Mar 19 2019

L’anarchico Orsetti e il “fascista” Quattrocchi: storie diverse, stesso eroismo

C’è un che di ancestrale e di sublime nella foto che ritrae Lorenzo Orsetti, il combattente italiano ucciso dall’Isis al confine tra Siria e Iraq, abbigliato nella sua mimetica, sigaretta tra le labbra e mitra appoggiato al muro in bella mostra. È un’immagine che rinvia ad un tempo lontano, ormai archiviato alla voce dei ricordi imbarazzanti e poi sepolto dalla retorica tutta italiana che ha trasformato i soldati in diversamente pacifisti, quasi una comitiva di assistenti sociali in divisa sparpagliati in mezzo mondo non per usare le armi ma per insegnare, proteggere e curare. Quella foto, invece, immortala la rivincita del combattente costringendo ad uno spericolato testacoda le nostre coscienze ormai disabituate a riconoscere gesti e comportamenti  autenticamente virili. E nulla v’è di più virile del volontario di guerra, dell’uomo che va a combattere per una causa (l’indipendenza del popolo curdo nel caso di Orsetti) mettendo in conto la morte: la sua è quella di altri uomini, i suoi nemici. In un tempo in cui nelle melensaggini della parità ad ogni costo rischiamo persino di affogare, l’immagine di Orsetti in mimetica è un lampo di luce abbagliante che imprime un’istantanea insieme vera e feroce: il combattente è sempre qualcosa di più di un uomo ordinario. Un volontario che si arruola a rischio della propria vita ha dalla sua una “superiorità” che nessuna distanza politica (Orsetti era anarchico) potrà mai disconoscere e che nessuna teoria similpsicologica riuscirà mai a derubricare a difetto di personalità disturbata. Con buona pace di Bertolt Brecht, c’è sempre bisogno di eroi. E l’eroe è potenzialmente in ciascuno di noi perché eroe, in fondo, è chi riesce a frapporre uno stile tra se stesso e la morte. Lo è stato il “mercenario” Fabrizio Quattrocchi quando di fronte al mitra che da lì a qualche secondo lo avrebbe freddato trovò la forza per dire che un “italiano vero” sa morire perché fissa negli occhi i suoi uccisori, riscattando in un attimo decenni di macchiette. Lo è oggi il volontario Lorenzo Orsetti, quando ha scelto di immolarsi per la causa di un popolo lontano senza esservi obbligato da nessuna e da nessuna autorità se non quella della sua coscienza. Stampiamoci quindi bene in mente i loro nomi e i loro volti perché sono i nomi e i volti di uomini che avevano scelto di vivere mettendo in conto di saper morire. Uomini veri.  

di: Mario Landolfi @ 13:29


Mar 18 2019

Chi se ne frega di chi strumentalizza Greta. Noi difendiamo la Terra dei padri

Chissenefrega di chi strumentalizza Greta. Abbiamo a cuore il futuro della Terra: non rompeteci i polmoni. Sono stato bombardato di telefonate, messaggi su whatsapp e su Facebook di amici, militanti, giornalisti, qualche politico… Che ne pensi di Greta Thumberg, la giovane ragazza svedese, attivista dello sviluppo sostenibile che ha dato il via a questa mobilitazione mondiale di giovani contro i cambiamenti climatici? Gioventù Nazionale aderisce al #FridayForFuture? Ma sei sicuro che non ci siano le lobby internazionali dietro la bambina svedese? Ho risposto molto serenamente a tutti, non ho avuto problemi a raccontare quella che per me è innanzitutto una scelta di coscienza. Il tema dei cambiamenti climatici, del surriscaldamento del pianeta, dall’eccessiva emissione dei composti organici tali da provocare il buco nell’ozono in particolare nei paesi in via di sviluppo, il rischio di vedere scomparire intere specie animali e vegetali e sommerse terre oggi rigogliose nel giro di pochi decenni, non può essere a mio avviso relegato anch’esso come si fa per tutto al giorno d’oggi, al vaglio del tatticismo politico, del calcolo d’interesse, come fosse la composizione di una giunta comunale o la crisi di maggioranza di un governo qualsiasi.

Questa volta no. Io sono orgoglioso dei molti ragazzi di Gioventù Nazionale che hanno partecipato alle manifestazioni che si sono svolte in molte parti d’Italia contro i cambiamenti climatici. Il tema a mio avviso non è Greta e chi la strumentalizza, non mi interessa, non mi appassiona, rimarranno degli odiosi radical chic che nei salotti parlano di scioglimento dei ghiacciai con il Suv parcheggiato sotto casa. Il tema era mettere al centro del dibattito internazionale le responsabilità dei colossi Usa e Cina sull’emissione della CO2 in atmosfera derivata direttamente dalle attività umane.

Più della metà del surriscaldamento terrestre registrato negli ultimi 60 anni è responsabilità dirette dell’uomo. Questo ha causato l’aumento della temperatura degli oceani e lo scioglimento di neve e ghiacciai, stravolgendo modelli climatici millenari. Tutto questo provoca ulteriormente e conseguentemente un innalzamento del livello dei mari e degli oceani, strettamente legato all’emissione dei gas inquinanti. Il principale gas serra, il biossido di carbonio è aumento del 41% dai tempi della Rivoluzione industriale e anche nelle previsioni più ottimistiche, l’aumento del libello dei nostri mari metterebbe a rischio le popolazioni di grandi città costiere come New York, Londra, Shanghai, Sydney, Miami, New Orleans e della nostra Venezia. Tutto questo mentre gli occhi dei potenti sono rivolti altrove.

Sia ben chiaro a differenza di molti ragazzi che vi hanno partecipato i nostri ragazzi erano ben consapevoli delle motivazioni per le quali stavano manifestando. Chi  come noi, al giorno d’oggi si definisce sovranista e conservatore ha ben chiaro in testa come si difende la terra dei padri, la nostra sensibilità sul tema viene oltremodo da lontano, ha ragioni profonde, non ideologiche, che ci portano a considerare la Natura, non un fattore biologico, ma l’altra faccia del sacro.

Ho provato una grande emozione nel vedere una generazione mobilitarsi su un tema così tanto importante, nobile, che esce dal materialismo imperante dei giorni nostri, che rimette l’Uomo al giusto posto nel suo rapporto con la Natura. Un tema che aiuta una generazione a capire il suo ruolo nel mondo, che siamo in lotta per donare un pianeta migliore ai nostri figli e non per sfruttarlo a dismisura per interessi personali ed egoistici. E’un insegnamento, l’affermazione di una visione del mondo, un modo di affrontare la Vita. Una pernacchia ai potenti del mondo e anche alle generazioni precedenti, che non sono mai state in grado di essere da esempio su questo tema. Migliaia di giovani in piazza, non per la legalizzazione della droga o per il sesso libero, non per dare sfogo alle proprie pulsioni individuali, ma per prendere per mano il proprio futuro. Capite che chi ha strumentalizzato Greta, chiunque ne muova i fili non vale un fico secco di fronte a tutto questo?

E mi fanno pena tutti coloro che nelle piazze hanno tentato di dare un colore politico al movimento, con bandiere rosse e cantando Bella Ciao… Sconfitti dalla loro autoreferenzialità, dalla loro inconsistenza morale ed etica. Diretta emanazione di una sinistra che non ha più nulla da raccontare, inesistente nelle istanze profonde dei popoli e che prova ad appropriarsi di qualcosa che non gli appartiene. Difendere la Terra, la Natura, il paesaggio, la flora e la fauna, é una battaglia generazionale, non serve a prendere voti, ma a donare un pianeta migliore ai nostri figli. Tutto il resto sono fregnacce, utili a riempire forse le pagine dei giornali, a far prendere like al radical chic di turno. Incoraggiamo questa generazione, da Nord a Sud, in Europa, in America come in Asia e in Africa. Come fate a non emozionarvi di fronte alla speranza che si riaccende sul mondo? Chi non combatte questa battaglia ne é complice. Chi non ne capisce l’importanza non ha chiaro la portata di ciò che accade o è in malafede.

E chissenefrega di chi strumentalizza Greta! Abbiamo a cuore il futuro della Terra! Non rompeteci i polmoni!

di: Girolamo Fragalà @ 16:44


Mar 18 2019

Difesa dell’ambiente: in piazza troppa retorica, troppe semplificazioni

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

È facile “essere contro”. Basta individuare un obiettivo e su quello concentrare i  propri strali. È quello che ha fatto Greta Thunberg, con la sua protesta virale. Al centro – come noto –  la mancanza di reali politiche sulla questione climatica. Dietro una sapiente regia mass mediatica, probabilmente orchestrata dalla famiglia della Thunberg, che, in pochi mesi, ha trasformato una ragazza di 16 anni seduta, ogni venerdì,  davanti al parlamento svedese con un cartello (Skolstrejk for klimatet, sciopero scolastico per il clima)   in un’ icona, paladina di un  movimento internazionale.

Lo slogan, lanciato dalla Thunberg al Forum di Davos ha una sua efficacia emotiva: «State rubando il futuro ai vostri figli». Quando si toccano le corde dei sentimenti è difficile ragionare e fare ragionare. Il discorso è di un semplicismo disarmante: «Noi siamo qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene al popolo». Verso dove stia  marciando e con quale idee si muova questo “cambiamento” non è ben chiaro. È  difficile chiederlo ad una ragazza di sedici anni, armata di un’onorevole passione. Non emerge però neppure nelle pieghe del “movimento”, tra quei milioni di giovani scesi in piazza per protestare contro il cambiamento climatico ed in quanti si riconoscono nel FridayForFuture.

Anche qui troppa retorica e un eccesso di semplificazioni. Da una parte a suonare è la grancassa del classico movimentismo “di sinistra”, incarnato – tra gli altri –  da il Manifesto che, in prima pagina, scrive:  “Un’onda d’urto, festosa e imponente, riempie di giovanissimi le nostre città e porta in piazza la parola d’ordine di un cambiamento radicale del vecchio e distruttivo sviluppo. In tutto il mondo la nuova generazione fa risuonare l’allarme sul destino della Terra”. Dall’altra il  trionfo dell’ovvietà, testimoniato (sul Corriere della Sera) da una classe  di un liceo dell’ hinterland milanese: “La tutela del paesaggio, l’abbassamento delle emissioni, la pulizia dell’aria e dell’acqua … chi non è d’accordo ? Davvero si può manifestare per una cosa così ovvia ?”.

Tra certo pompierismo neomaoista e il trionfo dell’ovvietà e del disincanto, dove guardare? Certamente alle  questioni di fondo di un modello di sviluppo che data ormai più di duecento anni e che fa analizzato ben oltre i suoi effetti più o meno devastanti, partendo dai processi di secolarizzazione della cultura e della società. Tra “città celeste” e “città terrestre” il mondo moderno, scegliendo la seconda, ha  coerentemente scelto una linea ed attivato quei processi di consumo (non solo economici ma anche ambientali) di cui il cambiamento climatico è una conseguenza tra le tante. Il  modello di sviluppo (e quindi di cultura, di società, di economia) oggi dominante va  certamente ridiscusso, partendo però  non solo  dai costi della cosiddetta “società opulenta” quanto anche dai  sacrifici che ognuno dovrà fare per raddrizzarne le storture. I giovani del FridayForFuture sono pronti a fare la loro parte? E dunque sono disposti a rinunciare allo Smartphone di ultima generazione, al ciclomotore rombante, ai facili consumi domestici, al cibo precotto, alle scarpe griffate “made in China”, alle bevande gassate e plastificate, ai contenitori usa e getta, agli  spostamenti aerei Low Cost? Guardiamoci tutti (giovani e meno giovani) allo specchio e cerchiamo di essere coerenti: manifestare non basta se non si tirano le dovute conseguenze, assumendo su di noi  le rispettive responsabilità. Se il mondo è di tutti, ognuno se ne faccia carico a partire dal proprio “modello di vita”.

di: Girolamo Fragalà @ 15:43


Mar 13 2019

Massacro di Sergio Ramelli, il silenzio complice della sinistra antifascista nel giorno dell’agguato

Mentre la sinistra continua a straparlare di pericolo fascista per nascondere la sua inettitudine a fare politica, oggi ricorre l’anniversario di uno dei più efferati attentati degli anni di piombo, compiuto ovviamente dagli antifascisti: il 13 marzo 1975 un commando di assassini di Avanguardia Operaia di Milano aspettarono sotto casa il 18enne Sergio Ramelli e lo aggredì con le chiavi inglesi Hazel 36, l’arma di ordinanza dei gruppettari comunisti dell’epoca, riducendolo in fin di vita. Ramelli morì il 29 aprile successivo, dopo 48 giorni di agonia senza mai riprendere conoscenza se si eccettuano alcuni brevi momenti di lucidità. Quando il consigliere comunale missino di Milano Tomaso Staiti di Cuddia dette la notizia in consiglio, fu fischiato e ci fu chi ignobilmente applaudì. Questa è la sinistra antifascista, questa è sempre stata: in quegli stessi giorni, sempre a Milano, i criminali dell’ultrasinistra continuarono lla loro opera mortifera contro chi non la pensava come loro: aggreditorno il giovane Antonio Braggion che per difendersi fu costretto a sparare un colpo di pistola che uccise il comunista aggressore Varalli; fu ferito gravemente l’avvocato e consigliere provinciale del Msi Cesare Biglia, che fu gravemente ferito insieme alla moglie; il sindacalista della Cisnal e combattente della Repubblica Sociale, invalido di guerra, Francesco Moratti, fu colpito a colpi di chiavi inglesi e lasciato per terra, mentre i locali del sindacato nazionale venivano incendiati; altre tre giovani, uno liberale, furono sprangati e ricoverati all’ospedale, nel clima di follia che aveva armato i delinquenti comunisti contro gli oppositori politici.

