. E una sera avvenne un epico scontro sul Ponte Tiburtino, proprio al confine con la zona rossa. Pino raccontò che lui e una quindicina di militanti erano andati in affissione su via Tiburtina. I compagni questo non lo potevano tollerare. Si radunarono un centinaio di persone e li assaltarono così, senza dire nulla. Pino e i suoi camerati, spalle al muro, si difesero strenuamente e valorosamente e alla fine furono i compagni a scappare. Tutto bene? Non proprio. Il giorno dopo l’Unità scrisse che cento fascisti avevano aggredito giovani democratici… E andò avanti così per anni, con i giornali antifascisti che sistematicamente distorcevano o ribaltavano la realtà. Politica propagandistica che prosegue ancora oggi, a mezzo secolo di distanza. I segretario del partito nominarono più volte Pino Tosi tra i quadri dirigenti del Fronte della Gioventù.

Quella epica trasferta a Milano

Fu proprio in questa veste che Pino partecipò ai famosi scontri di piazza Castello a Milano. Era il 1972, e i democraticissimi comunisti volevano impedire un legittimo comizio del Msi, annunciando una grande mobilitazione. Parlava Mario Tedeschi. Gli attivisti del Msi andarono a Milano per difendere una cosa che dovrebbe essere pacifica, ossia il diritto di parola. Pino da parte sua organizzò la sua squadra, che si scontrò prima nella metropolitana e poi a piazza Castello con i comunisti. Per gli intolleranti della sinistra fu una disfatta completa. Furono costretti a una fuga ignominiosa proprio nella Milano che credeva di poter controllare militarmente. Centinaia di comunisti con caschi, spranghe, fazzoletti, chiavi inglesi, bombe molotov avanzavano contro il palco missino. Ma giunti a duecento metri dal servizio d’ordine del Msi, si sbandarono e fuggirono.

La beffa alle forze dell’ordine

Alla storia ci sono due code. La prima a Milano, dove i compagni si picchiarono, accusandosi reciprocamente di aver consentito ai fascisti di parlare. La seconda a Roma, dove fu la polizia dell’allora questore Improta a essere beffata. Sapendo che i 300 attivisti missini stavano rientrando col treno, la polizia era pronta per arrestarli tutti alla stazione Termini. La beffa è stata raccontata da una leggenda dell’attivismo romano, Franco Tarantelli. Poiché si immaginava una ritorsione delle forze dell’ordine, un attivista rimasto sconosciuto tirò il freno d’allarme proprio alle porte della stazione Termini. I 300 attivisti missini scesero da treno e si dispersero nelle strade circostanti.

Aderì a La Destra di Buontempo e Storace

Gli episodi sarebbero tantissimi, ma per dare la cifra di che tipo di uomo era Pino Tosi, ne ricordiamo solo un altro. In via Lorenzo il Magnifico c’era un bar frequentato da ragazzi che non avevano capito cosa fosse il Msi ma si spacciavano per fascisti. Seduti al bar, ogni volta che passava un anziano ex partigiano lo insultavano e dileggiavano. La figlia, indignata, andò a sfogarsi con Pino Tosi, allora segretario della sezione. Pur non essendo i ragazzi iscritti alla sezione, Pino andò a quel bar e da allora l’anziano ex partigiano non fu mai più molestato. Concludiamo questo non esauriente racconto di Pino Tosi con le sue parole relative a un argomento che oggi è tornato di grande attualità, il razzismo. “A noi non ci ha mai interessato. In sezione avevamo un ebreo e un africano musulmano. Con loro abbiamo lavorato sempre ottimamente. Il razzismo? A noi non era congeniale”.

Dopo gli anni di piombo, Pino aderì alla Destra di Storace e Buontempo. Dopo la fine di questa esperienza, si ritirò a Santa Marinella, ma in  tutte le sue attività ci fu sempre il richiamo a un certo mondo, a certi valori e a certe tradizioni.

di: Antonio Pannullo @ 20:09


Nov 12 2019

Ci ha lasciato Luigi Turchi: dalla Decima Mas di Borghese a deputato del Movimento Sociale

Lutto nel mondo della destra. È scomparso all’età di 94 anni a Roma Luigi Turchi, protagonista delle battaglie del Movimento Sociale Italiano. Turchi fu il fondatore, con il padre Franz Turchi, nel 1952, del Secolo d’Italia. Luigi ne fu il direttore amministrativo fino al 1965. Laureato in Giurisprudenza, fu giornalista, scrittore e deputato del Msi per tre legislature. Classe 1925, partecipò a tutte le battaglie della destra italiana negli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta. Spesso è ricordato per un episodio “epico” del Msi, avvenuto il 16 marzo 1968 a Roma. Quel giorno, era proprio il suo compleanno, Luigi Turchi insieme con Almirante, Massimo Anderson e Caradonna, guidò i giovani missini negli scontri all’università. I missini infatti occuparono la facoltà di Lettere, feudo della sinistra, in contrapposizione al Movimento studentesco. Ma Turchi, pur essendo un uomo d’azione e una grande politico, era molto più di tutto questo.

Turchi proseguì la tradizione della Befana fascista

Ci piace ricordare che per molti anni, dopo la guerra, organizzò le famose Befane Tricolori. Eredi naturale dell’altrettanto famosa Befana Fascista voluta da Benito Mussolini. Di cosa si trattava? Erano dei pranzi organizzato il giorno dell’Epifania da Turchi e altri esponenti missini in grandi alberghi della capitale e al palazzetto dello sport. A questi pranzi parteciparono anche duemila persone. Si trattava degli iscritti al Msi di Roma e dei loro figli, ai quali alla fine dell’incontro venivano consegnati pacchi dono bellissimi. E lui, insieme ad altri parlamentari del Msi, intrattenva questi bambini e gli consegnava i doni. Inutile dire che Luigi Turchi era il massimo finanziatore di questa iniziativa, da quell’uomo generoso che era. Negli anni successivi, quando il clima politico si inasprì, Turchi era sempre pronto ad accorere nelle sezioni del Msi attaccate. In particolare, frequentava, tra le altre, anche la sezione Marconi, la “Ezio Maria Gray”, spesso oggetto di attentati dinamitardi. E Turchi per primo dava un contributo per la ricostruzione della sede.

Turchi fu parlamentare attivissimo e corretto

Ma Luigi prendeva con serietà anche il suo impegno parlamentare. Era attivo, per così dire, in piazza e in parlamento. Nelle sue tre legislature alla Camera ha presentato ben 165 progetti di legge, intervenendo in aula 65 volte. Come scrisse qualche anno fa la Piazza d’Italia, giornale fondato dallo stesso Turchi, “è stato  un lavoratore infaticabile, dai tempi della X Mas, alle attività del giornalismo mai cessata. La grandezza di un uomo che si è dedicato per una vita ai diritti degli italiani, senza mai venirne meno. Cercando sempre la soluzione a tutti i problemi che sono venuti negli anni. Dell’onorevole Luigi Turchi si ricordano le numerose leggi per i reduci di guerra, eroi della patria che hanno combattuto per la bandiera”.  Trovò anche il tempo tra i suoi numerosi impegni per scrivere diversi saggi. Tra questi ricordiamo certamente “Incontro con il Nemico”. Successivamente fu Commissario generale per l’Esposizione Internazionale di Tsukuba 1985 ,dell’Esposizione di Vancouver 1986, di Brisbane 1988 e dell’Expo di Siviglia 1992.

Le commosse condoglianze di Fratelli d’Italia

Tutto il mondo della destra commossi per la morte di Luigi Turchi. Tra i primi interventi, quello del capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida. “A nome mio e del gruppo di Fratelli d’Italia alla Camera le più sentite condoglianze per la scomparsa di Luigi Turchi, figlio di Franz, fondatore de Il Secolo d’Italia. Già parlamentare del Movimento sociale italiano, fu imprescindibile punto di riferimento della destra romana e nazionale. Ai familiari e ai suoi cari, l’abbraccio di tutti noi”. Condoglianze sentite anche dal vicepresidente del Senato e senatore di Fratelli d’Italia Ignazio La Russa. “Esprimo le mie sentite condoglianze per la scomparsa di Luigi Turchi, figlio di Franz, fondatore di Il Secolo d’Italia. Luigi Turchi fu parlamentare del Msi e figura di spicco della destra romana e nazionale. Al figlio Franz e ai suoi familiari giungano le mie sentite condoglianze”. A nome della Fondazione Rivolta Ideale il senatore Domenico Gramazio si associa alle condoglianze per la morte dell’onorevole Turchi.

I funerali di Luigi Turchi si terranno domani alle ore 12 presso la parrocchia di sant’Eugenio.

di: Antonio Pannullo @ 18:16


Set 02 2019

Addio a Ennio Rosati, 15enne nella Rsi e colonna della sezione Garbatella del Msi

Ennio Rosati, nato a Roma il 21 ottobre 1930, ci ha lasciato ieri dopo una vita intensa, sempre al servizio del suo Ideale. Tutti a Roma conoscevamo Ennio, che fu maestro di vita per più di una generazione di attivisti del Movimento Sociale Italiano. Ma lui veniva ancora da più lontano: dalla Repubblica Sociale italiana, dalle Fiamme Bianche nelle quali si era arruolato seguendo il padre Romolo, tenente della Milizia postale della Rsi, prima a Ferrara e quindi a Brescia dove Romolo fu arrestato. “Ricordo – ci disse Ennio qualche anno fa – che gli portavo da mangiare in carcere”.

Ennio ha sempre abitato nei “lotti” della Garbatella, oggi quartiere modaiolo ma che nei decenni passati fu solidamente operaio. La Garbatella, di cui tra pochi mesi celebreremo il centenario della fondazione, è un sogno non completamente compiutosi: su progetto di Paolo Orlando, presidente dello Smir (Sviluppo Industriale e Marittimo di Roma), doveva realizzarsi un canale navigabile che partendo da Ostia si sarebbe attestato nell’area alle spalle della Basilica di San Paolo con la costruzione del nuovo porto urbano. A questo progetto fu affiancato quello di quartieri operai sull’esempio delle città giardino inglesi per ospitare le famiglie delle maestranze impiegate nella nascente area industriale di Ostiense. I primi lotti di Concordia, questo era il nome originale della Garbatella, nacquero tra il 18 febbraio 1920 e il 1922 dall’idea progettuale originale di Orlando a cui si affiancarono Innocenzo Costantini, Massimo Piacentini e Gustavo Giovannoni. Con alterne vicende l’edificazione della Garbatella continuò fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale a cui il quartiere non mancò di versare il suo contributo di sangue a causa dei bombardamenti anglo-americani. E qui Ennio trascorse moltissimi anni della sua vita, per strada, da ragazzino e poi con gli amici da adolescente. Dopo la guerra vi tornò e si sposò, impiegandosi nelle Poste. E anche allora l’esistenza non era facile, Ennio con grandi sacrifici provvide alla sua famiglia, l’amatissima moglie e i figlòio Glauco e Marco,  integrando il suo impegno di lavoro con quello sindacale e politico. Lavorando e facendo politica, Ennio riuscì anche a studiare laureandosi in Economia e Commercio. Attivissimo sindacalista nella Cisnal-Poste, il sindacato nazionale dei post telegrafonici, ne divenne segretario provinciale a cavallo degli anni di piombo quando all’ufficio “pacchi domicilio” nacque il gruppo che scherzosamente fu chiamato dei “Sette Samurai” di cui oltre a Ennio facevano parte Francesco Rossi e Mario Onesti, tutti iscritti e militanti del Msi nella sezione, neanche a dirlo, della Garbatella, in via Guendalina Borghese, non lontano da casa di Ennio che inizialmente abitava in via Guglielmo Massaia per poi trasferirsi in via Costantino, nei “palazzoni” che inizialmente erano stati realizzati per ospitare gli alberghi dell’Esposizione Universale del 1942.

Nella sezione di Via Guendalina Borghese oltre ai “Sette Samurai” erano iscritti altri postali tra cui Mario Faccenda che della Cisnal – poste diventò segretario nazionale (nella foto è il secondo da sinistra affianco a Ennio primo a sinistra). Una presenza così radicata del Msi alla Garbatella non deve sorprendere nonostante questa fosse diventato un quartiere “rosso”: già nel 1947 un gruppo di attivisti tra cui proprio Rosati, Enrico Ragno – un altro combattente della Rsi – e Dino Travaglini, riuscì a trovare uno scantinato sotto i palazzi ex Incis, in piazza Caterina Sforza 2, e ad aprire con determinazione e coraggio la prima sezione del Msi che, come ricordava Ennio, era un vero e proprio “covo”. Come molte altre sezioni del Msi di Roma, anche la Garbatella era animata dai famosi Volontari Nazionali di Alberto Rossi, il servizio di autodifesa del partito, dei quali anche Ennio faceva parte. Dopo qualche anno i missini aprirono un’altra sezione del vicino quartiere di Tor Marancia, zona altrettanto difficile, in piazza Lante, il cui segretario era all’epoca De Francesco. Attivissimo dopo la guerra era in quella parte di Roma il Partito Comunista Italiano, che negli ultimi mesi del conflitto aveva occupato quella che si chiamava “la Villetta”, già sede del Partito nazionale fascista, e che in seguito divenne sezione del Pci e di tutti i partiti che gli succedettero, fino al Pd. Ma nonostante questo il primo comizio in piazza alla Garbatella, davanti alla chiesa di San Francesco Saverio in piazza Sauli, fu quello di Giorgio Almirante, seguito da migliaia di persone nonostante il colore del quartiere. Grande amico di Ennio di quegli anni era l’indimenticato Silvano Seclì, “fegataccio” di attivista, col quale Ennio compì ogni sorta di azioni e di avventure attivistiche che oggi farebbero tremare i polsi a chiunque. Insieme a Silvano, Ennio pattugliava il quartiere sulla vecchia motocicletta Rumi del suo amico, facendo scritte contro Scelba in tutto il quartiere e poi dileguandosi tra i lotti grazie alla loro perfetta conoscenza della Garbatella. Verso la fine del decennio degli anni Cinquanta la sezione si trasferì nella sede attuale, in via Guendalina Borghese 8, non lontano dal palazzo della Regione Lazio. I primi segretari furono Gino Ragno, Sallusti, Francesco Rossi, scomparso pochi anni fa e, tra le responsabili femminili, l’indimenticabile Daniela Frisini. Sempre negli anni Cinquanta gli attivisti missini della Garbatella, stanchi della prevaricazione e delle prepotenze del Pci, assaltarono la “Villetta” comunista, in uno scontro che rimase epico nella memoria del quartiere a cui furono chiuse le vie d’accesso con dei camion e al quale prese parte attiva anche Enzo Erra. Un altro episodio storico importante lo abbiamo potuto chiarire grazie ad Ennio ed è quello che i giornali amano definire “i fatti della Garbatella” del 1970, violenti scontri di piazza nei quali però il Msi non ebbe nulla a che fare: furono le sinistre e in particolare il Pci che scatenarono una violenta guerriglia urbana per protestare contro il vertice Nato e in quell’occasione, furono i carabinieri col comandante D’Inzeo che assaltarono la “Villetta” da dove partiva la guerriglia. Scontri nel quartiere tra missini e comunisti ce ne furono certamente, ma tutto sommato, ci raccontò Ennio, le cose raggiunsero un certo equilibrio dopo che i missini fecero capire che volevano essere rispettati e che avevano anche loro il diritto di di fare politica nel quartiere. Negli anni di piombo la sezione subì ben sei attentati dinamitardi e una serie di aggressioni. Cambiarono le generazioni, gli attivisti anziani se ne andarono e ne giunsero di più giovani, vi furono diaspore, nuovi afflussi, polemiche fisiologiche, ma la sezione Garbatella, intitolata a Bruno Spampanato, giornalista e scrittore, fascista di sinistra, elaboratore del Manifesto di Verona, nonché primo direttore del Secolo d’Italia e deputato del Msi, rimase sempre aperta. Nella sezione vennero a parlare e a tenere conferenze persone del calibro di Mieville, Erra, Romualdi, Caradonna, Maceratini, oltre allo stesso Almirante e moltissimi altri. In questa sezione di sono formati tra gli altri politici come Giorgia Meloni e Andrea De Priamo, nonché Simone Di Stefano, oggi segretario nazionale di CasaPound. Anche il figlio di Ennio, Glauco, è stato apprezzato esponente politico e consigliere municipale della Garbatella così come il fratello Marco, attivo nel sindacato Cisnal, di cui fu anche segretario provinciale.

