Gen 05 2019

C’era una volta la Befana Fascista: un esempio di Stato solidale e popolare (video)

C’era una volta la Befana Fascista: questa istituzione amatissima dagli italiani, e che ancora in certe forme si perpetua così come la pensò il fascismo, fu un vero colpo di genio, non di Mussolini, ma di Augusto Turati, l’allora segretario del Partito Nazionale Fascista. Turati, oltre a essere un politico, era un giornalista, un o sportivo e un dirigente sportivo (tra l’altro fu anche direttore della Stampa di Torino): campione di scherma, fu presidente della Federazione Scherma, del Coni e del Comitato Olimpico Internazionale. Moderato, era tuttavia un fascista della prima ora: dopo la partecipazione alla Grande Guerra come capitano (fu anche decorato) aderì infatti ai Fasci di Combattimento nel 1920 e al Pnf nel 1921. Divenne poi segretario bresciano del Partito, dove si distinse per la lotta a quei latifondisti che non rispettavano le normative fasciste in favore dei contadini. Nel 1926 il Duce lo volle a capo del Partito , anche se non la pensavano in modo uguale su diverse questioni. Nel 1927, a quanto pare, Turati nel corso di un viaggio a Buenos Aires ebbe modo di osservare la Befana organizzata dall’Associazione lavoratori fascisti emigrati in Argentina, e volle riproporre la cosa in Italia. La Befana in quegli anni era un po’ in ribasso, anche se era sempre radicata nell’animo degli italiani. Il fascismo, prendendola in mano e gestendola, ne fece uno egli avvenimenti più importanti e sentiti dell’anno. La cosa funzionava così: tutti i federali sensibilizzavano le imprese, le banche, i privati a donare beni e denaro per la Befana dei più poveri e e soprattutto dei bambini. Le organizzazioni giovanili e femminili fasciste si occupavano dell’aspetto logistico, che si rivelò subito imponente, e il 6 gennaio mattina si teneva nelle locali Case del Fascio la solenne distribuzione di doni ai bambini figli delle classi meno agiate. Le distribuzioni si svolgevano anche per figli di lavoratori di determinate categorie: ferrovieri, postali, metalmeccaninci, minatori, agrari, etc.

Il Msi proseguì la tradizione con la Befana Tricolore

La prima di queste Befane si tenne il 6 gennaio 1928, e da allora non si è più interrotta. Nel 1935 cambiò denominazione in Befana del Duce, nel 1940 divenne Befana del Soldato e con la Repubblica Sociale Italiana tornò alla denominazione originaria Befana Fascista. Milioni di pacchi ogni anno venivano distribuiti ai più piccoli, e dalle foto che ci sono giunte era veramente una festa: giochi di ogni tipo, dai trenini ai soldatini, strumenti musicali, dolciumi, abiti, bambole, carrozzine, cibarie, e chi più ne ha più ne metta. I federali inoltre provvedevano alla consegna riservata di somme di denaro ai capifamiglia più indigenti. E dopo la guerra la tradizione non si interruppe neanche per un anno: tutte le categorie e le imprese avevano apprezzato il grande valore sociale delle Befane, le quali continuarono, come molti ricorderanno: le banche, i ministeri, le imprese più grandi organizzavano per i figli dei loro dipendenti delle spettacolari Befane, in alberghi o aule magne. Ci piace infine ricordare che sin dal 1947 il Movimento Sociale Italiano organizzò le Befane tricolori, solitamente in cinema o hotel, in cui gli esponenti del partito come Turchi, Michelini, Tripodi, Caradonna o Tedeschi distribuivano ai bambini i doni. E spesso questi politici erano essi stessi i finanziatori di tutto. E dopo proseguirono le Befane tricolori con Alleanza nazionale, il Pdl e oggi con Fratelli d’Italia e CasaPound. La Befana Fascista insomma vive ancora: in altre forme, con altri nomi, ma ancora regala felicità ai più piccini, con lo stesso spirito solidale e sociale con cui naque nel 1928.

di: Antonio Pannullo @ 17:50


Gen 03 2019

“Chicchirichì!”: il genio istrionico di Emil Jannings, l’attore preferito di Hitler

Probabilmente oggi i giovani non lo conoscono più, ma indimenticata rimane la sua interpretazione in L’Angelo Azzurro, con una sconosciuta Marlene Dietrich che con quel film divenne una star internazionale: parliamo di Emile Jannings, di cui in questi giorni ricorre l’aìnniversario della morte, primo e unico attore tedesco ad aver avuto l’Oscar come attore protagonista. In realtà Jannings, classe 1884, è considerato uno dei più grandi attori tedeschi, ma non nacque né morì in Germania, pur avendovi legato la sua carriera. Anzi, in realtà era figlio di uomo d’affari americano e di una tedesca che vivevano in Svizzera, nel cantone San Gallo. Emigrati a Lipsia, Jannings vi frequentò le scuole, che però ben presto abbandonò per andare per mare. Tornato, iniziò a frequentare scuole di recitazione, approdando ben presto al teatro, allora unica forma di espressione visiva. Jannings si trovò così proprio in mezzo alla cultura di Weimar nella leggendaria Berlino degli anni Venti, quella di Max Reinhardt ed Ernst Lubitsch. Nel 1918 Jennings debuttò in scena allo Schauspielhaus di Berlino. Jennings, pur continuando nell’attività teatrale, si trovò coinvolto anche nel cinema, che a quell’epoca ancora era muto. Sostenne diverse parti, perfezionando il suo carattere istrionico e un po’ ottocentesco, che però caratterizzava bene i personaggi. Nel 1926 intepretò anche Mefistefele in Faust, e forse fu per questo che gli americani si accorsero di lui e lo valorizzarono: la Paramount lo volle a Hollywood dove Jannings, oltre a seguire corsi di recitazione, interpretò i film L’ultimo comando di von Sternberg e Nel gorgo del peccato di Victor Fleming, quest’ultimo ormai perduto. Per questi due film Jannings vinse il prestigioso premio Oscar come attore protagonista, e finora è l’unico tedesco ad averlo mai ottenuto. Volutamente caricaturale, incline alla recitazione retorica e grottesca, enfatico, Jannings interpretò una serie formidabile di personaggi storici tra cui Nerone, Enrico VIII e Federico II. riscuotendo sempre grande successo per le puntuali ed efficaci caratterizzazioni psicologiche. La sua carriera a Hollywood terminò con l’avvento del sonoro: il suo accento tedesco non aiutava e il doppiaggio era al suo inizio.

L’Angelo Azzurro e la bomba-Dietrich

Tornato in patria, fece il film che lo ha reso a tutt’oggi famoso, L’Angelo Azzurro, Der blaue engel, accanto a un’attrice sua compatriota ancora non molto conosciuta, Marlene Dietrich, che proprio da quel film fu lanciata definitivamente. E accadde una cosa strana: L’Angelo Azzurro, dall’omonimo romanzo di Heinrich Mann, fratello di Thomas, era stato pensato dal regista Josef von Sternberg per consacrare Jennings nel cinema sonoro, invece nel corso del film la Dietrich si prese tutta la scena, spostando il baricentro del racconto da lui a lei. La storia è nota, Mann ci scrisse una novella: in una cittadina tedesca un attempato professore, Immanuel Rat, si invaghisce di una cantante, Lola Lola, che cantava nel locale Angelo Azzurro. Il professore c’era andato per dissuadere i suoi studenti dal frequentare quel luogo di perdizione, ma rimane soggiogato dal fascino ambiguo della Dietrich. I due si sposano e l’anziano professore inizia le torurnée con la compagnia. Finiti i suoi risparmi, il professore si rassegna a lavorare comne clown negli spettacoli, con la famosa scena dell’uovo in cui viene umiliato sul palcoscenico. In poco tempo Immanuel Rat perde il lavoro, il prestigio, la dignità e anche la moglie, che se la fa con l’illusionista della compagna. Nel corso di uno spettacolo nella sua città, il povero professore impazzisce, e dopo aver tentato di uccidere la moglie infedele, scappa e si rifugia nella sua vecchia scuola, dove muore adagiato sulla sua cattedra. Mentre Jennings è un gigante, nel film la Dietrich recita come peggio non poteva, e solo il suo fascino e le sue canzoni la salvano e la rilanciano.

Jannings diventa l’attore ufficiale del nazionalsocialismo

L’Angelo Azzurro è del 1930, e segna uno svolta e un bivio artistico e umano sia per Jennings sia per la Dietrich: l’attore si lega sempre più all’ascendente nazionalsocialismo (famosa una sua foto con il ministro della propaganda Joseph Goebbels) mentre la Dietrich, che poi diverrà un’icona del germanesimo, diventa antinazista e va a lavorare a Hollywood. Jennings invece lavora per molti film del Terzo Reich, di carattere storico, e Adolf Hitler lo nomina Artista dello Stato (Staatsschauspieler). Jennings stava ancora lavorando al suo ultimo film nell’aprile del 1945 quando Berlino cadde circondato dai sovietici. Nel frattempo Marlene Dietrich, divenuta cittadina americana, cantava e ballava per le truppe americane in prima linea in Europa. La Dietrich, divenuta frattanto fervente attivista anti-nazista, destestava Jennings per il suo filo-nazismo e spesso ne parlò in termini sprezzanti. Va anche detto che quando, dopo la guerra, la Dietrich si esibì in Germania, vi fu accolta con una certa ostilità e freddezza, non tanto perché i tedeschi fossero rimasti nazisti, quanto perché era vista come una traditrice della patria. Ovviamente Jannings dopo la guerra fu “denazificato” e messo all’indice: non lavorò mai più. Fu costretto a trasferirsi in Austria, dove prese la cittadinanza, e dove morì il 2 gennaio del 1950 vicino Salisburgo, dove è sepolto. Il suo Oscar è oggi in mostra al Filmmuseum di Berlino. Jannings nel corso della sua carriera ha interpretato circa 80 film e si è sposato quattro volte.

di: Antonio Pannullo @ 17:34


Gen 03 2019

Il 3 gennaio 1892 nasceva Tolkien, una vita da professore illuminata dai miti

Il 3 gennaio del 1892 nasceva J.R.R. Tolkien, grazie al cui genio il genere fantasy è oggi il più venduto e il più letto di tutte le forme letterarie. Il papà Arthur così scriveva alla madre a Birmingham dalla località dove era avvenuto il parto, Bloemfontein (Sudafrica): “Cara mamma, questa settimana ho una buona notizia per voi. Mabel la scorsa notte, 3 gennaio, mi ha regalato un bellissimo bambino. La nascita è avvenuta prima del tempo, ma il bambino è forte e sta bene e Mabel ha superato il parto meravigliosamente. Il bambino è ovviamente adorabile, ha belle mani, con le dita lunghe, e belle orecchie, capelli biondi, occhi alla Tolkien e una bocca chiaramente Suffield…”.

Per Tolkien il successo arrivò tardi

Il successo per Tolkien giunse molto tardi, quando aveva ormai 65 anni, era vicino alla pensione e non vedeva l’ora di dedicarsi al Silmarillion, il libro che considerava più importante e più impegnativo. Chiunque si cimenti con gli eventi che hanno contrassegnato la vita di Tolkien resta colpito dall’ordinarietà della sua esistenza tranquilla, metodica, professorale, circondata da amicizie selezionate e la potenza fantastica dei mondi alternativi che furono il prodotto della sua sub-creazione.

Una vocazione che lo travolse, inaspettata e non cercata, quando mentre correggeva i compiti dei suoi allievi improvvisamente scrisse su un foglio: «In un buco sotto terra viveva uno hobbit…». Tolkien si dedicò alla mitologia perché, semplicemente, ne sentiva il bisogno. Certo l’infanzia non proprio felice di Tolkien deve avere avuto un peso notevole nella scelta di “rifugiarsi” in mondi fiabeschi e incontaminati. Tolkien aveva perso il padre all’età di soli quattro anni e fu l’adorata mamma Mabel a incoraggiarlo a leggere i grandi libri per l’infanzia ma anche lei, costretta a una vita di disagi dai parenti che non avevano gradito la sua conversione al cattolicesimo, si spense precocemente. La venerazione per la figura materna fu trasferita sulla donna amata, Edith Bratt, che aveva tre anni di più di Tolkien e che divenne per lui oggetto di un amore esclusivo nonostante la separazione tra i due giovani imposta dal tutore di lui, che insistette perché Tolkien perfezionasse i suoi studi senza occuparsi di distrazioni amorose.

L’interesse per le saghe cavalleresche

È in questa fase che matura l’interesse di Tolkien per le saghe cavalleresche: sia il grande classico dell’inglese antico Beowulf sia Sir Gawain e il Cavaliere Verde (una nuova edizione di questo poema fu da lui curata più tardi, nel 1922) appassionavano il giovane studioso di filologia. Ci fu poi la devastante esperienza della guerra che vide Tolkien combattere nella battaglia della Somme. Una fase che indusse il futuro scrittore a maturare una visione pessimistica sul mondo e sugli uomini, base essenziale della sua futura idea della letteratura come “consolazione” per gli spiriti immersi nella mediocrità del presente. Tra gli autori che lo ispirarono ci fu il barone Dunsany, un accademico che nella seconda metà dell’Ottocento diede alle stampe una raccolta di brevi storie fantastiche e coniò un’espressione calzante per descrivere il genere di mondi in cui ambientava i suoi racconti: “al di là dei campi che conosciamo”, in luoghi dove le regole ordinarie e razionali non hanno più valore. Il secondo autore cui Tolkien fu debitore, soprattutto per quanto riguarda lo stile, è William Morris, che nei suoi romanzi trasferisce l’immaginario medievale mescolato a un mondo alternativo completamente creato da lui. A partire dal 1914 Tolkien si cimenta con gli Elfi e le Terre Immortali, buttando giù il primo nucleo di quello che diventerà poi Il Silmarillion. Appunti e note che chiamava scherzosamente “le mie spiritosaggini con il linguaggio delle fate”.

Così affascinava i suoi studenti

L’insegnamento prima a Leeds e poi a Oxford fu per lui un’ennesima, importante scoperta: divenne consapevole della sua capacità di trasmettere agli studenti la passione per la materia, la letteratura inglese, indagata con veemente efficacia. Entrava in aula silenzioso per poi declamare l’inizio del poema con le possenti parole del Beowulf dall’originale anglosassone. L’uditorio ne era completamente affascinato. In quello stesso periodo ha inizio l’amicizia con C.S. Lewis, lo scrittore delle “Cronache di Narnia”, e la formazione del cenacolo lettarario degli Inklings, con le bevute al pub “Bird and baby” che è oggi meta privilegiata dei pellegrinaggi turistici dei cultori dell’opera tolkieniana. Ma Ronald non dimenticava la sua famiglia, scrivendo ai suoi quattro figli le Lettere di Babbo Natale che arrivavano puntualmente ogni anno a casa Tolkien dal Polo Nord, né esauriva nella sola scrittura la sua vena artistica: amava anche disegnare draghi, folletti e altre strane creature, immagini che vennero poi usate per illustrare Lo Hobbit.