Il giorno prima della morte di Ramelli, i criminali di sinistra, impuniti, andarono sotto casa Ramelli, fecero scritte minacciose e intimarono al fratello di sparire entro 48 ore pena la morte. Il tutto nel silenzio delle autorità e delle forze dell’ordine, molto forti e decise però, nel giorno del funerale, a vietare il corteo funebre agli amici di Ramelli. Tra l’altro, Avanguardia Operaia aveva promesso di aggredire con le chiavi inglesi chiunque avesse partecipato al funerale del “fascista”. Oggi i comunisti non sprangano più, ma l’odio che li anima è sempre lo stesso: pochi giorni fa a Perugia la rotatoria dedicata a Sergio Ramelli è stata vandalizzata dalle femministe dei centri sociali, che hanno festeggiato così la festa della donna, imbrattando la rotonda inaugurata appena l’anno prima. Tra l’altro, i consiglieri del Pd di Perugia si erano opposti all’intitolazione della via, confermando così che l’odio verso chi non la pensa come loro non si è ancora sopito. E oggi, nell’anniversario di un gesto gravissimo come l’aggressione a freddo di un diciottenne inerme, in Italia la sinistra antifascista si distingue per il suo silenzio, per il suo tacere, per il suo non condannare gli atti di violenza contro chi non può dissentire dai diktat della sinsitra. Nonostante la martellante campagna della sinistra contro i morti ammazzati, la figura e la storia di Sergio Ramelli, non sono più solo patrimonio della destra, essendo entrate da tempo nella memoria comune dei milanesi e degli italiani. Eco perché non solo a Perugia (nonostante le proteste del Pd) e in altre città sono sorti piccoli o grandi simboli che ricordano il ragazzo massacrato. Sergio Ramelli frequentava l’Istituto tecnico Molinari di Milano: fu bollato con il marchio di “fascista” solo per aver scritto un tema in classe in cui biasimava gli omicidi delle Brigate Rosse. Erano gli anni Settanta, gli anni in cui “uccidere un fascista” non era reato…

di: Antonio Pannullo @ 16:32


Mar 12 2019

Il comunista Verbano non fu ucciso da fascisti mentre Mancia fu certamente assassinato dai comunisti

39 anni fa Angelo Mancia, protagonista della lotta missina degli anni di piombo, veniva barbaramente ucciso sotto casa sua nel quartiere Talenti a Roma, da un commando della tristemente nota Volante Rossa. L’omicidio di Angelo Mancia, avvenuto con modalità particolarmente efferate, voleva essere una risposta “popolare” a un altro omicidio avvenuto pochissimi giorni prima, nello stesso quartiere,  ai danni di un giovane comunista, Valerio Verbano, assassinato con modalità altrettanto feroci. Per entrambi gli omicidi non si è mai riusciti ad individuare i responsabili, come accadeva spesso in quegli anni, ma soprattutto quando le vittime erano ragazzi missini. Solo che c’è una differenza sostanziale tra i due delitti: l’omicidio Verbano, atteso in casa dai killer che avevano immobilizzato i genitori e ucciso al suo ritorno da scuola (andava al liceo Archimede), non è affatto certo a tutt’oggi che sia stato commesso da killer dell’estrema destra. Anzi, è stato sempre smentito da tutte le persone coinvolte. Ormai sono passati 39 anni, sono state fatte numerose inchieste sul mondo eversivo della destra estrema, la memorialistica è amplissima, molti libri sono stati scritti su quegli anni, e nessuno ha mai detto di sapere, anche de relato, qualcosa sull’omicidio Verbano: è un delitto estraneo al mondo del terrorismo nero. Lo si evince non solo dagli atti processuali e giudiziari ma anche dai racconti, dall’atmosfera, dalle circostanze: da nessun processo né da alcuna dichiarazione di testimoni è mai saltato fuori che qualcuno sapesse qualcosa dell’omicidio di via Monte Bianco, né che conoscesse qualcuno che aveva avuto a che fare o che sapesse qualcosa su quel delitto. I genitori di Verbano, che era figlio unico, e i suoi compagni, per anni hanno inseguito e cercato la verità, ma senza mai arrivare a nulla. I genitori addirittura hanno convocato un estremista di destra, Nanni De Angelis (che si diceva essere stato aggredito da Verbano e da altri in piazza Annibaliano) a casa loro, poiché erano certi di poter riconoscere la corporatura dei killer, anche se erano mascherati. De Angelis si presentò coraggiosamente e lealmente a casa loro, parlò con loro, dando la sua parola di non aver nulla a che fare con l’omicidio e che non conosceva neanche i responsabili, e fu creduto. Tanto che il padre lo accompagnò sino al portone chiamandogli un taxi e lo protesse in qualche modo dai compagni del figlio che stazionavano sotto casa.

L’omicidio Verbano

Vero è che ci furono alcune rivendicazioni: la prima pochissime ore dopo l’omicidio, da parte di un Gruppo Proletario Organizzato Armato, che sosteneva di aver colpito un delatore, un informatore della polizia, precisando anche di voler solo gambizzare il giovane e non di volerlo uccidere. È vero anche che Verbano fotografava le sezioni del Msi e aveva un autentico dossier sugli estremisti di destra del quartiere; fu la stessa polizia che ne informò i dirigenti missini della zona dopo la morte del giovane. La seconda rivendicazione arrivò verso le 21, da parte dei Nar, i Nuclei armati rivoluzionari: “Abbiamo giustiziato Valerio Verbano mandante dell’omicidio Cecchetti. Il colpo che l’ha ucciso è un calibro 38 (circostanza esatta). Abbiamo lasciato nell’appartamento una calibro 7.65. La polizia l’ha nascosta (circostanza non verificata)”. Ma dieci giorni dopo, a Padova, spunta un altro volantino dei Nar che smentisce nel modo più assoluto la responsabilità dei Nar nell’omicidio. I dossier di Verbano, che avrebbero dovuto essere stati distrutti come da ordine del giudice, in realtà ricomparvero in copia nel 2011 in occasione della riapertura dell’inchiesta sull’omicidio. Verbano aveva stilato un elenco di quasi mille nomi di missini romani, tra cui anche Teodoro Buontempo e Francesco Storace, corredato da indirizzi e abitudini, un po’ sull’esempio del famigerato opuscolo analogo di Lotta Continua “Basta con i fascisti!”, una vera e propria lista di proscrizione e un chiaro incitamento alla violenza, tanto più che allora uccidere un fascista non era reato, anzi, un atto meritorio. E nell’elenco di Verbano c’era anche il nome di Angelo Mancia. I magistrati dissero che sull’omicidio Verbano non si poté mai trovare alcuna pista. Un testimone, che poi ritrattò, disse però che di aver riconosciuto i tre ragazzi che fuggivano da casa Verbano, perché il giorno prima li aveva visti in compagnia dello stesso Verbano. Un pentito del mondo della destra poi disse di aver sentito da un altro esponente di destra che “a suo avviso” l’omicidio Verbano è stato compiuto da questo e da quello, ma non ci fu mai nessun riscontro di alcun tipo e gli interessati hanno sempre smentito. Anche nel caso Verbano, poi, come in altri casi, molte prove furono smarrite o distrutte. Certo  è che nessuna pista, o testimonianza, o prova, ha mai evidenziato responsabilità del mondo del terrorismo di destra in questo atroce omicidio di quegli anni della pazzia.

Omicidio Mancia

Diversa la storia per Angelo Mancia: come molti ricorderanno l’omicidio Verbano causò una reazione rabbiosa e violenta nella sinistra: sezioni del Msi furono incendiate e assalite, elementi di destra furono aggrediti, ci furono violenti scontri con le forze dell’ordine. In quell’atmosfera, era chiaro che i compagni cercavano vendetta. E la ebbero. Per tutta la notte tra l’11 e il 12 marzo 1980 un commando armato aspettò in via Federigo Tozzi, in un furgoncino Volkswagen azzurro, che Angelo Mancia, dipendente del Secolo d’Italia e segretario della sezione Talenti di via Martini, uscisse di casa per andare al lavoro. Vestiti con camici bianchi, i due killer affrontarono Angelo con pistole 7,65. Angelo capì immediatamente cosa stesse accadendo, forte dell’esperienza di tanti anni di attivismo sulla strada: colpito una prima volta, e poi altre, lanciò il motorino Garelli contro gli aggressori e tentò di rientrare nel portone, ma non ce la fece: fu finito con un colpo alla nuca. In tutto fu colpito sette volte. I killer furono immediatamente caricati a bordo di una Mini Minor rossa che li portò via. Una Mini Minor era anche l’auto dalla quale partirono le revolverate che uccisero, un anno prima ma nello stesso quartiere, Stefano Cecchetti davanti a un bar frequentato da estremisti di destra.  Alle 11.05 arrivò al quotidiano La Repubblica una telefonata di rivendicazione: “Qui compagni organizzati in Volante Rossa, abbiamo ucciso noi il boia Mancia. Siamo scesi da un pulmino posteggiato lì davanti”. La Volante Rossa era una banda di criminali comunisti attiva dopo la guerra che si macchiò di molti omicidi, e i cui capi riuscirono a fuggire in Cecoslovacchia con l’appoggio del Pci. Ma nelle ore successive, tanto per dire che clima ci fosse, comparvero in tutta Roma, ma soprattutto nel quartiere Monte Sacro, i manifesti di rivendicazione dell’omicidio di Angelo Mancia firmati dai Compagni organizzati in Volante Rossa che ammonivano: “Non basteranno cento carogne nere”. Ed era firmato: “I compagni dell’Autonomia”. Più chiaro di così… Chi li ha stampati? Chi li affisse? È strano che le indagini in questo senso, se mai ci furono, non abbiano portato a nulla. Ricordiamo solo che la prima Volante Rossa assassinò nel 1947 anche Mario De Agazio, direttore del Meridiano, ma che i componenti della banda furono poi graziati da Saragat e da Pertini, Gli altri come detto ripararono all’estero. Per chi ha conosciuto Angelo Mancia non c’è bisogno di dire chi fosse. Per i giovani basti dire che era un camerata leale e coraggioso, uno che non si tirava mai indietro e che aiutava tutti. Come disse qualcuno al suo funerale, citando Orazio: “Non morirò del tutto…”. E Angelo, 39 anni dopo, è vivissimo nella nostra memoria.

di: Antonio Pannullo @ 16:06


Mar 11 2019

90 anni fa il fascista Notari elogiava in un libro la “donna di tipo tre”. L’opposto dell’angelo del focolare…

Era il 1929 quando lo scrittore fascista e amico di Marinetti Umberto Notari pubblicava il profetico libro “La donna di tipo tre“. Un testo che già all’epoca riteneva superato il modello “angelo del focolare” e quello della donna “riposo del guerriero”. L’analisi di Notari fu davvero lungimirante: le donne inseguivano ormai l’indipendenza economica e avrebbero costretto il maschio nell’angolo, in un ruolo marginale. Una visione che oggi appare molto attuale e che di fatto confuta quanti associano il fascismo a un improponibile “ritorno al medioevo”. Già 90 anni fa, invece, certe riflessioni sulla donna lavoratrice, non prive di un tocco ironico e disincantato, erano all’ordine del giorno.

La donna moderna o “donna tipo tre” – annotava Notari –  è colei che dai proventi del proprio onorevole lavoro trae i mezzi di sussistenza e si trova di fronte all’uomo – padre, fratello, marito o amante – in condizioni di assoluta indipendenza economica”. Questa nuova figura prende piede e modifica tutti gli aspetti della vita femminile, cambiando totalmente il comportamento e le abitudini delle donne italiane. Un cambiamento che si riflette nella moda dell’epoca, tesa a razionalizzare l’abbigliamento eliminando il superfluo e adattandolo alle esigenze di una donna i cui ritmi si fanno più veloci, abituata a uscire sola e a vestire comodamente.

Notari del resto si era già fatto notare per la spregiudicatezza d’analisi col suo romanzo d’esordio Quelle signore (1904) ambientato in un bordello. Il protagonista, il poeta Ellera, era ispirato al personaggio di Marinetti. Pagine che fecero scandalo e decretarono un enorme successo del libro. Marinetti fu a sua volta biografo di Notari, scrittore del tutto dimenticato, forse anche a causa della firma posta sotto Il Manifesto della razza. Una macchia nella produzione letteraria di un intellettuale arguto al quale si devono in ogni caso analisi profonde sui cambiamenti del costume e della moda che non possono essere ignorati.

Era la moda il campo in cui maggiormente si manifestavano i cambiamenti sociali che investivano il mondo femminile: Notari ne era consapevole e così anche il fascismo che da subito ingaggiò una battaglia che oggi definiremmo “sovranista” per imporre una moda nazionale indipendente dai modelli francesi.

A ingaggiare battaglia contro Parigi per una moda italiana e vincente fu anche Lydia De Liguoro, fondatrice della rivista Lidel e accanita antagonista dell’esterofilia delle dame italiane. Fervente nazionalista, protagonista della campagna contro il lusso straniero agli albori degli Anni 20 del Novecento, la De Liguoro finì con l’aderire al fascismo e vi trovò l’ambiente ideale per l’affermazione dell’italianità nel campo dei figurini di moda. Un clima talmente contagioso che a Firenze la contessa Rucellai organizzò un ballo dove era di rigore indossare la tuta disegnata dal futurista Thayaht, “inventore” del capo d’abbigliamento più proletario che ci sia.

E proprio le ricerche degli storici della moda, come quelle di Sofia Gnoli, stanno lì a dimostrare che nei messaggi del fascismo alle donne si fondono, in particolare negli Anni 30, richiamo alla tradizione della “madre e sposa esemplare” e modernizzazione. Un intreccio ben visibile anche nella proposta culturale del fascismo alle donne: così mentre La Donna pubblicava a ogni numero lezioni di ginnastica e Gino Boccasile disegnava per la copertina di Grandi Firme una prosperosa signorina in un’elegante divisa da sci a tuonare contro il nuovo stile di vita atletico rimaneva solo la stampa cattolica, con Famiglia cristiana allarmata per la moda che attirava «la donna fuori di casa con gli spassi e lo sport».

Testimonianza di questo fervore culturale che non trascurava l’elemento femminile fu l’intuizione dell’Ente nazionale della moda che – tra propaganda a volte becera e battaglie culturali per far emergere lo stile italiano – riuscì alla fine a promuovere creatività, competenza, alto artigianato e spirito di iniziativa. Così fu proprio sul finire di una guerra tragica e dolorosa che «gli italiani dopo secoli di sudditanza iniziarono», scrive Sofia Gnoli, «a prendere coscienza del proprio enorme potenziale creativo che preluse all’affermazione del nostro stile nel mondo».

 

di: Annalisa Terranova @ 14:44


Mar 11 2019

La Triptorelina, farmaco che sospende la pubertà: così avanza il “relativismo” di genere

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Un farmaco da usare “solo in casi molto circoscritti, con prudenza, con una valutazione caso per caso”. Così Laura Palazzani, vice presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica e membro corrispondente della Pontificia Accademia per la Vita, ha commentato, in un’intervista,  la notizia sulla triptorelina (Trp), il farmaco antitumorale che ha tra i suoi effetti collaterali quello di sospendere la pubertà e che in Italia potrà essere prescritto a totale carico del Servizio Sanitario Nazionale. 