Negli anni Ottanta Ennio fu nominato da Almirante responsabile provinciale del Msi per la zona sud, i Castelli, una vera cintura rossa. Tra l’altro Rosati fu anche l’ultimo segretario missino della sezione di Montecompatri, dove erano iscritti anche Teodoro Buontempo e Rutilio Sermonti. Ennio Rosati fu anche Consigliere municipale di Alleanza nazionale dell’Eur dopo il suo trasferimento sulla Laurentina e anche in questa nuova avventura riscosse stima e rispetto. Anche negli ultimi anni Ennio ha continuato a fare politica sindacale, con l’Ugl Poste: ogni giorno andava nel suo ufficio presso il ministero organizzando iniziative sindacali e attività varie insieme con i suoi colleghi del sindacato. Aveva passato gli ottanta anni ma il suo spirito era sempre quello del quindicenne che si arruolò nella Repubblica Sociale per seguire il suo amato papà Romolo. Alla famiglia Rosati e a quanti lo amarono giungano le più sentite condoglianze del Secolo d’Italia e della Fondazione Alleanza Nazionale.

Le esequie di Ennio si terranno domani martedì alle 11 presso la parrocchia San Filippo Neri nella sua Garbatella. La camera ardente sarà allestita presso l’ospedale Sant’Eugenio all’Eur dalle 9 alle 10.30.

Si ringrazia per la preziosa collaborazione l’architetto Giuseppe Pezzotti, “vecchio” attivista della sezione Garbatella

(Nella foto: Romolo Rosati nella Rsi; il labaro della sezione Garbatella in occasione del ventennale del Msi nel 1966; comizio di Almirante alla Garbatella: il primo da sinistra è Ennio Rosati)

di: Antonio Pannullo @ 17:36


Ago 15 2019

Addio a Pino Conte, una vita silenziosa al servizio del Msi e grande signore d’altri tempi

Ci ha lasciati Pino Conte, per decenni apprezzato e insostituibile dipendente del Movimento Sociale Italiano e ascoltato consigliere dei vertici del partito a cominciare da Giorgio Almirante, che ricorreva a lui ogniqualvolta avesse bisogno di un consiglio per quanto riguardava le complesse leggi elettorali di questo Paese. Pino Conte infatti era uno dei massimi esperti italiani di questo complicato settore, stimato anche dal famoso prefetto Claudio Gelati che per anni diresse l’ufficio elettorale del Viminale. Pino per anni è stato una figura di riferimento nel Msi: ha occupato con grande competenza, pari solo alla sua umiltà e spirito di servizio, importanti incarichi nei vari uffici del partito, dalla diffusione alla propaganda all’ufficio elettorale: conosceva a menadito tutte le leggi in materia, tanto che quando nacque il Popolo delle Libertà, dall’unione tra Alleanza nazionale e Forza Italia, nel 2009, quanto Pino era già in pensione da parecchi anni, al momento di presentare le liste fu richiamato in servizio proprio lui per sbrogliare la matassa di cui nessuno capiva nulla. E lui, come al solito, se la cavò egregiamente facendo il suo dovere come sempre. Due lauree, di cui una in Economia Commercio, era il massimo esperto contabile del partito, ma non per questo aveva messo su arie: anzi, faceva a tutti la dichiarazione dei redditi, dava consigli, aiutava come poteva con la sua grande competenza. Pino, oggi lo si può dire, ha sempre fatto del bene a chi ne aveva davvero bisogno, ma non lo disse mai. Lavorava dieci o dodici ore al giorno, e spesso portava anche il lavoro a casa, senza mai pretendere nulla.

Nato nel maggio del 1937, era cresciuto alla scuola della sezione del Msi del Prenestino, una sezione che faceva delle battaglie sociali la sua ragione di vita, custode della memoria del fascismo e della Repubblica Sociale: era la sezione di Donato Lamorte (con cui Pino rimase amico tutta la vita), Ignazio Di Minica, Alberto Pompei, Enrico Cannone, Gianfranco Rosci, Angelino Rossi, Benito Condemi, Matteo Petrone, Carlo Aliverinini, Enzo Maria Dantini, Alberto Tani, Claudio Santellani, Daniele Rossi, e poi in tempi più recenti Massimo Magliaro, Lodovico Pace, Gigi D’Addio, Raoul Tebaldi, Walter Benvenuti, Volantino, Vittorio Sbardella e tutti quei fantastici attivisti della palestra di via Rivera e centinaia e centinaia di altri che passarono per questa storica sezione intitolata alla Medaglia d’Oro Francesco Maria Barracu. Tornando a Pino Conte, era tanto serio e professionale sul lavoro quanto scherzoso e disponibile e compagnone con gli amici, dai quali era indistintamente amato e benvoluto: ci piace ricordare tra gli altri i suoi colleghi con cui lavorò, da Franco Montemurro, scomparso di recente e che compare con lui nella foto che pubblichiamo insieme con Silvia Masetti, preziosa collaboratrice del Ctim di Mirko Tremaglia, a Luciano Dottori, a Nicoletta Grossi, a Roberta Carnello (che ci ha fornito la foto), a Mauro Desideri e ai tanti dipendenti del partito che si sono avvicendati negli anni. Ma Pino era sempre lì: impeccabilmente in giacca e cravatta, distinto, signorile, disponibile, sempre pronto a spiegare le cose a chi ne sapeva meno di lui, ossia a tutti. Non abbastanza apprezzato per quanto valeva, anche a causa della sua modestia e della sua riservatezza, ma soprattutto della sua continua disponibilità a risolvere i problemi di tutti e in primo luogo del partito in cui credeva e che era la sua ragione di vita: sì, perché Pino Conte era un Camerata nel senso più nobile che noi diamo a questo termine forse oggi desueto. Se ne è andato con discrezione, com’era nel suo stile, lasciando la moglie Pina e tre figlie, a cui vanno le condoglianze più profonde del Secolo d’Italia e della Fondazione Alleanza Nazionale, che lo rimpiangono sempre. Era di questo stampo che erano fatti gli uomini e le donne del Movimento Sociale.

Per chi volesse salutare un’ultima volta Pino Conte, le esequie si terranno domani 16 agosto alle ore 11,30 in via Augusto Lupi, nella chiesa Santa Maria Regina Mundi nel pressi di via Casilina a Roma.

di: Antonio Pannullo @ 19:56


Ago 13 2019

Mario Sironi, artista fascista: da volontario nella 15-18 all’adesione alla Repubblica Sociale

Mario Sironi, di cui oggi ricorre l’anniversario della morte, è uno degli artisti italiani più interessanti del secolo scorso. Pittore, scultore, architetto, illustratore, scenografo, grafico e anche scrittore, contribuì all’avanguardia culturale artistica nella prima metà del Novecento. Nato nel 1885 a Sassari, dove la famiglia si era trasferita per lavoro, si trasferì prestissimo a Roma, dove ebbe la sua formazione culturale. Proveniente da una famiglia di artisti, architetti e scienziati, Sironi compì studi tecnici, approfondendo però la musica, la letteratura, il disegno. Giovanissimo, si lega ai circoli artistici dello scultore Ettore Ximenes e del pittore Antonio Discovolo, frequentando i corsi della Scuola Libera del Nudo di via Ripetta a Roma. Frequenta anche Umberto Boccioni e Gino Severini e lo studio di Giacomo Balla, grazie al quale approda al Divisionismo. Dopo alcuni viaggi in Francia e in Germania, alla vigilia della guerra si avvicina al Futurismo partecipando alla Libera Esposizione Internazionale Futurista del 1914 a Roma. Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale si arruola volontario nel Corpo nazionale dei Volontari ciclisti e automobilisti, del quale già facevano parte Boccioni, Marinetti, Sant’Elia, Funi Russolo, continuando nel contempo a collaborare con riviste culturali. Rimane al fronte fino al 1918, quando inizia a collaborare con la rivista di trincea Il Montello insieme con Massimo Bontempelli.

Sironi su salvato dalla furia partigiana da Rodari

Dopo il congedo rientra a Roma e si rituffa nell’attività culturale e artistica,partecipando anche a esposizioni collettive e personali. La critica si era accorta intanto di lui: Margherita Sarfatti, oltre che Umberto Boccioni, lo lodarono per le sue opere, molte delle quali in questo periodo ispirate alla guerra. Nel 1919 sposa Matilde Fabbrini, dalla quale avrà due figlie. Sironi però continuava a vivere in ristrettezze economiche, per cui decise di trasferirsi a Milano; a questo periodo risalgono i suoi paesaggi urbani. Qui si avvicinò al fascismo, partecipando anche alle riunioni del Fascio milanese. Nel 1920 firma il Manifesto futurista e diventa illustratore per il Popolo d’Italia (da cui è tratta l’immagine che pubblichiamo). In questi anni Sironi collaborerà a molte rivista fasciste e sarà l’ispiratore dello stile fascista nell’arte. Nel 1922 aveva fondato insieme con altri pittori il movimento d’avanguardia Novecento Italiano, animato dalla Sarfatti. In tutti questi anni continua a dipingere e a esporre, con alterni successi. Esegue all’inizio degli anni Trenta una vetrata per il ministero delle Corporazioni e due grandi tele per il Palazzo delle Poste di Bergamo. In questo periodo si dedica sempre più alla grande decorazione, alla pittura murale, considerando ormai il quadro una forma di espressione insufficiente. Fino alla fine del fascismo Sironi continuò a realizzare importantissime opere pubbliche di ampio respiro e di grande impatto ideologico. Nel settembre 1943 Sironi aderì senza indugi alla Repubblica Sociale italiana, e il 25 aprile, a Milano, rischia anche di essere assassinato dalla furia partigiana che passava per le armi tutti i fascisti o presunti tali senza processo. Sironi fu infatti fermata da una banda partigiana, e solo l’intervento di Gianni Rodari, comunista e uomo di cultura, riesce a salvarsi. Sironi vede crollare il suo mondo, e inoltre la sua depressione è aggravata dal suicidio della figlia Rossana. Dopo la guerra continua però a lavorare, continuando a dipingere e a esporre, rifiutando però sempre di partecipare alla Biennale di Venezia. Nel 1955 esce la importante monografia su di lui di Agnoldomenico Pica e nonostante gli attacchi dei critici comunisti l’anno successivo viene nominato accademico di San Luca. Nel 1961 la sua salute è ormai deteriorata e nell’agosto del 1961 è ricoverato in una clinica di Milano dove il 13 muore per una broncopolmonite.

di: Antonio Pannullo @ 18:36


Ago 05 2019

La vita esemplare di “Otto il silenzioso”, che al comando degli U-boot terrorizzò gli inglesi

La storia di Otto Kretschmer, di cui oggi ricorre l’anniversario della morte, avvenuta nel 1998, è legata agli U-boot, una delle più formidabili armi dell’esercito tedesco durante la Seconda Guerra Mondiale. Gli U-boot sono stati celebrati da film, documentari, libri e Otto Kretschmer è stato l’asso dei sommegibili, avendo al suo attivo l’affondamento di ben 44 navigli alleati. Le sue decorazioni parlano per lui: Croce di Cavaliere della Croce di ferro con fronde di quercia e spade (che ricevettero solo in 159), Croce di Cavaliere della Croce di ferro con fronde di quercia, Croce di Cavaliere della Croce di Ferro, Croce di Ferro di I classe, Croce di Ferro di II classe e il Distintivo di sommergibilista in oro con brillanti. Il suo eroismo e la sua correttezza indussero nel 1955 lo Stato maggiore della Germania Ovest a richiamarlo in servizio nella Bundesmarine, dove concluse la sua carriera come ammiraglio di flottiglia. Lo chiamavano Otto der Schweigsame (Otto il silenzioso), ma non perché fosse taciturno ma perché conduceva i suoi U-boot in un attacco definito “corsa silenziosa” durante il quale non faceva mai uso della radio.

Kretschmer, una vita al comando degli U-boot

Otto Kretschmer nacque nel 1912 ad Heidau, una delle più antiche città della Slesia, oggi in territorio polacco. All’età di 17 anni studiò per alcuni mesi all’University College in Inghilterra, dove imparò fluentemente a parlare inglese. Nel 1930 entrò nella Reichsmarine dove dopo l’addestramento raggiunse il grado di Cadetto del Mare. Dopo alcuni imbarchi su diverse navi dove perfezionò il suo addestramento, nel 1936 fu destinato agli U-boot, dove ebbe il grado di tenente al comando dell’U-boot 35, che fu coinvolto nella guerra civile spagnola. Nel 1937 fu mandato a comandare l’U-boot 23, dove lo trovò l’nizio della Seconda Guerra Mondiale. I suoi primi impegni con la Kriegsmarine lo videro nel Mare del Nord e sulla costa britannica, dove nel gennaio 1940 affondò la sua prima nave, una cisterna danese. Un mese dopo affondò una cacciatorpediniera inglese. Successivamente Kretschmer fu al comando dell’U-boat 99, dove iniziò ad attaccare di notte, in superficie, i navigli nemici, in genere usando soltanto un siluro. La citazione “una nave, un siluro” è attribuita a lui. La sua rivoluzione fu di iniziare ad attaccare le navi di notte all’interno di convogli. Nei mesi successivi affondò moltissime navi e riportò moltissimi successi. Gli inglesi lo temevano per la estrema temerarietà delle sue manovre. Ma Otto il silenzioso era correttissimo con gli equipaggi delle navi affondate: è noto che mandasse bottiglie di liquori e coperte sulle scialuppe di salvataggio e che una volta fece salire a bordo un marinaio inglese rimasto naufrago su una zattera.

