Feb 20 2019

Con i nostri 50 centesimi allo straniero del supermercato alimentiamo il racket della mafia nigeriana

“Capo, amico!”. Ormai è qualche anno. Siamo sempre più abituati a vedere davanti ai supermercati dove facciamo la spesa tutti i giorni degli stranieri, soprattutto africani, che ci chiedono l’elemosina. Prendono servizio alle 8,30 e smontano nel pomeriggio, a orario variabile. Non sono sempre gli stessi, ogni tanto cambiano. È un’invasione silenziosa, benevola, si mettono a disposizione con gli anziani, caricano la spesa in macchina, riportano il carrello. Sono sempre gentili e raccontano la solita storia, ti fanno vedere i documenti di soggiorno e dicono che stanno in regola. Chi è il meschino che non gli dà almeno 50 centesimi o un euro? In una giornata accattonano anche cento euro. Esentasse. Pochi hanno notato che i rom, che prima facevano questo mestiere, sono stati di fatto esautorati. E anche qualche italiano che ha provato a chiedere l’elemosina di fronte a uno dei 57mila punti vendita in Italia, è stato bruscamente allontanato, anche con minacce pesanti, secondo le testimonianze raccolte. Addirittura un africano, dopo aver cacciato un disoccupato italiano, a Taranto, ha intimato al direttore della struttura di cacciare tutti fuorché loro, altrimenti avrebbero fatto sapere di essere stati vittima di un atto di razzismo. Questa gente riesce anche a sfruttare la nostra idiozia. Chiediamoci alcune cose. I documenti di soggiorno gli sono stati dati per fare accattonaggio e vagabonaggio sul territorio italiano? In secondo luogo, le piazzole antistanti i supermercati di chi sono? I direttori dei supermercati danno loro l’autorizzazione per chiedere l’elemosina? Perché la sera i cassieri acconsentono a cambiare gli spiccioli in banconote fruscianti? Questi stranieri si sa da dove vengono, dove dormono, e dove vanno la sera? Inoltre c’è da considerare che si trovano non solo davanti alle grandi distribuzioni ma anche davanti ai bar-tabacchi, pasticcerie, rosticcerie, etc. di una certa importanza e comunque in tutti i centri commerciali. Davanti a ogni supermarket c’è un africano, ovunque, ormai fanno parte dell’arredo urbano, non ce ne accorgiamo nemmeno. Le cifre sono da capogiro: decine di migliaia di stranieri, molti dei quali certamente clandestini, che rastrellano 50/100 euro per uno, con un introito netto che va dai 50 ai 100mila euro al giorno. Al giorno. Un giro d’affari spaventoso.

Probabilmente la mafia nigeriana dietro a questo ennesimo racket

Difficile pensare che dietro a questo ennesimo business regalatoci dai governi di sinistra, dalle ong, dalle organizzazioni caritatevoli e dal Vaticano, non si sia dietro un vero e proprio racket. Una mafia a cui questi sfortunati africani ogni sera consegnano il 90 per cento degli introiti, o per estorsione pura o per ripagare il prezzo del viaggio dalla Libia in Italia. Ogni centesimo che diamo loro rafforziamo la mafia nigeriana, che verosimilmente è dietro a questo gigantesco affare, ma non ci poniamo il problema del danno che fanno all’Italia e agli italiani. Molte volte, inoltre, si sono verificate risse furibonde tra stranieri per la conquista della piazza, anche se da tempo non se ne verificano più, segno evidente che la situazione è stata normalizzata da un’organizzazione superiore. Alcuni politici,m soprattutto di Fratelli d’Italia, hanno presentato interrogazioni su questo preoccupante quanto sotterraneo fenomeno, ma la cosa non è andata oltre. Le forze dell’ordine non intervengono più di tanto, perché per ogni africano allontanato un altro prende il suo posto e poi le contravvenzioni, a chi farle? a chi recapitarle? dato che molti sono senza fissa dimora. Questo racket di stranieri, come si è detto con tutta probabilità nigeriani, tolgono risorse ai veri poveri e alimentano il traffico e gli affari della montante mafia nigeriana. L’intervento deve essere organico e deve venire dall’alto, altrimenti non se ne esce. Non ci risultano inchieste della magistratura in corso, a parte una della procura di Milano chiamata Baseball cup, che non sappiamo comunque se sia andata avanti. La soluzione sarebbe quella di allontanare tutti questuanti dalla proprietà, anche esterna, dei supermercati, ma è chiaro che le direzioni degli esercizi non possono essere lasciate da sole in una battaglia che potrebbe essere pericolosa, lo Stato si deve schierare decisamente. Anche perché non siamo di fronte a una guerra tra poveri, ma a un vero e proprio affare, pari alla prostituzione o al traffico di droga, che sta danneggiando gravemente le fasce più deboli della popolazione, nel disinteresse della gente, che anzi, spesso, alimenta inconsapevolmente questo racket con i suoi 50 centesimi al “povero africano” coi quali si scarica la coscienza, ignorando che il poveretto è l’ultimo anello di una catena di criminalità che sta silenziosamente ma sistematicamente invadendo il nostro disgraziato Paese. Di tasse obbligatorie ne abbiamo sin troppe, non abbiamo bisogno di un’altra tassa obbligatoria da versare quando entriamo e usciamo da un bar o da un supermercato. Ci aspettiamo che qualche politico o qualche magistrato di buona volontà di decida ad aprire un’inchiesta seria su un fenomeno che probabilmente è più vasto e radicato di quello che sembra. La Dia ha dinostrato l’esistenza della mafia nigeriana. Ora ci dobbiamo dare da fare per sgominarla. Ci bastano e avanzano le mafie di casa nostra.