I dubbi di medici, giuristi
e associazioni cattoliche

La notizia ha il crisma dell’ufficialità vaticana. A pubblicare l’intervista alla Prof. Pallazani è infatti  “Vatican News”  il sistema d’informazione della Santa Sede. Non un sito qualunque, né evidentemente un’iniziativa autonoma della vice presidente del Comitato Nazionale per la Bioetica, membro corrispondente della Pontificia Accademia per la Vita e  docente di Filosofia del Diritto all’Università Lumsa (Libera Università Maria Santissima Assunta) di Roma.  Non a caso di fronte ad una presa di posizione del genere diversi medici, giuristi e associazioni cattoliche hanno sollevato dubbi sui rischi ancora sconosciuti nell’uso di tale medicinale, sottolineando come il farmaco potrà ora essere somministrato – pure se sotto controllo medico – ad adolescenti affetti da disforia di genere, che si può manifestare anche molto precocemente nell’infanzia e nell’adolescenza in soggetti che non si riconoscono psicologicamente nel sesso alla nascita, spesso con patologie psicologiche e psichiatriche. 

L’uso della Triptorelina
non è una soluzione

Ciò che lascia perplessi, laicamente perplessi, è che l’uso del farmaco rappresenti una soluzione (l’unica ?) a questo tipo di problemi, non considerando i risvolti psicologici, familiari e sociali che queste problematiche portano con sé.  La preoccupazione principale – secondo la prof. Palazzani – sembra essere … l’informazione: che il ragazzo o la ragazza,  avendo all’incirca 10-12 anni, siano  adeguatamente informati e accompagnati nella decisione, con il consenso dei genitori. Un po’ poco, vista la gravità della scelta, laddove come si legge nella nota congiunta di Scienza & Vita e del Centro studi Rosario Livatino “… resta sospesa la questione del consenso all’uso del c.d. farmaco, vista la scarsa consapevolezza di adolescenti e preadolescenti circa le proprie potenzialità.  Premesso poi che la capacità di agire viene raggiunta al compimento della maggiore età, come faranno i medici a garantire che il consenso di un pre-adolescente cui si intenda somministrare la TRP sia “libero e volontario”? che cosa accadrà se i genitori vorranno accedere alla “cura” e il minore no, o il contrario, o, ancora, in caso di contrasto fra genitori? potrà il genitore (o il tutore) esprimere l’assenso a un atto di disposizione del corpo altrui, in evidente contrasto con l’ordinamento vigente?”

Tra disagio
e banalizzazione

Siamo veramente convinti – aggiungiamo noi – che il “malessere” evidenziato dall’uso (e dal potenziale abuso) dalla triptorelina non sia il risultato di  un malessere ben più profondo rispetto al semplice disagio  circa la corporeità maschile o femminile? E la possibilità di arrivare a cambiare sesso attraverso un farmaco,  non rischia di banalizzare una scelta dai drammatici risvolti esistenziali (tali da inviare ad attendere la maggiore età) ? Ed ancora: si è consapevoli dei “costi” sociali di questo tipo di orientamenti (anche qui banalizzati dalla prescrizione a carico del Servizio Sanitario Nazionale)?

Una scorciatoia
per l’ideologia gender

In sintesi: è  evidente come la prescrizione del  farmaco  antitumorale destinato a  di sospendere la pubertà si collochi  all’interno dell’ormai lungo ed articolato processo di penetrazione  dell’ideologia gender  sia per via culturale che amministrativa. Ignorare questo processo, specie da parte di chi, in ambito cattolico, dovrebbe, sul piano dottrinario, contrastarne l’espansione appare più che un’ imperdonabile superficialità. E’ – a tutti gli effetti – un atteggiamento complice ed  una resa ai bassi orizzonti di una modernità … farmacologica.

di: Girolamo Fragalà @ 12:27


Mar 09 2019

Fu la distruzione totale di Tokyo, più che le bombe atomiche, a far capitolare il Giappone

Tutto il mondo conosce la storia di Hiroshima e Nagasaki: di come gli Stati Uniti, per far finire la guerra contro un nemico che non conosceva la parola “resa”, decisero di utilizzare questa arma letale contro le popolazioni civili, inermi, e non contro i soldati od obiettivi militari, al solo scopo di costringere l’Impero a cedere. Ma pochi sanno che la vera ragione per cui l’Imperatore decise di salvare il suo popolo dallo sterminio furono i pesanti bombardamenti al napalm, ossia con le bombe incendiarie, contro la capitale Tokyo, che non fu risparmiata per motivi umanitari o di opportuntà politica dalle atomiche, come è stato, ma solo perché a Tokyo non c’era più nulla da distruggere. La “pratica” di Hiroshima e Nagasaki fu attuata dagli americnai solo per sveltire in qualche modo la decisione imperiale, peraltro già presa dopo la visita dell’imperatore Hiro Hito ai quartieri devastati della capitale.

Washington aveva capito che non avrebbe mai potuto battere i soldati giapponesi sul campo, se non a prezzo di indicibili perdite umane dall’una e dall’altra parte. Per questo, sin dal 1942, concentrò le proprie attenzioni sui civili. Nel periodo che va dall’aprile del 1942 sino al 9 marzo del 1945, circa 500 bombardieri americani scaricarono sulla capitale giapponese tonnellate e tonnellate di esplosivi che produssero circa 200mila morti e un milione di profughi, oltre ad inimmaginabili danni materiali e ambientali. Eppure questo ennesimo olocausto in Occidente oggi è sconosciuto, la storia non ne parla, i cronisti non l’hanno raccontata, al contrario di come è accaduto ad esempio per Dresda. In raltà le prime incursioni, quelli dell’aprile 1942, non ebbero un grande effetto, sia per il tipo di aerei utilizzato, i B-25 Mitchell, che avendo poca autonomia, partiti da una portarei, dovettero poi riparare un Unione Sovietica e nella Cina occupata dai giapponesi, venendo internati poi per tutta la durata del conflitto. La svolta del conflitto fu l’utilizzo delle Superfortress B-29, le cosiddette fortezze voalnti, che avevano una ampissima autonomia di volo e che nell’ultima parte della guerra potevano partire direttamente dalle Isole Marianne (e dalla primavera del 1945 a Guam), strappate ai giapponesi e molto più vicine alle coste del Giappone rispetto alla Cina. I decolli dalle Marianne consentirono agli americani di sostituire gran parte dei serbatoi con le bombe incendiarie, inoltre gli aerei furono del tutto disarmati per stivare più ordigni. Dopo alcune altre incursioni nel corso del 1944, l’anno successivo vi fu il cambio di passo: si decise per incursioni notturne a bass quota, con bombe incendiarie sui centri urbani più popolati. La prima di quest eincursioni avvenne il 3 febbraio sulla città di Kobe, e si capì che le abitazioni civili giapponesi, fatte di legno e carta, erano particolarmente vulnerabili al napalm. Così, il 23 febbraio ben 175 fortezze volanti volarono su Tokyo distruggendo una parte dlela città e il 9 e 10 marzo vi fu l’incursione devastante, ben 334 B-29 portarono l’inferno nella capitale giapponese, dove interi quartieri arsero per tutta la notte come tragiche lanterne di carta. Si calcola che in una sola notte persero la vita oltre 74mila civili. Seguirono altre 1600 incursioni nei giorni seguenti, a Tokyo e in altre quattro città. I bombardamenti indiscriminati contro i civili proseguirono incessantemente sino alle bombe atomiche e alla conseguente resa giapponese. Tutte le incursioni, come detto, causarono oltre 200mila vittime civili. Un generale americano ammise che se gli Usa avessero perso la guerra lui sarebbe stato processato come criminale. E sia un ex premier nipponico sia uno storico hanno argomentato che il vero motivo della resa non furono tanto le bombe atomiche quanto la distruzione totale di Tokyo. Ma per i vincitori, si sa, non c’è nessuna Norimberga. Solo per i vinti.

di: Antonio Pannullo @ 15:16


Mar 06 2019

Il ruolo della destra in Italia nel passato e nel futuro prossimo venturo

Riceviamo da Carlo Ciccioli e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

La Destra in Italia nel dopoguerra ha attraversato fasi specifiche con ruoli ben definiti. Dal 1946 attraverso la fondazione e il successivo consolidamento del Movimento Sociale, ha raccolto soprattutto coloro che avevano vissuto gli eventi del Fascismo e della Repubblica Sociale. Si trattava di persone che, aldilà delle vicende del “ventennio” e della guerra, avevano creduto soprattutto in delle idee che, benchè sconfitte e vittime di errori ed orrori, volevano comunque testimoniare la sopravvivenza ad una esperienza emotiva intensissima. Al netto di conflitti e contraddizioni interne, caratterizzate anche da contrasti irriducibili e scissioni, avevano comunque il comun denominatore di storie comuni, compresa la ricomposizione con il mondo monarchico e liberale. Tale fase (1946-1968) si concluse all’incirca alla fine degli anni ’60 , sia per l’età di molti dei suoi esponenti e protagonisti, sia perchè le successive vicende della politica avevano fatto il loro corso. La nuova fase della Destra si apre nel 1968/69 con il furoreggiare dell’ideologia comunista e la possibilità del trionfo dell’estrema sinistra in Italia, sia quella istituzionale del Partito Comunista Italiano che quella aggressiva e violenta dei gruppi extra-parlamentari, fino alle Brigate Rosse. La parola d’ordine della riscossa della Destra, che soprattutto nell’ ultimo periodo aveva attraversato un certo declino, era quella dell’anti-comunismo. In tutti gli anni ’70 Giorgio Almirante dà senso a questa fase con le parole d’ordine del fronte articolato anticomunista, la partecipazione alle “maggioranze silenziose” e la fondazione della Destra Nazionale, raccogliendo successi significativi anche oltre al 10% degli elettori con punte fortissime a Roma, Napoli, Reggio Calabria e in Sicilia. La fase dell’anticomunismo (1968-1993) si conclude con la caduta del muro di Berlino nel novembre 1989 e il successivo crollo dell’Unione Sovietica. I partiti comunisti europei ammainano bandiera e addirittura cambiano nome, come in Italia in PDS e DS. Questo fa venir meno il ruolo della Destra come punta di diamante dell’anti-comunismo. Dal 1994 con la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la nascita di Forza Italia, la Destra ritrova il suo ruolo e la sua funzione come area di destra all’interno della coalizione del Polo delle libertà, della successiva Casa delle Libertà ed infine all’interno dello stesso Popolo delle Libertà. Ci troviamo di fronte, dalla fondazione di Alleanza Nazionale in poi, non più al patrimonio ideale del Movimento Sociale Italiano delle origini, cioè di una Destra sociale, nazionale e popolare, ma di una destra più ampia e plurale che comprende anche l’area cattolica e liberale. Sempre percentuali a due cifre, che fluttuano intorno al 15% ed anche oltre, ma che di necessità subiscono l’egemonia del pensiero dominante di Forza Italia e del peso al Nord della Lega all’interno della coalizione . In questa fase va detto che Alleanza Nazionale dispone di una classe dirigente più attrezzata dei Partiti alleati e quindi può permettersi qualche exploit in alcune situazioni di governo locale, regionale o nei Ministeri, ma sempre con un ruolo compresso dal peso preponderante dell’area liberale dell’alleanza. La crisi del berlusconismo, ed io mi sento di dire anche il limite del berlusconismo, che non riesce mai a decollare come pensiero politico originale, che rimane sempre subalterno agli interessi dei suoi gruppi interni e dei poteri consolidati della vita politica italiana, collegati al vincitore di turno, senza alcun contenuto culturale ed ideale, ne hanno determinato il respiro corto e il dissolvimento sotto la pressione dei potentati dell’Unione Europea. Di fatto nel 2011 si conclude l’esperienza iniziata nel 1994 (1994-2011) e comincia un’altra fase che è caratterizzata dalla diaspora del vecchio mondo di Alleanza Nazionale in mille rivoli e dalla nascita, all’inizio marginale, di Fratelli d’Italia, che da un misero 2% del 2013 e solo 9 Deputati eletti, arriva finalmente il 4 marzo 2018 ad una percentuale del 4,4% e alla elezione di 32 Deputati e 18 Senatori. Ma nel frattempo l’area elettorale della destra, che è quella delle percentuali di Alleanza Nazionale del ventennio precedente, viene abbondantemente assorbita dalla Lega che superata la limitazione di essere Partito del Nord, diventa una sorta di Lega Nazionale, che con Matteo Salvini sposa tutte le battagli tradizionali della Destra quali ordine, sicurezza, giustizia, lotta alla corruzione, anti-comunismo, famiglia tradizionale, identità nazionale, anche oscurando l’originale pensiero federalista. Di fatto con l’idea del “cambiamento” la Lega riesce a rappresentare oggi quasi un terzo dell’elettorato italiano che in precedenza aveva premiato Forza Italia e Alleanza Nazionale e che in questi messaggi si era sempre ritrovato. La posizione della Lega con il suo scarso retroterra culturale ed ideologico, è più comoda per reclutare consenso diffuso, ma proprio in conseguenza di ciò, tale consenso è più fragile ed evaporabile più velocemente nel tempo. E’ qui il nodo dello spazio prossimo venturo della Destra di Fratelli d’Italia, che proprio perchè ha alle spalle un patrimonio consolidato di idee e classe dirigente, può rappresentare lo zoccolo duro della coalizione che verrà, assorbendo la delusione che certamente determinerà il generalismo della Lega e la dissolvenza di Forza Italia con un Berlusconi sempre più alla fine del ciclo vitale. Tutto ciò necessita però di un intenso lavoro politico, culturale, organizzativo, di proposta e di elaborazione di tesi future. Perché, quando poi vinci, i nodi vengono al pettine, come oggi nel Governo gialloverde; noi siamo la forza politica più attrezzata, se vogliamo anche caparbia, per affrontare le difficoltà che sempre si presentano nella quotidianità dell’azione politica. Noi abbiamo alle spalle una scuola antica e collaudata per far fronte a queste esigenze. La strettoia è quella del quorum elettorale delle europee di maggio, che se siamo agguerriti e intraprendenti, possiamo brillantemente superare. Da quel momento saremo in discesa per recuperare un ruolo elettoralmente più forte nella coalizione e nello scenario politico italiano. In estrema sintesi la Destra in Italia nel dopoguerra ha sempre giocato una funzione collaterale nei grandi scenari nazionali, magari influenzandoli pesantemente, ma non riuscendo mai a svolgere il ruolo centrale di protagonista del sistema politico. Stavolta paradossalmente, in questa fase internazionale, può giocarlo. Speriamo che la presenza di Giorgia Meloni a Washington, unico esponente politico italiano, alla Convention dei Movimenti Occidentali Sovranisti e Conservatori possa essere l’inizio di una grande affermazione.

di: Girolamo Fragalà @ 17:34


Mar 06 2019

8 Marzo verso la parità. Con il mondo islamico, dove le donne sono sottomesse?

Si è vero, stiamo andando, anzi, stiamo raggiungendo la parità, ma con il mondo islamico, dove le donne sono considerate poco o niente, dove per legge valgono meno degli uomini, dall’eredità alle testimonianze in tribunale. Ma almeno, loro hanno la sfacciataggine di dichiararlo apertamente. Noi invece continuiamo a mistificare, a prenderci in giro con la parità di genere, la parità dei diritti e balle varie. E mentre ci raccontiamo queste balle, regrediamo sempre più. L’integrazione è una menzogna raccontata agli utili idioti che, credendosi progressisti per dono divino, sono del tutto incapaci di vedere che i furbi hanno importato qui gli orrori da cui fingevano di fuggire.