La seconda vita di otto Kretschmer

Nel marzo 1941 Otto Kretschmer fece la sua ultima pattuglia sull’U-99: affondò dieci navi nemiche ma il suo sottomarino fu colpito dalle cariche di profondità di due cacciatorpediniere inglesi: risalito, sotto il fuoco nemico, Otto il silenzioso affondò il suo U-boot. Kretschmer chiese alla cacciatorpediniera inglese più vicina di salvare i suoi uomini e si assicurò che tutti salissero sulle reti messe sulla paratia della nave britannica., ma poi, vinto dal freddo e dalla stanchezza, cadde in mare. Fu solo grazie a un marinaio di Sua Maestà che scese dalle reti e estrasse Kretschmer dall’acqua gelida se lui sopravvisse. In seguito alla sua cattura Kretschmer trascosrse ben sette anni come Pow (Prisoner of war) in un campo di prigionia in Cumbria e poi in un campo in Canada. Solo nel 1947 gli fu permesso di tornare in Germania. Come detto, poiché non aveva commesso crimini di guerra, nel 1955 entrò nella Bundesmarine e poi divenne comandante del personale Nato a Kiel. Si congedò nel 1970 come ammiraglio di flottiglia. Negli anni seguenti otto Kretschmer fu tutto tranne che silenzioso: rilasciò interviste e consulenze sulla Seconda Guerra Mondiale e collaborò anche alla realizzazione del famoso gioco di simulazione Aces of the Deep. Ma il destino ebbe per lui una sorta di contrappasso: nel 1998, mentre era in gita in barca con la moglie per il suo anniversario di matrimonio, l’imbarcazione ebbe un incidente e lui morì nel Danubio. Il suo corpo fu cremato e le sue ceneri furono disperse nel suo amato mare.

di: Antonio Pannullo @ 20:07


Lug 28 2019

“DUX”: quando la storia riemerge scritta su una montagna. Travaso di bile del Pd

Una ennesima, sciocca, faziosa, polemica scatenata dal Pd, che evidentemente non ha altre priorità, come ad esempio la difesa dei lavoratori e il benessere degli italiani. Stavolta la pietra (è proprio il caso di dirlo) dello scandalo è una scritta “DUX” riemersa sulle rocce del monte sul paese di Villa Santa Maria, in provincia di Chieti. Si tratta solo di una delle migliaia di opere e delle realizzazioni del fascismo, che la sinistra vorrebbe cancellare con un colpo di spugna culturale e sociale: ricordate quando si voleva abbattere l’obelisco del Foro Italico? Il sindaco del comune abuzzese, Pino Finamore, ha già detto che non ricoprirà la scritta, in quanto testimonianza del passato storico del paese, poiché generazioni di cittadini sono cresciuti insieme a quella scritta, e poi, perché no? anche perché l’iscrizione potrebbe attirare turisti nel paese, considerato in una zona economicamente svantaggiata. Basti pensare a Predappio, comune arricchitosi grazie al turismo dovuto alla presenza della tomba di Benito Mussolini e a Villa Carpena, turismo che ogni anno porta valuta a tutto un indotto economico fatto di strutture ricettive, bar, ristoranti, negozi. E allora? Allora un deputato abruzzese del Pd ha rivolto una biliosa quanto ottusa interrogazione dalla quale traspare che la parte sana e migliore dell’Italia sia la sinistra, mentre quella retriva e cattiva sia la destra, figuriamoci poi il fascismo. Ovviamente non è così, e la storia si sta già occupando, sia pure tra mille difficoltà e bufale reiterate per quasi un secolo, di dimostrare chi furono i buoni e chi i cattivi, chi costruì e chi invece uccise innocenti e sparse terrore. Senza addentrarci in un dibattito storico-culturale, il Pd e tutta la sinistra si mettano l’animo in pace: non riusciranno mai a cancellare tutte le realizzazioni del ventennio fascista in Italia, dagli acquedotti ai monumenti, dalle abitazioni popolari alle riforme sociali, dalle bonifiche agli invasi artificiali, dalle ferrove alle città di nuova fondazione, fino alle scritte sugli edifici e sulle montagne, certo, che ormai rappresentano la memoria degli italiani e di un periodo storico che non sarà certo dimenticato per volere di una sinistra anti-italiana ormai allo sbando.

 

(Foto tratta da Il Primato nazionale)

di: Antonio Pannullo @ 17:57


Lug 23 2019

Quattro suggerimenti per l’apertura della fase tre di Fratelli d’Italia

Alla vigilia dell’Assemblea Nazionale del prossimo giovedi 25 luglio credo sia importantissimo analizzare con chiarezza quello che è accaduto dall’ormai lontano dicembre 2012, quando lanciammo il Movimento, ad oggi e le prospettive con gli obiettivi che dobbiamo darci. L’anno scorso scrissi un articolo di considerazioni che suscitò qualche polemica e che non fu preso bene da qualcuno: ma riflettere ad alta voce non è mai sbagliato, sia per chi pensa che per chi legge. Alle elezioni del febbraio 2013 Fratelli d’Italia raggiunse uno striminzito 2%, che fu comunque un punto di partenza. Nel 2014 mancammo il quorum delle Europee, ma il Partito raggiunse il 3,7%, consolidandosi poi ulteriormente alle regionali 2015 e alle amministrative di mezzo tempo. Nel 2018 finalmente alle politiche fu raggiunto un 4,3%, risultato forse un pò inferiore alle nostre aspettative, ma che ci permise di conquistare complessivamente 50 parlamentari fra Camera e Senato e diventare un Partito non marginale, di rilevanza nazionale. Alle Europee di quest’anno, con la conquista del 6,5 % e l’elezione di cinque parlamentari a Strasburgo, che diventeranno sei con la fuoriuscita dall’Europa della Gran Bretagna, abbiamo voce in capitolo sul palcoscenico internazionale. Si è conclusa così la fase due del Movimento con la messa in sicurezza della Destra politica e la possibilità di svolgere un ruolo significativo. La fase uno era stata quella di rialzare la nostra bandiera e di testimoniare la nostra sopravvivenza e il ritorno alla nostra politica originale, non subalterna ad altri schieramenti.

Forza politica di governo

Veniamo all’attualità: comincia ora la fase tre che è quella in cui dobbiamo essere protagonisti, non più Movimento politico di opposizione, ma forza politica di governo, con chiare le nostre strategie, le nostre alleanze, la nostra leadership.
La politica è sempre legata alle circostanze e il miglior progetto del mondo si infrange quando non ce ne sono le condizioni. Proprio in questi giorni stanno maturando le condizioni per il salto di qualità, parallelamente alla crisi del “contratto per il cambiamento” tra Lega e Movimento 5 Stelle, forze politiche pragmaticamente compatibili su alcuni punti ed in particolare sull’idea di rottamare il vecchio estrablishement, ma assolutamente incampatibili nelle visioni di fondo e nelle proposte di governo sull’idea del futuro, antagonisti quasi su tutto. Le alleanze “contro” durano il tempo dell’emarginazione del nemico, non di più. Quando gli avversari sono all’angolo, e lo sono Forza Italia e il PD, che non hanno nè idee nè progetti, nè contenuto per rialzare la testa, emergono prepotenti le contraddizioni tra i soci delle alleanze. Nessuno sa se domani, tra qualche settimana o tra qualche mese, ma il loro destino a breve è quello della rottura e del cambio di fronte. Appunto abbiamo di nuovo un ruolo tutto nostro, giochiamo all’attacco. Ma quali sono le linee guida per Fratelli d’Italia? Mi permetto di suggerirne alcune essenziali:

  1. Puntare al Partito a due cifre percentuali; quando si è in difficoltà è difficile crescere, quando si comincia a crescere tutti investono sul risultato prevedibile. Quindi godiamo di una grande attenzione di osservatori, di mass-media, di elettori, di esponenti della politica e della società civile di “area”. Più cresciamo nei sondaggi e più siamo attrattivi. Questo ci impone di aprire le porte a tutti, tranne ovviamente qualche personaggio indesiderabile, non porre paletti nè al centro nè in periferia poichè il contributo collettivo può fare il grande risultato. Ovviamente il fenomeno va governato dando sicurezza e garanzie alla nostra rete organizzativa consolidata, ma essendo molto aperti, disponibili ed accoglienti verso chiunque si avvicina, mostrandogli la possibilità di contare nelle decisioni e nelle prospettive di rappresentanza politica.

  2. Avere forte in mano il timone del Movimento, che proprio per essere inclusivo nei contenuti deve riuscire a rappresentare al suo interno tutte le anime ideologiche della Destra: quella nazionale, quella popolare, quella sociale, quella liberale, quella cattolica, quella laica, quella economica. Nessuna esclusa, ma con una forte capacità di sintesi politica, indispensabile per governarle e per governare poi il Paese e incidere in Europa. Ognuno deve riconoscersi nel Movimento e viverlo come proprio.

  3. Alleanze nella chiarezza con interlocutori che condividono fino in fondo la visione e il progetto comune. Il Polo delle Libertà, la Casa delle Libertà, il Popolo delle Libertà, pur avendo governato anche per lunghi periodi, talvolta anche con buoni risultati, hanno fallito il progetto di cambiare l’Italia proprio perchè all’interno erano inquinati da personale politico che al momento critico cambiava schieramento e poi andava a governare con gli altri, attraverso formule ambigue quali il “Governo del Presidente”, vedi Governo Dini, Governo Amato, Governo Monti, o addirittura direttamente con il PD come il Nuovo Centro Destra di Alfano e i gruppi parlamentari di Verdini con Letta, Renzi e Gentiloni, così come le ambiguità intermittenti di Berlusconi, condizionato dai problemi e dai ricatti, anche giudiziari e finanziari, sulle sue Aziende. Questi passaggi non dobbiamo mai dimenticarli se vogliamo cambiare l’Italia.

  4. Il Gruppo dirigente di Fratelli d’Italia è tema essenziale. La politica come noto dapprima è una proposta ideale ed un progetto teorico, ma poi cammina sulle gambe di uomini e donne. Se quelle gambe e quelle menti non sono forti, determinate e soprattutto numerose, poi si rimane scoperti e subentrano altri. Questo non deve succedere. Fondamentale è la qualità e il reclutamento del personale politico. Senza quello non si va da nessuna parte. Mi sentirei di affermare che proprio quando le cose vanno abbastanza bene, bisogna porre la massima attenzione sulla qualità dei singoli, anche con una analisi non superficiale dei loro comportamenti presenti e passati, della loro capacità di tenuta, della loro capacità emotiva e psicologica, della loro affidabilità nel tempo, della loro capacità di reggere frustrazioni e differimento delle soluzioni e dei risultati. Questo è fondamentale perchè proprio sul deficit del personale politico viaggia la sconfitta. Occorrono persone giovani, entusiaste e di sfondamento, persone più mature che diano sicurezza e continuità, persone più anziane fornite di grandissima esperienza, saggezza ed equilibrio. Così si riescono a reggere e tollerare anche le criticità e le defaillance degli altri. La classe dirigente deve essere anche al vertice numerosa, qualificata, immediatamente riconoscibile e percepibile nei lavori parlamentari, sui mass-media, sul territorio; non può essere ristretta ad un piccolo nucleo che lavora dietro le quinte. Giorgia Meloni che ormai ha una leadership forte e consolidata, deve disporre di almeno 20/30 persone che possano fare i Ministri, i Sottosegretari, i Presidenti di Regione, i Consiglieri di Amministrazione di grandi Enti Pubblici e che abbiano grande competenza nei vari settori della vita pubblica ed economica, riconosciuta in modo indiscusso presso alleati e avversari che possono essere nominati ovunque ci siano spazi disponibili, senza polemiche.

Così, e solo così, potremmo andare al Governo e avere la capacità di cambiare finalmente l’Italia per davvero, condizionando fortemente anche le politiche europee. Perchè noi Europei lo siamo per nascita, e direi anche fondatori non solo della Comunità Europea, ma dell’idea più grande dell’Europa già un paio di mila anni fa. Se non sbaglio l’Europa nasce con l’Impero Romano, dalla Grecia antica e dal Sacro Romano Impero.

di: Francesco Storace @ 11:33


Lug 22 2019

Benessere e azionariato dei lavoratori, avanza un nuovo “modello”?

Come tutti i fenomeni di portata “epocale”, anche il tema della partecipazione dei lavoratori all’interno delle aziende ha tempi e modalità di lunga durata. Vecchie mentalità sono al tramonto. La conflittualità ideologica non sembra più essere un orizzonte realistico, sia per i lavoratori che per il mondo imprenditoriale. Meglio mediare, costruire percorsi condivisi, fidelizzare i dipendenti, riconoscendone il valore professionale. L’idea del lavoro come merce, teorizzata da Marx e concretizzatasi con il capitalismo, non regge più il confronto con la realtà economica, sociale e tecnologica del Terzo Millennio. Partendo da questa presa d’atto si può comprendere, dati alla mano, l’emergere di una nuova sensibilità collettiva, allo stato nascente, che vede nel benessere dei lavoratori e nell’azionariato dei dipendenti le nuove frontiere di una più alta e matura consapevolezza sociale.

A parlare sono due recenti ricerche, che segnano il mondo del lavoro: una sulla correlazione positiva tra benessere dei dipendenti, produttività, e performance aziendale, l’altra sull’espansione dell’azionariato dei dipendenti in Europa.

Sul primo versante ci sono i risultati di una meta-analisi di studi indipendenti, raccolti da Gallup, sul benessere e la produttività di quasi 2 milioni di impiegati e le performance di più di 80.000 unità aziendali, provenienti da 230 organizzazioni indipendenti che comprendono 49 settori in 73 paesi pubblicata da Krekel, Ward e De Neve.

Lo studio condotto da Christian Krekel, George Ward e Jan-Emmanuel De Neve prova a far luce sulla relazione tra benessere performance aziendali.

La soddisfazione dell’impiegato ha una correlazione positiva con la fedeltà del cliente e una correlazione negativa con il ricambio del personale. È importante sottolineare che la maggiore fedeltà del cliente e la produttività dei dipendenti, come anche il minor ricambio del personale, si riflettono nella maggiore redditività delle unità aziendali, come evidenziato da una moderata correlazione positiva tra la soddisfazione dell’impiegato e la redditività.

Nel complesso i dati indicano l’importanza universale del benessere dei dipendenti in tutti i settori.

Tradotti in estrema sintesi questi dati vogliono dire che le buone pratiche d’impresa e la fidelizzazione dei dipendenti rappresentano le nuove frontiere (anche contrattuali) sulla via dell’integrazione sociale e della trasformazione dei rapporti tra datore di lavoro e lavoratori in un patto associativo permanente. E qui entra in gioco il tema dell’azionariato dei dipendenti.

L’anno trascorso, il 2018, è stato un nuovo anno record per l’azionariato dei dipendenti in Europa, con quasi 400 miliardi (pari al 3,11%) di capitalizzazione posseduta dai dipendenti nelle loro società.

Sempre più società europee disegnano piani di azionariato riservati ai dipendenti: l’87,3% delle grandi aziende europee hanno offerto piani di azionariato, il 52,3% di tipo generalizzato, diretto a tutti i dipendenti. Il 33,4% ha lanciato o reiterato piani di azionariato, un dato che ogni anno aumenta.