Gli anni più creativi nella vita di Tolkien

Ma furono gli anni Trenta e Quaranta i più creativi della sua vita, quelli in cui sbocciarono le idee che sono al fondo delle opere che gli procurarono una solida fama di scrittore. Il primo lettore de Il Signore degli Anelli, realizzato nel corso di dodici anni fu proprio l’amico C.S. Lewis che lo salutò come un capolavoro enucleando, nella sua critica, gli elementi che avrebbero reso il romanzo un fenomeno mondiale: «Questo libro è stato come un fulmine a ciel sereno… In un’epoca quasi patologica nel suo antiromanticismo come la nostra, improvvisamente è tornato il romanzo eroico, fastoso, eloquente e audace…». Lewis fu talmente entusiasta dell’opera di Tolkien da accostare l’amico professore a Ludovico Ariosto. Con il senno di poi, l’arguto filologo che con Tolkien e altri scrittori aveva dato vita al circolo degli Inklings, aveva visto giusto, almeno quanto a popolarità e fama. Il successo del libvro fece sì che Tolkien ricevesse molte lettere tra cui quella di un Sam Gangee realmente esistente cui l’autore inviò una copia gratis con dedica. Una scoperta che Tolkien commentò con il tipico umorismo inglese: “Per un po’ ho vissuto temendo di ricevere una lettera firmata ‘S.Gollum’. Sarebbe stato molto più difficile avere a che fare con questo signore”.

di: Annalisa Terranova @ 15:04


Dic 30 2018

La sinistra intollerante marcia contro l’accademia sovranista di Bannon: erano i soliti quattro gatti

Ora la sinistra italiana ha paura anche delle iniziative culturali: con sprezzo del ridicolo, isolata persino dalla stessa amministrazione comunale, la sinistra ha marciato contro quella che è un’iniziativa squisitamente culturale del pensatore americano Steve Bannon, colpevole di voler fondare un’Accademia che avrà sede nella Certosa di Trisulti in Ciociaria. Ma andiamo con ordine: “Trisulti terra d’Europa – Bene della comunità“, è la scritta che campeggia sullo striscione che apre la marcia antisovranista, partita da Collepardo in Ciociaria, contro l’Accademia sovranista di Steve Bannon, guru della campagna di Donald Trump, all’interno dell’abbazia. ”Siamo circa 300 persone tra cittadini, amministratori e politici che non vogliono lasciare il campo libero all’avanzata sovranista nella Certosa di Trisulti”, dice Daniela Bianchi, ex consigliere regionale, capolista della lista Zingaretti e una delle organizzatrici della marcia. Marcia disertata dalla stessa amministrazione del comune: infatti l’amministrazione comunale di Collepardo non ha preso parte alla manifestazione di protesta. “Il Comune non ha aderito alla manifestazione perché non c’è nulla di definito. Si tratta di un progetto in divenire ma non c’è nessun riscontro che la certosa di Trisulti diventi la scuola della nuova destra europea come si va dicendo – dice il vice sindaco Vincenzo Deparasis che come il sindaco Mauro Bussiglieri è stato eletto con una Lista civica -. Il fatto è che stanno politicizzando la cosa. In piazza i cittadini di Collepardo si contavano sulle dita di una mano, come hanno potuto constatare i vigili, era tutto organizzato dal Pd“. I timori dei pochi scesi in piazza derivano ufficialmente dalla paura che il monastero medievale, di proprietà dello Stato e dato in concessione dal ministero dei Beni culturali alla Fondazione Dignitatis Humanae Institute, di carattere religioso di orientamento conservatore vicina al cardinale Burke di cui è stato presidente onorario il cardinale Renato Raffaele Martino, possa diventare “l’università del populismo” grazie all’appoggio di Steve Bannon. Il presidente dell’associazione che si è aggiudicata il bando è Benjamin Harnwell, seguace di Bannon e uno dei suoi più stretti alleati in Europa, che, come ha rilevato il Washington Post, noto giornale democrat, punterebbe a trasformare il monastero in una “scuola di gladiatori per guerrieri della cultura”.

Il comune: la protesta anti-Bannon orchestrata dalla sinistra

Timori che al momento l’amministrazione comunale respinge, definendoli frutto di “prevenzione. Si tratta di un progetto in divenire – ribadisce il vice sindaco -. Non è ancora partito nulla. C’è soltanto un presidente e noi siamo pronti al dialogo senza prevenzioni. Oggi, infatti, parteciperemo alla tavola rotonda organizzata dal presidente della Fondazione. Siamo pronti a collaborare. La nostra amministrazione non indossa nessuna casacca. Noi siamo pronti a collaborare. E’ giusto accogliere ciò che potrebbe fare da volano economico alla nostra piccola realtà”. Al momento, nella certosa di Trisulti, come spiega il vicesindaco, alloggia il presidente dell’associazione Dignitatis Humana. “C’è anche il priore di 83 anni che sta finendo l’ultimo periodo prima di andarsene nell’abbazia di Casamari. L’associazione che si è aggiudicata il bando promosso a suo tempo dal ministero dei Beni culturali paga 100 mila euro all’anno di affitto dunque mi sembra normale che, nell’ottica del mantenimento della struttura medievale, venga chiesto un piccolo contributo a quanti, tra i non residenti, vogliono fare una visita guidata al monastero”. Tutta la polemica sorta attorno alla certosa di Trisulti come è stata accolta dal cardinale Martino che tre anni fa abbracciò l’iniziativa nella sua fase iniziale divenendo il presidente onorario della Fondazione? Ambienti vicini al porporato spieganos: “L’utilizzo culturale della Certosa con una fondazione di matrice cattolica era parso al cardinale un utilizzo coerente ed apprezzabile anche nell’ottica della salvaguardia di un bene prezioso di grande valore culturale. Naturalmente – osservano le stesse fonti vicine al porporato – se ci fosse un uso diverso dagli intendimenti iniziali, tanto più con un orientamento politico, significherebbe tradire il progetto così come era nato e, se verificato, se ne prenderebbero le distanze”.

La sinistra mente, ecco l’obiettivo dell’Accademia di Bannon

Come si ricorderà, Steve Bannon in settembre fu ospite di Atreju, la kermesse politica di Fratelli d’Italia, dove riconobbe a Giorgia Meloni  e a Fratelli d’Italia un ruolo fondamentale nella rivoluzione che si sta compiendo in Italia. Come stanno veramente le cose lo spiega Benjamin Harnwell, presidente della Fondazione Dignitatis Humanae: Matteo Salvini può essere “il salvatore dell’Italia, sta facendo quello che ha promesso in campagna elettorale” e insieme Luigi Di Maio “ha messo il bene del Paese davanti agli interessi della politica”. Nel giorno delle proteste a Collepardo contro il progetto di trasformare la Certosa di Trisulti in un’Accademia di sovranisti, Harnwell, presidente della Fondazione che per 19 anni si è aggiudicata la gestione del monastero, spiega quale è l’obiettivo suo e di Steve Bannon, animatore dell’iniziativa. “L’obiettivo dell’Accademia dell’Occidente giudaico-cristiano – dice dopo aver partecipato all’assemblea pubblica con gli abitanti del centro della provincia di Frosinone – è di promuovere le fondamenta religiose della nostre società. E il punto di partenza è il pensiero di Bannon, secondo cui i partiti sovranisti e populisti possono promuovere la civiltà giudaico-cristiana nella politica”. In Italia di questa missione si è fatto promotore il leader della Lega: “Non l’ho mai incontrato, ma ho una stima enorme per quello che sta facendo, soprattutto per quanto riguarda la crisi migratoria – sostiene Harnwell, britannico, un passato nel Partito conservatore e a Bruxelles nello staff di un europarlamentare – E’ un uomo che passa dalle parole ai fatti, fa quello che ha promesso in campagna elettorale”. Harnwell prevede quindi che alle europee di maggio “tutti i vecchi partiti dell’establishment saranno ulteriormente travolti dall’ondata populista che sta attraversando tutto il mondo, emergeranno nuovi partiti che riflettono gli interessi e i desideri del popolo invece che delle élite”. Quanto alle proteste di Collepardo, il presidente della Fondazione non si mostra per nulla preoccupato e dice che nell’assemblea pubblica “c’è stato uno scambio di idee positivo, il dialogo continuerà”. “Bannon – conclude – si è informato delle proteste, voleva sapere quanta gente ci fosse, ma per lui le proteste occasionali sono un segno di salute”.

 

di: Antonio Pannullo @ 18:06


Dic 28 2018

Le principesse Disney stravincono in tv. Il principe azzurro è vivo e lotta insieme a noi…

In prima serata, a Natale, Santo Stefano e 27 dicembre, le principesse delle fiabe tradizionali, che prendono vita nei film classici della Disney, hanno sbaragliato gli altri programmi. Picchi di share che confermano che quelle fiabe è meglio non toccarle, che piacciono proprio così come sono, senza infiltrazioni femministe, senza revisioni politicamente corrette, senza puntare su Elsa di Frozen che forse avrà una fidanzata, forse no… .

Alla fine vincono sempre loro: Biancaneve, Cenerentola e La Bella addormentata (che ieri sera ha totalizzato oltre 5milioni di telespettatori su Rai1), con i loro principi azzurri al seguito. Al pubblico va bene così da diverse generazioni. E per fortuna, aggiungiamo noi. Alla faccia dell’attrice Keira Knightley secondo cui Cenerentola è diseducativa per le bambine. Una lezione anche per un’altra attrice, Kristen Bell, che non trova giusto che il principe baci Biancaneve senza prima chiederne il consenso. Il pubblico ignora queste corbellerie e continua ad applaudire le fiabe così come le conosciamo, così come ce le hanno raccontate le nonne, così come le raccontavano alle nonne quando erano bambine. L’impalcatura di quelle fiabe non teme le nevrosi da #metoo e le smanie censorie che siano o meno in buona fede.

Il ruolo del principe azzurro

Concentriamoci allora sul Principe azzurro, questa figura che lederebbe l’autonomia delle eroine delle fiabe rendendole così poco adatte ai palati femminili emancipati. Con l’aiuto dello studioso Attilio Mordini, che alle fiabe e al mito ha dedicato vari scritti di approfondimento (in particolare si veda “Il mito antico e la letteratura moderna”, Solfanelli), cerchiamo di capire qual è la sua vera funzione nella fiaba. La Bella dorme nel bosco attendendo di essere risvegliata, essa, come tutta la foresta, simboleggia la materia che attende il “tocco della forma” (il bacio), essa rappresenta le acque contenute nell’abisso che attendono il “bacio di luce, del Fiat Lux”, come si narra nella Genesi. Non a caso, spiega ancora Mordini, anche Biancaneve, un’altra “bella addormentata”, è custodita da sette nani: “Sette sono appunto le giornate della Genesi, sette quanti sono, secondo la tradizione, i pianeti che regolano tutto il cosmo”. La foresta è, ancora, metafora dell’essere umano in preda agli istinti e la bella è l’anima non ancora baciata dalla grazia. “Secondo le Upanishades, il principe potrebbe corrispondere a Buddhi, il raggio che dall’occhio di Brahma scruta sulle acque dell’anima. Di nuovo, dunque, le acque e la donna concidono. E secondo la tradizione del sufismo islamico, il principe è appunto il raggio azzurro di Allah che congiunge l’anima umana al centro dell’essere universale e la risveglia alla conoscenza interiore“. La stessa lettura mistico-religiosa, legata agli archetipi simbolici che dai miti trapassano alle fiabe di Perrault e dei fratelli Grimm, Mordini la applica a Cenerentola. La fanciulla è una iniziata alla via della vera Sapienza, è una predestinata alle nozze regali (che rappresentano il compimento dell’iniziazione). La fata che funge da aiutante ci fa pensare “alla tradizione celtica e al magistero alla via della Sapienza concepito come servizio gratuitamente dovuto ai qualificati”. Il segno della qualificazione è la scarpetta (di vetro secondo Perrault, d’oro secondo i Grimm) ma sempre scarpa che altri non possono calzare, fatta apposta per un “piede tale da poter percorrere, leggerissimo, le vie della Sapienza celeste”. Il limite della mezzanotte entro il quale fare ritorno sta ad indicare che la gloria divina si manifesta nella realtà terrena attraverso brevi epifanie: un tempo di luce che tutto trasfigura e di cui noi umani dobbiamo approfittare. Ecco in cosa ci imbattiamo guardando i film delle principesse Disney. Eccolo il vero significato di un successo che non sembra soffrire le ingiurie del tempo. Altro che lagne femministe. Bisogna tornare a leggere Attilio Mordini per inoltrarci in un mistero che incanta a dispetto di tutti.

 

di: Annalisa Terranova @ 17:28


Dic 27 2018

Dalla Regione Lombardia si fa strada una Lega d’impronta radical-relativista?

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,
la Lega di Matteo Salvini, il quale si appella al “Buon Dio”, esibendo, in piazza, il Rosario, lascia il campo ad un leghismo d’impronta radical-relativista? Alcuni recenti atti della Giunta regionale della Lombardia sembrano andare in questa direzione. Il 31 luglio, su proposta del Partito democratico, ma votata all’unanimità dal Consiglio regionale lombardo, a maggioranza di centrodestra, è passata la delibera che impegna la Giunta, guidata dal leghista Attilio Fontana, a dare ai minori di 24 anni la possibilità di ricevere, nei consultori pubblici e privati accreditati, consulenza gratuita e il metodo contraccettivo individuato come il più idoneo. Il 17 dicembre, la stessa Giunta della Regione Lombardia ha deciso di rendere possibile la somministrazione del composto abortivo RU486 in regime di Day Hospital, quindi senza la necessità del ricovero, andando così nella direzione di una ulteriore privatizzazione e banalizzazione dell’aborto, che per di più mette anche a repentaglio la vita della madre. Infine, il 19 dicembre, Affari italiani.it pubblica la notizia che la Giunta della Lombardia, “su proposta del consigliere Michele Usuelli del Gruppo +Europa con Emma Bonino si è impegnata a stanziare un milione di euro da destinare a Unfpa, l’agenzia delle Nazioni Unite sulla popolazione, al fine di promuovere interventi di family planning”, in particolare la distribuzione di contraccettivi a lunga durata per la popolazione dell’Africa
Queste iniziative d’impronta radical-relativista sconcertano non poco, tanto più se avvallate da un Movimento che si appella a “Dio, Patria e Famiglia” e si considera l’espressione di un’identità forte, spesso giocata sull’appartenenza cattolica, sulla difesa dei suoi simboli, dal crocifisso al presepe. La questione non è solo di principio, ma spiccatamente politica. Intanto perché la Lombardia non è una Regione qualunque. È il cuore del Settentrione ed è storicamente il nucleo centrale e fondante del leghismo, la base del suo consenso, il suo naturale contesto politico-amministrativo. D’altro canto, manifestare un’appartenenza, anche religiosa, vuole dire non solo fare una battaglia di principio quanto soprattutto, per chi abbia responsabilità politico-amministrative, declinarla nell’azione legislativa e nelle prospettive di lungo periodo.
Che fine hanno fatto gli impegni di Lorenzo Fontana, ministro leghista della Famiglia e della Disabilità ? A giugno, in un’intervista al “Corriere della Sera”, lo stesso Fontana dichiarava: “Voglio intervenire per potenziare i consultori così di cercare di dissuadere le donne ad abortire”, spiegando in particolare di volere “lavorare per invertire la curva della crescita che nel nostro Paese sta diventando davvero un problema”.
Proprio ora che perfino la rivista “il Mulino”, non certo espressione dell’integralismo cattolico, evidenzia, sul suo ultimo numero, una “questione demografica”, denunciando la disattenzione del Paese, cioè “di coloro che hanno responsabilità di leadership nella cultura, nella politica, nell’economia, nelle istituzioni e nella società in genere e che, in definitiva, indirizzano l’opinione pubblica”, sarebbe paradossale che la principale forza di centrodestra assecondasse quelle politiche restrittive della natalità, che tanti danni hanno provocato all’Italia.
In coerenza con certe scelte il prossimo passo, per la Lega, sarà di abdicare sulle questioni di genere, sul multiculturalismo, magari sul suicidio assistito ? Una linea chiara e coerente ha sempre unito l’azione disgregatrice di certa cultura radical-relativista. Cedere su un principio, significa, via via, aprire varchi difficilmente sanabili. E allora sarebbe la Caporetto culturale e politica della Lega. E forse l’inizio della sua fine.