di: Antonio Pannullo @ 18:26


Feb 20 2019

L’ex-magistrato Saguto alla sbarra: «Ecco chi sono i colleghi che mi chiesero favori»

Una deposizione fiume, tirando in ballo decine di altri colleghi magistrati, per ribadire con forza che lei, Silvana Sagutoex-presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, ora a processo a Caltanissetta con l’accusa di associazione a delinquere, corruzione per atto contrario ai doveri di ufficio, induzione a dare o promettere utilità, abuso d’ufficio, non c’entra nulla con quelle accuse che le sono piovute addosso da più parti, soprattutto da chi la conosceva molto bene, come il suo caposcorta per 15 anni.

L’esordio della Saguto alla sbarra, davanti ai pm Maurizio Bonaccorso e Claudia Pasciuti che l’accusano di aver guidato una sorta di “cerchio magico” per l’amministrazione dei beni giudiziari, è un capolavoro mediatico: «La mia carriera in magistratura – lascia cadere la magistrata considerata una specie di zarina dei beni sequestrati – nasce nel 1981 e ho avuto tra i miei maestri magistrati come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone e Rocco Chinnici. In quegli anni eravamo in piena guerra di mafia».

Guidata dalle domande del suo avvocato Ninni Reina, lei, che certo non ha bisogno di suggeritori per muoversi agevolmente in un’aula di un Tribunale, sia pure, stavolta, dalla parte dell’imputato, ripercorre la sua lunga carriera giudiziaria finita improvvisamente contro un muro quando quelle voci che circolavano da tempo nei Tribunali si sono fatte via via più insistenti e consistenti diventando un’accusa processuale.

«Come prima funzione sono andata a Trapani – ricorda la Saguto rispondendo alle domande del suo difensore – Per una sorta di destino, ho fatto misure di prevenzione dal primo minuto in cui sono entrata in magistratura. Si capì subito che il modo di attaccare la mafia era quello di attaccare i patrimoni. Non vorrei per nulla sminuire la lotta alla mafia, ma posso dire, in base alla mia esperienza, che i mafiosi odiano perdere i loro patrimoni».

La Saguto si ritiene una specie di Nobel dell’amministrazione dei beni giudiziari, una donna nata per fare proprio questo lavoro e farlo al meglio e cita, ad esempio e a sostegno della sua tesi, le molte volte che la ex-presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Rosy Bindi ha elogiato il suo lavoro. Ma all’epoca molte cose dovevano ancora venire fuori. Per non dire del cortocircuito che, a un certo punto, si è creato nel circo Barnum dell’Antimafia da salotto.