Anche il numero dei dipendenti azionisti è di nuovo in crescita, e raggiunge 7,5 milioni nelle grandi società. Se aggiungiamo le piccole e medie imprese, circa un milione, il dato totale arriva a 8,5 milioni. In coincidenza con la crisi finanziaria ed economica alcuni Stati europei come la Gran Bretagna hanno scelto di potenziare l’incentivazione fiscale, con la promozione dell’azionariato dei dipendenti e del risparmio di lungo periodo come investimento per il futuro.

Per quanto significativi questi dati non esauriscono il più ampio e complesso tema della partecipazione sociale e di una cogestione che non si limiti all’espansione dell’azionariato dei lavoratori. Siamo cioè in premessa di un discorso che va approfondito e reso più diffuso.

Al fondo – questo però è il dato più rilevante – è che grazie a questi processi d’integrazione va crescendo una volontà partecipativa in grado di permeare l’intero assetto sociale: nuova consapevolezza (dei lavoratori e dei datori di lavoro), risultati immediati (in grado di realizzare le cosiddette “buone pratiche” all’interno delle aziende), integrazione (grazie all’azionariato). La prospettiva è la realizzazione di autentiche e più alte forme di partecipazione. Ce n’est qu’un début . Comunque un buon inizio. Da non sottovalutare. E da seguire con attenzione.

 

 

 

di: Aldo Di Lello @ 16:01


Lug 14 2019

Reggio Calabria ricorda la rivolta popolare del 1970 e i suoi protagonisti

Oggi si è rinnovato l’appuntamento con una delle pagine più dolorose e, nel contempo, più esaltanti della storia di Reggio Calabria: i Moti del 1970. Giuseppe Agliano, Presidente del “Comitato 14 luglio”, che raggruppa Associazioni, Movimenti e Partiti della Destra reggina che da sempre si adoperano affinché questa ricorrenza non cada nell’oblio e per tenere sempre vivo e attuale lo spirito di quei fatti, dà appuntamento all’anno prossimo, quando cadranno i 50 anni della rivolta, rivolta che causò ben 5 vittime, per le quali oggi le associazioni hanno deposto una corona di fiori.

Il governo mandò i carri armati a Reggio Calabria

Sulla rivolta di Reggio Calabria del 1970 sono stati scritti libri, saggi, fatti documentari e servizi giornalistici, ma forse nessuno ha inquadrato veramente quelli che furono i motivi della più lunga rivolta sociale italiana, e quella più determinata,che costrinse il governo a mandare l’esercito nella città calabrese. Convenzionalmente si stabilisce nel 14 luglio l’inizio della rivolta, perché effettivamente è il giorno in cui la città insorse dopo il comizio del missino Natino Aloi e del sindaco Dc Battaglia, ma avvisaglie c’erano state anche nelle settimane precedenti. Se dovessimo indicare la data che dette il via alla sacrosanta rivolta popolare, diremmo certamente il 17 gennaio di quell’anno, quando la Dc in una riunione a Roma, si espresse per Catanzaro capoluogo, soluzione vista con favore anche da Psi e Pci. Dopo le prime contestazioni, anche da parte dei Dc calabresi, ci fu una parziale marcia indietro, e la Dc disse che nessuna decisione definitiva era stata presa, preferendo rinviare il problema a dopo le elezioni amministrative e regionali del 7 giugno, dove il Msi arrivò solo quarto, dopo Dc, Pci e Psi. E il primo luglio si annunciò la convocazione del consiglio regionale a Catanzaro per il 13 luglio successivo. Il sindaco e il Msi annunciarono la mobilitazione davanti a migliaia di persone in piazza del Duomo, seguiti anche da esponenti repubblicani e liberali. Ma a volte il diavolo ci mette la coda e il 6 luglio il presidente del Consiglio Mariano Rumor si dimise lasciando Reggio senza alcun interlocutore. A Villa San Giovanni Amintore Fanfani ammise di non avere soluzioni e venne sonoramente fischiato dalla gente. E quella sera, il 12 luglio, comparvero in città i primi blocchi stradali. Il 13 luglio il consiglio si svolse a Catanzaro, ma senza la Dc e il Msi, che anzi convocarono un controconsiglio a Reggio. I commercianti proclamarono lo sciopero e il popolo si mobilitò.

Il 14 luglio Reggio Calabria insorge

Il 14 la città insorge: cortei si svolgono nelle strade principali e il Msi con Aloi e Ciccio Franco e il sindaco Battaglia animano la protesta. I blocchi stradali si moltiplicano, interi quartieri si rivoltano come gli ormai famosi Sbarre e Santa Caterina. Le forze dell’ordine tentano di smontare le barricate ma esse si moltiplicano sin sull’autostrada. Il regime fa affluire a Reggio uomini e mezzi, ma da tutta Italia giungono in sostegno del popolo calabrese gli attivisti del Msi e di Avanguardia nazionale, che prendono la guida della rivolta popolare. La città piomba nel caos: in serata sul lungomare e via della Marina iniziano gli scontri, la polizia effettua alcuni fermi ma è costretta a liberare i manifestanti dopo un’ulterior eprotesta, i binari e le stazioni vengono occupate, il popolo non si disperde, e la città è completamente isolata. Il 15 luglio è peggio: alla popolazione si aggiungono operai, studenti, ferrovieri, ci sono altri scontri con feriti, le szioni di Psi e Pci vengono incendiate, il fumo avvolge la città. Gli attivisti dell’estrema destra sono instacabili: corrono da una parte all’altra della città, controllano che le barricate non vengano rimosse, prestano soccorso ai feriti, rispondono con sassaiole alle cariche e ai candolotti lacromogeni delle forze dell’ordine. Vengono lanciate le prime molotov. E in questo giorno c’è la prima vittima, Bruno Labate, ferroviere 46enne trovato morto in via Logoteta: non si saprà mai chi l’ha ucciso. Il 16 luglio viene dichiarato il lutto cittadino e il ministro dell’Interno Restivo si affretta a dichiarare che la scelta di Catanzaro è solo provvisoria, ma ciò non basta  aplacare gli animi, perché non fu una rivolta di campanile, come disse la sinistra, ma una autentica rivolta popolare di gente che accumulava frustrazione e rancore contro una classe politica depredatrice e infingarda.

La rivolta si estese rapidamente in tutta la provincia

Nei giorni successivi gli scontri proseguirono sempre più aspri, i manifestanti raggiunsero Villa San Giovanni dove bloccarono i traghetti per la Sicilia, cinquemila donne sfilarono in corteo, il tritolo fece esplodere una filiale Fiat e un ispettorato di Ps, insorsero anche Melito Porto Salvo e Gambarie d’Aspromonte, decine di arresti e altrettanti feriti. Il 30 luglio migliaia di persone accorsero al comizio del Comitato d’azione di Aloi e Franco a Reggio. Quest’ultimo ricevette assicurazione dal sondaco Battaglia che la protesta sarebbe andata avanti. I primi di agosto venne negata l’autorizzazione per un comizio di Junio Valerio Borghese ma concessa a Pietro Ingrao, che però fu contestato e cacciato dalla folla. La protesta proseguì in sordina ma si riaccese a settembre, quando si registrò un’altra vittima, Angelo Campanella, autista di autobus. Arrestati due leader del Comitato d’azione, Ciccio Franco e  Alfredo Perna. La reazione del popolo fu terribile: armerie prese d’assalto, la questura assaltata, un agente morì di infarto, lo stesso arcivescovo Ferro scesee tra la folla per calmare gli animi. L’esercito è ora costretto a controllare le linee ferroviarie.

Solo il Msi difese le ragioni di Reggio in parlamento

Ora la battaglia si sposta in parlamento, mentre molti paesi del Reggino di rivoltano a a Reggio compare una bandiera azzurra con scritto “Repubblica di Sbarre”. La rivolta durerà molti mesi e  con il solo appoggio politico del Msi. Gli uomini migliori che Reggio potesse esprimere al tempo, per citarne alcuni: Ciccio Franco, Nino Tripodi, Raffaele Valensise, Fortunato Aloi, Renato Meduri, Giuseppe Reale, Vico Ligato e lo stesso Battaglia, con tenacia e duri confronti, riuscirono a strappare alcune importanti istituzioni, tra le quali la Corte d’Appello, l’Università, la sede del Consiglio regionale, l’Università per Stranieri. A dicembre Ciccio Franco e altri arrestati ottengono la libertà provvisoria, ma gli scontri e i disordini proseguono ovunque, cortei indetti dal Comitato d’azione di decine di migliaia sfilano per la città. Solo il 12 febbraio, piegato dalla rivolta popolare, il nuovo presidente del consiglio Emilio Colombo annuncia che il governo ha deciso salomonicamente che Catanzaro sarà capoluogo e sede della giunta e Reggio sede del consiglio regionale. Inoltre, dice Colombo, sarà creato un quinto centro siderurgico dell’Iri che assicurerà migliaia di posti di lavoro. Ma oggi abbiamo visto come è finita. La protesta però prosegue per tuytta l’estate, il sindaco Battaglia di dimette per protesta contro il governo. Il 20 settembre il segretario di Avanguardia nazionale Adriano Tilgher tiene una conferenza stampa a Reggio. Il 17 ottobre, poiché a Reggio erano proibite le manifestazioni pubbliche, il segretario del Msi Giorgio Almirante tiene un affollatissimo comizio a Villa San Giovanni, schierandosi dalla parte dei reggini. La rivolta di Reggio può dirsi conclusa, grazie anche ai carri armati per le strade che mai si erano visti dopo il 1945, vergogna nazionale di uno Stato debole e nello stesso tempo arrogante.

di: Antonio Pannullo @ 18:44


Lug 14 2019

Luz Long, l’atleta amico di Owens assassinato dagli americani dopo che si era arreso

Terribile è la storia di Luz Long, il saltatore in lungo tedesco, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Berlino, famoso per essere diventato amico del campione americano Jesse Owens durante le Olimpiadi stesse, che recentemente è stato ricordato dai media come esempio di sincero spirito sportivo. Si chiamava Carl Ludwig Herman Long, detto Luz, ed era nato a Lipsia. Alto, biondo, occhi azzurri, era il prototipo perfetto di ariano che piaceva ad Adolf Hitler, ma non ce la fece a battere Jesse Owens, che anzi, vinse proprio grazie al consiglio che gli dette Long di prendere la rincorsa partendo 30 centimetri prima dell’inizio della pedana di rincorsa.

E al salto vittorioso, Long fu il primo ad andarsi a congratulare sinceramente con lui. Lo stesso Owens negli anni successivi ricordò più volte quell’episodio e la stretta amicizia che legò i due atleti per molti anni. Fino alla morte di Long, per mano americana, il 14 luglio del 1943, in Sicilia. Prima di rievocare quel crimine, vorremmo ricordare che non è affatto vero che Hitler rifiutò di stringere la mano a Owens perché di colore: Hitler dopo la vittoria gli fece un saluto con la mano dal palco, perché è noto che non amava stringere la mano a nessuno. La strinse solo agli atleti tedeschi che avevano vinto le medaglie d’oro. Al contrario, fu il presidente della “democratica” America Franklin Delano Roosevelt che non incontrò Jesse Owen al suo ritorno trionfare negli States, dove il razzismo era ancora imperante e dove durò sino agli anni Sessanta e oltre.  Ma questa è un’altra storia.

Tornando a Long, fu richiamato alle armi nell’aviazione tedesca, la Luftwaffe, che lo mandò di stanza a Niscemi, in Sicilia. Il 9 luglio 1943 gli “alleati” lanciarono l’Operazione Husky, ossia lo sbarco in Sicilia, preceduto dal famoso discorso del comandante della VII Armata generale George Patton che, in un discorso motivazionale agli ufficiali del 45° Fanteria, disse testualmente, secondo le testimonianze dei processi successivi: “Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!”. L’invasione della Sicilia fu caratterizzata da atrocità e da durissimi combattimenti, ma anche da crimini di guerra americano, come il massacro di Biscari, nel quale appunto perse la vita Luz Long, che allora aveva trent’anni. Dopo la strage di Vittoria, del 10 luglio, dove persero la vita 12 civili italiani, tra cui il figlio 17enne del podestà di Acate, che stava correndo in soccorso del padre, anche lui poi assassinato, il 13 e 14 luglio fu attaccato l’aeroporto di Biscari-Santo Pietro, difeso da forze italiane e tedesche. Dopo durissimi combattimenti, che durarono tutti il giorno, nel pomeriggio gli assediati si arresero. E qui vi furono due stragi: la prima ordinata dal capitano John Compton, alle cui forze si arresero gli occupanti di una casamatta che uscirono con le mani alzate e sventolando fazzoletti bianchi. Long era tra questi.  Il capitano Compton fece allineare i prigionieri e fece requisire scarpe, vestiti e oggetti di valore, e poi li fece assassinare a freddo. Solo in due si salvarono, perché dopo i primi colpi riuscirono a fuggire nelle campagne. Il mattino dopo il cappellano militare americano King trovò i 34 cadaveri allineati sulla strada e intorno centinaia di bossoli americani.

Furono parecchie le stragi Usa  di civili in Sicilia

Intanto un altro gruppo di 39 prigionieri erano stati affidato al sergente Horace West e a sette soldati Usa. Il sergente li fece fermare sopra una scarpata e poi li uccise personalmente a raffiche di mitra. Qui si salvò un solo prigioniero, l’aviere Giuseppe Giannola, che in seguito raccontò la terribile vicenda ai comandi Usa, rimanendo inascoltato. Ma per l’insistenza del cappellano King, che era tenente colonnello, la procura militare statunitense avviò gli accertamenti sulle stragi, rinviando alla fine a giudizio il capitano Compton e il sergente West. I due graduati si difesero sostenendo di aver eseguito solamente le istruzioni di Patton, generale con tre stesse e grande prestigio: Compton fu assolto ma poi morì a Montecassino, mentre West dopo una prima condanna fu liberato e rimandato al fronte. Poi di lui si persero le tracce: sembra che sopravvisse alla guerra morendo poi in tarda età. Dopo il 14 luglio le stragi per mano Usa continuarono, e furono principalmente stragi di civili: a Comiso, a Piano Stella, a Canicattì, a Butera e in altri paesi in provincia di Palermo, ma mai nessun procedimento giudiziario di aperto. Tutti questi crimini dopo la guerra in Italia furono ignorati per motivi di opportunità politica, ma è bene ricordarli ogniqualvolta si parla in Italia dei crimini dei tedeschi  e dei combattenti della Repubblica Sociale.