di: Girolamo Fragalà @ 16:01


Dic 17 2018

A settant’anni dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, l’illusione egualitaria

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,
archiviate le celebrazioni per il settantesimo anniversario della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”, vale la pena riprendere – mettendo da parte la retorica d’occasione – alcune questioni di fondo che sono alla base della Risoluzione adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella sua terza sessione, il 10 dicembre 1948 a Parigi.
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”: cosa si nasconde dietro le consolatorie parole del primo articolo della “Dichiarazione”? Può bastare qualche rassicurante affermazione di principio a dare gambe e sostanza all’idea di realizzare l’uguaglianza dell’Umanità? Parlare di uguaglianza significa sgombrare il campo da ogni retorica d’occasione (l’esatto contrario di quello che abbiamo ascoltato per le celebrazioni del settantennale) e da quel groviglio di contraddizioni e di falsificazioni che la questione porta con sé. A cominciare dall’idea che fu il Cristianesimo a sancire il dogma egualitario. In realtà la religione cristiana afferma la pari dignità degli uomini davanti al Padre Creatore, ma non per questo nega l’esistenza delle differenze tra gli uomini. Come in una famiglia, nella quale l’amore verso i figli non esclude la diversità tra loro. E’ l’esasperato egalitarismo di marca roussoviana, che ha spostato dalla dimensione sacrale a quella laica i confini della questione. Dall’al di là all’al di qua la prospettiva è ben diversa. Dal 1789 – con la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, frutto della Rivoluzione francese – “gli uomini nascono liberi ed eguali in diritto”. Il livello è ancora formale, ma è un passo decisivo, in grado di informare tutto il mondo occidentale. Il marxismo provò a “rettificarlo”, distinguendo tra “libertà formali” e “libertà reali”. Con quali risultati è noto. La Dichiarazione del 1948, nel sancire il valore universale del principio di uguaglianza, non è andata molto oltre. Le contraddizioni rimangono. La mancata applicazione è evidente anche in quei Paesi che hanno sottoscritto quei principi, mentre – nel frattempo – l’evidenza scientifica ne ha sconfessato la sussistenza.Preso atto – in sintesi – delle debolezze “strutturali” della “Dichiarazione dei Diritti” che cosa rimane, a settant’anni dalla loro stesura universalistica ? Intanto il tentativo di fare avanzare dietro il vessilli dell’egalitarismo una corrosiva omologazione di massa. Avanza l’individualismo e con esso la spoliticizzazione e la snazionalizzazione contemporanee. Il tentativo di fondo è di fare venire meno illusoriamente le differenze culturali tra i popoli e quello che può essere ben definito il diritto dei popoli alla cultura, nel nome di un’idea mediana dell’umanità (“La natura del liberalismo – scriveva Moeller van den Bruck – è l’umanità media e anche quel che vuole conquistare non è che è la libertà per ciascuno di avere il diritto di essere un uomo medio”). A ruota ecco il mercantilismo, degno corollario di un egalitarismo di massa che tutto omologa. Del resto, se l’economia è il destino planetario, ben vengano i “diritti” in grado di assimilare storie, culture, identità, economie diverse, nel nome di un grande mercato, in cui, alla fine, l’unica uguaglianza che conta è quella denaro. Con quali risultati ed ingiustizie di fondo è bene evidente, in un mondo segnato da un riduzionismo volgare e livellatore, dove allo svuotarsi delle appartenenze comunitaristiche a trionfare è un legale societario formalistico e disorganico.A ben leggere è un mondo più povero, spiritualmente più povero quello che ci ha consegnato l’anniversario della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”. Un mondo soprattutto in cui le opportunità individuali sembrano essersi ridotte, soffocate da un egalitarismo formale che ha portato solo scompensi, colmati da ipocrisie. Svelare queste ipocrisie, significa – per dirla con Giuseppe Prezzolini – ritrovare, “contro l’omogeneità sociologica, contro la fine della storia, contro l’entropia, contro la spersonalizzazione degli individui, delle famiglie, delle culture, delle civiltà”, quell’autentico pluralismo che costituisce la ricchezza del mondo.

di: Mario Bozzi Sentieri @ 11:43


Dic 12 2018

Macron (a parole) si è pentito, a quando il mea culpa dei macronisti all’italiana?

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Mentre  Emmanuel Macron, è stato costretto a chiedere scusa, in tv, ai francesi, rimangiandosi (a parole) parte delle sue scelte economiche, che fine hanno fatto i macronisti all’italiana, che, poco più di un anno fa, ne tessevano le lodi, immaginando le sorti (e progressive …) del fenomeno a livello europeo ?  Basta  sfogliare i giornali del maggio 2017 per raccogliere, fior da fiore, una cascata di celebrazioni a dir poco  pompieristiche. 

“Questa del 7 maggio 2017 resterà una notte storica – concludeva il suo pezzo Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera – perché ha dimostrato che l’Europa, in fondo esiste, crede in se stessa, passa la fiaccola alle nuove generazioni; e ha ancora una chance per evitare l’autodistruzione”. Mario Calabresi, direttore de la Repubblica, con un occhio all’Italia, dava la linea: “Fare politica ad occhi chiusi significa pensare che gli europei e gli italiani siano tutti contro l’Europa, siano tutti terrorizzati dai migranti, siano tutti per politiche ‘legge e ordine’ e vogliano il porto d’armi per sparare liberamente la notte. L’elezione di Macron ci mostra invece che bisogna avere il coraggio di proporre con convinzione una visione diversa, che è inutile per la sinistra italiana rincorrere i populisti (togliere la bandiera europea per metterne sei italiane), perché quella parte del campo è già sufficientemente affollata e soprattutto perché i cittadini diffidano delle imitazioni. Meglio essere se stessi”.  Rassicurante l’analisi di Mario Ajello (Il Messaggero) che la buttava  in filosofia: “Il Ciclone Emmanuel è quello che per ora ha rimesso a posto gli schemi. I francesi, che sembravano essere diventati passionali, si scoprono invece razionali, secondo la loro tradizione che viene dall’illuminismo”. 

Anche Silvio Berlusconi c’era cascato, giudicando il neo Presidente francese  un “brillante tecnocrate”, innovatore dello stile e del linguaggio della sinistra, mentre il Pd, sempre in ritardo sui tempi, ancora qualche mese fa, con encomiabile autolesionismo, ha continuato a guardare  al fondatore di En Marche   come ad un possibile leader di un’ “alleanza vasta”, in grado di andare da Tsipras allo stesso Macron. Tutto questo malgrado i risultati, i sondaggi in caduta libera e le prime avvisaglie di una protesta, che poi è dilagata.

Che cosa fosse in realtà e già in partenza questo giovane virgulto della sinistra europea (subito salutato come il “nuovo Renzi”) era ben evidente nel suo percorso professionale  e culturale: dall’Ecole Nationale d’Administration al suo passaggio alla Banca Rothschild (in grado di accreditarlo presso una destra liberale e globalista); dalla sua aura intellettuale, per essere stato il segretario del filosofo Paul Ricoeur, teorico di un umanismo e di un personalismo progressista, al ruolo di draconiano ministro dell’economia nel secondo Governo Valls;  dal suo antinovecentismo (con il distacco dai ceti intermedi) al suo caratteriale (e un po’ cinico) disincanto. Un mix perfetto per questa idea, tutta francese, di repubblicanesimo monarchico, che quando non ha solide base popolari ed un vero consenso elettorale (l’elezione di Macron – non dimentichiamolo – è stata segnata dal record di astensioni e di schede bianche) è però un invito alla rivolta di piazza. 

Tutto questo l’inossidabile intellighenzia italiana non l’ha neppure paventato, trovandosi – dopo la retorica della celebrazione  – a contemplare le macerie del suo ennesimo sogno infranto, mentre l’illusione illuminista, tecnocratica, eurocentrica, globalista e progressista lasciava il campo alla cruda realtà di un lumpenproletariat, un  “proletariato cencioso”, escluso dagli orizzonti della sinistra macronista, in Francia ed anche in Italia, ma con cui è inderogabile fare i conti.

di: Mario Bozzi Sentieri @ 13:27


Dic 11 2018

Ernesto Botto “Gamba di ferro”, il pilota che difese l’Italia dai raid terroristi degli “alleati”

Ernesto Botto è uno degli eroi italiani dimenticati dalla storiografia del dopoguerra, ma è grazie a lui se si è potuta formare l’Aeronautica nazionale repubblicana, l’aviazione della Repubblica Sociale Italiana, i cui piloti difesero strenuamente, e spesso a prezzo della vita, la popolazione civile italiana dai bombardamenti terroristi indiscriminati messi in atto dopo l’armistizio dagli anglo-americani. Come è noto, gli alleati teorizzarono il bombardamento a tappeto su obiettivi civili, sulle città, opere d’arte, monumenti, allo scopo di fiaccare Germania e Italia. Fu una strategia decisa a tavolino, freddamente: non riuscendo a battere la Wermacht sul piano militare, inglesi e americani, ma principalmente i primi, elaborarono questa strategia di terrore, strategia che poi nel dopoguerra fu messa ampiamente in discussione. Certamente dal punto di vista etico era una barbarie, colpire le popolazioni civili, ma si pensava che da quello militare funzionasse. Il teoreta di questa strategia fu l’inglese Arthur Harris, comandante in capo del Bomber Command della Royal Air Force, soprannominato bomber Harris, o butcher Harris (macellaio). In Italia è ancora vivissimo il ricordo dei bombardamenti a tappeto, quando centinaia di bombardieri, scortati da altrettanti caccia, si levavano in volo confluendo su obiettivi civili per devastarli: scuole, ospedali, chiese, quartieri vennero distrutti un po’ ovunque nella nostra penisola, i morti furono decine di migliaia e i danni incalcolabili. Ancora peggio andò alla Germania e alle sue città, e al Giappone, con le atomiche lanciate sulle città. Eppure non c’è stata nessuna Norimberga per questi crimini contro l’umanità.

Botto tenne l’aviazione legionaria autonoma dalla Germania

Tornando a Ernesto Botto, fu grazie a lui e ai suoi appelli radiofonici nell’ottobre del 1943, che fu ricostutita l’aviazione della Rsi, la quale si oppose come poteva al terrorismo che veniva dal cielo, spesso guidato e incoraggiato dall’interno. Botto, classe 1907, torinese, divenne sottotenente pilota nel 1932 alla scuola di aviazione di Caserta. Nel 1937, promosso capitano, comandò la 32° squadriglia caccia nella guerra di Spagna, dove l’Italia era intervenuta in aiuto ai patrioti di Francisco Franco. Ma in un’operazione, a Fuentes de Ebro, durante uno scontro, Botto venne seriamente ferito alla gamba e dovette rientrare fortunosamente alla base. Operato all’ospedale di Saragozza, gli venne amputata parte della gamba e sostituita con una protesi di ferro, da cui il suo famoso soprannome, Gamba di Ferro. Non approfittò della sua condizione di mutilato per sottrarsi al suo dovere ma, al contrario, insisté per poter tornare a pilotare. Per questa azione gli fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare e la 32° squadriglia fu ufficialmente ribattezzata Gamba di Ferro, in suo onore. Botto divenne popolarissimo in patria e dopo un altro addestramento, nel 1938 venne richiamato in servizio come comandante della 73° squadriglia di base a Gorizia. Lo scoppio della guerra lo vede partecipare ad azioni in Libia, ma un successivo incidente, stavolta stradale, gli toglierà per sempre la possibilità di volare. Nominato tenente colonnello fu assegnato alla scuola caccia di Udine. Dopo l’8 settembre 1943, Botto, come tutti gli altri ufficiali, si trovò disorientato e confuso, oltre che indignato: andò a Roma per parlare con altri piloti e discutere dell’eventualità di costituire un’aviazione per contrastare gli alleati che avevano iniziato a bombardare indiscriminatamente le nostre città. La confusione era totale, anche perché i tedeschi non si fidavano più degli italiani, dopo che questi gli avevano rivolto contro le armi. Botto effettuò dei proclami alla radio per invitare i piloti italiani a continuare a guerra a fianco dell’alleato tedesco, e moltissimi risposero al suo appello, sia per il suo carisma sia perché la ritenevano la cosa giusta da fare. Il resto è storia nota: autentici eroi come Adriano Visconti, Luigi Gorrini, Aristide Sarti e tanti tanti altri, ogni giorno si levavano in volo per affrontare in pochi un numero preponderante di avversari, al solo scopo di difendere la popolazione civile italiana dall’aggressione selvaggia di migliaia e migliaia di tonnellate di esplosivi scaricate quotidianamente sull’Italia.

Botto aderì alla Rsi pur sapendo che la guerra era persa

Botto sapeva, e lo confidò in seguito, che la guerra era perduta, ma con l’Anr cercò di limitare i danni per i civili italiani. E l’abnegazione di questi piloti è tanto più ammirevole in quanto il loro compiti si solgeva tra difficiltà di ogni tipo, dal carburante che non c’era alla stanchezza, allo scarso coordinamento con i comandi, ai cattivi rapporti con i tedeschi, che non vedevano di buon occhio un’aziazione italiana autonoma quale invece l’Anr fu. Ma i piloti si comportarono in modo tale da far ricredere i tedeschi, e lo stesso capo ella Luftwaffe Herman Goering, sulle capacità militari e sul coraggio del soldato italiano. Alla fine della guerra, per varie ragioni, Botto dette le dimissioni e fu sostituito dal generale Arrigo Tessari, pilota di grande esperienza e valore, pluridecorato, più gradiro di Botto però ai tedeschi. Botto si ritirò a Torino, dove non venne mai molestato dai nemici del fascismo, che anzi lo protessero per i suoi grandi meriti. Alla Commissione di epurazione che lo inquisì, Botto replicò di non dover rispondere e che qualsiasi informazione la si sarebbe potuta ottenere dal suo libretto militare. In sequito Botto aderì al Movimento Sociale Italiano, nelle cui file nel 1951 fu eletto consigliere comunale a Torino, ottenendo ben quattromila voti, ma alla prima seduta fu dichiarato ineleggibile poiché aveva combattuto nella Repubblica Sociale. Morì serenamente nella sua città l’11 dicembre del 1984, circondato dalla stima e dal rispetto di tutti. Oltre alla Medaglia d’Oro, Botto ha ricevuto anche una Medaglia d’Argento al Valor Militare, una Croce di Guerra e due medaglie commemorative della guerra di Spagna. A lui e ai suoi piloti va la gratitudine dei civili italiani risparmiati dal fuoco nemico grazie al loro sacrificio.

di: Antonio Pannullo @ 19:40


Dic 10 2018

“Gilet jaunes”, la lezione: da Parigi a Roma, dare voce ai corpi intermedi

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

tra le tante  chiavi di lettura della rivolta dei “gilet jaunes”, l’analisi di Toni Negri, intervistato, su “HuffPost”, da Angela Mauro, offre una prospettiva inusuale e – come vedremo – con delle ricadute immediate sulla nostra realtà nazionale. Macron – secondo Negri – perde nei consensi e rischia di portare alla disintegrazione la stessa Francia perché “ha distrutto i corpi intermedi” , ritrovandosi senza possibilità di mediazione. 

L’attacco ai corpi intermedi è storia vecchia. Senza andare alle origini dello Stato borghese, frutto della Rivoluzione dell’’89  e delle sua volontà di azzerare ogni “intermediazione” tra individuo e Stato, è sufficiente considerare, lungo tutto il Novecento, lo storico confronto tra due idee di capitalismo, con da  una parte il “neoamericano”, fondato sui valori individuali, sulla massimizzazione del profitto a breve termine, sul potere finanziario, e dall’altro il “renano” incardinato sull’economia sociale e di mercato, sul consenso sociale, sulle prospettive a lungo termine. 