Stiamo raggiungendo la parità, ma col mondo islamico. Ormai faccio fatica a vedere differenze con quel mondo dove le donne sono sottomesse ai maschi misogini e padroni e dove, per non eccitare i bipedi maschilisti (altro che religione), devono coprirsi con il velo o con il burqa, o quant’altro serve a mascherare le fattezze del corpo femminile. Quel mondo di depravati dove le bambine vengono date in spose (in Yemen addirirttua a 3 anni, al fine di comprare cibo), vengono infibulate, dove viene praticato il breast ironing, lo stiramento del seno, o dove le ragazzine vengono allevate all’ingrasso, come si fa coi polli in batterie, fino ad arrivare ad almeno 100 kg per essere più attraenti nei confronti degli umanoidi di sesso maschile.

La regressione culturale dell’Europa, ormai scivolata verso la barbarie, è sotto gli occhi di tutti, anche se taluni, per comodità o per ottusità, fingono di non vedere. Non noto piu’ tante differenze tra il mondo islamico e il nostro, dove le donne vengono umiliate, maltrattate, abusate, violentate, stuprate un giorno sì e l’altro pure. Non vedo differenze tra i maschilisti che impongono il velo e le finte femministe che lo difendono vaneggiando di “scelta di libertà”, malgrado tante donne, anche giovanissime, siano state umiliate, accoltellate, picchiate, minacciate di morte, e segregate perché si sono rifiutate di indossarlo.

Per non parlare dell’Unione europea, che da una parte si finge paladina dei diritti delle donne e della parità di genere, e dall’altra è ipocritamente alleata con le monarchie islamiche piu’ misogene del pianeta. Difficile dimenticare la Mogherini mentre confessa candidamente che “l’islam è nel presente e nel futuro dell’Europa!”

In Italia, ogni 2 giorni e mezzo una donna viene UCCISA. Inoltre, si perpretano continuamente e costantemente violenze di ogni tipo, da quella fisica a quella psicologica. Da quella professionale a quella economica. Un mondo ‘occidentale’ di M, dove la M non sta solo per ciò che è facile immaginare, ma sta per Maschilista e per Misogino, parimenti a quanto avviene nel mondo islamico.

Nessuno ha la ricetta per invertire questa deriva. Certo è che non possiamo risolvere i problemi di tutti e allora ognuno deve guardare nel proprio orticello. In Italia non bastano l’8 marzo e il 25 novembre, non bastano le associazioni che dicono di battersi a difesa delle donne ma che spesso e volentieri battono solo cassa. Bisogna riconoscere che, fino a questo momento, la grancassa mediatica pseudo-femminista, guidata da persone incapaci o inadatte al ruolo, ha fallito di brutto.

E’ inoltre deleterio e ridicolo pensare di contrastare il maschilismo imperante, culturale e istituzionale, con le boldrinate, per esempio coniugando le parole maschili al femminile, nell’infantile illusione che si possa risolvere un problema cambiando nome o genere alle parole del dizionario. Il politicamente corretto infatti, oltre a uccidere la libertà  di espressione, ha anche l’obiettivo di modificare la percezione della realtà, lasciando le cose esattemente cosa sono. Per i furbi è un affare perché, in questo modo, gli stolti creduloni si sentono gratificati e protetti, mentre sono doppiamente beffati.

In Italia, non servono altre leggi come dice la Bongiorno. E’ maniacale, è tutta italiana questa mania di legiferare per affrontare e risolvere un problema. Non a caso siamo il Paese che, da solo, ha più leggi di tutti gli altri Paesi europei messi assieme. Ciò che serve, senza se e senza ma, è APPLICARE le leggi che ci sono, ma serve soprattutto, la CERTEZZA della pena. A cosa serve spingere una donna a denunciare se poi il GIUDICIUME emette sentenze al limite della misoginia? Serve solo a mettere le donne piu’ in pericolo di quanto già non lo siano. A che serve denunciare se la vittima poi non viene tutelata, protetta dal suo aguzzino, che talvolta viene solo denunciato o al massimo posto agli ‘arresti’ domiciliari?

Serve INASPRIRE LE PENE E GARANTIRE LA CERTEZZA DELLA PENA. Il resto son balle a spese della Donna e dell’onestà intellettuale, per chi ce l’ha.

di: Girolamo Fragalà @ 09:36


Mar 04 2019

Sovranismo e ambientalismo, siamo tutti Grünen: la lezione della destra

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

“Noi siamo l’ultimo bastione contro l’estrema destra”:  così  Ska Keller,  politica tedesca, parlamentare europea dal 2009 e candidata dei Verdi alla presidenza della Commissione Europea, in un’intervista pubblicata da Linkiesta. Il “noi” sta per gli ambientalisti, i paladini dell’ecologia, i Grünen,  laddove  la destra e i populisti sono considerati  “negazionisti” del cambiamento climatico e volgari saccheggiatori dell’ambiente. Ognuno si inventi i nemici che vuole. Si eviti però di falsare – a proprio piacimento – la realtà. Se c’è un tema intorno al quale “da destra” è cresciuta ed è venuta articolandosi una coerente linea alternativa è proprio il tema dell’ambientalismo. Certo, c’è destra e destra. Una cosa è il mondo della cosiddetta destra industrialista, tutta profitto e produzione. Altro evidentemente le idee declinate da chi – e non da oggi – ha individuato nell’ecologia un originale fronte di lotta, senza nulla concedere al facile ecologismo “progressista” ma anche senza assecondare gli eccessi di un industrialismo senza radici. 

Come ci ha sempre ricordato – del resto – Alain de Benoist, già dagli Anni Quaranta l’esaltazione della “vita naturale” e dei “valori agresti” ha costituito uno dei temi preferiti della destra sociologica. Adriano Romualdi, intellettuale di ispirazione nazional-rivoluzionaria, identificava il significato ultimo della battaglia ecologista  proprio con la conservazione delle differenze e delle peculiarità necessarie all’equilibrio spirituale del pianeta, conservazione di cui la protezione dell’ambiente naturale è una parte. Nella militanza “ambientalista” si sono sperimentati, a partire dagli Anni Settanta, ampi settori della destra sociale, in Italia (con i Gruppi di Ricerca Ecologica e Fare Verde), in Germania (con l’Okologisch Demokratische Partei), in Francia (con il Mouvement écologiste indépendant). 

Come ha sottolineato Marco Tarchi (“Molte destre, nessuna destra ?”, su “Trasgressioni”, n. 62, settembre-dicembre 2018) i cardini di una destra sensibile ai temi dell’ambientalismo  “sono la protezione della diversità dell’ecosistema, contro la monocultura omogeneizzante planetaria; la credenza nell’esistenza di leggi di natura invalicabili e la accettazione della nozione di limite (che ha portato, fra l’altro, all’opposizione agli organismi geneticamente modificati, o ogm); la valorizzazione del rapporto con i luoghi e il paesaggio, contro la riduzione della natura a strumento di profitto”. 

Tutti questi richiami  che cosa significano ?  Intanto che i confini dell’ambientalismo sono ben più ampi di quelli immaginati da un “verdismo” di maniera, sostanzialmente mondialista e materialista. E poi che l’uso  strumentale della lotta ambientalista – sventolata da Ska Keller contro “l’estrema destra” –  non fa bene ad una battaglia di verità, che ha nel “trasversalismo” uno dei suoi elementi fondanti, un “trasversalismo” che sappia andare  all’essenza della crisi del mondo moderno, contro tutte le omologazioni e contro tutti gli eccessi del produttivismo.  

D’altro canto, su un piano strettamente politico, restringere l’emergenza ecologista in un ambito elettoralistico significa indebolire piuttosto che rafforzare il “movimento Verde”, facendogli perdere quella autonomia di elaborazione che è la sua forza reale. 

Nel  libero confronto interdisciplinare la battaglia ecologista rappresenta una sfida aperta, a patto di non “inquinarla” con piccole battaglie di schieramento finalizzate a rosicchiare qualche percentuale di voto in più. Per poi – come è già accaduto nel passato –  finire travolta dal  piccolo cabotaggio politicante. 

di: Girolamo Fragalà @ 11:57


Mar 02 2019

Storia di Giovanni Berta, buttato di sotto e ucciso dai comunisti. Proprio come Francesco Cecchin

Le analogie tra Giovanni Berta, il fascista fiorentino assassinato in maniera particolarmente efferata a Firenze nel 1921 dai comunisti, e Francesco Cecchin, il giovane missino 17enne ucciso a Roma nel 1979, sono davvero parecchie: la più importante è che i colpevoli non sono mai stati presi. L’hanno fatta franca. Entrambi i giovani, poi, sono stati buttati di sotto senza pietà, probabilmente dopo essere stati storditi, dagli avversari politici. In tutti e due i casi, poi, i giovani erano da soli mentre i comunisti erano in parecchi. C’è anche un’altra similitudine: a entrambi i giovani fu sono dedicate altrettante canzoni, nate spontaneamente per ricordare il loro sacrificio. Oltre mezzo secolo distanzia i due omicidi, uno nel 1921 l’altro nel 1979, ma il metodo è sempre lo stesso: isolare il “fascista”, o considerato tale, e ucciderlo senza esitazione. È il metodo dei comunisti, prima del fascismo, durante il fascismo, durante la guerra civile, e dopo la guerra; infine, anche durante gli anni di piombo. E anche oggi c’è chi risolverebbe le controversie politiche nello stesso modo, facendo fuori il fascista di turno.

Berta fu il primo martire fascista della storia

Chi era Giovanni Berta? Oggi lo si è dimenticato, ma il 27enne fiorentino fu probabilmente il primo martire fascista della storia, il fascismo infatti era ancora di là da venire. La sua morte colpì gli italiani, perché avvenne in circostanze terribili: mentre attraversava il ponte sospeso, oggi ponte alla Vittoria sull’Arno portando a mano la sua bicicletta, Giovanni, detto Gianni, fu intercettato e accerchiato da un gruppo di attivisti comunisti armati, che gli chiesero se fosse fascista. Lui non negò, e fu subito aggredito a calci, pugni, colpi disponga. Infine fu buttato dalla balaustra del ponte nell’Arno in piena. Il giovane si aggrappò disperatamente alla spalletta, ma gli aggressori gli spaccarono le dita con le scarpe e lo colpirono alla testa con un oggetto di ferro. Il giovane precipitò nell’Arno e fu ritrovato cadavere il giorno successivo. Sul fatto che fosse svenuto per i colpi ricevuti non ci sono dubbi, perché Berta era un nuotatore provetto – era stato anni in Marina – e poi in quel punto il fiume è poco profondo. I colpevoli, come detto , non furono mai identificati. Va detto che da alcuni giorni a Firenze era in corso una autentica guerra civile tra fascisti e comunisti: due giorni prima un corteo di fascisti era stato assaltato a colpi di pistola e di bombe a mano, causando la morte di un manifestante e di un carabiniere; i fascisti avevano reagito assaltando la sede della Cgil dei ferrovieri, uccidendo un certo Spartaco Lavagnini, comunista. Il giorno dopo l’assassinio di Berta, intervenne l’esercito e riportò l’ordine a Firenze.

Berta ricordato come esempio durante tutto il Ventennio

Per le modalità del massacro, per il fatto che fu il primo ucciso, per la giovane età, per il suo impegno politico, Giovanni Berta divenne un’icona del fascismo e uno dei protagonisti del martirologio fascista: Mussolini mandò alla tomba di Berta una pietà cinquecentesca di Baccio Bandinelli in occasione del ricordo dei fascisti uccisi a Firenze, che furono in tutto 27; inoltre a Berta fu dedicato il nuovissimo stadio di Firenze, realizzato da Pierluigi Nervi, diverse scuole e strade in tutta Italia gli furono dedicate. Dopo la guerra, ovviamente, lo stadio fu ribattezzato comunale e nel 1993 Artemio Franchi, nell’ottica di quella damnatio memoriae con cui il regime antifascista ha tentato – senza riuscirsi – di cancellare le vestigia del fascismo. Berta durante tutto il Ventennio fu ricordato degnamente in ogni occasione dallo Stato, e ancora oggi alcune vie, poche, gli sono rimaste dedicate. Anche a Francesco Cecchin, dopo molti anni si è riusciti a far dedicare un giardino e un monumento nel luogo dove fu ucciso, a piazza Vescovio a Roma. Infine, una curiosità: sui tombini ancora oggi esistenti in molte parti d’Italia, anche a Roma, vi è la scritta “Fonderie Giovanni Berta – Firenze”, perché la famiglia di Berta possedeva una piccola azienda metallurgica in località Le Cure a Firenze (che tra l’altro in quei giorni fu occupata dagli operai comunisti). La riproduciamo nella foto.

di: Antonio Pannullo @ 15:33


Mar 02 2019

Scurati fa l’antifascista e va allo Strega col suo romanzo su Mussolini. Già fiuta aria di vittoria…

“Sono convinto che questo romanzo possa contribuire al risveglio di una coscienza democratica“. Così in una lunga intervista a Repubblica Antonio Scurati spiega perché ha deciso di candidarsi al premio Strega col suo romanzo storico M.Il figlio del Secolo. Fin da quando lo scrittore ha annunciato l’uscita del romanzo ha voluto calcare la mano su una sorta di antifascismo di maniera, quasi a volersi giustificare: guardate che scrivo di Mussolini ma per far risorgere una coscienza democratica. Capito?. E’ stata insomma una concessione obbligata all’establishment cultural-editoriale che, di contro, gli ha consentito di cavalcare l’onda dell’interesse sul Ventennio, peraltro mai venuto meno nel tempo. Così Scurati, dopo avere scritto romanzi sui cinesi che conquistavano Venezia difesa da un circolo di gladiatori scelti, cimentandosi con la letteratura distopica post-apocalittica, ha virato sulla storia e sul recente passato, confessando di essere rimasto affascinato dall’ascesa al potere di Benito Mussolini e dalle personalità del primo fascismo. Materiale che stava già tutto lì, nei libri e nei documenti, e che aspettava solo di essere narrato o narrato di nuovo.