Oggi Luz Long riposa al cimitero di Motta Sant’Anastasia, nel Catanese, e solo nel 2012 è stata apposta una lapide che ricorda il sacrificio dei soldati italiani e dei tedeschi in quei luoghi.

di: Antonio Pannullo @ 17:42


Lug 08 2019

Gasparri rivela: “Identificati i resti del senatore Gigante, assassinato e infoibato dai titini nel 1945”

Il senatore Maurizio Gasparri di Forza Italia ha dato notizia con commozione dell’identificazione definitiva dei resti del senatore fascista Riccardo Gigante e del vice brigadiere dell’Arma Alberto Diana, infoibati il 3 maggio 1945 dai partigiani titini. Il senatore Gigante, podestà di Fiume e aderente alla Repubblica Sociale Italiana non aveva voluto abbandonare Fiume, dove era nato, anche dopo l’arrivo della cosiddetta armata di “liberazione” jugoslava, Qui, fu prelevato dall’Ozna, la feroce polizia segreta di Tito, e fucilato a Castua, sopra Fiume. Il suo cadavere fu successivamente gettato in una foiba insieme a quello di altre vittime della ferocia comunista. Secondo alcune testimonianze il senatore Gigante dopo la fucilazione fu finito a colpi di baionetta dai partigiani. Scoperta nel 1992, solo nel luglio scorso però la foiba di Castua è stata scoperchiata e i resti degli otto corpi riesumati sono stati riconsegnati al Consolato italiano di Fiume.

Il capo di Stato maggiore della Difesa generale Enzo Vecciarelli ha subito informato Gasparri, che si era occupato più volte dell’argomento, non appena avuta notizia dal Reparto Indagini Scientifiche  dei Carabinieri di Roma della conferma che tra i resti degli otto Caduti recuperati nella scorsa estate presso Castua,  sono presenti anche quelli del Senatore Riccardo Gigante e del Vice Brigadiere dei Carabinieri Alberto Diana. Subito dopo il vicepresidente del Senato ha rilasciato il seguente commento: ”Apprendo con commozione, dal Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate Vecciarelli, che, dopo gli accertamenti svolti dai reparti specializzati dell’Arma dei Carabinieri, alcuni dei resti recuperati nel territorio di Castua, nei pressi di Fiume, su iniziativa delle associazioni degli esuli istriani, giuliani, fiumani e dalmati, risalenti al triste periodo degli infoibamenti e del massacro di tanti italiani, appartengono al senatore Riccardo Gigante e al vice brigadiere dei Carabinieri Alberto Diana”, ha dichiarato il senatore Maurizio Gasparri. “Ringrazio – aggiunge – il Generale Vecciarelli, Onorcaduti e tutti i reparti delle Forze Armate e dei Carabinieri in particolare che hanno condotto questi accertamenti. È una notizia che ha un grande valore morale e che certamente le associazioni degli esuli e i familiari del senatore Gigante e del carabiniere Diana hanno accolto, come me, con grande commozione”. “Questo -conclude – vuol dire onorare i Caduti e le memorie della Patria che non possono essere mai cancellate, anche a decenni e decenni di distanza. Altre iniziative analoghe sono in corso per ricordare quanti furono massacrati in un momento tragico della storia europea del secolo scorso”.

di: Antonio Pannullo @ 16:52


Giu 24 2019

L’individualismo non offre sbocchi. La politica torni a pensare in grande

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

La borghesia – ci dice Georges Sorel – ha due facce. La prima è quella della stanchezza e della decadenza, priva di slanci, appagata nell’ avere esaurito il suo ruolo storico. L’altra è quella vigorosa e ricca di volontà, “razza dei capi audaci” infiammati dalla passione del successo. Le sorti del mondo, assediato dalla decadenza, si giocano dalla possibilità che le forze in campo (il proletariato e la borghesia) dispieghino il loro spirito combattivo.
Da “Réflexions sur la violence” (1908) di tempo ne è passato. I contesti sono mutati e così i rapporti tra le forze sociali. A cercare ragioni suggestive per misurarsi adeguatamente rispetto alla crisi contemporanea certi guizzi soreliani continuano tuttavia a mantenere invariato il loro fascino, soprattutto laddove invitano ad incalzare la borghesia, a richiamarla ai propri doveri, ad essere meno “vigliacca” rispetto alle emergenze dell’ora presente.
La nostra incertezza nazionale nasce anche a causa di questa debolezza di fondo dei nostri ceti dirigenti: stanchi, più attenti a difendere l’orticello di casa, culturalmente infiacchiti dal piccolo cabotaggio dei formalismi.
Qualcuno ci prova a lanciare il guanto di sfida, purtroppo però mancano i megafoni in grado di ampliare certi messaggi, di creare attenzioni e doverosi dibattiti.
“Solo noi abbiamo una borghesia che tifa per la procedura d’infrazione” “Francia e Belgio hanno ricevuto procedure d’infrazione, ma nessuno ne parla sui giornali. Solo noi abbiamo una borghesia che tifa per la procedura d’infrazione. Bisognerebbe parlare di investimenti e di riforma della PA. Le tasse si devono abbassare per salvare le imprese, però se non riformi la PA serve a poco abbassare le tasse. Il Prof. Conte doveva delegiferare, ma non l’ho vista questa de legiferazione”. “Quello che si dovrebbe fare l’ha detto Savona alla Consob. La politica ha tutte le possibilità di andare avanti, ci vogliono idee e coraggio politico” parole di Giulio Sapelli, economista, a Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.
Giulio Sapelli e Paolo Savona non hanno certamente il piglio ed il “fisic” da incendiari. Ma certi richiami alla responsabilità, ad un’etica della responsabilità (rispetto al proprio Paese), valgono più di qualsiasi appello rivoluzionario. Al fondo di questa assenza della borghesia c’è l’essersi rincantucciati nella piccola politica dei “diritti”, l’avere cavalcato l’individualismo come affermazione della libertà individuale, epicentro della modernità, con il risultato di avere “inquinato” l’intera società.
Joseph de Maistre, nel vivo della polemica antiborghese, più di duecento anni fa, denunciava i pericoli dell’individualismo, sottolineando come “ovunque domini la ragione individuale, non può esistere niente di grande, perché tutto quanto è grande riposa su una fede e lo choc delle opinioni particolari abbandonate a loro stesse, produce solo uno scetticismo che distrugge tutto”. Paradossalmente siamo ancora qui. A dovere fare i conti con uno scetticismo che ha depotenziato la comunità nazionale, lasciando aperti – nel vivo del tessuto sociale – alcuni problemi “strutturali”, con cui è urgente fare i conti.
E’ – in fondo – l’etica della responsabilità evocata da Sapelli e Savona. Con il conseguente arretramento rispetto ai più grandi interessi (nazionali) in gioco e alle sfide del futuro. Tutto questo perché a venire meno è anche il legame collettivo, il vincolo profondo fatto di cultura vissuta, di un destino comune, di “segni” (oltre che di leggi), di passioni (oltre che di regole). E allora non c’è più una Storia da costruire. Ci sono certo le tante piccole storie individuali. Troppo poco per affrontare le grandi questioni epocali che ci stanno di fronte. Da ricostruire, al di là delle politiche fiscali, della riorganizzazione dello Stato, delle infrastrutture ci sono quei vincoli sociali, a partire dai corpi sociali e dalle comunità di lavoro, che sono le fondamenta per un’organica riassunzione di responsabilità. Oltre i bassi orizzonti di un individualismo borghese dai tratti antinazionali.

di: Girolamo Fragalà @ 11:42


Giu 18 2019

Ecco il “tesoretto” dimenticato dell’Italia nelle ex colonie Somalia, Libia, Eritrea ed Etiopia

Sulla rivista online L’Italia coloniale, diretta da Alberto Alpozzi, compare una interessante indagine sui beni appartenenti all’Italia in terra d’Africa, e in particolare nelle nostre ex colonie. L’elenco di questi beni è pubblicato sul sito del nostro ministero degli Esteri e scorrendolo si apprende che è proprio in Somalia, la più lontana e dimenticata,e anceh martoriata, colonia, che l’Italia vanta le maggiori proprietà. In questo Paese, devastato da decenni di guerra civile e dal terrorismo islamico, diventata ormai una terra senza legge e proababilmente senza possibilità di redenzione, lo Stato italiano, racconta ancora l’Italia coloniale, possiede ancora 16 immobili, tra scuole, terreni e cimiteri. Nella capitale Mogadiscio, in via Gibuti, c’è la struttura che comprendeva il Consolato generale italiano e le scuole italiane, mentre in via Alto Giuba c’è la celebre Villa Italia, oggi Villa Galletti, dove c’era l’ambasciata italiana e le sue pertinenze; nelle strade vicino la capitale abbiamo altri edifici con annesso terreno, tra cui la ex residenza del console generale italiano (in piazza Zavagli), mentre in corso Italia c’è un complesso dove durante il Ventennio c’erano le scuole italiane di ogni ordine e grado, dalle elementari al liceo. Infine, in via Franchetti, sempre a Mogadiscio, c’è il cimitero italiano con il relativo ossario. Fuori Mogadiscio, l’Italia possiede un edificio con terreno ad Afgoi, un edificio e un cimitero a Chisimaio, un edificio a Gesira, un terreno a Holmessale e il cimitero a Merca. Molte di queste località sono apparse agli onori delle cronache durante la guerra civile per le battaglie che vi sono sostenute.

Per quanto riguarda le altre colonie italiane, dall’elenco della Farnesina risultano tre proprietà in Libia, due in Eritrea e altrettante in Etiopia. A Tripoli, la capitale (almeno per ora) possediamo il complesso dell’ambasciata, assaltata negli anni scorsi e più volte a rischio di chiusura begli ultimi mesi, e la residenza del capo missione, mentre a Bengasi abbiamo l’edificio del Consolato generale italiano. All’Asmara abbiamo due edifici celebri: Villa Roma,nella ex via Bianchi, che era la residenza del capomissione, mentre in via da BOrmida c’era la ex Casa degli Italiani, attiva fino a pochi anni fa. Anche nella capitale etiope, Addis Abeba, lo Stato italiano ha due proprietà: Villa italia, dove ha sede l’ambascista, e il complesso immibiliare dove ha sede l’Istituto italiano di Cultura. Ovviamente sono molte le nazioni ove l’Italia possiede edifici, soprattutto la sede delle ambasciate, ma in nessun altro Paese l’Italia ha più immobili di quanti ne ha in Somalia, se si eccettua il caso della vicina Francia, dove l’Italia ha ben 14 proprietà, tra cui la Reppresentanza permanente, il consolato e le scuole italiane, ma va considerato che alcune strutture riguardano anche i rapporti con la Ue a Strasburgo.

di: Antonio Pannullo @ 16:12


Giu 17 2019

Il caso di Aldo Gastaldi, un partigiano anomalo. Oltre la retorica resistenziale

Il cardinale Angelo Bagnasco ha dato il via alla causa di beatificazione e canonizzazione di Aldo Gastaldi, nome di battaglia “Bisagno”, primo partigiano d’Italia e medaglia d’oro della Resistenza. La notizia ha il crisma dell’ufficialità, con un editto arcivescovile, datato 31 maggio, con cui l’Arcivescovo di Genova invita “a comunicare direttamente o a far pervenire al Tribunale Ecclesiastico Diocesano tutte quelle notizie dalle quali si possano in qualche modo arguire elementi favorevoli o contrari alla fama di santità del Servo di Dio”. Contestualmente il cardinale ha richiesto “a quanti ne fossero in possesso, di rimettere con debita sollecitudine al medesimo Tribunale qualsiasi scritto, che abbia come autore il Servo di Dio, qualora non sia già stato consegnato alla Postulazione della Causa” compresi “i manoscritti, i diari, le lettere ed ogni altra scrittura privata del Servo di Dio”.
Chi è stato Aldo Gastaldi ? E perché la sua esistenza è stata a tal punto speciale da portare ad una causa di beatificazione e canonizzazione ? Partigiano della prima ora, dopo essere stato sottotenente del Genio, organizzatore del nucleo partigiano di quella che sarebbe poi diventata la Divisione Cichero, operante nell’entroterra ligure, Gastaldi è ricordato per essere un fervente cattolico, quindi un anticomunista, in un contesto in cui la presenza della sinistra più estrema era egemonico.
A questa figura anomala di partigiano, casto e rispettoso degli avversari, Giampaolo Pansa ha dedicato il libro “Uccidete il comandante bianco. Un mistero nella Resistenza” (Rizzoli, 2018), soffermandosi sulla morte misteriosa, avvenuta il 21 maggio 1945, a seguito della sua caduta dal tettuccio del camion su cui viaggiava, di ritorno dal Veneto, dove aveva accompagnato alcuni partigiani che avevano disertato dalla Divisione repubblichina “Monterosa”. Pansa sostiene la tesi della morte violenta del comandante “Bisagno”, voluta e provocata dalla frazione militarista del Pci, facente capo a Pietro Secchia. Di Gastaldi e della sua morte “misteriosa”, aveva anche parlato, una quindicina di anni fa, Luciano Garibaldi, giornalista e storico anticonformista, in “I giusti del 25 aprile. Chi uccise i partigiani eroi ?” (Edizioni Are, 2005), un avvincente e documentato racconto di tre figure emblematiche della Resistenza (Gastaldi, Ugo Ricci e Edoardo Alessi), uniti da una comune e intensa fede religiosa e ispirati a un progetto di riconciliazione con il nemico sconfitto, scomparsi “misteriosamente” nel momento culminante della loro battaglia.
Come riportato dal “Dizionario della Resistenza”(Einaudi, 2001) e dal “Dizionario della Resistenza in Liguria” di Gimelli e Battifora (De Ferrari, 2008), “Bisagno” oltre che anticomunista era decisamente critico nei confronti del partitismo, poiché esso avrebbe potuto “ … incrinare la lotta partigiana (…). “Noi non abbiamo un partito, noi non lottiamo per avere un domani un cadreghino, vogliamo bene alle nostre case, vogliamo bene al nostro suolo e non vogliamo che questo sia calpestato dallo straniero, dobbiamo agire nella massima giustizia e liberi da prevenzioni”: una concezione sostanzialmente opposta a quella di chi vedeva nella Resistenza – come analizzato da Claudio Pavone – un’occasione per la realizzazione della guerra di classe, fine ultimo, per i comunisti, della guerra patriottica e della guerra civile.
Gastaldi sapeva che i partigiani comunisti lo volevano morto, dicono altre testimonianze. Stava infatti lottando contro la trasformazione delle milizie partigiane in unità politiche del partito comunista e per fermare lo spargimento di quel “sangue dei vinti” che segnò la fase post resistenziale. Anche di questo il processo di beatificazione dovrà tenere conto, offrendo – ci auguriamo – nuovi elementi di conoscenza/approfondimento per vicende che, al di là della retorica resistenziale, sono tutt’altro che scontate.

di: Antonella Ambrosioni @ 17:05


Giu 11 2019

Commosso addio a Romolo Baldoni, protagonista delle lotte storiche del Msi

E’ scomparso a Roma nella notte tra sabato e domenica Romolo Baldoni, protagonista delle lotte del Movimento Sociale Italiano sin dagli anni Cinquanta. Romolo attraversò la temperie di quegli anni e poi degli anni di piombo, pagando sempre di persona per il suo impegno e la sua fede, anche duramente. Romolo era fratello di Adalberto, giornalista e scrittore, ma prima di tutto attivista del Msi: i due fratelli contribuirono in maniera decisiva al crescere, all’affermarsi e anche alla sopravvivenza del partito in anni in cui tutto cospirava per la sua cancellazione fisica. E non sembri un’esagerazione: chi ricorda quei tempi sa che le iniziative per tacitare il Msi non erano solo giudiziarie, amministrative, burocratiche. Il ministero degli Interni aveva scatenato le sue forze dell’ordine per silenziare il Msi e i suoi uomini e donne, e dall’altra parte l’ultrasinistra ogni giorno portava attacchi feroci e sanguinosi per impedire ai “fascisti” di parlare e di esistere. Ebbene, Romolo era di quelli che non si arresero mai: sempre in prima fila, sempre non disposto a tacere, sempre pronto a occupare una piazza. Romolo era della generazione precedente a quella degli anni Settanta, era nato negli anni Trenta, ma di quella subito dopo la Repubblica Sociale. Non aveva avuto il tempo di fare la guerra, ma l’avrebbe fatta se avesse potuto, e allora combatté un’altra guerra, certo più lunga e deteriorante. Conosceva bene i combattenti della Rsi, suo padre era partito per il Nord con la Repubblica Sociale, poi li aveva conosciuti nelle sezioni del Msi di periferia, ed era una guida e un punto di riferimento per noi giovani, che da lui imparammo il coraggio e la dottrina storica dei nostri ideali.