Per Margareth Thatcher, paladina del primo “modello”, “la società non esiste”. Più precisamente:    “Non esiste una cosa come la società. Ci sono uomini e donne, e le famiglie”. Su questa idea la Thatcher costruì il suo successo e fece proseliti. Macron forse ne è l’ultimo epigono. Matteo Renzi,  il penultimo, ci aveva provato con la sua riforma costituzionale, poi sconfitta per volontà popolare, figlia dell’idea di  una confusa volontà “disorganizzatrice” (nel segno dei “poteri forti”) delle istituzioni e del Corpo Sociale (con l’attacco alle autonomie locali e alle identità diffuse).

Con queste esperienze alle spalle e con una Francia, ancora dilaniata dalla rivolta, l’idea di Matteo Salvini di riabitare l’utilità del “dialogo con i corpi intermedi”, va visto come un segnale in controtendenza, rispetto alla volontà di  “disintermediazione” che ha segnato l’ultimo decennio italiano e non solo. L’incontro al Viminale tra lo stesso Salvini e le associazioni d’impresa, che, giusto una settimana fa, si erano date appuntamento contro il governo, è qualcosa di più che un atto di buona volontà tra le parti.

Lo ha detto lo stesso Salvini, ospite di Mezz’ora in più : “Ascoltare è fondamentale, io ho bisogno di incontrare i corpi intermedi, serve l’ascolto”. Lo ha confermato il Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, all’uscita dall’incontro, parlando di un rapporto “riallacciato”. 

L’augurio è che, al di là delle buone intenzioni, si passi dalle parole ai fatti. E non solo per  “concertare”  possibili integrazioni alla manovra finanziaria. La questione è “strutturale”, come dimostra l’attuale rivolta dei “gilet jaunes”, frutto proprio delle debolezze, non solo genericamente politiche, del Presidente Macron, e della  volontà di  “disintermediare” i rapporti tra Stato e cittadini, “liberando” il cittadino   dai “vincoli” tradizionali  e  rendendolo formalisticamente uguale al suo simile (gli stessi diritti/gli stessi doveri), ma sostanzialmente più debole, come lo sono la massa di “dimenticati”, evocata da Salvini. E poi, ancora più al fondo, c’è l’idea del laisser fairelaisser passer, con la precarietà di massa ed uno  “smarrimento” spirituale e sociale dai costi esistenziali e materiali altissimi.

Ecco il senso di  una buona battaglia da combattere a livello culturale e ben oltre le vecchie appartenenze (di destra e di sinistra), per provare a ricucire gli strappi di una società lacerata che chiede di “ricomporsi” e che ha perciò bisogno di ritrovare i luoghi spirituali e fisici  della sua identità. Non tanto – sia chiaro –  per “concertare” genericamente, come è avvenuto nel passato. Ma per costruire luoghi istituzionali in cui riannodare il confronto vivo con le forze sociali, con le categorie sociali, con l’associazionismo diffuso. E’ – in fondo  la nuova dimensione populista: un invito a ritrovare fisicamente il Paese reale, le sue domande e le sue aspettative, le sue competenze e le sue speranze, per dargli piena e consapevole voce.

di: Mario Bozzi Sentieri @ 13:22


Dic 04 2018

Natale, è sempre meno festa tra chiese vuote e censure a Gesù

C’è un racconto di Gabriele D’Annunzio, sul tempo di Natale, che pochissimi conoscono e che tuttavia appare utilissimo oggi per esprimere quella patina di nichilismo e disillusione che da decenni ormai sta impolverando la festa della Natività. D’Annunzio non era certo uno spirito religioso e devoto. Fatta questa premessa doverosa, ecco che cosa racconta: la storia narra di una coppia di poverelli, così miseri da non avere una casa né pane alla vigilia di Natale. Pure, in quella santa notte, i due incontrano un gatto, e con lui condividono quel po’ di lardo che è stato dato loro come elemosina. Il gatto li conduce in una capanna abbandonata e i due poverelli tendono le mani verso il focolare nero. Sono senza fuoco, e sempre più disperati finché non vedono nel focolare due tizzoni, al cui calore si scaldano per tutta la notte ringraziando Gesù per averli soccorsi. Solo al mattino si accorgono che i due tizzoni sono solo gli occhi del gatto randagio che dice loro: “Il tesoro dei poveri è l’illusione”. E’ chiaro in questa novella lo spirito anticristiano e vagamente nicciano che D’Annunzio intende infondere al racconto. Tuttavia essa, rapportata ai nostri giorni, è la perfetta metafora di come si festeggia il Natale consumistico, ridotto ormai alla stregua di un Black Friday, illudendosi di percepirne la magia e la spiritualità ma sbagliando totalmente la prospettiva. Gli occhi del gatto sono come monete d’oro che ci danno l’illusione del miracolo ma in realtà ci lasciano nel nostro gelo.

Illusi anche noi, quindi, con i panettoni che arrivano nei supermercati già ai primi di novembre, i pandori in offerta, le luminarie per attrarre turisti e consumatori (dove non si vede mai un angelo, mai una stella cometa, mai un simbolo che rimandi a quello straordinario evento religioso che è il Natale), l’albero fatto nelle case prima dell’inizio del ciclo dell’Avvento, le pubblicità caramellose e tutto quell’insieme di atteggiamenti e scelte (tra cui il Gesù censurato dalla canzone di Natale) che deformano la festa, la stravolgono e la riducono a festa dei buoni sentimenti. Massimo Cacciari lo ha giustamente definito il “non Natale”. Un non Natale che è anche figlio della mancanza di pazienza, del non sapere attendere il giusto tempo, del non sapere percepire più la differenza tra il tempo sacro e quello profano

Un non Natale che quest’anno si celebra subito dopo il triste annuncio delle chiese vuote e destinate ad essere dismesse. Un inequivocabile segno dei tempi. Qualcuno ci vedrà forse la vittoria di una laicità che fa del materialismo la sua missione più alta (o più bassa, a seconda dei punti di vista). Altri, più correttamente, ci vedono l’incedere dell’incapacità di dare significato superiore all’esistenza. 

La Natività è un evento che fonda la storia del nostro tempo, per questo appare ridicolo ogni tentativo di distorcerne il significato. “Ciò che avvenne a Betlemme – scrive lo studioso russo Nikolaj Berdjaev, esiliato nel 1922 da Lenin – condizionò tutta la storia universale. Mentre a Roma, in Egitto e in Grecia si compivano i processi di riunificazione, si costituiva un’unità universale di popoli e di culture in un’unica umanità ecumenica, in un punto apparentemente non centrale avvenne la comunicazione suprema del Divino, la rivelazione suprema e la riunificazione dei processi dall’alto e dal basso, dei processi riuniti dalla corrente della storia antica in un unico fiume universale”.

Ogni rilettura di un evento che è l’Evento non può che passare da qui, dalla sua eccezionalità e dal suo essere irripetibile, dal suo essere mistero e dal suo essere rivelazione. E tanto più appaiono prive di senso le riletture in senso multiculturale del Natale che, in quanto fondamento di una storia universale, comprende già in sé tutte le culture e le supera. Joseph Ratzinger  ha parlato del Natale come del “solstizio d’inverno” della storia dell’uomo: “È questo il senso vero del Natale: è il “giorno di nascita della luce invitta”, il solstizio d’inverno della storia del mondo che, nell’andamento altalenante di questa nostra storia, ci dà la certezza che anche qui la luce non morirà, ma ha già in pugno la vittoria finale. Il Natale scaccia da noi la seconda e più grande paura, quella che nessuna scienza fisica può fugare: è la paura per l’uomo e di fronte all’uomo stesso. È una certezza divina, per noi, che nelle segrete profondità della storia la luce ha già vinto e tutti i progressi del male nel mondo, per grandi che siano, mai potranno assolutamente più cambiare il corso delle cose. Il solstizio d’inverno della storia è irrevocabilmente accaduto con la nascita del bambino di Betlemme”.

(la foto pubblicata è di Marco Iacona, ed è stata scattata nei giorni scorsi nel centro di Catania)

di: Annalisa Terranova @ 20:32


Dic 04 2018

Pietro Mannelli, il fascista pisano che divenne generale delle Waffen SS

A scanso di equivoci, occorre dissipare un equivoco durevole: dobbiamo distinguere le tedesche SS Allgemeine, che era la famigerata polizia nazista in uniforme nera, dalle Waffen SS, ossia le SS combattenti, che si formarono all’inizio della guerra per combattere in tutta Europa principalmente contro il comunismo. Per intenderci, le Waffen SS erano dei corpi internazionali, a comando tedesco, dove si arruolarono a centinaia di migliaia tutti i volontari di quei popoli che nella Seconda Guerra Mondiale si sentivano più rappresentati dall’Asse che da Stalin e Roosevelt. Così, vi furono divisioni SS francesi, come la Charlemagne protagonista della difesa estrema di Berlino dalle truppe del maresciallo Zukov, belghe, danesi, scandinave, albanesi, arabe, per non parlare delle decine di migliaia di russi bianchi, ucraini, bielorussi, giorgiani, baltici, che entrarono nelle SS per combattere l’oppressione sovietica. C’erano persino qualche centinaio di SS americane e britanniche. La storia che vogliamo raccontare è quella di un generalmajor, ossia un generale, delle SS italiane, Pietro Mannelli, originario della provincia di Pisa, che a un certo punto della guerra si trovò a essere brigadefhuerer delle Waffen SS. Altri italiani famosi nelle SS italiane furono Pio Filippani Ronconi, Carlo Federigo degli Oddi, Guido Fortunato, Paolo De Maria, e Franz Binz. Pietro Mannelli non era uno qualunque: nato nel 1896 a San Romano, nel Pisano, si arruolò come tenente degli Alpini nella grande Guerra per unirsi a Gabriele D’Annunzio nell’impresa di Fiume. Tornato in Italia, partecipò alla Marcia su Roma nel 1922 divenendo Sciarpa littorio. L’anno dopo entrò nella Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, raggiungendo il grado di Primo Seniore. Partì poi volontario per la guerra di Etiopia e per la guerra di Spagna, ricoprendosi di gloria, come attestano le due Medaglie d’Argento e uno di Bronzo di cui fu insignito per atti di valore, oltre a sei Croci al merito e numerose onorificenze straniere. Durante la guerra fu inoltre in Libia e in Albania. Dopo l’8 settembre Mannelli non poteva che aderire alla Repubblica Sociale Italiana, dove si occupò della formazione delle Waffen SS italiane, la 29ma Italienische Waffenverbände der SS, che contava 18mila uomini, molti dei quali provenienti, come Mannelli, dalla Camcie nere, ma non solo da loro. Mannelli fu in Francia e poi divenne il primo capo delle SS italiane. Fu a Milano e poi a Bergamo, e mentre con la sua colonna si stava trasferendo verso Como, venne circondato dai carri armati americani e dovette arrendersi nel comune di Gorgonzola. Preso prigioniero, fu trasferito nel campo di concentramento alleato pisano di Coltano, il Pwe 337, il celebre fascists criminal camp, nel quale tra gli altri furono reclusi anche Ezra Pound, Mirko Tremaglia, lo stesso Pio Filippani Ronconi, Walter Chiari, Raimondo Vianello, Enrico Maria Salerno, Enrico Ameri, Mauro De Mauro e altri 32mila militari della Rsi. Processato,per collaborazionismo, fu condannato ma liberato dopo alcuni mesi. Visse successivamente a Roma, dove morì il 4 dicembre 1972. Non tutti gli italiani volontari nelle SS furono inquadrati nella 29ma, molti altri entrarono nelle divisioni Wallonie, Nordland, Prinz Eugen e molti altri nella Polizei SS “Bozen”, soprattutto queli provenienti dall’Alto Adige. Le SS italiane operarono e combatterono a Trieste, in Croazia, in Grecia, in Polonia, e soprattutto combatterono valorosamente sul fronte di Nettuno, dove tennero la linea per settanta giorni, pagando un prezzo altissimo: oltre la metà dei volontari cadero sul campo.

di: Antonio Pannullo @ 20:10


Dic 03 2018

Enzo Tortora: anticomunista, vittima della malagiustizia e anticonformista

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Viviamo di anniversari, occasioni uniche per riannodare i brandelli di un’identità nazionale spesso sfilacciata e artefatta. Ed allora ben venga anche il ricordo  dei novant’anni dalla nascita di Enzo Tortora, personaggio di una stagione importante della televisione italiana, convinto anticomunista, giornalista anticonformista ed insieme vittima di  un’inchiesta giudiziaria, che fece epoca. Del suo anticonformismo è testimonianza un’intervista che, nel 1969, all’apice del successo televisivo, gli costò l’allontanamento dalla Rai, per avere definito  l’ente radiotelevisivo come “un jet colossale pilotato da un gruppo di boy scout che si divertono a giocare con i comandi”.

Del suo impegno anticomunista rimangono gli articoli, scritti, negli Anni Settanta,  su “La Nazione” ed  “Il Resto del Carlino”, in occasione del processo a “Lotta Continua”, durante il quale divenne amico del Commissario Luigi Calabresi, attaccato da larghi settori dell’intellettualità di sinistra e poi vittima del terrorismo rosso. 

Emblematica la vicenda giudiziaria che  vide coinvolto Tortora , nel 1983, quando era alla direzione della trasmissione Portobello (dopo il suo rientro in Rai, nel 1976). Allora Tortora divenne il simbolo di una stagione di vittime della macchina giudiziaria, con l’arresto, il 17 giugno,  per traffico di stupefacenti e associazione di  stampo camorristico. Le accuse si basavano  sulle dichiarazioni dei pregiudicati Giovanni Pandico, Giovanni Melluso e Pasquale Barra, quest’ultimo legato a Raffaele Cutolo. Condannato, nel settembre 1985,a dieci anni di carcere, nel 1986 Tortora  fu assolto con formula piena dalla Corte d’appello di Napoli. Il suo caso, nel frattempo,  era diventato “politico”. Con i radicali in prima fila nella sua difesa   e certe anime belle dell’establishment di sinistra a  condannarlo, senza appello, prima  della sentenza. Camilla Cederna, paladina dei diritti civili e suffragetta della “stampa democratica” scriveva : “Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto”.

Per un doveroso omaggio alla sua  memoria,  a  Genova, sua città natale,  è stata ora  inaugurata presso  Palazzo Ducale la mostra “Enzo Tortora – la tv spezzata, ascesa e caduta di un uomo contro”,  costituita da una serie di installazioni, grandi proiezioni che si alternano su più paratie fotografie sospese in penombra come un piccolo dedalo.

Non è una storia cronologica ma il rimbombo delle sue provocazioni, delle cacciate dalla Rai, delle intuizioni di stile e fortissimo senso popolare del mezzo televisivo che, non a caso, lo avvicinano a grandi entertainer americani come Ed Sullivan, Johnny Carson, David Letterman, Jimmy Fallon, ben rappresentati – nella mostra – in una bandiera americana ricomposta con i loro volti e alcune delle loro battute memorabili. E poi la gabbia, con sullo sfondo, come graffiti su un muro, estratti delle lettere che Tortora scrisse, durante il carcere,  alla figlia Silvia, raccolte in un libro edito da Marsilio.

 Il successo di Tortora  – in tempi di radicalizzazioni ideologiche – nasceva – come  scrive il curatore della mostra, Renato Tortarolo – dall’ “ essere popolare nel perimetro borghese di buone letture, maniere affabili, convinzioni severe su onestà, corruzione, rispetto per gli altri.  E’ un paradosso, ma ha fatto più denunce, sfide e cambiamenti professionali nei primi trent’anni di carriera che nel tragico decennio successivo, dominato dal fenomeno “Portobello” e dalle infamanti accuse di essere affiliato alla camorra”. 