Il libro ha venduto molto bene e la cosa ha dato fastidio non certo perché rinverdisce l’antifascismo. La narrazione infatti, pur non facendo sconti né a Mussolini né ai primi fascisti, coglie la lungimiranza politica del futuro capo del regime, la sua spregiudicatezza, la sua capacità di rischiare e scommettere, il rapporto con le folle, la capacità di saper cogliere il momento storico con lucidità e senza farsi illusioni. E tutto ciò senza esprimere giudizi ma solo lasciando parlare i fatti. Insomma di romanzesco c’è ben poco nel romanzo di Antonio Scurati. L’acume storico lascia però a desiderare: l’impietoso elenco di errori da matita blu fatto da Ernesto Galli della Loggia recensendo M. Il figlio del secolo non ha mancato di suscitare polemiche che hanno coinvolto anche la qualità dell’editing. Perché mai dunque dovrebbe vincere il premio Strega? Certo dietro quelle ottocento pagine – il racconto dell’ascesa al potere di Mussolini dalla nascita dei Fasci fino al delitto Matteotti – c’è un lavoro di notevole approfondimento e un sincero tentativo di adesione alle fonti (lo si vede nel modo in cui viene raccontata l’avventura fiumana, nella capacità di cogliere gli attriti tra lo stesso Mussolini e gli squadristi più violenti, nel presentare anche la violenza spietata dei socialcomunisti durante il biennio rosso) ma manca quel tocco di genio che fa di un romanzo un capolavoro o comunque un titolo meritevole di un premio ambito come lo Strega.

Quel premio è stato poi già vinto da un romanzo che aveva al centro del suo nucleo narrativo il fascismo: stiamo parlando di Canale Mussolini di Antonio Pennacchi che raccontava l’epopea della bonifica attraverso la famiglia dei Peruzzi. Era il lontano 2010 e già all’epoca venne considerata “revisionista” la circostanza che in un libro di successo vi fosse la parola Mussolini. Ma, ad essere onesti, nel romanzo di Pennacchi, c’è molto di più della storia del fascismo: c’è anche la storia materiale, quella che secondo molti storiografi documenta meglio di ogni altro reperto la “vita collettiva” di un’epoca: il modo di vestire, il cibo, l’acqua, il bagno, l’igiene, i racconti serali, i fienili, il pagliaio, il gabinetto, l’uccisione del maiale.  Il fascismo è solo lo sfondo, con il suo Duce che parla in dialetto, percepito al di fuori della tragedia di cui è stato protagonista, riconsegnato anche lui alle relazioni familiari che nel romanzo si intrecciano. Pennacchi – che peraltro evitò di impelagarsi in dispute polemiche sull’antifascismo da ravvivare – seppe trasformare in epica le vicende storiche, Scurati si limita a legarle insieme cronologicamente. Certo, c’è attenzione alla figura di Margherita Sarfatti, a quella di Nicola Bombacci, a quella di Giacomo Matteotti (che risulta alla fine più simile a un grillino ante litteram che a un socialista) ma nessun personaggio alla fine travolge e incanta. E’ tutto così vero che il lettore ha quasi timore di lasciarsi coinvolgere, tranne quella fascia (probabilmente maggioritaria) che ha potuto apprezzare la mancanza di pregiudiziali ideologiche. Scurati li chiama i “nostalgici”. Dice che il libro purtroppo è piaciuto anche a loro “ma è servito maggiormente a corroborare le coscienze degli antifascisti, ne sono certo”. Noi crediamo l’esatto contrario: il romanzo ha avuto successo perché in esso era assente la retorica dell’antifascismo. Ma se Scurati la vuole rispolverare per vincere lo Strega si accomodi pure. Senza i nostri auguri.

di: Annalisa Terranova @ 14:19


Mar 01 2019

Gramellini, il corsivista dei poteri forti che “bastona” Tria per compiacere i banchieri tedeschi


Massimo Gramellini, corsivista principe del Corriere della Sera, ha sbertucciato ieri il ministro Giovanni Tria c0n una cattiveria che lascia perplessi, soprattutto perché si è trattato di un attacco a freddo e del tutto (apparentemente) immotivato. Il giornalista ha definito il ministro un «timido professore di economia con gli occhiali a ventiquattro pollici e una cartella consunta appesa alla mano come una protesi». Perché, lui pensa forse, con i suoi occhiali da topo di biblioteca e le sue floride ganasce da divoratore di tagliatelle, di essere più aitante? Vabbè, andiamo avanti. Un tipo così, il Tria, sarebbe indegno, secondo il sapido Gramellini, di occupare «la scrivania di Quintino Sella» all’interno del tetro edificio dove ha sede il Mef. E sai che onore! Il corsivista non si ferma lì: continua ad accanirsi   gabellando il ministro come «sacrificio umano a Crozza». «uomo mite costretto a cucirsi la bocca», «Nembo Tria, omino di ferro e acciaio».

Non ci sono più i ministri (né i corsivisti) di una volta

Insomma, un killeraggio in piena regola. A questo punto è lecito obiettare che non c’è niente di strano se un corsivista attacca, pur pesantemente, un ministro. Non era forse così ai tempi di Gianna Preda (a destra) e di Fortebraccio ( a sinistra)? Sì. era così, ma il paragone con l’oggi non regge: i ministri di una volta erano gente veramente potente e. se volevano, potevano fare paura; i ministri di oggi, almeno in Italia, sono in gran parte (sia detto senza offesa) dei “poveracci” e non fanno più paura a nessuno. E questo per il semplice motivo che il potere s’è trasferito altrove.

L’attacco di Tria ai tedeschi e la puntuale “bastonatura”

Ma proprio qui sta il punto-, quello che ci può far capire perché mai il corsivista principe di uno dei “giornaloni” della borghesia finanziaria italiana, là dove risiede il potere vero (con i suoi collegamenti transnazionali ed europei) , si lanci nella gratuita “bastonatura” mediatica di un ministro. La risposta sta in quattro parole, buttate lì, quasi di sfuggita al termine dell’articolo: è laddove Gramellini, tra una spiritosaggine e l’altra, dice che Tria «ieri invade la Germania». In realtà Tria non ha “invaso” proprio nessuno. Ha solo rivelato che al tempo del governo Letta, l’allora titolare del Mef, Fabrizio Saccomanni, ricevette pesanti pressioni dall’allora ministro delle Finanze tedesco, il potentissimo Wolfgang Schauble, che voleva imporgli l’introduzione del bail-in, cioè il sistema di controllo sulle banche europee che favorisce la Germania e penalizza l’Italia. Il ministro dell’Economia ha parlato per la precisione di «ricatto tedesco» nei confronti del nostro Paese. Si tratta della dichiarazione più ardita finora arrivata dal “prudente” Tria durante il suo mandato. Se uno come lui decide di svelare un retroscena così inquietante dei recenti rapporti italo-tedeschi un motivo ci sarà pure. E sarà sicuramente un motivo importante, dal momento che stiamo andando verso la ridefinizione del potere bancario europeo in vista dell’addio di Draghi alla presidenza della Bce. In ogni caso, è giusto che l’opinione pubblica italiana venga messa a conoscenza delle passate (e presenti) manovre germaniche ai nostri danni, Guardacaso, la “bastonatura” di Tria da parte di Gramellini parte proprio il giorno in cui le agenzie stampa diffondono le incandescenti dichiarazioni del ministro. Singolare no? Viene da pensare che al “giornalone” su cui scrive Gramellini e negli ambienti finanziari limitrofi non abbiano gradito molto l’uscita del “mite” Giovanni Tria.

Gramellini sodale di Fazio

Vale la pena ricordare, per completare il ritratto di Gramellini, che la sua penna spiritosa e acuminata ha sempre navigato tra i giornali dei poteri forti, là dove viene quotidianamente distillato il pensiero politicamente corretto. E quei cioccolatini al caffè che il nostro corsivista dispensa tutte le mattine ne sono uno squisito prodotto. Del resto un tipo come lui ha dimostrato di avere con il potere una particolare dimestichezza. Basterà ricordare che il corsivista principe del Corriere della Sera è da lungo tempo sodale di Fabio Fazio, del cui salotto televisivo è ospite fisso. Certi personaggi sono fatti per intendersi a meraviglia tra loro, nella speranza che nulla cambi in Italia. E che , non solo Gramellini e Fazio, ma anche l’eletta schiera dei “guru” più vicini ai poteri forti possa continuare a pontificare allegramente. Ma nulla è eterno.

 

di: Aldo Di Lello @ 12:04


Feb 23 2019

Anni ’30, reportage di un’Italia in prodigiosa crescita dal nostro inviato… Giuseppe Ungaretti

Giuseppe Ungaretti  è uno tra i poeti italiani più rappresentativi  del  ‘900. Nasce ad Alessandria d’Egitto il 10 Febbraio 1888 da una coppia di emigrati italiani della zona di Lucca. Partecipa alla “Grande Guerra” come soldato semplice sul fronte del Carso. Nei vortici di dolore e speranza della quotidiana durissima  vita di trincea si leva il suo canto poetico, che troverà riscontro nella pubblicazione della sua prima opera in versi “Porto sepolto”. Pubblicazione avvenuta, grazie al’interessamento del giovane Ufficiale Ettore Serra suo commilitone. Raccolta poetica per la quale richiese, e ottenne la prefazione di Benito Mussolini per l’edizione del 1923. Desideriamo porre all’attenzione dei lettori, non aspetti della incisiva produzione poetica dell’autore, ma aspetti della sua attività giornalistica. Attività nella quale si era cimentato, da quando nel febbraio del 1919 aveva accettato l’incarico di corrispondente da Parigi de“Il Popolo d’Italia”. Impegno rinnovato negli anni ”30 del secolo appena trascorso  con il quotidiano torinese “La Gazzetta del Popolo”. In un primo tempo il suo contributo fu sviluppato su tematiche specificatamente poetiche “ Un poeta non è mai fuori del suo tempo, è un uomo, l’uomo che ha sempre sofferto e gridato per tutti.”

Estro creativo

In seguito nel cuore degli anni Trenta, ebbe modo di dispiegare il suo estro creativo come “inviato”di quella testata. Nell’adempimento del suo incarico di “inviato” si recò in vari luoghi italiani ed esteri. Per quanto riguarda la nostra Nazione, scrisse nei suoi “racconti di viaggio”, del Mezzogiorno, del Polesine, delle Puglie e dell’Etruria. Estese porzioni del territorio erano ancora paludose.  La possibilità di contrarre la malaria, era molto probabile per chiunque. Motivi che inducevano gli organi distampa a interessarsi di queste tematiche. Erano gli anni nei quali Mussolini, e il Governo da lui presieduto, nel quadro complessivo di modernizzazione dello Stato, aveva abbracciato, nel campo dell’agricoltura la politica delle Bonifiche integrali. L’Italia, fuquindi seconda solo ai Paesi Bassi, in tema di recupero di territorio alla produzione. Garantendo con ciò anche  la salute pubblica. Fiandre e Olanda, non a caso furono tappa di queste“Prose di viaggio”. A fronte, della innegabile energia innovativa che il Governo stava sprigionando, il critico Pietro Pancrazi  poteva dire: “il regime aveva le sue buone ragioni per favorire nel giornalismo viaggiante (e anche in quello di casa)un’inflazione letteraria”.

Filiera di immagini

E seguendo la filiera di immagini che ci propone Ungaretti, nella veste di cronista d’eccezione, respiriamo il clima di entusiastico stupore che ci viene trasmesso quando parla di Foggia e della Puglia: “L’acquedotto non c’era. Questi Pugliesi a furia di sperare e gridare avevano ottenuto che si cominciasse a costruire. Questo lavoro da Romani era stato intrapreso: l’uomo, così forte, come dicono i Santi … aveva raccolto e alzato nelle sue povere  braccia un fiume, l’aveva con una grazia mitica volta dall’altra parte del monte”.Ungaretti in queste “Prose di viaggio”, esaltava la sua sensibilità, annusando magistralmente la storia del luogo dove si trovava. In questo caso Lucera con il suo passato Federiciano. “Di Federico II non è rimasto se non un enorme slancio di pietre come una cappa sbranata che sta su per miracolo. Un movimento raccapricciante di pietre paragonabile per audacia solo alla volta della Basilica di Massenzio”. Poche righe per assaporare climi atmosfere, distanti dall’ordinario. Parlando di Bonifiche, non è cosa di poco conto. Al Poeta è mancato un riconoscimento, autorevole, prestigioso, che avrebbe meritato tutto. Ma forse per motivi extraletterari, non gli fu assegnato.Quanto meno un certo senso di stupore serpeggiò nella società letteraria, nell’apprendere l’assegnazione del Premio Nobel nel 1959 a Salvatore Quasimodo. L’opinione prevalente era, che se il Nobel doveva essere assegnato a un poeta italiano, questi non poteva essere che Giuseppe Ungaretti. Certo il suo essere tornato in Italia,dopo un duraturo soggiorno in Brasile, in pieno conflitto bellico, tenendo le sue lezioni all’Università, addirittura in camicia nera,costituivano elementi che, agli occhi della Giuria di Stoccolma non deponevano a suo favore. Se poi si andava a  rivangare sull’autore della prefazione fatta alla edizione del 1923 di “Porto sepolto”, l’ipotesi di assegnazione del Premio era assolutamente esclusa. Il “politicamente corretto”, già faceva capolino, tra il frusciare del conformismo di ogni epoca.   ​

di: Aldo Di Lello @ 17:17


Feb 22 2019

Madonna col cappotto di pelliccia, la storia d’amore che ha conquistato i giovani anti-Erdogan

Sono stati i lettori giovani a sollevare il velo del silenzio sul romanzo di Sabhattin Ali, Madonna col cappotto di pelliccia, in particolare i giovani che ne hanno fatto a Gezi Park una bandiera contro il regime autoritario di Erdogan. Ora una nuova edizione di Fazi (pp. 210, euro 16) del romanzo ripropone la simbolica storia d’amore tra il turco Raif Effendi e l’ebrea tedesca Maria Puder, una relazione che si consuma nella Berlino degli anni Trenta. Il romanzo, pubblicato per la prima volta nel 1942, non ebbe molto successo: troppo spregiudicata Maria, troppo passivo e inerte Raif. Una storia d’amore controcorrente, come del resto il suo autore: Sabhattin Ali fu infatti perseguitato per avere scritto una poesia ritenuta critica nei confronti di Ataturk. Venne ucciso all’età di 41 anni dalla polizia politica mentre attraversava in segreto il confine con la Bulgaria.