Non si può dire che la Saguto non si sia preparata a fondo, in maniera pignola e quasi maniacale, per replicare alle accuse dei pm che la stanno processando. Snocciola cifre e dati – «da quando sono tornata alla Sezione Misure di prevenzione al Tribunale di Palermo c’è stato un aumento del 400 per cento delle misure. Non lo dico io, ma è un dato del Ministero che ci ha chiesto il valore dei beni sequestrati e confiscati che amministravamo. Noi amministravamo il 45 per cento delle misure di prevenzione di tutta Italia» – e ricorda alla Corte come Cosa Nostra avesse progettato di ucciderla: «Ricordo che una volta fui raggiunta a Piano Battaglia, dove ero in vacanza con la mia famiglia, e portata via perché c’era una intercettazione di un latitante che diceva che dovevo saltare in aria».

Ma i suoi ex-colleghi magistrati che ora la stanno processando a Caltanissetta non le imputano né di aver lavorato poco né di aver aiutato la mafia quanto, piuttosto, di aver agevolato un gruppo di persone, fra cui il marito, a un certo punto divenuto collaboratore dell’avvocato Seminara, per gestire, con guadagni stratosferici il business delle misure di prevenzione con incarichi che andavano, guarda caso, sempre agli stessi soggetti.

In piazza sono così finiti gli stipendi dei due coniugi – lei 5.500 euro al mese come magistrato, 1.500 ero lui come insegnante al Cnos – ma, soprattutto, le esosissime parcelle che la corte di incaricati, scelti dalla Saguto, staccava. Ed è finita la vita da nababbi che la famiglia della Saguto, figli compresi, faceva, secondo quanto ha raccontato il suo ex-caposcorta ai magistrati.

Ha buon gioco, ora, al processo, Silvana Saguto a squadernare, con uno studiato Coup de théâtre, sul tavolo della Corte di Caltanissetta, la sua vecchia agendina con i nomi di quelli che hanno fatto pressioni su di lei per ottenere incarichi nella gestione delle misure di prevenzione: «L’altra sera ho ritrovato per caso l’agenda in cui mettevo i biglietti che ricevevo ogni giorno – rivela accendendo l’attenzione della Corte – Mi venivano segnalati gli amministratori giudiziari da nominare. Anche da parte di colleghi magistrati. La consegnerò al Tribunale questa agenda».
E inizia a fare un elenco di persone: «Intanto, le segnalazioni arrivavano dai miei colleghi: La Cascia, Guarnotta, D’Agati, Tona. Ma c’erano anche avvocati che mi facevano segnalazioni. Persone di fiducia. Con i beni sequestrati lavoravano anche i figli di miei colleghi, ad esempio dei giudici Ingargiola e Puglisi. Ma non solo. Il fratello di Vittorio Teresi lavorava con l’amministratore giudiziario Collovà. Ma non è un pregiudizio, accadeva così», cerca di sostenere l’ex-presidente della sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Palermo.

E, a rincarare la dose: «In questa agenda ci sono tutti. Tutti mi facevamo segnalazioni. Io chiedevo solo che fossero persone qualificate, soprattutto persone che provenivano dal Dems, il corso voluto dai professori universitari Fiandaca e Visconti – dice elencando i nomi – Marco Nicola Luca, Stefano Mandalà, non so chi siano, provenivano dal Dems». Un siluro che avrà, di certo, conseguenze processuali.

di: Silvio @ 16:55


Feb 20 2019

Ponte Morandi, giù la seconda trave. Ora si studia l’uso dell’esplosivo (video)

È iniziata stamattina alle 11 la discesa della trave 7 del Ponte Morandi a Genova, la seconda trave tampone ad essere smantellata dal troncone ovest. Si tratta di un’operazione gemella rispetto a quella avvenuta il 9 febbraio scorso. Anche in questo caso il tempo calcolato per calare la sezione del viadotto, da oltre 40 metri di altezza, è di circa 8 ore: la discesa è iniziata al termine del taglio dei “denti” su cui poggia l’impalcato, portato a termine nella notte.

Per il Ponte Morandi dubbi sull’utilizzo dell’esplosivo

Questa volta, a differenza di 10 giorni fa, non è stato necessario effettuare il collaudo. La stessa operazione verrà effettuata su tutte le altre travi gerber sul lato ponente, che verranno calate a terra e messe a disposizione della Procura. Intanto in mattinata in prefettura si è riunita la commissione tecnica che dovrà decidere sull’utilizzo o meno di esplosivi per abbattere la pila 8 del ponte. La commissione è stata aggiornata al prossimo 4 marzo per effettuare ulteriori approfondimenti sull’operazione.