L’immagine  del conduttore/creatore televisivo  ci riconsegna  il ricordo  di un borghese tutt’ altro che accomodante, esempio di stile, di rigore intellettuale e di coraggio,  un esempio molto raro, sia ieri che oggi. 

di: Mario Bozzi Sentieri @ 13:00


Dic 03 2018

La vera emergenza è il crollo delle nascite: non si può far finta di nulla

Riceviamo da Gianni Papello e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

La vera emergenza italiana è sotto gli occhi di tutti, e da decenni ormai, ma i governi e le classi politiche che si sono succedute hanno sempre fatto finta di nulla: è la crisi delle nascite in Italia. Da decenni i tassi di natalità italiana sono tra i più bassi del mondo e da decenni l’età media della popolazione non fa che invecchiare, con una enorme diminuzione del numero di bambini e di giovani.  Come se non bastasse i numeri dell’Istat sulla natalità nel 2017 sono i peggiori di sempre e proiettano un futuro da brividi per l’Italia, un Paese di vecchi incapace di auto-sostenersi. Dovrebbe essere un problema qui e ora, ma la politica se ne frega. Ed è il più grave errore che può fare. Anche Matteo Salvini, qualche mese fa, ha sostenuto che la vera emergenza sono le culle vuote, ma poi?

Ci sarebbe da chiedergliene conto oggi che nessuna misura è stata presa dal governo e il problema non è nemmeno citato nel contratto di governo,  peraltro, dopo che l’Istat ha diffuso gli ennesimi dati catastrofici sulla natalità e sulla fecondità in Italia. In estrema sintesi: nel 2017 sono stati iscritti in anagrafe per nascita 458.151 bambini, oltre 15 mila in meno rispetto al 2016. Nell’arco di 3 anni (dal 2014 al 2017) le nascite sono diminuite di circa 45 mila unità mentre sono quasi 120 mila in meno rispetto al 2008. Ciliegina sulla torta: il calo dei nati è particolarmente accentuato per le coppie di genitori entrambi italiani, che scendono a 358.940 nel 2017 (14 mila in meno rispetto al 2016 e oltre 121 mila in meno rispetto al 2008).

Numeri da brividi, i peggiori di sempre. E scenari da catastrofe, messi neri su bianco dall’Istat, ogni dodici mesi. Perché culle vuote oggi vuol dire un paese meno forte e meno efficiente, vuol dire meno lavoratori domani. Meno lavoratori vuol dire meno tasse per finanziare la sanità e meno contributi per pagare le pensioni. Meno soldi per le pensioni e la sanità, in una prospettiva dell’allungamento dell’aspettativa di vita, vuol dire tagli ai servizi, al personale, alle cure, agli assegni pensionistici. Il tutto sulle spalle di quelle poche giovani famiglie che dovranno svenarsi per mantenere i loro tanti anziani non autosufficienti.

Salvini ha ragione, un paese senza giovani è un Paese senza energie, senza opportunità e senza futuro; un Paese che diventa vecchio non solo anagraficamente, ma anche nella capacità di reggere il passo con quelli più giovani e pieni di energie. Ma dove sono le proposte? Federico Rampini apriva così il suo profetico “L’impero di CINDIA”: “Sono tre miliardi e mezzo. Sono più giovani di noi, lavorano più di noi, quindi hanno più risparmi e più risorse di noi da investire. Hanno schiere di premi Nobel.   Sono Cina India e dintorni…(CINDIA)”. Come potremo competere senza le energie dei giovani? Qualcuno si è accorto che il calo nelle prestazioni sportive nazionali dipende dalla mancanza fisica di una base di giovani che possano diventare atleti? E secondo le elaborazioni Istat di dodici mesi fa, nello scenario mediano delle elaborazioni l’effetto addizionale del saldo migratorio sulla dinamica di nascite e decessi comporterà 2,5 milioni di residenti aggiuntivi nel corso dell’intero periodo previsto. Più o meno, 50mila all’anno: non abbastanza per invertire la rotta. Semplicemente, i movimenti migratori globali tenderanno a fare dell’Italia, sempre più, un luogo povero di opportunità, un transito verso altri lidi, possibilmente grandi città globali più abituate ad assorbire la presenza dei migranti, città che brulicano di opportunità e di posti di lavoro e di altri immigrati come loro che finiscono per fare da rete sociale e di protezione.

Bene: di fronte a tutto questo ci farebbe piacere sentir parlare di nidi gratis per le mamme lavoratrici, visto che era nel programma di governo sia della Lega, sia dei Cinque Stelle, ma evidentemente era talmente un’emergenza che si sono dimenticati di metterlo nel contratto.  Ci piacerebbe sentir parlare di sostegno all’occupazione femminile e di una politica a sostegno della casa nelle grandi città, vere primigenie cause dell’inverno demografico italiano, di un sostegno reale alle famiglie con figli che non sia una presa in giro come l’ettaro di terra da coltivare. Certo, non è a loro, a Lega e Cinque Stelle, che si può imputare il calo demografico del 2017, ma cosa stanno facendo, dopo mille proclami? Niente, niente, niente esattamente come tutte le altre classi politiche che li hanno preceduti.  Nulla per la natalità, nulla per la casa alle famiglie giovani, nulla per il miglioramento dell’istruzione, nulla per lo sviluppo dei talenti o per il sostegno degli studenti lavoratori. E l’opposizione? Nulla anche loro. Tutti i paesi europei hanno misure reali di sostegno per le famiglie e per le mamme, solo noi latitiamo; e i risultati sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti. Sono problemi da affrontare qui e ora: «Il primo dato economico e culturale attraverso cui vorrò essere misurato al governo, al di là del rapporto debito/Pil, dello spread, dell’inflazione, è il numero di figli per donna. Che è anche un tema economico e sociale, perché un Paese che fa figli è un Paese che crede nel suo futuro». Questo problema sta minando e minerà il futuro di tutto il Nostro Paese, è così importante che meriterebbe attenzione e sforzo di tutte le forze politiche, perché la sopravvivenza dell’Italia non ha colore politico, me riguarda il futuro di tutti i nostri figli, qualunque sia la nostra fede o appartenenza politica.

di: Gianni Papello @ 12:51


Nov 30 2018

La leggenda di Codreanu nella testimonianza di Montanelli ed Evola

Esattamente 80 anni fa il rivoluzionario romeno Codreanu veniva assassinato nella sua cella dalle forze della reazione. Le testimonianze sono concordi: Corneliu Zelea Codreanu era un uomo affascinante, carismatico, che dava un’idea di innate onestà e lealtà. Un monaco guerriero, paragonabile forse solo ad Oliver Cromwell, che digiunava, scriveva, cantava, tutto preso nel suo impegno etico-politico di creare l’uomo nuovo. Il nome di Codreanu dirà poco ai giovani di oggi, anche in Romania, dove era nato, in Moldavia, nel 1899, ma per i giovani della destra italiana degli anni Settanta era una leggenda, grazie soprattutto alle edizioni di Ar, e ad altre case editrici coraggiose, che fecero conoscere i suoi scritti anche in Italia: il Capo di Cuib, Guardia di ferro, Diario dal carcere, raccontarono ai giovani italiani di destra i sogni e le speranze di questo personaggio sui generis, questo Codreanu, che finirà i suoi giorni a soli 38 anni, assassinato per ragioni politiche nel carcere di Tancabesti dove era stato richiuso insieme ad altri suoi legionari, camerati, diremmo noi, mediante strangolamento. Fascista, nazista, ma forse solo nazionalista romeno, comunque testimone di un misticismo politico e rivoluzionario. Chi lo ha conosciuto e intervistato, da Indro Montanelli a Julius Evola, ne parlano come di una persona eccezionale, profonda, ma assolutamente al di fuori della realtà: tanto che, dice Montanelli, non si curava né delle donne né del denaro, che la moglie gli sottraeva di nascosto per evitare che lo donasse a chi ne aveva bisogno. Non è qui il caso di raccontare la sua biografia, perché su Codreanu oggi vi sono innumerevoli scritti, ma forse è opportiuno riproporre alcuen consideraioni che Evola fece su di lui sul giornale Il Regime Fascista nel 1938, in occasione di una visita del filosofo a Bucarest. Il capo delle Guardie di Ferro, racconta Evola, abitava nella Casa Verde, un edificio fuori Bucarest in stile romeno, costruito dagli stessi legionari per il loro capo, come una sorta di rito. Ecco il primo impatto di Evola con Codreanu: “Ci viene incontro un giovane alto e slanciato, in vestito sportivo, con un volto aperto, il quale dà immediatamente una impressione di nobiltà, di forza e di lealtà. E’ appunto Cornelio Codreanu, capo della Guardia di Ferro. Mentre i suoi occhi grigio-azzurri esprimono la durezza e la fredda volontà propria ai Capi, nell’insieme dell’espressione vi è simultaneamente una singolare nota di idealità, di interiorità, di forza, di umana comprensione. Anche il suo modo di conversare è caratteristico: prima di rispondere, egli sembra assorbirsi, allontanarsi, poi, ad un tratto, comincia a parlare, esprimendosi con precisione quasi geometrica, in frasi bene articolate ed organiche. “Dopo tutta una falange di giornalisti, di ogni nazione e colore, che altro non sapevano rivolgermi se non domande della politica più legata al momento, è la prima volta, e con soddisfazione” dice Codreanu “che viene da me qualcuno che si interessa, prima di tutto, all’anima, al nucleo spirituale del mio movimento. Per quei giornalisti avevo trovato una formula per soddisfarli e per dire poco più che nulla, cioè: nazionalismo costruttivo”. Codreanu conclude così l’intervista a Julius Evola: ” Ma, in ogni caso, resta sempre una apposizione di principio: vi sono da un lato coloro che conoscono solo la “vita” e che quindi non cercano che la prosperità, la ricchezza, il benessere, l’opulenza; dall’altro lato vi sono coloro che aspirano a qualcosa più che la vita, alla gloria e alla vittoria in una lotta interiore quanto esteriore. Le Guardie di Ferro appartengono a questa seconda schiera. E il loro ascetismo guerriero si completa con una ultima norma: col voto di povertà a cui è tenuta l’élite dei capi del movimento, con i precetti di rinuncia al lusso, ai vuoti divertimenti, agli svaghi cosiddetti mondani, insomma con l’invito ad un vero cambiamento di vita che noi facciamo ad ogni legionario”.

“Codreanu era di una bellezza triste”

Dello stesso segno la descrizione dello storico ebreo ungherese  Nagy-Talavera (deportato ad Auschwitz nel 1944 e, dopo la guerra, rinchiuso per sette anni nei gulag dei comunisti sovietici): «Improvvisamente nella folla intervenne il silenzio. Un uomo alto, di una bellezza triste, vestito del bianco costume dei contadini romeni, entrò a cavallo nel cimitero. Si fermò vicino a me, e io non potei vedere nulla di mostruoso e di malvagio in lui. Al contrario. Il suo sorriso infantile e sincero si irradiava sopra la folla miserabile, ed egli sembrava essere misteriosamente lontano da essa. Carisma è una parola inadeguata per definire la strana forza che emanava da quell’uomo. E così, in silenzio, egli restò in mezzo alla folla. Non aveva nessun bisogno di parlare. Il suo silenzio era eloquente; egli sembrava esser più forte di noi, più forte dell’ordine del prefetto che gli vietava di parlare. In più di un quarto di secolo io non ho mai dimenticato il mio incontro con Corneliu Zelea Codreanu”, scrisse Nagy-Talavera, che non aveva assolutamente alcun motivo per simpatizzare con Codreanu, anzi. Montanelli da parte sua ne diede questo ritratto: “Era sobrio fino all’astinenza. Digiunava il martedì e il venerdì fino alle cinque del pomeriggio. Non si curava delle donne. E anche per questo, forse, non si curava dei suoi vestiti. Non aveva nessuna idea del denaro. Sua moglie doveva sottrargli di nascosto il denaro, quando ce n’era, per impedirgli di farne dono ai poveri e agli amici, che erano poveri anch’essi”. Insomma, un quadro ben diverso da quello di feroce nazista che i soliti storiografi antifascisti hanno voluto cucirgli addosso.

L’atroce fine di Codreanu in carcere

Codreanu, in ogni evidenza, era un personaggio scomodo sia per i comunisti sia per i reazionari. Per questo fu assassinato. Dopo le elezioni del dicembre 1937 Codreanu e i suoi legionari, terzo partito della Romania, erano diventati popolarissimi nel Paese, con grande sorpresa e odio dell’establishment. Nel maggio 1938 Codreanu e altri suoi 13 legionari furono processati e condannati a 10 anni di lavori forzati per “tradimento”. La notte del 30 novembre, il “capitano” e i suoi legionari furono strangolati dai gendarmi, i loro corpi bruciati con il vetriolo e gettati in una fossa comune. Bisognerà attendere il 1990 prima che gli storici possano riprendere le ricerche sul destino dei legionari. Gli storici conclusero che il successo di Codreanu e del suo movimento fu quello che lo condannò a morte: la Casa reale e la classe politica romena erano letterlamente terrorizzati dal consenso che la Guardia di Ferro stava riscuotendo nel Paese, e anche la simpatia di Codreanu per la Germania non lo aiutò. Insomma, si temeva che in capo a pochi mesi Codreanu sarebbe andato al governo. E questo la reazione non lo poteva permettere. Nei mesi successivi vennero uccisi dalla polizia altri 1200 legionari di Codreanu. I funerali del Capitano saranno celebrati solo nel 1940, ma ormai era tardi per il suo sogno politico.

di: Antonio Pannullo @ 19:41


Nov 30 2018

Mussolini credeva nei giovani: nominò il 27enne Vidussoni segretario del Pnf

Aldo Vidussoni, Medaglia d’Oro al Valor militare, di cui oggi ricorre l’anniversario della morte, è un altro delle migliaia di italiani eroici dimenticati da questo Paese, e solo perché è stato convintamente fascista, peraltro come altri milioni di italiani. Ma ha dato tutto per l’Italia, a cominciare da un occhio e una mano, perse combattendo nella battaglia di Santander nel corso della guerra civile spagnola, per la quale era partito volontario. Vidussoni era un friulano di Fogliano Redipuglia, dove era nato nel 1914. Dopo essersi laureato in Economia e Commercio all’università di Trieste, nel 1935 diventa sottotenente di artiglieria. Fervente fascista, entra nella Milizia Volontaria Sicurezza nazionale e parte volontario per la guerra di Etiopia. Nel 1936 va, sempre volontario, in Spagna, dove viene gravemente ferito e dove riceve la Medaglia d’Oro con la seguente motivazione: «Comandante di un plotone fucilieri, sapeva infondere nei suoi uomini il suo ardore e il suo slancio giovanile e si offriva sempre volontario nelle azioni più rischiose e difficili. Nell’attacco di una munita posizione nemica giungeva primo sull’obbiettivo dove resisteva bravamente al contrattacco di rilevanti forze avversarie, subito accorse. Ferito una prima volta, rifiutava ogni soccorso, incitando i suoi militi alla difesa nel sacro nome della Patria e del Duce. Nuovamente e gravemente ferito agli occhi, perduta una mano per lo scoppio di una bomba lanciatagli a bruciapelo, insisteva nei suoi propositi di resistenza ad oltranza, trovando ancora l’energia di intonare l’inno Giovinezza. Esempio altissimo di eroismo e di rarissime virtù militari». Venta Nueva, 15 agosto 1937. Successivamente divenne segretario nazionale dei Guf, Gruppi universitari fascisti, fino a che Benito Mussolini lo nominò, era il 1941, segretario del Partito Nazionale Fascista. Si trattava del più giovane segretario del Pnf, aveva 27 anni, e Mussolini lo scelse proprio perché riteneva che solo i giovani, in quel momento difficile, avessero l’entusiasmo e la determinazione necessari. La giovane generazione infatti era in quel momento la più convinta sostenitrice del fascismo, mentre i “vecchi” gerarchi cominciavano a essere piuttosto critici anche a causa della gestione della guerra. Tra l’altro, c’è un simpatico aneddoto sulla sua nomina: Eugenio Scalfari, allora 19enne, in un articolo su Roma fascista, appoggiò la nomina del giovane Vidussoni in un vibrante articolo intitolato L’ora del Partito. Clima nuovo, invitando al rinnovamento del Partito. Vidussoni infatti non ebbe rapporti ottimi con gli altri gerarchi del fascismo, ma seppe svolgere il suo lavoro con grande dignità e convinzione, tanto che, dopo l’armistizio, non ebbe dubbi sulla scelta da compiere, aderendo subito alla Repubblica Sociale Italiana e diventando membro del direttivo del Partito Fascista Repubblicano. Vidussoni fu anche parlamentare nella XXX legislatura. Dopo la guerra, Vidussoni ovviamente fu perseguitato perché fascista e condannato a 14 anni di reclusione, venendo poi graziato con l’amnistia Togliatti nel gennaio 1947. Si trasferì a Verona, dove fece l’assicuratore per molti anni e poi a Cagliari, dove morì nel 1982 a soli 68 annim, per una crisi cardiaca. Oltre alla Medaglia d’Oro, Vidussoni ricevette altre quattro medaglie per le campagne di Africa orientale e Spagna.