Romolo aveva capito che chi controllava l’informazione controllava l’opinione pubblica, sapeva già, prima che diventassero di moda, cosa fossero le fake news e come potevano ottundere le menti della gente. La controinformazione, come la chiamavamo allora, fu sempre una delle sue priorità, quando gli scontri di piazza ce ne lasciavano il tempo. Romolo inoltre credeva alle iniziative parallele del partito, per questo aveva creato, insieme ad altri camerati, il Centro iniziative amtimarxiste a Roma, organizzazione che aveva il precipuo compito di smascherare le menzogne del sistema, del regime, e dei suoi servi. Nel febbraio 1970 ad esempio Baldoni fu autore di un esposto contro la Rai, per “essere venuta ripetutamente meno ai doveri di imparzialità e di obiettività cui sarebbe tenuta nella sua informazione istituzionale”, scrisse Romolo nella sua denuncia. La faziosità della Rai e dei giornalisti schierati a sinistra è una cosa che affligge questo Paese ancora oggi, e allora era molto peggio, perché non c’era una sola voce, eccettuato il Msi, che si levasse per correggere e smentire le menzogne di Stato. Baldoni in particolare si riferiva ai gravissimi scontri alla Sapienza di Roma, dove le sinistre impedivano con la forza ai giovani del Fuan di tenere assemblee, convegno, iniziative, aggredendo con bastoni e spranghe, nelle proporzioni di cento a uno, tutti coloro che non fossero marxisti. In uno di questi scontri anche Romolo rimase ferito. In quelle circostanze, molti lo ricorderanno, la polizia arrestava o fermava solo i giovani di destra e la Rai dava un’informazione completamente opposta a quella che era la realtà dei fatti, presentando il Fuan come aggressore e prevaricatore quando invece accadeva l’esatto contrario. Ecco, Romolo, per quello che l’ho conosciuto, aveva innato questo forte senso di giustizia, questo volersi ribellare alle falsità, alle menzogne, ai soprusi. Anche per questo, forse, nell’aprile di quell’anno Romolo fu protagonista di una protesta clamorosa: sempre col Centro iniziative antimarxiste Romolo si incatenò davanti al parlamento europeo del Lussemburgo, insieme con altri camerati. I giovani distribuirono volantini e materiale contro l’istituzione delle regioni in Italia, che avvenne proprio quell’anno. Tra i partecipanti di quella coraggiosa protesta ci piace ricordare Mila Bernardini, Giampiero Rubei, Enzo Tagliaferri, per quello che siamo riusciti a ricostruire. Ma la voce del Msi in quegli anni era davvero una voce che gridava nel deserto: le proteste, le argomentazioni, i morti che lasciammo sul terreno non servirono a far cambiare rotta alla politica italiana, la cui classe dirigente, sempre denunciata dal Msi, naufragò poi miseramente nel 1992 con Tangentopoli, quando vennero alla luce tutte le illegalità e le storture di un modo di governare che gli uomini del Msi avevano sempre denunciato, inascoltati.

In quegli anni c’era un manifesto bellissimo, la fiamma del Msi a tutto campo con le scritte “Per la tua salvezza. Il nostro coraggio”, stampati il centinaia di migliaia di esemplari, e che fu il leit motiv della campagna elettorale del Msi per le amministrative del giugno 1971, che segnarono purtroppo, insieme a una grande vittoria, anche l’inizio della persecuzione sistematica del Msi. Sì, perché quella vittoria allarmò il sistema, che capì che il Msi, fatto di gente come Romolo Baldoni, non si poteva fermare. Quell’anno in Campidoglio il Msi ottenne il 16,2 per cento e 13 seggi, terzo partito dopo Dc e Pci. Vogliamo ricordare i cansiglieri capitolini eletti: Almirante, Artieri, Aureli, Marchio, Alberti, Ciano, De Totto, Trombetta, Gionfrida, Afan de Rivera, Bon Valsassina, Adalberto Baldoni, Ciancamerla. Molti, come si vede erano quasi tutti della generazione di Romolo, e tutti suoi amici, qualcuno non c’è più. Romolo quell’anno fu invece eletto in consiglio provinciale, insieme con Marchio, Bellissimo, Guattari, Casalena, Albanese e F. Tedeschi, Per chi lo ricorda, erano componenti di una pattuglia di primordine, tutti politici valentissimi, che purtroppo potevano fare poco quando la maggioranza votava compatta, anche se azioni clamorose non mancarono. Oltre all’attività istituzionale, Romolo, da sempre vicinissimo a Luigi Turchi, anche perché i loro padri avevano combattuto insieme nella Rsi, continuava a dedicarsi alla vita del partito, così nel 1976 Almirante lo mandò a commissariare la sezione del Msi di via Livorno, la Nomentano Italia, dove per tradizione erano iscritti i segretari del partito. Partito, sindacato, attivismo, iniziative culturali: per anni, anzi decenni, Romolo continuò a fare politica come gli sembrava giusto, non demordendo mai e non arrendendosi mai, trovando anche il tempo per lavorare (diventerà capufficio stampa del Teatro di Roma) e avere una bellissima famiglia. Romolo è stato componente del Comitato centrale del Msi, segretario generale del Centro italiano aut0nomo lavoratori Spettacolo, Segretario provinciale giovanile del Msi, membro dell’esecutivo nazionale del Raggruppamento giovanile del Msi e della Giovane Italia. Alle sue esequie, a questo proposito, il senatore Domenico Gramazio ha ricordato commosso che la prima tessera della Giovane Italia gli fu proprio consegnata, nel 1960, dalla mani di Romolo, in quel mezzanino in via Quattrro Fontane che era allora la prima sede della Giovane Italia. Impossibile ricordare tutte le iniziative di una persona come Romolo, ma non voglianmo tracurare alcune imprese ormai dimenticate dai giovani, ma molto importanti per l’epoca, guidate da Romolo, come ad esempio le manifestazioni per l’Ungheria e per l’Alto Adige, tragedie delle quali solo il Msi si occupava nelle piazze e sui giornali, come la rivista Azione, di cui Romolo era animatore e direttore. Oppure le sue proteste clamorose, insieme con la moglie Silvana e il fratello, contro il Pci di Palmiro Togliatti, che non era certo come il Pd di adesso: per affrontare Toglietti e il suo servizio d’ordine ci voleva un coraggio senza pari. Come scrisse sulla sua pagina facebook, sotto un’illustrazione della Domenica del Corriere: “Noi lo abbiamo visto il Papa dopo il bombardamento di San Lorenzo…” E da allora Romolo non si fermò mai: eravamo insieme, appena il 14 maggio scorso, seduti vicini, alla sezione Appio Latino in occasione del ricordo di Peppino Ciarrapico: Romolo era lì, insieme a noi, lucidissimo, agguerrito come non mai. Processato e condannato più volte, Romolo pagò di persona per la sua fede , e questa è certamente la più grande medaglia per lui e per quelli come lui. E’ certo grazie a questi comportamenti lineari, coerenti, intrepidi, se un certo mondo e una certa comunità sono ancora qui, e per questo lo ringraziamo e lo ringrazieremo sempre.

Alla famiglia di Romolo Baldoni vadano le condoglianze più sincere della redazione e della direzione del Secolo d’italia e della Fondazione Alleanza Nazionale.

di: Antonio Pannullo @ 14:26


Giu 10 2019

Giovani in fuga, non tutti sono disposti alla resa. Bisogna invertire la tendenza

Circa 300.000 giovani lasciano l’Italia ogni anno. Uno ogni cinque minuti. Negli ultimi dodici anni sono partiti 2 milioni di italiani. Quasi una famiglia su tre ha un figlio all’estero o che pensa di andarci. Secondo Confindustria questo esodo ci costa 14 miliardi all’anno di perdita di capitale umano.
Dovrebbe essere la notizia di apertura di tutti i media, invece silenzio e rassegnazione. Non fa comodo a nessuno parlarne perché è la sconfitta del Sistema Italia e mette sotto accusa tutte le politiche economiche fatte finora. Anzi, l’emorragia dei giovani italiani è raccontata come un fenomeno positivo, in nome della mobilità, globalizzazione, conoscenza.
Non tutti però sono disposti alla resa. Per iniziare ad immaginare una possibile via d’uscita è nata “We’re back” (siamo tornati): un titolo ad effetto per dire, dopo anni di esperienze lavorative all’estero, rieccoci, pronti a mettere a disposizione della nostra comunità locale le esperienze maturate e le professionalità accumulate. A lanciare l’idea un gruppo di giovani, tra i 26 ed i 27 anni, genovesi, che si sono posti l’obiettivo di provare ad invertire la rotta (oltreconfine) della nostra “meglio gioventù” e di riportarla a casa. All’appello ha risposto positivamente l’amministrazione comunale genovese, che ha accettato l’invito ad aprire il confronto tra chi dopo avere trovato il suo futuro oltreconfine, ha poi ri-scelto la Liguria per nuovi progetti professionali, ed alcuni testimonial “eccellenti”. Il risultato: una giornata di riflessioni ed approfondimenti, finalizzati – secondo gli orientamenti dei giovani ideatori – a generare proposte per migliorare il mercato del lavoro italiano, attrarre investimenti, dare vita a un movimento positivo e dinamico capace di creare opportunità.
“Bisogna fare in modo che Genova e l’Italia siano un punto di ritorno e non un punto di partenza – spiega l’assessore alla cultura del Comune di Genova, Barbara Grosso – questo progetto, che non ha precedenti, si basa proprio sull’idea di aiutare i giovani attraverso la testimonianza di chi ce l’ha fatta, di chi è andato all’estero e poi è tornato, storie di successo, che potrebbero diventare lo spunto per nuove idee e opportunità”.
Alle amministrazioni locali (regioni e comuni) di creare le condizioni per favorire i rientri. Al di là delle proposte strettamente operative c’è però qualcosa di più. Il tema, nella sostanza, ha infatti risvolti culturali, possiamo dire antropologici, che richiedono approfondimenti ulteriori, a partire dalla constatazione che più si impoveriscono le Nazioni, più si rendono preda degli appetiti altrui, più questi Paesi, depauperati delle loro sostanze, vengono regolarmente colonizzati e svenduti al miglior offerente.
In Italia stiamo assistendo da decenni a questo gioco al massacro. Il ritornello è: “l’Italia non offre opportunità”. Il risultato è che il fenomeno delle “fughe” all’estero viene dato per acquisito. I giovani se ne vanno alla spicciolata, individualmente. Se ne vanno senza protestare, senza cercare di cambiare le cose in Italia. E’ la globalizzazione – si dice …. Tanto vale assecondarla, trovando oltre confine quello che non si trova in Patria, anche se questo ha un costo enorme sia a livello personale che del Sistema Paese, le cui risorse sono state impiegate, nei decenni, per formare proprio quei giovani, destinati ad arricchire con il loro lavoro gli altri Paesi.
Che fare, allora ? Per Barbara Pavarotti la risposta è chiara: “Ricominciare a lottare in Italia per cambiare, per scalzare la mentalità che ci vuole tutti esuli”. Il suo impegno si è tradotto in un video documentario prodotto dalla Fondazione Paolo Cresci intitolato “Italia addio, non tornerò”.
La Pavarotti è una voce tra le più brillanti nel panorama giornalistico italiano con una lunghissima militanza al Tg5. Il docufilm della durata di 50 minuti, raccoglie le testimonianze di moltissimi giovani che hanno dovuto cercare la loro fortuna in altri paesi in Europa, in America e anche in Australia e spinge alla riflessione sulle responsabilità che hanno condotto a questa situazione, non solo i giovani ma anche le generazioni di adulti, che, loro malgrado, hanno contribuito a creare una realtà dalla quale i giovani di oggi sono costretti a scappare, secondo una strategia che mira a umiliare l’Italia, depauperarla e minarla alle radici sgretolando le famiglie e dividendole.
Ora evidentemente qualcosa si sta muovendo per invertire la tendenza, partendo da una consapevolezza di fondo: in gioco non ci sono solo le singole esistenze di milioni di giovani, quanto piuttosto il nostro destino nazionale. Un dettaglio non da poco che deve spingere a porre il tema delle “fughe all’estero” al centro del confronto culturale e dell’azione politica.

di: Girolamo Fragalà @ 12:32


Giu 01 2019

Prematura scomparsa di Alessandro Ricci, militante del FdG negli anni ’90 a Roma

È scomparso il 29 maggio scorso Alessandro Ricci, classe 1969, militante del Fronte della Gioventù romano negli anni Novanta nelle sezioni del Msi Garbatella e Prati. Pubblichiamo un ricordo scritto da chi condivise con lui quei giorni di militanza nelle difficili sezioni di frontiera del Msi.

