Via della Seta: ecco come la Cina approfitta delle divisioni dell’Occidente

sabato 27 aprile 10:15 - di Giuseppe Menardi

Secondo la definizione del geografo tedesco Ferdinand von Richthofen che, nel 1877, nella introduzione all’opera Tagebucher aus China la Seidenstraße per la prima volta parla della «Via della seta», si tratta del reticolo, che si sviluppava per circa 8 000 km, costituito da itinerari terrestri, marittimi e fluviali lungo i quali nell’antichità si erano snodati i commerci tra l’impero cinese e quello romano. Nelle intenzioni dei cinesi questo enorme itinerario si dovrà sviluppare in tutti i domini della attività dell’uomo sul nostro pianeta, comprese perciò anche quelle di costruzione e gestione delle reti di telecomunicazioni e informatica.

La via della seta e la strategia della Cina

Questo straordinario progetto è l’evoluzione dell’azione di espansione commerciale e di influenza della Cina sul resto del pianeta in particolare nelle aree fino ad oggi abbandonate o poco considerate dall’Occidente e catturate dai cinesi, in modo particolare l’Africa. Ma non solo. Io stesso sono testimone di uno dei tanti progetti realizzati dai cinesi in Montenegro piuttosto che in Iran. Si tratta della costruzione delle Autostrade che i cinesi hanno finanziato quasi per intero pretendendo perciò di essere loro stessi a costruirle. In sostanza fino ad oggi essi hanno utilizzato la loro leva finanziaria per entrare nelle varie aree geografiche e diventare interlocutori duraturi perché costruttori di opere infrastrutturali.

La divisione del mondo occidentale

Tali opere hanno tempi di ammortamento molto lunghi e le nazioni che si sono impegnate con questi contratti avranno bisogno di molti anni per restituire il debito. In molti casi esse non avranno mai i soldi necessari. L’idea dei cinesi di conquistare il mondo con il consenso delle nazioni dell’Occidente è molto furba e poggia sulla divisione del mondo occidentale, in primis l’Europa, che è sempre stata presente soprattutto in Asia in ordine sparso, e può sfruttare la tentazione che il mercato cinese grande di un miliardo e mezzo di persone rappresenta per il resto del mondo.

I ritardi dell’Italia nelle grandi opere

Di fronte a questo scenario credo sarebbe stato opportuno per l’Italia evitare di diventare la prima nazione fra i padri fondatori della Europa ad appiattirsi sulle volontà cinesi, in assenza di qualsiasi dibattito interno sulla situazione internazionale e sulla collocazione internazionale che l’Italia ha scelto o intende scegliere nei prossimi anni. In ultimo ma chi può seriamente credere che l’Italia che discute per decenni sulla Tav, per centinaia d’anni sul ponte sullo stretto di Messina, che ha rinunciato all’uso del nucleare, che non costruisce inceneritori e termovalorizzatori, che dopo due decenni non ha ancora realizzato la terza corsia sulla A1  sarà nelle condizioni di affidare queste opere ai cinesi. Com’è evidente è una burla, spero che i viaggi dei nostri politici in Cina siano piacevoli.

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