di: Antonio Pannullo @ 18:24


Nov 28 2018

Ucraina, Stalin fece 7 milioni di morti. Più di Hitler. Ma nessuno ne parla

Tutta l’Ucraina celebra in questi giorni uno dei più grandi, forse il più grande, olocausto del Novecento, l’Holodomor, che letteralmente significa “morte per fame”. Di che si tratta? In Europa, e ancora meno in Italia, non si è mai parlato di quello che è uno dei più grandi crimini del comunismo, che al pari di altri, continua a essere sistematicamente oscurato dalla storiografia e dai media. La strage avvenne dal 1929 al 1933, governante Stalin, e ancora oggi è incerto il numero delle vittime: le fonti più attendibili fanno variare il numero dei morti da 7 a 10 milioni, anche se altre fonti riducono la cifra a 4/5. L’Unione Sovietica ha sempre messo la sordina alla vicenda, e anche dopo la guerra Onu, Ue, Nato e le altre organizzazioni sovranazionali non hanno mai ricordato la vicenda. Solo in Ucraina la ricorrenza è annualmente ricordata, proprio negli ultimi giorni di novembre. Purtroppo, ad oggi, solo 23 Paesi e il parlamento europeo hanno riconosciuto l’Holodomor come genocidio. Molti Paesi, tra cui l’Italia, non lo hanno ancora fatto.

Così Stalin pianificò l’Holodomor

Tutto iniziò quando Stalin si mise in testa di razionalizzare tutto il Paese, sia dal punto di vista agricolo sia da quello industriale. L’Ucraina, come è noto, forniva all’Urss il 50 per cento della produzione agricola. Il comunismo, come si sa, portò sotto il controllo dello Stato terre e produzione. In Ucraina invece, tradizionalmente, le terre erano frammentate in piccole proprietà agricole appartenenti ai Kulaki. L’Urss non poteva tollerare questa suddivisione e con la forza avviò il processo chiamato di “dekulakizzazione”, per mettere i Kolchoz (cooperative agricole) al loro posto. Tutti i milioni di kulaki che rifiutavano la collettivizzazione comunista vennero uccisi o deportati in Siberia e nelle regioni artiche. I pochi sopravvissuti vennero vessati in maniera tale da rendere loro impossibile la sopravvivenza: le quote da consegnare allo Stato divennero altissime, e spesso le guardie rosse sequestravano tutti i generi alimentari posseduti dai contadini. Tutto veniva requisito, dal grano alla farina al pane alle verdure, le bestie venivano uccise perché i contadini non dovevano possedere nulla. Il risultato fu che milioni di persone morirono, la produzione agricola crollò, ma Stalin la ebbe vinta. Il suo intento infatti non era tanto aumentare la produzione agricola, quanto piegare i kulaki e con loro tutti gli oppositori alla dittatura comunista.

L’Holodomor fu un esempio per gli oppositori al comunismo

Stalin, insomma, ci si mise d’impegno per dare un esempio: e lo diede. Fino al 1989 nessuno osò più ribellarsi alla feroce dittatura comunista, pena la morte o il gulag. I comunisti infatti non si limitarono – si fa per dire – a uccidere fisicamente gli oppositori, ma intesero privarli di tutte le forme di sostentamento, fargli terra bruciata. Per aiutare il processo di collettivizzazione, il Pcus inviò in Ucraina decine di migliaia di commissari governativi e circa 25mila operai delle imndustrie per far funzionare i kolchoz. Vi furono ovviament eincidenti, che furono represso nella maniera più brutale possibile. Il termine kulaki servì presto a definire tutti quelli che si opponevano al regime. Furono messi sotto inchiesta dieci milioni di contadini, di cui la maggior parte – come disse Stalin – furono annientati. Quando, nel 1932, Mosca ricevette solo il 39 per cento della produzione richiesta, Stalin dette la colpa ai kulaki e al loro presunto sabotaggio, con le conseguenze che si possono immaginare. Esecuzioni sommarie, fucilazioni, incarcerazioni, deportazioni, si susseguirono a milioni, nell’ignoranza e nell’impotenza dei Paesi occidentali. La repressione si intensificò: tutto veniva confiscato, e il Commissariato del popolo per gli affari interni, il famigerato Nkvd, proibì il commercio dell’Ucraina all’esterno e i viaggi. Per fare questo l’esercito circondò i confini isolando di fatto l’Ucraina dal resto dell’Urss e causando appunto la morte per fame. Un po’ come avvenne, in tempi più recenti, per il Biafra nigeriano, isolato e piegato con la carestia dal regime nigeriano. Tutta l’Ucraina a quel punto divenne un enorme campo di sterminio e il governo sovietico impedì i viaggi in Ucraina, soprattutto agli stranieri. Neglianni seguenti le cose peggiorarono: il granaio dell’Urss divenne un’area depressa, e altre persone morirono negli anni seguenti a causi di quel deliberato atto genocida teso a piegare la resistenza dei contadini ucraini.

L’Urss nascose l’Holodomor per anni

L’Urss nascose la vicenda per anni, e dell’Holodomor si iniziò a parlare soltanto durante la perestroika di gorbacioviana memoria, ma nelle scuole di tutto il mondo, ad eseezione di quelle ucraine. dell’Holodomor non si parla, così come per decenni non si è parlato dei massacri delle foibe, delle fosse di Katyn, inizialmente attribuite dai comunisti ai tedeschi, o di altre atrocità “scomode”. La cifra delle vittime è ancora molto dibattuta, e oggettivamente è difficile quantificarla, ma la cifra dei 7/10 milioni di morti fu fatta alla 61ma assemblea delle Nazioni Unite. La vicenda dell’Holodomor ucraino è paradigmatica di come siano trattati alcuni massacri rispetto ad altri. Così il genocidio armeno, ancora oggi negato per ragioni politiche e geopolitiche, le atrocità dei partigiani italiani, negato per opportunità politica, il citato genocidio del Biafra, e soprattutto l’Holodomor, il massacro più grande, o tra i più grandi, del Novecento, negato per non dispiacere prima all’Urss e poi a tutta la sinistra internazionale, per non disturbarla nella sua corsa al potere in tutto l’Occidente.

di: Antonio Pannullo @ 17:37


Nov 28 2018

Gli orchi sono brutti, ma non si può dire. E Tolkien finì all’indice come razzista

Si comincia poco alla volta: prima si cambia Cappuccetto Rosso che non è più una bambina indifesa dinanzi al lupo, in omaggio all’emancipazionismo femminista. Poi si critica il bacio con cui il principe risveglia la Bella Addormentata perché sarebbe un gesto “sessista”. Quindi dalle favole si passa ai capolavori letterari: per esempio si guarda di traverso Shakespeare perché è sospettato di essere un bianco suprematista. E infine si comincia a mettere sotto la lente d’ingrandimento J.R.R. Tolkien e il suo bestseller “Il Signore degli Anelli”, già accusato dalle femministe di essere solo una favola per “maschi adolescenti”. Stavolta l’accusa è diversa: è quella di razzismo. Una critica che obbedisce alla vulgata del politicamente corretto, una melassa di luoghi comuni che spinge fino a logiche di censura l’incomprensione verso testi che non siano contemporanei.

Qual è la colpa di Tolkien? Di avere immaginato gli Orchi troppo brutti. Una sorta di “razza” inferiore, ragiona (o sragiona) lo scrittore fantasy Andy Duncan, rilanciato dal sito Wired. Ergo, Tolkien era uno scrittore pieno di pregiudizi, uno che pensava vi fossero razze superiori e popoli inferiori. Un colpo al cuore per i fan dell’inventore della saga della Terra di Mezzo. Inutile replicare che gli Orchi sono brutti perché rappresentano il male metafisico e dunque belli non possono essere. Inutile anche sottolineare che Tolkien, pur essendo uno studioso di mitologia nordica, disprezzava l’ideologia razzista dei nazionalsocialisti. I popoli di Tolkien sono immaginari, e quelli che servono il male perdono ogni caratteristica di umanità e civiltà. Ciò è funzionale alla sua idea “consolatoria” della narrazione, dell’opera che ha lo scopo di una rigenerazione spirituale. Inutile parlarne con chi ignora le sfumature e si tuffa nel pregiudizio.

E’ in atto infatti, e a più latitudini, una sorta di iconoclastia che non risparmia i capolavori del passato, come se fosse lecito adeguare la letteratura alla mentalità corrente attraverso la censura, la riscrittura, l’oscuramento. Così i professori di tre scuole medie di Ascoli vietano Mozart agli alunni perché l’opera “Così fan tutte” sarebbe troppo scabrosa. E le maestre di una scuola di Monterenzio (Bologna) hanno chiesto di cambiare la Regina delle Nevi di Andersen perché fa troppa paura. Tra follie e rimozioni, psicologismi d’accatto e luoghi comuni buonisti tutti i capolavori del passato, tutta la letteratura, tutte le favole, tutti gli autori sono in pericolo. Un fenomeno che non risponde solo alle logiche del politicamente corretto ma anche alla tentazione, tutta filosofica, di allontanare l’idea del male. Se non lo si rappresenta, il male non esiste. Gli scrittori che amiamo – per fortuna – non erano d’accordo. Ed anche per questo, forse, non passeranno mai di moda a dispetto dei ridicoli censori contemporanei. E continueranno a piacere soprattutto ai bambini che, privi di sovrastrutture ideologiche, apprezzano sempre il mito che fa capolino tra le brume dell’algida razionalità.

di: Annalisa Terranova @ 14:57


Nov 28 2018

“Il Lupo va alla guerra”. Le memorie dell’ex ragazzo della Decima Grazioli diventano un romanzo

Franco Grazioli è un vecchio e assiduo amico del Secolo d’Italia. Tanti i pomeriggi che ha trascorso qui da noi, con Ugo Franzolin e il nostro ex direttore responsabile Aldo Giorleo. Tutti e tre “repubblichini”. Tutti e tre legati da comuni memorie belliche. Ricordavano, scherzavano, a volte cantavano anche. Ma soprattutto commentavano la politica, pieni di passione civile come ancora erano e come è ancora Franco Grazioli. Insieme hanno scritto racconti di guerra che hanno pubblicato con la casa editrice Settimo Sigillo (il libro s’intitola “Racconti d’amore e di guerra” e raccoglie anche gli scritti di Francesco E. Accolla).

La vita di Grazioli è stata tutta un’avventura. Nato nel 1924, fin da bambino – dice –  “sentivo un senso di ribellione fortissima”. Cresciuto con la madre e col nonno calcografo, vede nel fascismo l’incarnazione del patriottismo più nobile. A fine gennaio del 1944, a vent’anni, si arruola nella Rsi e viene inquadrato nel Battaglione Lupo. “Il paese era allo sbando, vedevo le divise abbandonate per terra…”. Alla fine della guerra, con altri commilitoni, viene fatto prigioniero e trasferito al 211 Pow Camp in Algeria. Al ritorno in patria lo aspetta il destino dei vinti: emarginato e senza lavoro, decide di arruolarsi nella Legione Straniera. “Ci pensai tutta la notte, seduto su una panchina vicino al porto di Marsiglia, e poi decisi di andare, di dare sfogo al mio istinto di libertà”. Ed è di nuovo guerra: prima in Indocina, poi in Algeria. Come in una sorta di dannazione, si trova di nuovo dalla parte degli sconfitti con l’unica consapevolezza di aver salvato l’onore e di non aver rinunciato ai propri ideali.

Ora la vita di Grazioli, le sue avventure, i suoi amori, ciò in cui ha creduto è racchiuso nelle trecento pagine di in un libro appena edito da Mursia, Il Lupo va alla guerra, Memorie di un marò: dalla Decima Mas alla Legione Straniera. Un romanzo autobiograficoCi teneva moltissimo, Grazioli, a pubblicare queste note con Mursia, la stessa casa editrice che ha pubblicato la storia del Battaglione Lupo di cui Grazioli ha fatto parte. Questo libro lo ha tenacemente voluto. Lo ha scritto una prima volta e poi lo ha corretto pagina dopo pagina. Grazioli ci tiene a far leggere le sue memorie, a tramandare i suoi ricordi, anche se “ci sono tante cose che avrei voluto ancora dire e scrivere”. Nel romanzo uno sconosciuto incontrato sul treno che da Genova porta il protagonista Francesco Olivieri (che è lo stesso Franco Grazioli) a Marsiglia gli dice: “In questo momento la giustizia la scrivono i vincitori ma verrà un momento in cui ciascuno di noi farà un riassunto della propria vita”. Per Grazioli il momento è arrivato. Un’altra missione compiuta.  Il riassunto della sua vita è pieno di assalti e di sogni. Nulla da rinnegare, nulla da rimpiangere. “La furia che avevo dentro, adesso, si è acquietata un po’…”. Giusto che sia così, per chi si porta sulle spalle quasi un secolo. “E salutami i ragazzi del Secolo”, dice ancora Grazioli. Anche se ragazzi qua non ce ne sono più. Non per lui, non per Franco: “Siete sempre ragazzi per me”. E lui, per noi, è sempre un ex ragazzo della Decima.

 

di: Annalisa Terranova @ 12:16


Nov 19 2018

La Chiesa riscopre Giuseppe Toniolo, “corporativista” ante litteram?

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Nell’introduzione del Cardinale Gualtiero Bassetti alla recente Assemblea Generale della Cei, un’introduzione dedicata in larga parte alle fragilità culturali e sociali del nostro Paese, un richiamo del tutto particolare è stato fatto al beato Giuseppe Toniolo, a cent’anni dalla scomparsa (7 ottobre 1918). In tempi di amnesie culturali, anche da parte di un mondo cattolico a cui spesso piace più baloccarsi con un sociologismo di maniera che con le grandi questioni di principio, parlare di Toniolo, dopo decenni di oblio, significa riportare all’attenzione generale un intellettuale, a cui il mondo cattolico è stato debitore per le sue intuizioni politico-sociali (Pio XII lo definì “maestro dei cattolici italiani in campo sociale”) e che – come ha dichiarato il Cardinale Bassetti – ha ancora molte cose da dirci. Basta saperlo ascoltare – aggiungiamo noi. Magari superando certe stantie preclusioni.