Ma se è stato forse il destino di dissidente del suo autore ad accendere la fantasia dei giovani turchi che hanno riscoperto il suo romanzo, va sottolineato che in Madonna col cappotto di pelliccia non vi è nulla di ideologico. L’amore,  coi suoi risvolti inquieti e tormentati al pari dell’amore vagheggiato dagli autori romantici, è il solo e unico protagonista della storia, che prende il via quando Raif resta affascinato dal ritratto di un donna col cappotto di pelliccia ammirato in una mostra d’arte a Berlino. Quel quadro diviene la sua ossessione e il suo rifugio finché il destino non gli consente, in modo del tutto inaspettato, di conoscere la protagonista del dipinto, cioè la stessa pittrice che ha in realtà eseguito un autoritratto. Una donna disinvolta e angosciata, disillusa sugli uomini, infelice e capricciosa che fa di Raif il suo amico fedele completamente soggetto alla sua volontà, finché i ruoli non si invertono inaspettatamente, e la storia prende una piega completamente diversa. E’ Maria, mentre passeggiano nel giardino botanico di Berlino, a dare a Raif lezioni sull’amore e l’amicizia, ma è lui a fornire sull’argomento le sentenze più vere: “Quando l’amore si propaga, non si esaurisce”.  L’amore è una luce che riscalda e fa sì che tutto il mondo ci appaia con colori e sfumature diversi: la città, quando Maria non c’è, è fredda e gelida, si trasforma in paesaggio fantastico quando Raif può camminare al suo fianco. Il protagonista resta, fino alla fine, un sognatore che subisce l’enorme divario tra realtà e speranza, tra arte e vita. La donna amata, idolatrata nella sua forma artistica, come dipinto, resta l’intatta depositaria di un sentimento duraturo e costante. La donna vera è soggetta, come tutti, ai capricci del tempo e del caso. E il suo amante, colpevole di non aver saputo fare della loro storia d’amore un’opera d’arte, si spegnerà poco a poco in una vita mediocre e appannata.

di: Annalisa Terranova @ 16:58


Feb 22 2019

Vite straordinarie/ Teseo Tesei, l’elbano che sfidò Albione

Morire in mare, sul mare, sotto il mare. Morire cercando di sfondare una rete di ferro per aprire un varco e assaltare un porto impenetrabile. Con lucida determinazione, senza rimpianti, senza tentennamenti in una missione impossibile, praticamente senza ritorno. Non è un film, non è un artifizio letterario. È successo davvero. Il 25 luglio 1941, nelle acque di Malta, un pugno di coraggiosi “osarono l’inosabile”. Alla loro testa l’elbano Teseo Tesei, un personaggio straordinario, leonardesco.Piccolo ricordo privato. Tesei era uno dei miti di mio padre, veterano della “Seconda” nella Regia e amico di Spartaco Schergat, uno dei violatori di Alessandria, medaglia d’oro ed esule (come mio padre) dall’Istria. Da bimbo, a Trieste, ascoltavo Schergat narrare —  con molta ritrosia e tanta umiltà — l’impresa. In quelle sere un nome sempre tornava: Teseo Tesei. Poi i film all’oratorio — al tempo posti allegri con preti non imbarazzanti — per vedere e rivedere “I sette dell’Orsa Maggiore”, “Siluri Umani”, “L’affondamento della Valiant”. Vecchi film — i religiosi riciclavano con parsimonia le pellicole — eppure entusiasmanti, coinvolgenti. Ancora una volta Tesei.

Negli Ottanta, a Milano intervistai Oreste Del Buono, uomo di vivace intelligenza e grande empatia. Con Fulvia Serra, l’Oreste stava preparando un ottimo prodotto editoriale “Corto Maltese”, un inno all’avventura, all’ardimento, al coraggio. Una rottura con la menata della massa, del collettivo. In più era il nipote di Tesei. L’eroe del mio babbo…. Un’occasione unica per sapere, capire. Al suo nome gli occhi di Del Buono s’accesero e dimenticammo l’intervista per parlare a lungo del personaggio: «non era un fanatico e tanto meno un suicida nihilista, ma un uomo umanissimo, nemicissimo della retorica, che non temeva la morte, la considerava al posto giusto… se tornasse dall’aldilà non approverebbe quasi nulla di quanto si è detto su di lui. O forse, con la sua autoironia, ci si divertirebbe un mondo…».

Un eroe elbano, un personaggio arci italiano

Tutto iniziò, come narra l’agile libro di Cristina Di Giorgi “Teseo Tesei, all’assalto della gloria”, nel 1934 nel golfo di La Spezia quando Tesei e Elios Toschi, giovani ufficiali del Genio Navale, s’intestardirono — memori dell’incursione della “mignatta” a Pola nel 1918, coronata dall’affondamento dell’asburgica corazzata Viribus Unitis — a ragionare su un’arma rivoluzionaria: il Siluro a Lenta Corsa, per gli addetti ai lavori semplicemente il “maiale”. L’idea di un mezzo subacqueo guidato da due operatori, capace di penetrare furtivamente nelle basi nemiche e affondare le navi nemiche alla fonda — uomini contro corazzate: una riedizione nostrana del Davide contro Golia — sembrò interessare anche i molto conservatori navarchi romani che, tra molti dubbi, autorizzarono i due geniali ingegneri a proseguire gli studi e costruire dei prototopi.

Furono anni di prove, fallimenti, altre prove e nuovi fallimenti e lunghe pause e pochi pochi soldi. Nulla d’inedito. In terra come in mare e al netto della propaganda bellicista, il regime — si leggano i poderosi volumi dell’Ufficio Storico della Marina o le annate di “Rivista Marittima” — si affidò ad un modello militare sorpassato, obsoleto. Con l’avallo di Mussolini, l’ammiraglio Domenico Cavagnari, il dominus della Regia Marina, ignorando le lezioni degli innovatori della Grande Guerra — Rizzo, Rossetti, Paolucci, Ciano senior, Pignatti — rimase concentrato sulla spettacolarizzazione della potenza navale — enormi corazzate, grossi calibri, niente portaerei e tante parate — e lesinò investimenti ed attenzioni alle iniziative assimetriche, non convenzionali.  Un problema culturale prima che ancora che militare.

Finalmente operativi nel 1938, i “siluri umani” vennero affidati ad un selezionatissimo reparto d’incursori imbucato a Bocca di Serchio, la base top segret della futura X Mas (la denominazione ufficiale arriverà il 14 marzo 1941).  Prese così forma così in quell’angolino di Toscana la saga di Tesei, Toschi, Birindelli, Durand de La Penne, Franzini, Centurione, Stefanini, Falcomatà e poi di tutti gli altri brothers in arms  che seguirono il loro esempio. Iniziò allora una corsa contro il tempo: mentre i venti di guerra spiravano sempre più forte, gli “apostoli di Tesei” intensificarono sino allo spasimo gli addestramenti in mare, ad ogni ora e con ogni tempo, e perfezionarono (per quanto possibile) armi e materiali. Presto accanto a Tesei arrivò il tenente di vascello Junio Valerio Borghese. A lui, ottimo sommergibilista, toccò il compito di portare in tutta segretezza mezzi e uomini all’imbocco delle basi nemiche.

Allo scoccare del 10 giugno 1940, la fatidica “ora segnata dal destino”, il reparto era pronto all’azione. Certo, i mezzi erano ancora pochi — una cinquantina scarsa di SLC — ma sufficienti per un attacco simultaneo contro i porti nemici e infliggere un colpo durissimo agli anglo-francesi del tutto ignari della nuova arma. Nulla però si mosse. Mentre Tesei e i suoi fremevano, Mussolini — convinto, dopo il crollo della Francia, che la guerra stesse terminando con un compromesso… — optò per la difensiva su ogni fronte terrestre e marittimo. Un abbaglio fatale che chiuse per sempre l’irripetibile opportunità di scardinare l’apparato albionico nel Mediterraneo. Nel dicembre 1941 i giapponesi a Pearl Harbour  — come già in Manciuria nel 1904 — non si fecero altrettanti scrupoli…

L’ordine tanto atteso arrivò solo a tardo agosto: per Tesei e i suoi destinazione Alessandria. Casualmente i britannici intercettarono la missione e tutto s’interrompe malamente. Seguirono altri tentativi contro Gibilterra e poi di nuovo Alessandria ma all’ultimo momento qualcosa andava puntualmente storto. Nessun sabotaggio, nessun tradimento — con buon pace dei discepoli di Trizzino — ma solo sfortuna e tanti problemi tecnici su mezzi ancora semiartigianali e molto “capricciosi”. Nel frattempo, come annota l’autrice, l’angosciato Tesei continuava a lavorare, progettare, addestrare. La flottiglia venne riorganizzata e potenziata affiancando ai “maiali” gli MTB, i micidiali barchini esplosivi. Un’intuizione vincente. A loro, il 26 marzo ’41, andò la prima vittoria della Decima a Creta. Sei barchini comandati da Luigi Faggioni, affondavano nella baia di Suda l’incrociatore York e una petroliera. Alla notizia l’elbano, fisicamente sfinito ma per nulla rassegnato, propose ai comandi una nuova sfida. Terribilmente impegnativa. Malta.  .

Per Monna morte e il destino

Sulla carta un’idea folle. L’isola, incredibilmente risparmiata dagli italiani nell’estate ’40, era diventata la munitissima fortezza inglese sul canale di Sicilia e costituiva una minaccia costante per i nostri convogli diretti verso la Libia lungo le “rotte della morte”, un golgota marino che per tre anni inghiottì voracemente centinaia di nostre navi e migliaia di marinai e soldati. Malta andava colpita. Con forza e decisione, ad ogni costo.

Supermarina, concentrata sulla guerra d’attrito nel Mediterraneo centrale, considerava il porto di La Valletta inviolabile ma Tesei e Vittorio Moccagatta, comandante dell’unità, convinsero gli ammiragli della possibilità di un’azione combinata tra mezzi di superficie e mezzi subacquei: i “maiali” avrebbero fatto saltare le ostruzioni per aprire la via all’assalto dei barchini. Ovviamente Tesei chiese, anzi pretese di guidare il primo SLC, il compito più rischioso. Impossibile dissuaderlo.

Nella notte fatidica tutto andò storto. Da ore gli inglesi, grazie ai loro radar, avevano individuato la formazione italiana e preparavano la trappola. Poi, la Regia Aeronautica non intervenne nei modi e nei tempi previsti, il “maiale” ebbe un malfunzionamento ma Tesei, ormai in ritardo sulla tempistica, decise di lanciarsi “spolettando il siluro al minimo”. La morte certa. Allo scoppio i barchini attaccarono il porto ma vennero subito massacrati dal fuoco di sbarramento. Un muro di proiettili disintegrò uomini e mezzi.  Una mattanza terribile: 18 prigionieri, 15 morti. Il corpo di Tesei e del suo secondo, Alcide Pedretti, svanirono nel nulla. “Ad incontrar Monna morte e il destino”, il refrain del canto dei sommergibilisti, mai fu più vero.

Un disastro pieno. Ma, come ben descrive Cristina Di Giorgi, anche la conferma della determinazione dei marinai italiani. A Malta l’ingegnere Teseo Tesei e i suoi fratelli d’armi vollero pagare il conto della notte di Taranto, di Capo Matapam e delle troppe sconfitte della Regia Marina. A saldare il resto della salata rimessa ci pensarono poi gli incursori di Alessandria, Gibilterra, Algeri. Gli uomini “Gamma” in Turchia. Una bella storia che ha nella caserma del Varignano, l’attuale sede del Comsubim, il suo sancta sanctorum.

Un’ultima considerazione. Il libro della Di Giorgi è prezioso. Al netto di alcuni svolazzi un po’ retorici, il lavoro aggiorna e attualizza con precisione la figura di Tesei e dei suoi camerati e offre, cosa importante, una lettura equilibrata di un momento centrale della nostra travagliata vicenda nazionale. Certo, il lettore di “Teseo Tesei, all’assalto della gloria” non troverà le analisi e gli approfondimenti certosini di Giorgieri, Rapalino, Sadovich, Bragadin, Cernuschi — gli specialisti della nostra storia navale — , ma scoprirà episodi di straordinario ingegno e incontrerà uomini di valore, italiani degni d’essere conosciuti e ricordati. Gocce di sole in questo plumbeo tempo d’immemori e sbadati. Di vili.

Cristina De Giorgi

TESEO TESI, ALL’ ASSALTO DELLA GLORIA

Idrovolante Edizioni, Roma, 2018

Ppgg. 165, euro, 14,00

di: Girolamo Fragalà @ 12:25


Feb 19 2019

Ripubblicata l’antologia de “L’Universale”, Berto Ricci a misura dei millenial

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

su  Berto Ricci, l’”eretico” per antonomasia, nato anarchico e morto fascistissimo  in combattimento contro gli inglesi, in Cirenaica, convinto, con la guerra, di accelerare lo scontro rivoluzionario, antiborghese e anticapitalista,  la letteratura  si  infittisce. Tra  le ricostruzioni “d’ambiente”, sempre più puntuali,  e una biografia scientificamente testata, qual è ancora oggi  quella di Paolo Buchignani, uscita, per il Mulino, venticinque anni fa, il “Tempo di sintesi. L’eredità di Berto Ricci” (Idrovolante Edizioni) di Mario De Fazio, pubblicato  nel 2018,  ci ha offerto una rilettura di Ricci, visto con gli occhi ed il piglio cultural/esistenziale di un giovane d’oggi.  Su questa scia si muove ora  la ristampa, per l’Editrice Oaks dell’antologia de “L’Universale” (Berto Ricci, “L’Universale. Contributi per un’atmosfera”)  con la prefazione di  Michele De Feudis, intitolata “Berto Ricci spiegato ai millenial”. 

De Feudis gioca sul corto circuito culturale già dalle prime righe: “È troppo tardi – si chiede – per riconnettere le testimonianze di chi visse in prima linea la tempesta d’acciaio del proprio tempo con una gioventù anestetizzata dai ritmi frenetici degli aggiornamenti dei social network e dalle nuove liturgie digitali?” La “chiave di lettura”, in grado  di parlare ai millenial – non sembri un paradosso   – è proprio l’inattualità del personaggio. Un’inattualità che non ha niente  di nostalgico, di celebratorio, di paludato. Al contrario essa  è “forza irrazionale”, capace di parlare al cuore e di emozionare, muovendosi cioè su un piano  congeniale  ai giovani d’oggi, offrendo però – in più – un’estetica rivoluzionaria ed una cultura dell’esempio con cui confrontarsi. Ricci è tutto questo e molto altro ancora, come conferma la sua inquietudine esistenziale, impegnata a misurarsi con il suo tempo e ad incidere su di esso. 