Parlare di chi non c’è più non è mai facile, specie se chi è venuto a mancare è una parte della tua vita. Perché è come se un pezzo di te improvvisamente smettesse di funzionare. Le amicizie giovanili spesso passano col tempo, ma quelle che sono cementate dalle battaglie politiche, che siano state esse grandi o di quartiere, restano impresse sul tuo corpo come delle cicatrici da portare con rispetto ed onore. Alessandro se ne è andato in silenzio, sconfitto da quel nemico che molti di noi temono. Ha perso la sua guerra eppure… Eppure l’ha combattuta con onore e tenacia, con rabbia e forza senza mai abbandonarsi a quell’umano sconforto che ci accomuna. Abbiamo militato insieme in uno di quei quartieri che un tempo si definivano rossi. Rossissimi. In quella sezione di frontiera che era la Garbatella. Eppure, nonostante gli anni passati e le strade diverse intraprese (lui ora militava con Forza Nuova), sia politicamente che professionalmente, siamo sempre rimasti in contatto, soprattutto grazie ai social che per una volta sono serviti veramente a mantenere unito quello spirito che ci accomunava e ci accomuna con tanti altri ragazzi degli anni ’80 e ’90. E non solo. Forse una delle poche cose buone del web. L’esser distanti anche solo chilometricamente diviene così un mero ostacolo superato agevolmente.  Con Ale parlavamo spesso di politica, della vita, della Lazio, sia via web sia per telefono, e nel pieno delle nostre due malattie ci facevamo forza a vicenda perché, nonostante tutto, nelle piazze, nelle strade, nelle sezioni e dalla vita, abbiamo imparato che piangersi addosso non serve poi a molto. Serve invece affrontare i problemi con il “viso sempre rivolto al sole” come ci hanno insegnato e come abbiamo insegnato a tanti altri giovani militanti e ai nostri figli. Entrambi lo abbiamo fatto e sapere che la giovane figlia, Gaia, una splendida ragazza che adorava, ha preso il suo testimone di fede proprio il giorno del suo funerale mi ha dato la gioia di dire che, forse, non tutto è perduto. Che gli insegnamenti ricevuti e dati resistono nel tempo e sulle rovine. Sì, mi fanno dire che quelle radici profonde non gelano mai. Alessandro era uno a cui la vita non ha risparmiato molto. Tanti i problemi che ha affrontato sempre con il sorriso sulle labbra e sempre e comunque a pensare agli altri. L’ultimo ricordo che ho di lui è della scorsa estate quando ci incontrammo in un corridoi dell’ospedale Sant’Andrea. Lo sguardo che si incrocia e l’abbraccio lungo e forte che segue immediato. Le pacche sulle spalle e le speranze di ognuno di noi due. Eravamo felici di esserci rivisti e lui era fiducioso di aver sconfitto, ancora una volta, i suoi problemi. Fiero e orgoglioso della sua battaglia. Come fiero e orgoglioso ero io per aver vinto la mia di guerra. Ci siamo lasciati come sempre, col sorriso sulle labbra stringendoci gli avambracci. Poi la ricaduta, il continuare a scriverci. E la notizia che mai avrei voluto ricevere. Ho vissuto tante esperienze nella vita, ho visto tante cose brutte professionalmente in giro per il mondo, ma non ci si abitua mai a sapere che un ragazzo, perché a 49 anni sei ancora un ragazzo oggi, non c’è più. Mi mancherai Ale e mancherai a tanti altri come me. Ci mancherai per il tuo sorriso, per la tua serenità nonostante le difficoltà, per la tua fierezza, per la tua forza nel combattere le avversità. Ci mancherai per la tua voglia di vivere.

di: Antonio Pannullo @ 17:52


Mag 22 2019

Sinistra pazza di antifascismo, ma i suoi intellettuali pazzi per Mussolini: ecco perché

L’ultima proposta editoriale su Mussolini viene da un intellettuale di sinistra ed è davvero originale. Il libro si intitola Me ne frego (Chiarelettere) ed è una sorta di biografia di Mussolini ottenuta attraverso un collage di scritti e discorsi compresi tra il 1904 e il 1927. Curatore dell’opera è David Bidussa. Si tratta di uno storico decisamente schierato a sinistra. Basterà dire che ha collaborato,  tra le altre testate, con l’Unità e con il manifesto. A dispetto di ciò, il lavoro di Bidussa è tutt’altro che un lavoro becero e demonizzatore.  L’autore vuole ripercorrere  le parole che hanno costruito l’«immaginario fascista».   «Quelle parole, con il loro carico di immaginario, sono tornate a circolare nella nostra mente e spesso nel nostro linguaggio parlato. Sono tornate a essere ´parole gridate՝ e  non più solo “parole sussurrate”». Di qui il fatto che possano diventare parole “ammesse”՝. Ovvero «legittime».

L’ interesse manifestato da questo intellettuale di sinistra per il Duce non è un caso isolato. Basterà dire che Il figlio del secolo, monumentale biografia romanzata di Mussolini scritta da Antonio Scurati è il caso editoriale dell’anno. Ed è bene anche precisare che non parliamo di un fenomeno recente: qualche anno fa, la Repubblica titolò “Tutti pazzi per il Duce”, per intendere appunto lo straordinario risveglio di interesse editoriale per la figura del capo del fascismo.

Il paradosso è che tutto questo avviene proprio mentre la sinistra politica torna a cavalcare massicciamente l’antifascismo in funzione antisovranista.  Schizofrenia? Forse. Ma forse c’è qualcosa di più e di più profondo. Il fatto è che il Mussolini che viene riscoperto è il Mussolini di “sinistra” , il Mussolini non solo del periodo socialista, ma anche del tempo del fascismo movimento. E allora non è azzardato pensare che la sinistra intellettuale che si interessa a Mussolini è una sinistra che cerca di dare risposte alla crisi della sinistra politica. David Bidussa cerca forse quelle “parole” che la sinistra politica non sa più inventare.  E Mussolini, piaccia o non piaccia, rimane l’unico nella storia italiana che può dimostrare come si possa inventare ( e vincere) una rivoluzione. Come, a suo tempo, riconobbe persino Vladimir Ulianovic detto Lenin.

di: Aldo Di Lello @ 17:25


Mag 20 2019

Gli antifascisti dicano quali libri bisogna bruciare. Così l’Anpi è contenta

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo, caro Direttore,

Dopo l’esclusione dalla Fiera del Libro di Torino, la Casa Editrice Altaforte continua ad essere nel mirino delle migliori forze politiche democratiche e antifasciste. E’ toccato alla città della Spezia, dove Pd e tutte le opposizioni di centrosinistra sono andate all’attacco del sindaco, Pierluigi Peracchini, sostenuto da una maggioranza di centrodestra, che ha autorizzato la presentazione di un libro edito dalla casa editrice Altaforte, nella biblioteca comunale Beghi, alla Spezia.

L’Anpi scatenata

«È una vergogna! Un atto inaudito e gravissimo. Uno sfregio alla città medaglia d’oro alla Resistenza ed alla biblioteca pubblica intitolata ad un partigiano e sede dell’Istituto storico di Resistenza – hanno attaccato le opposizioni – il sindaco Peracchini ritiri subito l’autorizzazione e chieda scusa alla città. Da parte nostra invitiamo i cittadini, le associazioni, le forze politiche democratiche ed antifasciste a mobilitarsi per difendere un luogo simbolo della Resistenza da questo oltraggio». Risultato: la sede della presentazione del libro edito da Altaforte è stata cambiata, concedendo la Mediateca Regionale. Tutto a posto? Non proprio. Hanno protestato ancora le schiere resistenziali:

«La Mediateca Regionale – Sergio Fregoso è un luogo pubblico e non sposta di un millimetro le ragioni del nostro no. L’unica decisione sensata che possono prendere il sindaco e il presidente Toti, trattandosi di edificio di competenza regionale, è non concedere a CasaPound alcuno spazio pubblico». Non solo, a farsi avanti questa volta è stata anche la famiglia di Sergio Fregoso, a cui la mediateca è intestata, che ne ha rivendicato il passato antifascista e l’elezione a consigliere comunale del Pci come indipendente. Alla fine, sabato scorso, la presentazione del libro di Altaforte alla Spezia è avvenuta, con il solito presidio esterno dei resistenti e l’accompagnamento, fuori programma, delle campane suonate “a morto” dal parroco della vicina chiesa di Nostra Signora della Salute: «Oggi è morto quello spirito che ha pervaso questa città per moltissimi anni», ha dichiarato il religioso, richiamandosi al suo predecessore … antifascista.

Una proposta: il Sant’Uffizio antifà

Da Torino alla Spezia ed oltre è veramente imbarazzante che ci sia ancora qualcuno che, avendo evidentemente frainteso il dettato costituzionale, voglia esporre liberamente e perfino presentare in pubblico i suoi libri “non conformi”. Proprio per evitare questi continui sfregi alla democrazia, che rischiano di moltiplicarsi, con grave nocumento per la salute pubblica e grave imbarazzo per le amministrazioni locali, spesso impreparate sull’argomento, una via d’uscita potrebbe essere quella della creazione di un “Indice antifascista dei libri proibiti”, come fu l’“Index Librorum Prohibitorum”, creato dalla Chiesa Cattolica, a metà del XVI Secolo e soppresso dopo il Concilio Vaticano II.
Su modello dell’Index, che aveva il compito di “mantenere e difendere l’integrità della fede, esaminare e prescrivere gli errori e le false dottrine”, potrebbe essere costituita una Commissione nazionale (Sant’Uffizio Antifa), composta da rappresentanti dell’Anpi, di Magistratura Democratica, da docenti di chiara fama antifascista, da qualche giovane dei Centri Sociali, deputata a valutare l’intera produzione libraria nazionale (oggi i titoli in commercio sono circa 500.000) evidenziando i volumi da mettere all’indice. Il decreto dell’Inquisizione romana prescriveva, pena la scomunica, “che nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del Sant’Uffizio”. Il Sant’Uffizio Antifa potrebbe comminare quale pena, una sorta di scomunica laica, con la sospensione dei diritti costituzionali per i rei e la condanna, a seconda della gravità dell’eresia, ai lavori forzati presso tipografie antifasciste. I libri proibiti andrebbero inseriti – per dirla all’antica – in un “Catalogo di diverse opere, compositioni et libri, li quali come eretici, sospetti, impii et scandalosi si dichiarano dannati et prohibiti in questa inclita e democratica Nazione italiana”.
Un solo dubbio – a margine della nostra proposta – ci assale: che l’offensiva proibizionista possa sortire l’effetto contrario. Un po’ come avvenne, nel secolo scorso, negli Stati Uniti, dove la messa al bando degli alcolici favorì la crescita del mercato nero, l’aumento del prezzo del prodotto e la diffusione dei liquori. Nel caso dei libri “non conformi” il rischio fa comunque corso, a maggiore gloria della democrazia, della libertà e naturalmente dell’antifascismo.

di: Antonella Ambrosioni @ 15:40


Mag 18 2019

Pd senza idee, gli rimangono solo il passato e…Di Maio. Saranno guai per Zingaretti

Lo confesso, questa volta mi ero proprio convinto che fosse fondata e veritiera quella metafora popolare, di cui fu autore un cardinale di Curia prima di essere immortalata da Andreotti, che recita: ”A pensare male si fa peccato, ma molto spesso ci si azzecca”. La lettura delle pagine del “Corriere della Sera” degli ultimi due mesi aveva data la netta sensazione che il quotidiano avesse subito una sgradevole metamorfosi. Avevo la netta sensazione che il glorioso quotidiano avesse inopinatamente abdicato a quel rigore tradizionale di obiettività che l’aveva reso, nel corso di un secolo e mezzo di vita, lo specchio più fedele della vita politica e civile della nostra Nazione. Tutto, dalla titolazione della prima pagina fino al contenuto ed all’impostazione di editoriali, servizi e approfondimenti, palesava che il quotidiano di Luciano Fontata aveva scelto una linea ed una rotta precise, dettate da una opzione univoca e fortemente sbilanciata. L’inedita bussola emergeva senza tanti sottintesi dall’uniformità nel puntare fino alla noia sulla divaricazione di posizioni politiche fra i due vicepremier Salvini e Di Maio. Una titolazione di prima pagina che deve aver messo certamente a dura prova la stessa padronanza dell’assortimento di sinonimi e metafore posseduto dai sapienti colleghi del “Corriere”. Questo era avvenuto ancor prima che lo scontro fra le due anime inconciliabili della maggioranza gialloverde divenisse, come appare oggi in tutta chiarezza, una rissa dichiarata e quotidiana. Un fenomeno di maieutica attiva di indirizzo e influenza sul divenire fattuale dei fatti politici, oppure una manifestazione ammirevole di preveggente visione profetica?

Due editoriali chiarificatori

Poi, improvvisamente, all’inizio della settimana, ecco arrivare da Milano uno sprazzo di luce chiarificatrice, per riportare nella sfera dell’onesta ragionevolezza l’analisi di una campagna elettorale un po’ schizofrenica e alquanto furbastra. Lunedì e martedì, in serrata successione, i due massimi editorialisti del Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia e Angelo Panebianco sono intervenuti sui due temi centrali su cui gira la giostra semantica della presente campagna elettorale: l’appello “fuori tempo massimo” e troppo sovraccarico di meschina strumentalizzazione politica, di un “allarme antifascista” squillato proprio da ambienti che sono i meno storicamente legittimati a sollevare questa bandiera, che ebbe indubbiamente un giusto ruolo votato al culto della libertà, ma tanti, tanti anni fa, nella storia unitaria della nostra Patria, ma che oggi ha un suono sordo come una moneta falsa, certamente uscita “fuori corso”.

A 24 ore di distanza. Angelo Panebianco ha affrontato un tema suscitatore di molti e amletici dubbi, che investe lo stesso ubi consistere e lo stesso ruolo oggi della sinistra in Italia. Il primo tema è quello del vero e proprio “tradimento” del messaggio antifascista, quello vero cioè, quello che portò il nome purissimo di Matteotti, dei fratelli Rosselli e di Pertini, una speculazione perpetrata ultimamente in Italia, destrutturandolo e umiliandolo a strumento meschino, teso unicamente al recupero di un consenso popolare perduto, come si assiste sin dall’aperture della campagna elettorale europea.

La Costituzione e l’inclusione

Questo fenomeno Galli della Loggia lo ha vivisezionato nel suo editoriale con una logica razionale che definirei cartesiana. Ha analizzato i fatti storici che sono oggetto delle XII disposizioni transitorie e finali della Costituzione e vietano la ricostituzione del partito fascista, per passare quindi alle leggi che sanzionano l’apologia di quel regime. Li ha analizzati con una oggettiva durezza, che ancora può farci forse soffrire, ma che da sempre consideriamo necessaria e indispensabile per poter finalmente arrivare al traguardo civico di una storia comune del ‘900 italiano, finalmente riconosciuta da tutte la parti e da “tutte” le anime che hanno formato e formano la sostanza dell’unità nazionale. Con il rigore proprio dello storico che non soggiace al vezzo deprecabile delle interpretazioni di natura ideologica, l’editorialista del Corriere ha messo a sinottico confronto quelle norme costituzionali con la loro traduzione in leggi sostanziali. Ed ha dimostrato quale fu lo spirito patriottico che animò il padri costituenti nel concepire quel comparto legislativo. I costituenti, sottolinea con chiarezza Galli della Loggia, ritennero che la nascente democrazia italiana, reduce oltretutto da una sanguinosissima guerra civile culminata in stragi fratricide dolorose che aprirono ferite a fatica risanabili, e la stabilità stessa di questa nostra democrazia avessero vitale necessità di una volontà inclusiva nei confronti dei nemici sconfitti. Sanzionando però al tempo stesso e doverosamente il ricorso alla violenza, senza però mai proporsi di reprimere e perseguire la libera espressione del pensiero e delle idee. Riaffermando cioè, con una forte ispirazione “volterriana”, il principio cardine della democrazia liberale. Secondo cui tutte le opinioni debbono poter essere libere di essere espresse, anche che le più sciocche e aberranti. Stabilendo contemporaneamente che soltanto il ricorso alla violenza, mirante a farle prevalere con la forza, debba essere represso, con forza inesorabile.