Toniolo non è infatti un generico assertore dei principi di sussidiarietà e solidarietà. Allievo di Werner Sombart, l’autore de Il capitalismo moderno, egli è l’iniziatore delle “Settimane Sociali”, il cui primo congresso , avvenuto a Genova nel 1892, individua – su sua indicazione – nella soluzione corporativa la sola idonea a risolvere la “questione sociale”. L’idea di fondo è quella di una convergenza tra struttura sociale ed impianto statale, sia a livello territoriale che “di classe”, con un richiamo alle persone reali, viventi nelle categorie produttive, nelle famiglie, negli enti locali.

L’ordine corporativo immaginato da Toniolo è interno al progetto di Restaurazione cristiana, in grado di riparare ai danni spirituali e materiali provocati dalla rivoluzione liberal-borghese, sulla via – egli scrive – di “…. quella politica cristiana per eccellenza, per cui da Costantino (274-337) a Clodoveo (466 ca. – 511), a Carlomagno (742-814), ai princìpi feudali e alle repubbliche guelfe d’Italia, tutti i reggitori degli Stati, accanto all’ufficio di tutelare gli interessi della nazione, assumevano il comune dovere di difendere e promuovere gli interessi di tutta la Cristianità e della Chiesa”.

Questi insegnamenti saranno confermati , in occasione del quarantesimo anniversario della Rerum novarum di Leone XIII (1891), dall’enciclica Quadragesimo anno (1931), emanata da Pio XI, per il quale il “vero e genuino ordine sociale” nasceva dalla coesione tra datori di lavoro e prestatori di lavoro, impegnati a “promuovere più che mai intensamente la cooperazione della intiera corporazione dell’arte al bene comune, cioè alla salvezza e prosperità pubblica della nazione”.

E’ giunto il tempo per ridare nuovo slancio ad un’idea sociale messa, da decenni, sotto silenzio, sull’onda di più facili convergenze politiche e culturali (pensiamo all’egemonia classista e marxista subita, durante gli Anni Settanta-Ottanta dal mondo politico, sindacale e culturale di estrazione cattolica) ? Non c’è niente da inventare. Basta tornare ai “fondamentali”. Toniolo – da questo punto di vista – offre grandi occasioni di riflessione per l’attualità, in particolare a chi continui a coltivare l’idea partecipativa, costruita sulla libera associazione dei lavoratori; sul lavoro e capitale anche in relazione reciproca; sul prevalere dell’etica sulle dure leggi dell’economia.

Pur nel mutare degli scenari, i grandi temi del rapporto tra etica ed economia, produzione e giustizia sociale, partecipazione e accesso alla proprietà, restano all’ordine del giorno del Sistema-Italia. Bisogna solo trovare le giuste chiavi di lettura. Toniolo ne offre certamente più d’una.

di: Girolamo Fragalà @ 12:38


Nov 19 2018

Il Piave, una storia italiana: il 4 Novembre una vera festa nazionale

Riceviamo da Giuseppe Basini e volentieri pubblichiamo:

I giorni delle celebrazioni del centenario della vittoria nella prima guerra mondiale sono finiti. Ma si può parlare di vere celebrazioni, come quelle che in passato, per anni, abbiamo fatto? Credo purtroppo di no e allora penso che il 4 Novembre, per la sua importanza nel determinare il nostro modo di considerarci tra Italiani, debba tornare festa nazionale a tutti gli effetti, lo dobbiamo a noi stessi, alla nostra storia e ai nostri figli . E vediamo perché . “Il Piave mormorava calmo e placido al passaggio, dei primi fanti il ventiquattro Maggio” così iniziava quella “Canzone del Piave” che Giovanni Ermete Gaeta (E.A.Mario) scrisse proprio nei giorni finali del tentativo austriaco di sfondare definitivamente le nostre linee sul Piave e vincere così la Grande Guerra. Era il Giugno del 1918 e Gaeta scriveva mentre proseguiva la durissima battaglia di resistenza definita del Solstizio. Fu una canzone scritta di getto sull’onda dei drammatici avvenimenti, un inno alla resistenza senza alternativa, per difendere il nostro essere popolo, con la sua storia, la sua lingua, i suoi confini, nel momento in cui la nostra identità era di nuovo minacciata, dopo soli cinquant’anni di ritrovata unità nazionale. E dalla contemporaneità con i tragici eventi, con il rischio reale della sconfitta e dell’invasione, nasce il fatto che la canzone suoni realmente epica e ancora capace di suscitare fortissimi sentimenti, perché fu un vero grido dell’anima del compositore, che semplicemente rifiutava che potessimo scomparire come popolo e scritta proprio nel momento in cui sembrava ancora che ciò fosse possibile. La quarta strofa dell’inno, quella che inneggia alla vittoria e alla riconquista di Trento e Trieste, fu infatti aggiunta solo dopo, nel Novembre, dopo la vittoriosa conclusione. Armando Diaz, uno dei pochi generali capace sul serio di vedere nei suoi soldati degli uomini in uniforme, lo riconobbe in uno storico telegramma all’autore, in cui attribuiva a quella canzone, divenuta popolarissima tra le truppe, un vero grande contributo alla resistenza e alla vittoria. Ecco perché comincio col Piave questa rievocazione della Grande Guerra, perché nella poesia di E.A.Mario c’è la sintesi di un’intera epoca, dal Risorgimento ( nel rifiuto di tornare “come allora”) alla sua conclusione, con la fusione di un popolo avvenuta nelle trincee, dove centinaia di migliaia di Italiani del sud salvarono gli Italiani delle città del nord, non dalla barbarie degli austriaci (inesistente invenzione della propaganda bellica) ma dal tornare ad essere cittadini di serie b, come erano davvero (e per secoli) stati. Fu un’inutile strage, come disse Benedetto XV ? Certo che lo fu e la scomparsa degli imperi centrali non fu affatto un bene per la civiltà europea, ma peggio, molto peggio sarebbe stato per noi Italiani, perderla quella guerra, non da noi fatta scoppiare né voluta, ma che se avesse avuto un altro esito sarebbe finita con la fine dell’Italia, anziché dell’Austria-Ungheria. E d’altronde i milioni di borghesi, popolani e contadini, che furono strappati dalle loro vite e dai loro affetti, capirono in tutti i paesi l’importanza della posta in gioco, l’insipienza colpevole e disprezzata delle classi dirigenti, nel non evitare una guerra civile europea, non impedì infatti ai soldati di fare il loro dovere, consci che una sconfitta avrebbe aggiunto una catastrofe alla catastrofe. Sogni, progetti, amori andarono perduti nel fuoco della guerra, le vite normali furono sconvolte, ma imparammo perfino a riderci su – antico rimedio contro la paura – come nella storiella dell’ufficiale piemontese che, a guerra finita, a un ballo corteggiò una madamin, dicendole che la sua pelle era bianca come la neve dell’Adamello e le sue labbra rosse come il sangue dei nostri soldati e, chiestole il nome, si senti rispondere che il suo nome era ciò che i fanti sognavano in quei giorni gloriosi, al che lui suggerì Bernarda, per sentirsi rispondere, ma no, Vittoria. Sa di antico rosolio, ma i drammi personali, le famiglie distrutte, le giovinezze perdute, furono reali. Eppure non cedemmo, la grande maggioranza sentì che dovere, senso dell’onore, interesse nazionale, insomma l’etica di quei tempi, li spingeva, magari confusamente, verso una sola possibile risposta : non cedere. Sul Piave e poi a Vittorio Veneto, si compì un miracolo, ma non solo quello del valore, che gli Italiani hanno molto spesso dimostrato, dagli arditi ai paracaditisti, dai MAS della grande guerra ai siluri a lenta corsa della seconda, no il miracolo vero fu quello dell’organizzazione. Per la prima volta gli Italiani si dimostrarono capaci di coordinare le grandi unità, a livello di armate e di corpi d’armata, in un’azione corale tesa a distruggere l’esercito avversario. L’abilità dei capi militari, la risolutezza di un Re che seppe imporre, a Peschiera, agli stati maggiori alleati la decisione di arrestare il nemico sul Piave anziché arretrare ancora, l’umanità e la capacità strategica di Diaz, portarono allo straordinario risultato di un Italia capace di fare sistema in una grande guerra moderna. Ci sono memorie e documenti, che meriterebbero di essere menzionati nelle nostre scuole, che, ripercorrendo gli ultimi mesi di guerra, descrivono i preparativi della Germania per proseguire e vincere la guerra, grazie alle risorse in arrivo dalla sconfitta Russia, prostrata ma ricca di materie prime e alla progettata mobilitazione in massa di Polacchi a cui promettere in cambio l’indipendenza, la Germania insomma era tutt’altro che sconfitta sul fronte occidentale, però sopravvenne, grazie proprio a noi, il crollo del fronte austriaco. Ludendorff, il generale a capo, insieme a Hindemburg, dello stato maggiore Tedesco scrisse il 7 novembre 1919 al conte Lerchenfeld: “Nell’ottobre 1918 ancora una volta sulla fronte italiana rintronò il colpo mortale. A Vittorio Veneto l’Austria non perse una battaglia, ma la guerra e sé stessa, trascinando anche la Germania nella propria rovina. Senza la battaglia distruttrice di Vittorio Veneto noi avremmo potuto, in unione d’armi con la monarchia austro-ungarica, continuare la resistenza”. Quando i Tedeschi, a seguito della resa Austriaca (e del telegramma dell’Imperatore Carlo D’Asburgo, che comunicava di non poter più difendere il confine con la Baviera) cessarono l’occupazione del suolo francese e ripiegarono ordinatamente in Germania, al passaggio di alcuni ponti sul Reno le ragazze gettarono loro fiori, perché quello non era un esercito sconfitto sul campo, la guerra si era infatti risolta in Italia, con la sconfitta del loro alleato. Certo che si poteva e doveva evitare la guerra, ma questo nulla toglie all’onore, al valore, al coraggio, degli Italiani che seppero diventare Nazione vincendo la prova per sé e per gli altri. E’ strano il comportamento degli uomini, la nostra vita è limitata, lo è naturalmente e non ci possiamo fare nulla, eppure questa vita limitata a volte sembra acquistare senso proprio quando siamo disposti a perderla, per una causa o una situazione, che spesso non sappiamo definire, ma che quando si presenta in qualche modo sentiamo giusta. Così nascono gli eroi, che quasi mai sono i responsabili degli avvenimenti che li coinvolgono. All’epoca ovviamente non c’ero, ma gli echi di quegli avvenimenti ancora duravano quando ero bambino, mi ricordo distintamente quando i miei partirono con la macchina imbandierata per andare a Trieste per festeggiare la città che tornava all’Italia, avevo sette anni e l’eccitazione, il pathos, la felicità che sentivo, mi fecero capire che doveva essere qualcosa di importante. Di quel viaggio, mi resta un filmato otto millimetri in bianco e nero, con mia madre, le piazze piene di triestini con i tricolori, le navi italiane nel porto, delle scolaresche inquadrate, che riproduce meglio di qualunque discorso un’atmosfera, così come mi resta una registrazione su filo metallico della mia voce mentre canto l’inno del Piave. Fu una sorta di “imprinting” ? Certo, ma io di quell’imprinting sono enormemente grato ai miei genitori e spero di averlo saputo trasmettere ai miei figli. Ho sempre rispettato i patrioti di tutti i paesi, perché da mio Padre, ufficiale volontario in guerra e restato fedele al giuramento al Re, ho imparato a vedere e rispettare negli altri patriottismi il riflesso del nostro, mentre ho sempre nutrito una forte e istintiva diffidenza per coloro che premettono di essere contro ogni retorica (ho il sospetto che siano capaci di tutto) . Credo anche che i patriottismi si possano comporre in una unione che possa essere Patria comune e, anche se mi auguro tempi che non abbiano bisogno di eroi, spero che un giorno ci sia qualcuno capace anche di rischiare la vita gridando Viva L’Europa”, ma, pur se europeista convinto, mi è ancora molto difficile immaginarlo davvero e allora, attendendo, Viva l’Italia. Sempre.

di: Giuseppe Basini @ 12:31


Nov 18 2018

Quel gelo nel cinema mentre risuonano le urla di Norma Cossetto

Sì è vero, noi lo sapevamo già. Noi figli di missini, cui i padri hanno raccontato che le foibe non erano innocenti fenditure carsiche ma crateri bui della terra d’Istria dove i comunisti gettarono gli italiani. Norma Cossetto è il simbolo di quel martirio. Conoscevamo già il suo volto sorridente, quell’immagine che è stata per anni una sorta di “santino” consacrato a una memoria censurata, conoscevamo la sorte disumana e feroce che si è abbattuta nei primi giorni di ottobre del 1943 sulla figlia del podestà di Visinada. Lo sapevamo già ma un film, con la potenza delle immagini, del sonoro, dei dialoghi, è un pugno nello stomaco cui non sei preparato finché non arriva.

Il film è Red Land-Rosso Istria, che è nelle sale dal 15 novembre e che vi resterà pochi giorni. Dire che è un film scomodo non rende neanche l’idea. E’ un film che abbatte un muro, come ha detto il regista Maximiliano Hernando Bruno. Un film che alla Mostra di Venezia non hanno voluto relegandolo nello spazio marginale riservato alla Regione Veneto. Un film che 30-40 anni fa non sarebbe stato possibile realizzare e che oggi viene boicottato con l’arma sottile del silenzio e dell’indifferenza.

Va dato atto ad Aldo Cazzullo di averne scritto sul Corriere della Sera, ma in risposta ad una lettera, cavandosela con poche frettolose righe. Importanti ma assi poco visibili. “Spero che a vedere Red Land vadano in tanti – ha scritto Cazzullo – Tutti noi abbiamo un debito verso gli esuli dell’Istria e della Dalmazia, e verso i loro discendenti. Ricordo come fosse adesso la prima volta che un mio compagno alla facoltà di Giurisprudenza dell’università di Torino, figlio di esuli istriani, mi raccontò delle foibe. Avevo 19 anni, e non ne avevo mai sentito parlare. A scuola l’argomento non era stato sfiorato. In tv neppure. Riconosciamolo: a lungo è stato un tabù. A lungo si è parlato pudicamente di titini, senza scrivere a chiare lettere: comunisti. Si è taciuto a lungo anche sull’accoglienza gelida e a volte ostile che gli esuli ebbero nel resto d’Italia. Come ha detto il più famoso di loro, Nino Benvenuti: «Ci chiamavano fascisti; eravamo italiani»”.

E veniamo al film, che abbiamo visto in un cinema romano. Sala piena, silenzio assoluto, commozione repressa. Non un fiato, non un colpo di tosse. Perché è un film crudemente realistico. Un film che non si pone l’obiettivo di annacquare le responsabilità, un film dove i titini sono cattivi e sgradevoli e senza attenuanti (rappresentazione che in genere il cinema riserva ai soldati tedeschi). Un film che non tenta una lettura pacificatrice assegnando a ciascuno le responsabilità che la storia impone di assegnare. Tranne che in un punto, quando il professor Ambrosini (Franco Nero) parla con il capo dei partigiani slavi e afferma che nelle guerre tutti sono vittime, i fascisti come i comunisti, e vittime sarebbero anche quelli che dopo l’arresto di Mussolini hanno fatto i voltagabbana. No. Pagare per le proprie scelte, con coerenza, e cercare di sopravvivere galleggiando non è la stessa cosa. E non ha lo stesso valore etico. Ambrosini afferma anche che Satana, il male, è connaturato all’uomo, soprattutto durante le guerre. La tragedia delle foibe sarebbe dunque il frutto di un male ontologico, filosoficamente inteso. Anche qui si resta perplessi: ci sono ideologie che conducono a crimini contro l’umanità. Una di esse è il comunismo.