Il corto circuito immaginato da De Feudis sta tutto qui: “Voler lasciare una traccia nella propria patria, segnare il vissuto di una comunità giovanile mai doma, non è un sentimento polveroso novecentesco, ma un bisogno che nobilita le esistenze, rendendole uniche e non omologate”.  L’esempio di Ricci è dunque “di metodo” e “di contenuti”. 

L’esperienza de “L’Universale”, la rivista che fondò e diresse dal gennaio 1931 all’ottobre 1935, è una sintesi degli orientamenti  di Ricci e del giovane e spregiudicato gruppo  che fu della partita: Roberto Pavese, Diano Brocchi (che – nel 1969 – pubblicò l’antologia de “L’Universale” per le Edizioni del Borghese, ora riproposta in anastatica dall’Editrice Oaks), Romano Bilenchi, Adriano Ghiron, Indro Montanelli, Ottone Rosai e Camillo Pellizzi. Al fondo  il rifiuto di ogni retorica, il ripudio dell’effimero ed una radicale volontà rivoluzionaria, giocata in chiave interclassista,  impegna a “contestare”  la borghesia nella sua duplice dimensione di “categoria sociale” e “categoria spirituale”.  La prospettiva è il “tempo di sintesi”, titolo di un libro a cui Ricci stava lavorando negli ultimi mesi di vita e del quale esistono sparsi appunti, ma che vuole dire – in sostanza – superamento dei vecchi schematismi ideologici sulla via di una modernizzazione di massa e partecipativa, volano della mobilità sociale. 

La forza di quell’esperienza fu di sapere andare  al di là delle contingenze, sottraendosi – come scrisse Brocchi, ad introduzione della prima edizione dell’antologia de “L’Universale” – “agli atteggiamenti di moda, ai ritualismi bambini, all’orbacismo di parata, a tutte quelle esteriorità tanto comode a chi non aveva delle idee, e che si sforzava di far altrui credere d’averne”. In questa scelta “di stile” c’è tutta l’attualità dell’opera e dell’esempio di Ricci: un “patrimonio culturale” a disposizione di quanti, millenial o meno, abbiano a cuore le sorti reali del Paese e vogliano accettare la sfida del cambiamento. Senza facili nostalgie. Ma anche senza perdere di vista il valore di quella che Ricci sentiva come l’italianità universale e per questa si sacrificò.

di: Girolamo Fragalà @ 13:26


Feb 17 2019

La comunità missina si è stretta intorno a Valterino, “ultimo romantico” di una stagione di lotta

“Un ragazzo”. Così ancora ieri rispondevo a chi mi chiedeva di chi fosse il funerale al quale stavo andando. E’ strano, ma tutti noi consideravamo Valter Benvenuti, Valterino, un ragazzo ancora oggi: non solo per il suo aspetto giovanile, frutto anche degli anni passati in palestra con suo adorato zio Angelino Rossi, ma anche per il suo entusiasmo politico, la voglia di stare insieme con gli amici, la sua leggerezza ottimista nell’affrontare la vita e i problemi che essa pone. E ieri alla chiesa san Giovanni Battista di Ciampino c’era tantissima gente, suoi coetanei più che altro ma anche tanti ex attivisti di Roma, principalmente di Roma Sud, dove più dura e sanguinosa fu la battaglia contro gli estremisti di sinistra, decisi a uccidere tutti i fascisti. E non è un modo di dire. Tra le tante testimonianze, i camerati di allora di Valterino, ci sono stati tanti episodi, simpatici e meno simpatici, gravi e meno gravi, dalle pericolose affissioni in quartieri rossi alle entusiatiche manifestazioni popolari missine, come quelle in piazza dei Mirti, a Centocelle, dove Giulio Caradonna, il sor Giulio, a ogni campagna elettorale si ostinava a parlare malgrado l’ostilità del potente Pci della zona. E Caradonna parlava sempre: un gruppo di poche centinaia di missini, tra i quali sempre Valterino, circondato da un cordone di celerini in assetto antisommossa, circondato a sua volta da migliaia di comunisti urlanti decisi a impedire che i fascisti parlassero. Dalle finestre, dai balconi, dai tetti c’erano bandiere rosse sventaolanti pe rintimidire chi non la pensava come loro. Ma abbiamo parlato sempre. Anzi, a Centocelle c’era anche la sezione del Msi, in via delle Ninfee, frequentata da molti valorosi attivisti e anche da ausiliarie della Saf e da combattenti della Repubblica Sociale, com eperaltro in molte sezioni del Msi. E alle esequie di Valterino c’era Ercole, ex segretario della sezione, che ci ha raccontato come una volta, proprio in piazza dei Mirti, Valterino fosse stato riconosciuto da un gruppo di compagni e preso a sprangate. C’era la palestra di via Rivera, fondata da Angelino Rossi e Gianfranco Rosci, poi segretario della sezione Flaminio, un cui esponente, Carlo, ha chiamato il “Presente!” per Valterino alla fine della funzione. C’erano gli ex attivisti della sezione Prenestino di via Gattamelata, er tedesco, Tappo, Volantino e altri, con le lacrime agli occhi. C’erano quelli della sezione di Tor Pignattara, Carlo, Folgorino, che hanno ricordato come Valterino fosse – e non lo sapevamo – amico di Stefano Recchioni e Franco Bigonzetti, caduti ad Acca Larenzia. Bigonzetti tra l’altro abitava non distante dalla sezione Prenestino, ma frequentava indifferentemente la Tuscolano, la Appio e appunto Tor Pignattara e il Prenestino. C’era Bruno, storico leader di Avanguardia Nazionale, che con Valterino è stato sempre fianco a fianco nelle dure battaglie politiche, che ci ricordava che quando c’era da entrare in azione a fianco di un camerata, non importava se si fosse missini, avanguardisti o ordinovisti, si correva in soccorso. E Valterino era proprio uno di questi “ultimi romantici” che credevano in questi ideali, in questo modo di concepire la militanza politica: senza alcuna polemica verso nessuno ma con molto coraggio verso tutti. Alla fine della messa il senatore Domenico Gramazio, che a Valterino è stato sempre vicinissimo, ha pronunciato commosso qualche breve parola di ricordo. Con lui l’inseparabile Tommaso, oggi amministratore di un importante comune della provincia romana, visibilmente commosso. Gli amici e camerati di Valterino si sono insomma ritrovati ancora una volta tutti i nsieme per salutare per l’ultima volta un uomo coraggioso e leale, un amico, una persona sulla quale sapevi sempre di poter contare, e hanno portato la loro solidarietà e il loro affetto alla famiglia, alla moglie Silvia e alle due figlie Azzurra e Rachele, circondate dall’amore dei loro cari.

di: Antonio Pannullo @ 13:59


Feb 15 2019

Improvvisa scomparsa di Valter Benvenuti, per tutti Valterino, protagonista dell’attivismo missino

Sgomento e incredulità nella comunità della destra romana per l’improvvisa scomparsa di Valter Benvenuti, per tutti Valterino, valoroso attivista negli anni di piombo. La sua condotta è stata sempre esemplare e coerente: era il nipote di Angelino Rossi, indiscusso protagonista del Movimento Sociale a Roma negli anni Sessanta e Settanta, fondatore della mitica palestra di via Rivera al Prenestino, e per questo zio, Valterino ebbe sempre una autentica venerazione: a 11 anni era già in palestra, come ricorda bene Domenico Gramazio, che a Valterino fu sempre vicinissimo. Valterino era incondizionatamente missino, non si faceva domande, faceva sempre quello che si doveva fare: era un vero soldato politico. Attraversò tutta la stagione degli anni di piombo, quegli anni in cui uccidere un fascista non era reato, in quella temperie che era Roma Sud a quell’epoca: e non era solo il Prenestino, dove il Msi era piuttosto radicato e dove agiva Valterino con segretario Gigi D’Addio, era anche Tuscolano, Quadraro, Centocelle, Cinecittà, Quarto Miglio, Trullo, Tor Pignattara, tutte zone dove i ragazzi del Msi dovevano conquistarsi l’agibilità con la forza, difendendosi dai continiui attacchi armati degli estremisti di sinistra. Valterino, che conobbe anche le patrie galere per il suo impegno politico e sociale, rimase anche coinvolto in quei famosi scontri di quegli anni a piazza Venezia al comizio di Michele Marchio, quando un commando di terroristi comunisti armati assalirono la folla, sparando e lanciando bottiglie molotov perché volevano impedire alla destra di esprimere la sua opinione. In quella cirostanza fu ferito gravemente da una revolverata Domenico Franco, eroico segretario della sezione missina di Monte Mario in via Assarotti, e altri attivisti rimasero feriti, tra cui Valterino. Non per questo però si fermò, come tutti i militanti, proseguì nel suo impegno politico stoicamente. Era alto, magro ma robusto, sempre in forma e sempre pronto ad aiutare i suoi camerati in difficoltà, molto giovanile anche oggi che aveva 61 anni: per questo la notizia della sua scomparsa ci ha lasciati tutti interdetti. Domenico Gramazio, suo fraterno amico, lo aveva fatto ricoverare seguendolo giorno per giorno, ma non c’è stato nulla da fare. Di Valterino ho un ricordo personale, molto significativo: sarà stato il 1979 o il 1980, periodo elettorale; eravamo con alcuni militanti di via Sommacampagna in giro in auto per Roma. Era notte. A un certo punto capitiamo su via Prenestina, altezza Centocelle, e vediamo un ragazzo da solo che stava affiggendo manifesti, cosa non molto prudente per chiunque a quell’epoca. Accostiamo per vedere che manifesti fossero, in quella zona, e constatiamo che erano manifesti del Msi, attaccati da questo ragazzo in giacca militare verde e jeans, ripetiamo, da solo. Era Valterino che stava tappezzando tutta via Prenestina di manifesti con la fiamma tricolore. Ci fermiamo, fumiamo una sigaretta con lui e stiamo un po’ in sua compagnia. Sì, perché Valterino era una di quelle rare persone che ti faceva sempre piacere incontrare, era un punto di riferimento, per il suo equilibrio, la sua sicurezza, la sua incrollabile fiducia nella comunità. E quando gli anni di fuoco finirono, Valterino continuò sempre a frequentare il suo ambiente, e anche ultimamente lo incontravamo sempre alle iniziative che Gramazio organizza nella sede del Cis in piazza Tuscolo. Lascia la moglie Silvia e due figlie, Rachele e Azzurra, e lascia tutta una comunità che senza dubbio senza di lui sarà un po’ più povera.

La redazione e la direzione del Secolo d’Italia e tutta la Fondazione Alleanza Nazionale porgono alla famiglia le più sentite condoglianze per l’irreparabile perdita del caro Valter. Le esequie di Valterino Benvenuti si terranno domani 16 febbraio alle ore 12 presso la chiesa San Giovanni Battista di via Mura dei Francesi nel comune di Ciampino.

di: Antonio Pannullo @ 19:05


Feb 15 2019

Christian de la Mazière, da Berlino nella Charlemagne a compagno di Dalida e Juliette Greco

È scomparso il 15 febbraio di pochi anni fa, nel 2006, uno degli ultimi testimoni della Battaglia di Berlino, l’estrema difesa del Reich all’invasione sovietica nell’aprile del 1945. Era un personaggio, il francese Christian de la Mazière, che nel 1944 si arruolò volontario nelle Waffes SS, andando poi a servire nella divisione francese Charlemagne, che come molti ricordano fu protagonista nell’estrema difesa della capitale tedesca. E de la Mazière, giornalista, scrittore, critico cinematografico, impresario, era uno di quei ragazzi che a colpi di panzerfaust distrussero decine di carri armati sovietici nelle vie della capitale, a pochissima distanza dal bunker di Hitler. A detta di tutti gli storici e i cronisti dell’epoca, la Charlemagne si comportò più che onorevolmente a Berlino, e prova ne fu che dei 330 soldati dello Sturmbataillon inviati a Berlino il 24 aprile 1945 (la Charlemagne aveva già combattuto in altri teatri, per lo più orientali), solo 30 furono i superstiti alla fine della battaglia. Appena arrivati, furono inseriti nella divisione Nordland, formata da scandinavi e olandesi, affiancati da ragazzi della Hitlerjugend e da altri reparti tedeschi, ma fu subito chiaro che la battaglia sarebbe stata molto dura. I sovietici attaccarono massicciamente mandando avanti i pesanti T-45, ben 62 dei quali furono distrutti dalla Charlemagne con l’ausilio, come si diceva, dei soli panzerfaust. Dopo furiosi scontri nel Tiergarten e sulla Whilelmstrasse, la Charlemagne si riunì a un reparto di SS lettoni e apprestò l’ultima resistenza. Decimati, alcuni di loro fuggirono nella S-Bahn, la metropolitana, tra cui de la Mazière, ma furono poi intercettati dopo qualche giorno di fuga da una pattuglia polacca e arrestati. De la Mazière riuscì a cavarsela perché parlava il polacco (la madre era polacca) e disse di essere un reporter al seguito delle truppe. Fu inviato a Mosca come prigioniero e disse di essere strato arruolato nel Dipartimento tedesco delle forze del lavoro (Sto) e in seguito fu riconsegnato alla Francia, dove però la sua identità fu appurata. Processato, fu condannato a 5 anni di prigione e per 10 anni fu privato dei diritti civili. Tra l’altro, soggiornò anche brevemente nella prigione di Fresnes, la stessa dove il poeta Robert Brasillach era stato fucilato per collaborazionismo. Fu rinchiuso nel carcere di Clairvaux, dove nel frattempo si laureò, e nel 1948 fu graziato dal presidente Vincent Auriol. Tornato libero, riprese a lavorare nel giornalismo, collaborando con diverse testate, fondando un’agenzia di pubbliche relazioni ed entrando nel mondo del cinema e dello spettacolo, dove divenne amico di molti personaggi famosi, come Jean Gabin, che per lui aveva una particolare simpatia, Renè Clair, Pierre Brasseur e molti altri. Addirittura Jean Gabin volle a tutti i costi che de la Mazière fosse presente alla consegna della sua Legion d’Onore, suscitando molto imbarazzo tra gli organizzatori. L’ex SS fu perciò pregato di rimanere in disparte. Ebbe una relazione con Juliette Greco e poi, dal 1963 al 1966, un rapporto importante con Dalida, già allora una delle più grandi cantanti francesi. Anche dopo la fine della loro relazione, rimasero buoni amici, tanto che de la Mazière la intervistò per France-presse nel 1967 in occasione del suo (di lei) tentativo di suicidio dopo la morte di Luigi Tenco a Sanremo. Si dice poi, ma non è comprovato, che ebbe anche una storia con Brigitte Bardot. Nel 1969 raccontò la sua esperienza di guerra in un docu-film, Le Chagrin et la Pitié di Marcel Ophiuls, nel quale molti protagonisti francesi del tempo raccontarono le loro esperienze del tempo di guerra. De la Mazière ci tenne a sottolineare che lui e i suoi commilitoni non sapevano assolutamente nulla dei campi di concentramento nazisti e barcamenandosi disse che era molto giovane e che era stato trascinato sdal sentimento anti-bolscevico dell’epoca, ma non fu creduto.