L’antidemocratico Salone del Libro

Ne scaturisce una netta deplorazione del comportamento inopinatamente illiberale di un responsabile di una istituzione che vanta un passato ammirevole di attivismo culturale, come il Salone del Libro di Torino. Un dirigente che ha tentato (inutilmente) di mettere all’indice e discriminare un editore noto per la rigorosa linea di ricerca intellettuale, storiografica e filosofica, del suo catalogo, come il giovane Francesco Giubilei, arrivando poi fino all’assurdità di vantare comeuna luminosa vittoria della libertà la chiusura e l’ostracismo decretato a danno di una minuscola e indigente casa editoriale, ritenuta “colpevole” addirittura di aver pubblicato la biografia di Salvini, cioè di un leader di punta dell’odierno panorama politico della democrazia italiana.

Ottusità politica

La cosa che impensierisce e allarma è il fatto che il signore in questione, che è pur investito a Torino di un ruolo delicato di “operatore culturale”, non si è nemmeno reso conto di aver seguito una prassi tipica dei regimi antidemocratici, dei poteri storicamente persecutori del pensiero “eretico” o “politicamente scorretto”. Quella passi oscurantista che, da un millennio e più, si è impegnata con lugubre ottusità a mettere all’indice o demonizzare i libri ritenuti “trasgressivi del dogma”. La storia mondiale ci insegna che si cominciò sempre, dopo gli ostracismi, con i pubblici falò dei Libri. Per finire poi, ineluttabilmente, con i roghi e le torture degli autodafé, con le stragi degli eretici e dei vinti, con i terrificanti Olocausti. La difesa strenua del Libro si definisce allora come un perno centrale della Democrazia.

Pd, ritorno allo statalismo vecchia maniera

Seguendo una linea d’indagine che si colloca con autorevolezza a cavallo del magistero di Niccolò Machiavelli, della lezione di politologia lasciataci da Prezzolini e da Gramsci, dell’analisi storiografica di Ugo Spirito e di Renzo De Felice, Angelo Panebianco analizza con limpidissima e implacabile forza razionale l’attuale realtà fenomenologica del “ principe” della sinistra oggi in Italia, il PD. Panebianco registra come il PD, chiusa la stagione renziana, tenti oggi con Zingaretti un “ritorno alla radici”, con un programma “di sinistra-sinistra”, che invoca da una lato piani straordinari di investimenti pubblici europei e tasse sulle multinazionali, con un’accentuazione dei temi vetusti di uno statalismo vecchia maniera. Ma, contemporaneamente lancia un messaggio in codice che contiene la disponibilità ad allearsi con i 5 Stelle”. Le previsioni sul redde rationem che coinciderà con la consultazione europea, commenta Panebianco, superano i confini labili dell’ipotizzabile. Se il risultato elettorale del PD sarà “così così e se, contemporaneamente o poco dopo, il governo cadesse, allora per il Pd sarebbero dolori. Perché dovrebbe sedersi a un tavolo per cercare di trattare con i 5 Stelle. A quel punto – annota ancora Panebianco – con la stessa inesorabilità con cui la (leggendaria) mela di Newton cade in terra anziché fluttuare nell’aria, il PD dovrebbe fronteggiare una nuova scissione: di tutti quelli che non ci stanno ad andare a braccetto con Di Maio”.

«Al Pd senza idee rimane solo il passato»

A proposito di un domani che “potrebbe arrivare molto presto” – conclude icasticamente la sua analisi l’editorialista del Corriere – annotando che “quando non hai idee, l’unica cosa che puoi fare è aggrapparsi al passato. E’ quanto sta facendo il Pd. Ma il passato non ritorna mai”. Panebianco ammonisce che se, dopo la consultazione europea, si arriverà ad una prevedibilissima “convergenza fra rossi e gialli, gli uni oppure gli altri potrebbero uscirne con la schiera rotta”. Ed a schiantarsi non è detto che debba essere necessariamente il partito sovranista di Di Maio. Comunque vada l’esito del voto, per il Pd si annunciano anni duri . Soprattutto perché  “le forze che, non importa se al governo o all’opposizione, occuperanno la scena politica di domani non saranno identiche a quelle di oggi”. Quel giorno ormai vicinissimo, osiamo aggiungere noi, si aprirà forse la stagione, che auspichiamo sia un gioioso e felice voltar pagina, della Terza Italia. Un paese democratico e libero, restituito sovrano ad un popolo che saprà costruire un futuro di pace e di progresso per la nostra amata Patria.

di: Antonella Ambrosioni @ 09:31


Mag 17 2019

“Fu Mussolini a istituire la tredicesima”: indagato per apologia su esposto dei grillini

E’ molto preoccupante per la libertà di questo Paese se qualcuno viene indagato per aver detto la verità: la deriva antidemocratica della sinistra e dei grillini è parossistica. Ecco cosa è successo: “Sono stato informato che è stato presentato un esposto nei miei confronti, riguardo ad un post che ho condiviso. Ho condiviso la storia. Non ho nient’altro da aggiungere”. Lo ha detto oggi il presidente del municipio Levante di Genova, Francesco Carleo, rispondendo ai giornalisti dopo l’apertura di un fascicolo per apologia del fascismo, in seguito all’esposto presentato nei suoi confronti dai consiglieri liguri del M5S per un post scritto nei giorni del 25 aprile che omaggiava la figura di Benito Mussolini per avere introdotto la tredicesima nel 1937. Nei confronti delle parole contenute nel post sono stati chiesti chiarimenti anche in consiglio municipale, che si riunirà la prossima settimana. “Ne risponderò il 23 sera, gli dirò le ragioni – ha aggiunto Carleo – Ho condiviso la storia”. Carleo respinge la contestazione di apologia del fascismo: “Nel modo più assoluto – ha concluso – perché condividere un fatto storico non è apologia del fascismo”.  Pe rla cronaca, diremo che il presidente del municipio ha detto la verità: la tredicesima mensilità, infatti, in precedenza era solo una gratifica natalizia volontaria da parte del datore di lavoro, ma nel contratto nazionale di lavoro del 1937 il governo fascista introdusse l’obblig odi corrisponderla, però solo limitatamente ai lavoratori dell’industria. Solo nel 1946 fu esteso a tutte le categorie, ma è chiaro da chi partì la volontà di gratificare i lavoratori per le festività natalizie. Fu certo un processo lungo e complesso, la cui ultima fase poi si ebbe addirittura nel 1960, ma è evidente a tutti che ilo Stato sociale del fascismo smosse la visione padronale di un’Italia ottocentesca e la portò nell’èra moderna.

di: Antonio Pannullo @ 20:55


Mag 17 2019

Esumati a Lussino i marò della Decima caduti eroicamente nel ’45 resistendo ai partigiani titini

Dopo 74 anni sono stati riportati alla luce i resti degli eroici soldati della Decima Mas morti a Lussino, in Jugoslavia, dopo una accanita resistenza alle truppe titine. Ne dà notizia il Giornale in un approfondito articolo a firma Elena Barlozzari, in cui ricostruisce le sconosciute vicende di questi ultimi soldati della Repubblica Sociale Italiana caduti in difesa del loro ideale e della loro patria. Le spoglie di questi ragazzi, inviati da Junio Valerio Borghese sull’isola oggi croata, erano tutti sepolti in una fossa comune al cimitero di Ossero, ma solo adesso ne è stato possibile il recupero. In tutto erano una quarantina i giovani della Decima, e in parte furono deportati e poi uccisi, in parte resistettero ai titini sino all’ultimo: chi fu catturato dai feroci partigiani comunisti, fu costretto a scavarsi la fossa e poi ucciso. I fatti avvennero il 21 aprile del 1945. Secondo le testimonianze, furono solo tre quelli che poterono tornare. Come si diceva, era già qualche anno che la presenza di questo corpi era nota, e nel 2008 la Federesuli aveva apposto una lapide presso il cimitero. Come dice l’organizzazione nel dare notizia dell’esumazione di una trentina di corpi non ancora identificati, riporta sempre il Giornale: “Anche se quei poveri resti, a tutt’oggi, risultano essere ufficialmente di persone ignote, per tutto il mondo dell’esodo lo scavo della fossa di Ossero rappresenta un successo, seppure amaro, conseguito a decenni di distanza ed ottenuto grazie all’insistenza delle associazioni che hanno da sempre richiesto di onorare i propri caduti. Gli scavi, spiegano ancora dalla FederEsuli, “rappresentano l’attuazione dell’accordo stipulato sulle sepolture di guerra da una apposita Commissione mista italo-croata e sottoscritto a Zagabria il 6 maggio 2000”. La FederEsuli, “sin dalla sua costituzione, ha continuamente svolto un’azione di interlocuzione con le istituzioni italiane, affinché si facessero carico di dialogare con le omologhe autorità croate, al fine di ottenere un semplice gesto di pietà umana. Per questo ringrazia sentitamente il Commissariato per le Onoranze ai Caduti in Guerra (Onorcaduti), il Ministero degli Esteri e la Presidenza del Consiglio dei ministri, così come le autorità croate che hanno reso possibile l’esumazione”.

La testimonianza del capitano Federico Scopinich

Risale al 2008 un’altra preziosa testimonianza del capitano Federico Scopinich, che in quell’anno si recò a Lussinpiccolo presso il cimitero di Ossero. Scrive infatti Scopinich: “…Durante successivi viaggi a Lussino e Neresine ho raccolto varie testimonianze, lettere e foto di questi marò; con questo materiale sono riuscito a trovare loro parenti a Genova e in Toscana i quali mi hanno consegnato altro materiale interessante. I soldati della Decima di stanza in Istria e isole erano qualche centinaia divisi tra Pola, Laurana, Fiume e una settantina tra Cherso, Neresine e Lussinpiccolo. Questi reparti erano stati inviati dal Comandante Principe Borghese negli ultimi mesi di guerra per contrastare l’avanzata dei partigiani di Tito in attesa di un presunto sbarco degli Alleati nella penisola istriana (purtroppo mai avvenuto). In tutto i componenti della Decima Mas a Lussino erano una quarantina, distribuiti tra Neresine e Zabodaski. I venti di Zabodaski comandati dal guardia marina Foti si arresero, furono portati in jugoslavia e tornarono in tre o quattro. Nella notte del 19 aprile – prosegue la preziosa testimonianza – una brigata intera di 4600 titini armati dagli inglesi sbarcarono a Verin: metà si diressero verso Cherso, l’altra metà verso Ossero (difesa da 38 tedeschi) che conquistarono dopo gravi perdite e furiosi combattimenti.
La mattina del 20 aprile 1945 investirono la ex caserma dei carabinieri a Neresine dove si erano asserragliati circa 20 marò della X-MAS comandati dal Tenente Fantechi, armati solo di armi leggere. Si arresero solo dopo aver terminato le munizioni; nello scontro il sottocapo Mario Sartori di Genova per non farsi prendere prigioniero si suicidò con l’ultimo colpo del suo mitra. Alla sera, scalzi e denudati, furono portati a piedi fino a Ossero e Belei e quindi di nuovo a Neresine dove furono rinchiusi nella scuola elementare. Il giorno 21 aprile 1945, ricondotti nuovamente a Ossero, dietro al muro del cimitero, furono costretti a scavare due grosse fosse. Vennero quindi massacrati e buttati dentro. Tutto questo è documentato da lettere dei parenti, da testimonianze in loco e da racconti di due sopravvissuti (Nino De Venuto di Genova e Sergente Vito Durante di Padova) che si trovavano con un altro gruppo di marò a Zabodaski. (…) Il sottocapo Mario Sartori di Genova che aveva 20 anni (come gli altri), l’unico morto in combattimento (suicidatosi), era stato sepolto nella tomba di famiglia del Podestà di Neresine, signor Menesini. Ho parlato con la figlia di Menesini a Genova e mi ha confermato che è stato esumato il 7 settembre ’64, insieme al Tenente aviere Carlo Bongiovanni caduto nel ‘42 sul Monte Ossero. Il tutto è stato confermato dal Prof. Oneto di Genova che sfilò il cinturone del ragazzo e lo consegnò alla madre, a Genova, in Piazza delle Erbe”. Il capitano Scopinich è riuscito con le sue ricerche a risalire ai nomi di alcuni dei fucilati: tenente Fantechi di Pistoia (35 anni), marò Ermanno Coppi di La Lima (Pistoia), marò Aleandro Petrucci di La Lima (Pistoia), marò Giuseppe Ricotta di Genova, marò Breda di Milano, marò Marino Gessi di Rimini, marò Rino Ferrini di Padova, marò Ventura, marò Carlo Ponti. Ora ci auguriamo che questi ragazzi, tutti ventenni e volontari, caduti in modo tanto coraggioso, possano finalmente riposare in pace.

di: Antonio Pannullo @ 20:14


Mag 16 2019

«L’Africa agli africani!»: bravo Balotelli. Ma chiedi a Macron e alla May chi l’ha depredata

L’ultimo post di Mario Balotelli è contro chi ha depredato il suo Continente d’origine. Un’accusa chiara e nient’affatto illogica. Ma con una spiegazione incompleta. Probabilmente per mancato approfondimento della questione. Scrive Balotelli sul suo blog: «Nel mio paese nativo, l’Italia, si sente dire:”l’Italia agli italiani”. Sarebbe giusto se anche l’Africa fosse degli africani…». L’Africa, aggiunge il calciatore in forza all’Oyimpique Marsiglia, è povera “pur essendo il continente più ricco del pianeta..” Com’è mai possibile? Il calciatore prova a dare una spiegazione con un’altra domanda che rinvia al problema immigrazione: “Non pensate che se non aveste messo prima e tutt’ora le mani sulle ricchezze in Africa non ci sarebbe stata mai nessuna immigrazione dal continente?“. Bravo Balotelli, stavolta c’hai preso. È andata proprio così: il ragazzo nato a Palermo dalla famiglia ghanese Barwuah e, successivamente, in affido a Brescia ha centrato il punto. Dice il vero quando scrive che l’Africa è stata depredata e tutt’ora è depredata delle sue enormi ricchezze. E sempre dagli stessi soggetti. Manca quindi, nel post del calciatore, la successiva domanda. Ovvero, da chi? Chi ha depredato e depreda l’Africa matenendo indigente oltre un miliardo di esseri umani e spingendoli perciò ad andare altrove? Ecco, caro Mario Balotelli, non è difficile individuare i carnefici dell’Africa. Qualcosa troverai pure su internet, molto altro su libri e manuali. Sono i francesi, gli inglesi e gli americani, storicamente e documentalmente, i predatori peggiori con contorno di olandesi, belgi e tedeschi. Per quanto riguarda la nostra Italia invece, potrai leggere di guerre coloniali combattute anche con la crudeltà propria di ogni guerra. E, tuttavia, nessuno come gli italiani ha poi provveduto a costruire e ricostruire interamente quelle terre e quelle economie; a dotarle di ogni infrastruttura necessaria senza depredare alcunché. Portando ovunque civiltà e migliorando ovunque la vita dei nativi. L’esatto opposto di quel che hanno fatto gli altri. A cominciare da Gran Bretagna e Francia. Che per secoli hanno spolpato tutto lo spolpabile del Continente nero e non solo. E che continuano tutt’ora, insieme alle multinazionali americane e ai baldanzosi cinesi. Chiedilo a loro, Balotelli. Comincia a chiedere conto a quel bell’imbusto di Emmanuel Macron e a quella vispa Theresa May. E vedi se ti rispondono.

di: Salvatore Sottile @ 16:11


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