Ma sono sfumature, sfumature che rimandano a un dibattito ideologico che il film supera in quanto prodotto artistico, e di sofisticata fattura. Un film che squaderna la realtà delle donne che diventano preda dell’istinto brutale dei maschi in guerra, che sottolinea l’impotenza delle donne vittime, in quanto stuprate, in quanto madri e sorelle di figlie stuprate, la parte debole e calpestata dello scenario bellico, mentre gli uomini non sanno che fare, non sanno come agire, dopo il voltafaccia dell’8 settembre. Un disorientamento, un senso di disgregazione e di angoscia procurato da una data che lacerò non solo l’esercito ma l’intera nazione e che fu doppiamente infausta per gli italiani d’Istria.

E poi c’è Norma, che ci viene restituita dall’ottima interpretazione di Selene Gandini, attrice formatasi alla scuola di Albertazzi. Una garanzia per un ruolo più che impegnativo. Norma è la vittima sacrificale. Norma è simbolo, ma è anche rivincita visto che dopo decenni di oblìo la sua storia viene recuperata dalla settima arte. Non a caso il regista, nel giorno dell’uscita nelle sale del film, le ha scritto questa dedica: “Sorridi Norma, ce l’abbiamo fatta”.

Ma Norma non fu vittima solo dei partigiani slavi, come si vede nel film. Le foibe non furono solo opera dei titini. I partigiani italiani ebbero un ruolo storicamente definito e ormai abbondantemente studiato. In proposito, il commento migliore lo affidiamo alle parole della sorella di Norma, Licia Cossetto, scomparsa nel 2013 nello stesso giorno, il 5 ottobre, in cui 70 anni prima sua sorella veniva gettata viva nella foiba di Villa Surani: “Con mia sorella Norma, ricordo il nostro papà Giuseppe, infoibato anche lui, con parecchi altri miei familiari. La nostra sola colpa era quella di essere Italiani e di voler restare Italiani. Norma avrebbe potuto salvarsi qualora avesse aderito alle richieste dei suoi assassini che le proposero di restare con loro e di diventare Croata: cosa che lei respinse coraggiosamente, alla luce della sua fedeltà alla Patria. Allora, la portarono ad Antignana, la legarono ad un tavolo col filo di ferro uncinato ai polsi ed alle gambe: erano una ventina, e fecero di lei quello che volevano, torturandola ed usandole ripetute violenze. Norma chiedeva acqua e chiamava la mamma, ma nessuno si mosse a pietà. Non sarò tanto diplomatica, diversamente da altri. Ho il dente avvelenato perché lo Stato Italiano si è ricordato di noi troppo tardi. D’altro canto, la colpa è anche nostra, perché quello istriano è soprattutto un popolo laborioso e paziente, che ha scelto l’Esodo in massa tirandosi su le maniche e mettendosi a lavorare: io stessa ho insegnato per 42 anni. Nell’esilio sono stata oggetto di tanti torti, ma anche in Istria ero stata imprigionata e riempita di botte; per mia fortuna trovai un compagno di scuola che mi sottrasse ai nostri carcerieri riportandomi a casa, da dove, quella stessa notte, potei fuggire con una zia, raggiungendo a piedi Trieste con una marcia di 60 chilometri!

Ho il dente avvelenato per tanti motivi ma, come ripeto, prima di tutto per il silenzio ufficiale che ha coperto per 60 anni la nostra tragedia. E poi, chiedo a chiunque sia andato a scuola se ha mai trovato in un libro di testo una parola sulla terribile vicenda istriana: ignoranza voluta e programmata. Il 10 febbraio 2006, quando il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi mi ha consegnato la Medaglia d’Oro al Valore concessa alla memoria di Norma per il nobile comportamento davanti agli aguzzini e per il rifiuto di collaborare col nemico, e mi ha chiesto se fossi contenta, gli risposi ringraziando, ma rammentando che aspettavo da troppo tempo, senza che nessuno si fosse mai ricordato dei nostri infoibati.

Dobbiamo dire grazie alle forze armate tedesche, se a seguito della loro temporanea occupazione dell’Istria siamo riusciti a recuperare i resti di alcune vittime, ma la gran parte è ancora laggiù: io non so ancora e non saprò mai dove sia finita la maggior parte dei miei parenti scomparsi assieme a Norma. Le foibe sono custodi del nostro dramma sconosciuto.

Bisogna informare meglio, anche sulla consueta versione secondo cui il martirio istriano avrebbe avuto luogo a causa esclusiva dei partigiani slavi di Tito. In realtà, loro occuparono subito qualche centro maggiore, all’indomani dell’8 settembre 1943, ma in quelli minori furono i partigiani locali – nostri concittadini italiani! – a scatenarsi: venivano di notte a farci alzare ed a sparare sopra i letti, ed anche gli assassini di mia sorella erano compaesani comunisti, che ricordo benissimo uno per uno. Costoro hanno persino la pensione dell’INPS, compresi i superstiti del gruppo che aveva torturato ed infoibato Norma. Infatti, la legislazione italiana del dopoguerra ha stabilito che era sufficiente aver prestato servizio, sia pure per pochi giorni, in forza all’Italia, per avere diritto alla pensione: cosa tanto più paradossale, visto che a noi, invece, nulla è stato dato. Personalmente, ho ricevuto un’autentica miseria solo come indennizzo per i beni «abbandonati» e, quindi, un’ulteriore beffa.

Questa è la nostra storia, tanto tragica che non mi sento di perdonare: del resto, come è stato detto, «soltanto i morti hanno il diritto di perdonare, mentre i vivi hanno il dovere di ricordare». Questo è l’obbligo morale che lascio in eredità alla mia famiglia ed al nostro popolo”.

di: Annalisa Terranova @ 10:45


Nov 17 2018

Pound a teatro. «Era antisemita»: l’attacco della critica spazzatura. Hanno ancora paura…

Teatro strapieno per la prima di Ezra in Gabbia al teatro Goldoni di Venezia. Sette minuti di lunghi, interminabili applausi per lo spettacolo teatrale sul grande scrittore e poeta americano scritto da Leonardo Petrillo e intepretato da un magistrale Mariano Regillo. Un’operazione coraggiosa, supportata da un testo solido, efficace e illuminante, per restituire all’autore dei Cantos il posto che merita nel panorama culturale del Novecento, ribaltando stereotipi ammuffiti che per decenni hanno impedito al genio sofferente di Pound di uscire dalla nicchia dei pochi, felici pochi, intenditori e dalla gabbia dei processi politici (in contumacia).

Pound a teatro, ma c’è chi dice no

La grande risonanza avuta dalla pièce teatrale, forse il servizio andato in onda sul tg2 alla vigilia della prima, ha risvegliato qualche pigro critico teatrale che non ha resistito alla tentazione di rispolverare la vecchia, anchilosata, falsa interpretazione antisemita di Pound. È il caso dell’illustre saggista Dario Calimani che attacca l’assessore all’Istruzione della Regione Veneto, Elena Donazzan, “colpevole”, a suo dire, di aver promosso e patrocinato “VenEzra”, il percorso di riabilitazione culturale del poeta che ha scelto Venezia come sua ultima dimora.
Piglio militante, Calimani si impegna, con risultati deludenti, a demolire il “Pound politico”. «A giorni, a Venezia, il teatro stabile del Veneto e la Regione omaggeranno Ezra Pound, uomo e poeta. Su queste pagine, Elena Donazzan definisce Pound “un gigante del pensiero moderno, osteggiato da una certa cultura perché non politicamente corretto…», scrive per poi sparare ad alzo zero. «Di Pound nessuno ha mai sottovalutato la qualità del poeta. Pound ha diritto al suo posto, anche se forse non olimpico, come poeta e come critico occupa però un suo posto anche nel campo del pensiero politico. Non di pensiero politico si tratta, bensì di razzismo antisemita». Ecco il fulcro del “raffinato” ragionamento del critico: «Pound non è stato solo un traditore della sua stessa patria, ammiratore e collaboratore del fascismo e di Mussolini. Fu infatti espressione di un antisemitismo viscerale e subdolo, mascherato da ingenua politica economica». E giù insulti fondati su luoghi comuni spazzati via dalla storia e dalla verità (per chi non la teme).

Donazzan a Calimani: venga a teatro e si informi

Non tarda ad arrivare la replica corroborata da citazioni testuali dell’assessore Elena Donazzan. «Prenderò a prestito la lettura del testo di uno dei maggiori conoscitori italiani del vero pensiero di Pound, avendo avuto egli il privilegio di un confronto personale con il grande poeta: Pietro Sanavio. Ne “La gabbia di Pound” – ricorda l’assessore – Sanavio affronta, per smontarla, l’accusa di antisemitismo nei confronti di Pound. Giova richiamare alcuni specifici passaggi di questo libro per me illuminante e la cui lettura consiglio». Ecco le “prove”,  per la gioia delle anime belle della critica convenzionale: a pagina 100 Sanavio scrive che “i Cantos non offrono evidenze di razzismo o antisemitismo, anzi. Con più citazioni di testi o episodi della vita del poeta si evince come la grossolana e superficiale lettura di un Pound antisemita sia fuori dal pensiero di Pound stesso”. Poi la Donazzan fa parlare direttamente Pound: «Gli usurai non hanno razza. Non so per quanto tempo l’intero popolo ebraico deve fare da capro espiatorio per gli usurai» scrisse Pound sul New EnglishWeekly nel novembre 1935. O ancora, su un’altra rivista inglese nel 1938, «l’usura internazionale contiene più calvinismo e protestantesimo settario che giudaismo». Quanto alle strazianti sofferenze dello scrittore, colpito nella sua dignità e libertà da 13 anni di prigionia forzata nell’ospedale psichiatrico di Wahsington, non è superfluo ricordare che trovò conforto in un grande poeta ebreo Louis Zukofsky che lo visitò nell’ospedale e negò sempre l’etichetta di antisemita dell’amico Ezra. Zukofsky, di provata fede antifascista, confessò nel 1960: «Non sentii mai la più leggera traccia di antisemitismo in presenza di Pound… se usavamo le parole ebreo o goy lo facevamo né più, né meno nel loro senso etnologico come dicessimo cinese o italiano». «E ora – conclude la Donazzan – chiarisco il mio di pensiero, al quale Lei Calimani mi ha richiamata. Io credo che Pound abbia anticipato, con una visione immaginifica e potentissima, alcuni temi che oggi appaiono determinanti per la nostra stessa società. Ecco perché La invito ad esserci a teatro, senza pregiudizi, ma per tributare il giusto ruolo a questo poeta per sempre anche veneziano, che appartiene al mondo». 

 

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di: Gloria Sabatini @ 14:08


Nov 15 2018

1943: uccidendo il fascista Ghisellini i partigiani scatenarono la guerra civile

L’omicidio del pluridecorato fascista Igino Ghisellini, federale di Ferrara, nel novembre del 1943, è particolarmente significativo, perché segnò uno spartiacque che condusse direttamente alla guerra civile. Mentre infatti da una parte i fascisti moderati avrebbero voluto evitare il conflitto con i partigiani, dall’altra il comando partigiano e il Pci non volevano assolutamente la pace, come dimostrarono in più occasioni, e condussero una serie di attentati terroristi – non di azioni di guerra – contro esponenti fascisti, per esasperare i fascisti e causarne la reazione. I comunisti in questo modo speravano che la popolazione si sollevasse contro tedeschi e fascisti, cosa che non avvenne mai. Se non fossero arrivati i loro alleati americani, probabilmente ancora si starebbe combattendo. In questa logica rientra anche l’attentato terrorista di via Rasella. Il primo a cadere fu proprio Ghisellini, cui seguirono Aldo Resega, federale di Milano, Eugenio Facchini, federale di Bologna, e Arturo Capanni, federale di Forlì; tutti uomini di pace, tutti fascisti, tutti assassinati in azione criminali e terroriste dai partigiani rossi. Per questo i partigiani presero a colpire obiettivi fascisti, meglio se indifesi come Ghisellini, allo scopo di provocare la “rivoluzione” comunista che invece non ci fu mai. Gli omicidi politici da parte dei partigiani, come è noto, proseguirono anche a guerra ampiamente conclusa, finché lo stesso Togliatti non fu costretto a intervenire facendo cessare il bagno di sangue. Tornando a Ghisellini, era nato in provincia di Ferrara nel 1895, quindi era alla soglia dei 50 anni, e nel 1915 si arruolò volontario nella grande Guerra, dove servì come ufficiale degli Arditi. Ferito più volte, tornò sempre al fronte, l’ultima volta abbandonando di nascosto l’ospedale dove era in convalescenza. Nel 1921, insieme con i fratelli, di iscrisse al Partito nazionale fascista e partecipò alla Marcia su Roma. Successivamente conseguì ben tre lauree, una in Veterinaria, una in Chimica e l’altra in Farmacia. Divenne consigliere comunale a Cento, esercitando intanto la professione di veterinario. Nel 1936 partì volontario per la guerra d’Etiopia e successivamente per la guerra di Spagna. Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Ghisellini, con il grado di seniore della Milizia Volontaria Sicurezza nazionale, fu inviato sul fronte croato, dove combatté al fianco degli ustascia in missioni di controguerriglia. Nel 1943 tornò in Italia, dove aderì alla Repubblica Sociale italiana venendo nominato da Alessandro Pavolini federale di Ferrara.

Ghisellini fu assassinato a tradimento e gettato in un fosso

Ghisellini girava da solo, con una auto 1100, con la quale percorreva tutti i giorni la strada da Ferrara a Casumaro. E fu qui che in un vigliacco agguato fu assassinato dai partigiani dei Gap con sei colpi di pistola la sera del 13 novembre 1943. Aveva dato un passaggio a tre uomini in divisa fascista, uno dei quali, seduto dietro, gli aveva sparato alla nuca. Il suo corpo fu abbandonato in un fosso a Castello d’Argile. Il giorno successivo la notizia, dopo il ritrovamento del corpo, giunse a Verona, al Congresso del Partito fascista repubblicano, dove lo stesso Ghisellini sarebbe dovuto andare. L’assassinio era una chiara provocazione a freddo dei partigiani, che intendevano scatenare un conflitto sanguinoso. Un commosso Pavolini annunciò la notizia ai congressisti, giurando vendetta. E così fu: una spedizione partì per Ferrara: furono arrestate 74 antifascisti ferraresi e 11 di essi furono poi fucilati il 15 novembre. Iniziava la guerra civile, così come sperato dai comunisti. L’omicidio era stato compiuto dai cosiddetti Gruppi di azione patriottica, successivamente rivendicato dalla stessa Unità il 15 dicembre e confermato definitivamente nel 1983 da Spero Ghedini, ex partigiano ed ex sindaco di Ferrara, che disse proprio che il motivo dell’omicidio fu l’azione pacificatrice di Ghisellini nella provincia, da lui però definita “subdola”. Ghedini negò anche ogni pista conducente a faide fasciste, tesi che alcuni comunisti avevano diffuso. Metodo utilizzato dalle sinistre anche dopo la guerra: il caso più eclatante è quello della strage di Primavalle, attribuita imediatamente da giornali di regime e partiti di sinistra a una faida fascista, menzogna poi smascherata dagli stessi esecutori materiali del rogo, comunisti doc. E’ chiarissima dunque la responsabilità materiale e morale dell’omicidio di Ghisellini e del bagno di sangue che ne seguì. Ghisellini, uomo di pace, per il suo servizio nell’esercito italiano, si è fregiato di ben tre medaglie d’argento al valor militare, tre di bronzo, oltre a moltissime altre onorificenze italiane ed estere, tra cui la Cruz de la guerra spagnola. A Ghisellini, subito dopo l’omicidio, fu intitolata la XXIV Brigata Nera di Ferrara e, nel 2008, il comune di Cento gli ha dedicato una via.

di: Antonio Pannullo @ 18:08


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