Il caso di Aldo Gastaldi, un partigiano anomalo. Oltre la retorica resistenziale

lunedì 17 giugno 17:05 - di Mario Bozzi Sentieri

Il cardinale Angelo Bagnasco ha dato il via alla causa di beatificazione e canonizzazione di Aldo Gastaldi, nome di battaglia “Bisagno”, primo partigiano d’Italia e medaglia d’oro della Resistenza. La notizia ha il crisma dell’ufficialità, con un editto arcivescovile, datato 31 maggio, con cui l’Arcivescovo di Genova invita “a comunicare direttamente o a far pervenire al Tribunale Ecclesiastico Diocesano tutte quelle notizie dalle quali si possano in qualche modo arguire elementi favorevoli o contrari alla fama di santità del Servo di Dio”. Contestualmente il cardinale ha richiesto “a quanti ne fossero in possesso, di rimettere con debita sollecitudine al medesimo Tribunale qualsiasi scritto, che abbia come autore il Servo di Dio, qualora non sia già stato consegnato alla Postulazione della Causa” compresi “i manoscritti, i diari, le lettere ed ogni altra scrittura privata del Servo di Dio”.
Chi è stato Aldo Gastaldi ? E perché la sua esistenza è stata a tal punto speciale da portare ad una causa di beatificazione e canonizzazione ? Partigiano della prima ora, dopo essere stato sottotenente del Genio, organizzatore del nucleo partigiano di quella che sarebbe poi diventata la Divisione Cichero, operante nell’entroterra ligure, Gastaldi è ricordato per essere un fervente cattolico, quindi un anticomunista, in un contesto in cui la presenza della sinistra più estrema era egemonico.
A questa figura anomala di partigiano, casto e rispettoso degli avversari, Giampaolo Pansa ha dedicato il libro “Uccidete il comandante bianco. Un mistero nella Resistenza” (Rizzoli, 2018), soffermandosi sulla morte misteriosa, avvenuta il 21 maggio 1945, a seguito della sua caduta dal tettuccio del camion su cui viaggiava, di ritorno dal Veneto, dove aveva accompagnato alcuni partigiani che avevano disertato dalla Divisione repubblichina “Monterosa”. Pansa sostiene la tesi della morte violenta del comandante “Bisagno”, voluta e provocata dalla frazione militarista del Pci, facente capo a Pietro Secchia. Di Gastaldi e della sua morte “misteriosa”, aveva anche parlato, una quindicina di anni fa, Luciano Garibaldi, giornalista e storico anticonformista, in “I giusti del 25 aprile. Chi uccise i partigiani eroi ?” (Edizioni Are, 2005), un avvincente e documentato racconto di tre figure emblematiche della Resistenza (Gastaldi, Ugo Ricci e Edoardo Alessi), uniti da una comune e intensa fede religiosa e ispirati a un progetto di riconciliazione con il nemico sconfitto, scomparsi “misteriosamente” nel momento culminante della loro battaglia.
Come riportato dal “Dizionario della Resistenza”(Einaudi, 2001) e dal “Dizionario della Resistenza in Liguria” di Gimelli e Battifora (De Ferrari, 2008), “Bisagno” oltre che anticomunista era decisamente critico nei confronti del partitismo, poiché esso avrebbe potuto “ … incrinare la lotta partigiana (…). “Noi non abbiamo un partito, noi non lottiamo per avere un domani un cadreghino, vogliamo bene alle nostre case, vogliamo bene al nostro suolo e non vogliamo che questo sia calpestato dallo straniero, dobbiamo agire nella massima giustizia e liberi da prevenzioni”: una concezione sostanzialmente opposta a quella di chi vedeva nella Resistenza – come analizzato da Claudio Pavone – un’occasione per la realizzazione della guerra di classe, fine ultimo, per i comunisti, della guerra patriottica e della guerra civile.
Gastaldi sapeva che i partigiani comunisti lo volevano morto, dicono altre testimonianze. Stava infatti lottando contro la trasformazione delle milizie partigiane in unità politiche del partito comunista e per fermare lo spargimento di quel “sangue dei vinti” che segnò la fase post resistenziale. Anche di questo il processo di beatificazione dovrà tenere conto, offrendo – ci auguriamo – nuovi elementi di conoscenza/approfondimento per vicende che, al di là della retorica resistenziale, sono tutt’altro che scontate.

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