Proseguì nella su attività giornalistica, lavorando per diversi giornali, e nel 1972 ebbe la malaugurata idea di pubblicare il suo libro Le reveur casquè, Il sognatore con l’elmetto, che, se vendette quattro milioni di copie, dette però un colpo mortale alla sua carriera e alla sua agenzia di pubblicità: fu immediatamente messo all’indice e ostracizzato dall’intellighentsia di sinistra francese, e non lavorò più, nonostante il fatto che ispirò il cantatutore George Brassens per la sua canzone Morire per delle idee, ripresa poi anche dal nostro Fabrizio De André. Probabilmente fu per questa ghettizzazione che negli anni Ottanta andò prima in Argentina come corrispondente di un’agenzia di stampa francese e poi in Togo come consulente del presidente Eyadema, discusso capo di Stato della fragile democrazia togolese. Verosimilmente, de la Mazière fu chiamato dal suo vecchio compagno d’armi François Barazere de Lannurien, che aveva combattuto con lui nella 33 Waffen Grenadier Division Charlemagne che si trovava in Africa già da qualche anno. Tornato dal Togo, continuò a collaborare con riviste e giornali come Le Choc du mois e Le Figaro Magazine e anche con periodici di destra. Pochi anni prima di morire, nel 2003, scrisse un altro libro, Le reveur blessé, Il sognatore ferito, in cui racconta le conseguenze della sue scelte nella sua vita professionale e sociale. Morì il 15 febbraio 2006 ed è sepolto al cimitero di Montparnasse. Aveva 83 anni.

di: Antonio Pannullo @ 17:45


Feb 14 2019

Dibattito / Occhio ai masanielli che vogliono capeggiare la protesta del Sud

E venne il giorno dell’autonomia regionale. Rafforzata, s’intende, perché quella di serie c’è già per effetto della sciagurata riforma del Titolo V della Costituzione voluta in articulo mortis della XIII legislatura, nel 2001, da una sinistra allora come ora in deficit di consensi. L’obiettivo, poi miseramente fallito, era fare concorrenza alla Lega sul terreno del federalismo e impedirle di tornare nel centrodestra, cosa che invece puntualmente avvenne. Si deve a quella sciagurata e miserabile riforma costituzionale se oggi l’Italia s’aggira in Europa agghindata delle pezze di Arlecchino, non più «schiava di Roma» ma malinconico ostaggio dei cacicchi dei territori. E sempre a quell’inguardabile pasticcio normativo si deve l’impennata del contenzioso tra governo centrale e regioni davanti alla Consulta, con tanti saluti alla certezza del diritto, allo snellimento della burocrazia e all’agevolazione degli investimenti pubblici e privati. Sembrerà strano, ma toccò proprio al centrodestra alleato della Lega tentare di metterci una pezza introducendo una clausola di salvaguardia pronta a scattare ogni qual volta l’autonomia regionale minacciava l’interesse dello Stato. Fu Alleanza Nazionale a volerla e se non la troviamo in Costituzione è solo perché la devolution (così fu ribattezzata quella riforma) non superò il test del referendum confermativo. Sfumata l’occasione ed evaporata anche la destra italiana per effetto della confluenza di An nel PdL, la deriva autonomista non ha incontrato più argini. Fino ad arrivare all’oggi con la richiesta di nuovi poteri e di ulteriori risorse da parte dei governatori di Lombardia e Veneto in compagnia di quello dell’Emilia Romagna. I primi due della Lega, il terzo del Pd. Guarda caso gli stessi protagonisti intorno ai quali ruota da vent’anni la girandola dell’autonomia, rafforzata in questo caso. È il punto politico della questione. E va tenuto ben presente per impedire che a strumentalizzarlo,  come sta già avvenendo, siano i cacicchi del Sud, i De Magistris, i De Luca gli Emiliano, gente – cioè – che ha in tasca la stessa tessera degli sfascisti del Titolo V e di Gentiloni, il premier che ha regalato a tempo scaduto l’autonomia rafforzata alle tre regioni, il cui testo è approdato oggi nel Consiglio dei ministri. La difesa dell’unità nazionale, ché di questo si trattta, non può essere lasciata in queste mani o in quelle – è il caso del sindaco di Napoli – di masanielli che sull’autonomia hanno costruito le proprie fortune politiche. La deriva secessionista non si argina elargendo modiche quantità di federalismo. La politica non conosce vaccini ma solo droghe, e la Catalogna è terribilmente vicina. Contrastarla è una battaglia nazionale che Giorgia Meloni farebbe bene ad intestarsi, non foss’altro perché è stata l’unica ad opporsi, con coraggio e a costo di non poche incomprensioni interne, al referendum pro-autonomia di Lombardia e Veneto. E non si lasci irretire dalla retorica sul Nord: quella brava e operosa gente è insofferente verso Roma perché la considera la capitale delle tasse e della burocrazia: tagliate i balzelli e diminuite bolli e timbri e vedrete che se ne fotteranno del federalismo e dell’autonomia. Certo, la battaglia è difficile è tutta in salita, ma va combattuta. Ne vale la pena. 

di: Mario Landolfi @ 13:02


Feb 11 2019

Maria Pasquinelli: si oppose con le armi a chi consegnò terre italiane alla Jugoslavia di Tito

Proprio in questo giorno, nel 1947, Maria Pasquinelli armò la sua mano e uccise con tre colpi di pistola il brigadier generale inglese Robert de Winton, comandante la guarnigione “alleata” a Pola. In quelle stesse ore la città di Pola veniva assegnata dagli “alleati” alla Jugoslavia. Maria Pasquinelli, come disse in seguito e come lasciò anche scritto, con quel gesto interpretò i sentimenti di migliaia di polesani, di istriani, fiumani, dalmati, colpendo il responsabile simbolico dell’assegnazione di quelle terre italianissime ai titini, e causano di conseguenza l’esodo drammatico di centinaia di migliaia di italiani che non rivedranno più la terra dei loro padri. Rigurgito fascista, si disse, ma in realtà Maria Pasquinelli era una fervente patriota, insegnante a Pola, che non sopportò lo scempio che si stava facendo di un popolo e di una terra. E dopo un profondo conflitto interiore decise di attuare quel gesto estremo. Naturalmente la vicenda va contestualizzata: in anni in cui gli italiani venivano massacrati perché tali, infoibati, annegati, fucilati, e le donne stuprate, torturate, seviziate, in un periodo in cui tutti erano armati e nessuno di poteva opporre alle orde comuniste titine, la figura di questa esile donna che colpisce il più alto rappresentante degli oppressori della sua terra, merita certo, se non giustificazione, profonda comprensione. Molti italiani avrebbero voluto essere al suo posto e la Pasquinelli divenne subito l’eroina dei profughi italiani.

Era nata a Firenze nel 1913,  maestra, laureata in pedagogia, a venti anni si iscrissse al Partito nazionale fascista e frequentò la Scuola di mistica fascista di Niccolò Giani. Allo scoppio della guerra partì volontariamente come crocerossina per la Libia, dove tentò anche di raggiungere il fronte travestita da soldato. Ricondotta in patria, chiese di andare in Dalmazia, dove insegnò a Spalato. Imprigionata e condannata a morte dai partigiani comunisti jugoslavi e poi liberata dai tedeschi, la Pasquinelli si occupò della riesumazione delle salme degli italiani uccisi e documentò le stragi comuniste. Minacciata ancora di morte, riparò a Trieste. Preso contatto con la Repubblica Sociale e in particolare col comdandante Junio Valerio Borghese, fu inviata in Istria per documentare le uccisioni degli italiani. Per effettuare le sue ricerche chiese anche la collaborazione, oltre che ai fascisti, anche al Cln, ciò che la mise in cattiva luce coi tedeschi. Solo l’intervento diretto di Borghese la salvò da una detenzione da parte dei tedeschi. Poi venne l’uccisione di de Winton colpito mentre passava in rassegna la guarnigione britannica. Subito dopo l’omicidio, la Pasquinelli lasciò cadere l’arma e si fece arrestare dai militari inglesi. Addosso le fu trovato questo biglietto: «Mi ribello, col fermo proposito di colpire a morte chi ha la sventura di rappresentarli, ai Quattro Grandi i quali, alla Conferenza di Parigi, in oltraggio ai sensi di giustizia, di umanità e di saggezza politica, hanno deciso di strappare ancora una volta dal grembo materno le terre più sacre d’Italia, condannandole o agli esperimenti di una novella Danzica o con la più fredda consapevolezza, che è correità, al giogo jugoslavo, sinonimo per la nostra gente indomabilmente italiana, di morte in foiba, di deportazioni, di esilio». Il 10 aprile 1947 Maria Pasquinelli fu condannata a morte dalla corte “alleata” a Trieste. Il giorno dopo il capoluogo giuliano fu invaso da manifestazioni di solidarietà con Maria Pasquinelli. La pena capitale fu commutata in ergastolo. Maria Pasquinelli rimase in carcere 17 anni e nel 1964 tornò libera. Andò a vivere a Bergamo con la sorella, dove visse fino alla morte, avvenuta tre mesi dopo il suo centesimo compleanno. E comunque aveva pagato per il suo reato.

di: Antonio Pannullo @ 19:54


Feb 09 2019

L’antifascismo? Per Repubblica non è più una priorità se deve vendere il libro del “repubblichino”

Oggi il quotidiano la Repubblica mette in vendita insieme con il giornale il libro di Giulio Bedeschi Centomila gavette di ghiaccio. Un libro autobiografico dell’autore, ufficiale medico dell’Armir (il corpo di spedizione italiano in Unione Sovietica), che partecipò alla campagna di Russia. Il libro, edito dalla Mursia, dal 1963 a oggi ha superato i quattro milioni e mezzo di copie vendute, oltre a numerose riduzioni scolastiche. E probabilmente è stato questo dato statistico a far superare ai manager di Repubblica la tradizionale pregiudiziale antifascista e la retorica resistenziale, di cui il quotidiano di Scalfari ha sempre fatto la sua bandiera. Sì, perché l’autore del libro, Giulio Bedeschi, oltre a essere uno stimato medico, un eroico alpino e un grande scrittore nonché tramandatore di memorie belliche, era un esponente di rilievo della Repubblica Sociale italiana, alla quale aderì convintamente, e nel corso della guerra civile si distinse soprattutto nella lotta antipartigiana nel forlivese, al comando della XXV Brigata Nera “Arturo Capanni”. Arturo Capanni era il precedente comandante della Brigata, rimato ucciso in un attentato. Bedeschi per tutta la sua vita non raccontò mai questo suo passato, che per molti è “oscuro” ma per noi è soltanto una libera scelta di un soldato che non concepiva l’idea di iniziare la guerra da una parte e finirla dall’altra. Bedeschi dopo la guerra preferì concentrarsi, oltre che sulla sua professione – era reumatologo – anche sulla memorialistica della Seconda Guerra Mondiale: dopo l’uscita di Centomila gavette di ghiaccio, infatti, molti ex soldati gli scrissero raccontandogli le loro esperienze belliche. Sembra improbabile che gli strateghi di Repubblica non conoscessero il passato del “repubblichino” Bedeschi. E avrebbe dovuto insospettirli il fatto che il libro, pur essendo stato scritto nel 1945/46, fu pubblicato solo nel 1963 appunto da Mursia (tra l’altro casa editrice fondata da un ex partigiano) dopo aver collezionato ben 16 rifiuti da parte di vari editori. E, poiché il libro vale, il motivo di questi rifiuti deve essere stato soltanto politico, nell’ottica di quella damnatio memoriae che riguardava tutti gli aderenti alla Rsi, damnatio memoriae che nel corso dei decenni è stata vanificata dalla storia. Le favolette che per anni hanno raccontato agli italiani sulla guerra di liberazione, che fu invece una autentica e sanguinosa guerra civile, sono state smentite dalla verità dei fatti, nonostante l’impegno di Repubblica e di altri giornali democratici e antifascisti. Certo, è un bene che oggi il libro dell’ex federale fascista di Forlì, direttore del giornale fascista Il popolo di Romagna, sia diffuso senza pregiudizi, vuol dire che il passato sta veramente passando, e che si inizi a considerare gli uomini della Repubblica Sociale italiani a tutti gli effetti, italiani che fecero una scelta anziché un’altra, e che si batterono per le idee in cui credevano. E Bedeschi fu certamente una di queste persone: riteneva i partigiani una forza da contrastare e lo fece con tutto il suo impegno, coerentemente con le sue convinzioni, che furono sempre di fedeltà a Mussolini e al fascismo. Vogliamo qui ricordare che dopo il 25 aprile i partigiani rossi del Vicentino, nella zona di THiene, assassinarono sul posto molti militi della Brigata Nera, e altri 25, arresisi, furono prelevato e fucilati senza processo. Bedeschi fu ricercato a lungo dai partigiani, che però non lo trovarono mai. Si rifugiò, a quanto pare, dapprima a Trieste, e poi in Sicilia, a Ragusa, dove visse nascosto, o comunque defilato, per 4/5 anni, esercitando la sua professione di medico. Nel 1946 fu giudicato un “fascista politicamente pericoloso” e invitato a presentarsi a processo. Dopo di che fu considerato latitante e privato dei dirtti civili per dieci anni. Quando le acque si furono calmate tornò in Veneto dove poi morì, a Verona, nel discembre del 1990. A Thiene, dove combatté, gli è dedicata una strada, mentre la biblioteca del suo paes enatale, Arzignano, è a lui intitolata. Bedeschi ha vonto numerosi premi letterari, ma soprattutto è diventato il cantore dell’eroismo italiano durante quella tragedia che fu la guerra. Per il suo ruolo di medico  Bedeschi in Russia tenne accurate annotazioni di quello che succedeva, il numero dei caduti, etc., e fu sulla base di questi appunti che scrisse il suo capolavoro. Capolavoro che va ricordato però, a nostro avviso, soprattutto perché l’autore ha saputo e voluto descrivere i piccoli e grandi gesti di altruismo e di eroismo durante la tragica ritirata da parte dei nostri soldati. Un affresco tutto italiano e patriottico che Repubblica fa bene a riproporre.

di: Antonio Pannullo @ 15:29


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