Video

di: Annamaria Gravino @ 16:46


Feb 20 2019

Omicidio Serena Mollicone, parla il papà Guglielmo: “La mia bambina avrebbe potuto essere salvata”

Dopo 17 anni arriva una speranza di giustizia per Serena Mollicone, la ragazza 18enne aggredita brutalmente e lasciata morire ad Arce. L’ultima volta che fu vista viva stava entrando nella caserma dei carabinieri, come testinmoniò il piantone dell’epoca, Santino Tuzi, poi suicidatosi in circostanze assolutamente oscure,sulle quali andrebbe fatta chiarezza. ”Spero e voglio credere che dopo tutto questo tempo, ben due opposizioni alla richiesta di archiviazione e anni e anni di indagini venga fatta finalmente giustizia. L’informativa depositata in Procura a Cassino dai carabinieri è una relazione finale dove l’Arma fa una sintesi delle indagini svolte e trae le sue conclusione. Una sintesi che non aggiunge niente in termini di prove. Sono considerazioni che potranno essere discusse ed esaminate ma non sono elementi certi. Il prossimo passaggio è la notifica di conclusione delle indagini preliminari ai 5 indagati che ci permetterà di avere accesso agli atti”. È infatti quanto sottolinea all’Adnkronos Dario De Santis, legale della famiglia di Serena Mollicone, la 18enne di Arce (Frosinone) uccisa nel 2001. Un omicidio che a distanza di 17 anni rimane senza un colpevole e che vede indagati, l’ex comandante della stazione dei carabinieri di Arce Franco Mottola, insieme con la moglie e il figlio, tutti accusati di omicidio volontario e occultamento di cadavere. Indagati anche due carabinieri in servizio nel 2001 ad Arce, Vincenzo Quatrale, accusato di concorso morale nell’omicidio, e Francesco Suprano, di favoreggiamento.

“Serena troverà finalmente pace, dopo più di 17 anni”. Guglielmo Mollicone, parlando con l’Adnkronos, ripercorre il caso della figlia, scomparsa il 1 giugno del 2001 e ritrovata cadavere due giorni dopo nel bosco di Fonte Cupa ad Anitrella con un sacco in testa, stretto con nastro adesivo, carta in bocca, oltre a mani e piedi legati. “La verità sta uscendo fuori, nonostante i depistaggi” dice, commentando quanto trapelato dalla relazione conclusiva dei carabinieri del comando provinciale di Frosinone e dai colleghi dei Ris, depositata ieri pomeriggio in Procura a Cassino. “Ho sempre avuto il timore che potessero anche scappare, ora devono pagare, voglio che li arrestino. Temo che possano scappare anche con dei passaporti falsi”. Secondo l’ultima perizia la ragazza nel corso di una lite avrebbe sbattuto la testa contro una porta degli alloggi in disuso nella caserma. “Per me non è stato soltanto il figlio dell’ex comandante della stazione dei carabinieri locale, come sostengono gli inquirenti nell’informativa, perché il giovane potrà avere anche avuto uno scatto d’ira, ma la mia bambina poteva essere salvata e, invece, è morta soffocata. Serena ha perso tanto sangue, non respirava. È morta dopo 4 o 5 ore e, non per il colpo ricevuto, ma per il sacchetto in testa che non le permetteva di respirare. Per me la colpevolezza è anche dei genitori. L’ho sempre detto”. “Colpevoli di sicuro moralmente per me anche i militari presenti, due, uno è morto – conclude il papà -, che l’avranno sentita urlare e non sono intervenuti. Da un tutore dell’ordine, sinceramente, mi aspetto di più”.

Ma i legali di Mottola continuano a negare: “Le nostre controperizie, che saranno depositate al momento opportuno, scardinano le ipotesi della procura”. Lo afferma l’avvocato Francesco Germani, legale dell’ex comandante della stazione dei carabinieri di Arce Franco Mottola, della moglie e del figlio, tutti accusati di omicidio volontario e occultamento di cadavere in relazione al delitto di Serena Mollicone. Dalle controperizie della difesa emerge che l’omicidio di Serena “non è avvenuto in caserma, non c’è nessun elemento che lega la famiglia Mottola al cadavere e alla porta” contro la quale, secondo la tesi che accusa i Mottola, avrebbe sbattuto la ragazza. “La lesione sulla porta non corrisponde neppure in altezza a Serena” continua l’avvocato. “Tutti gli accertamenti irripetibili svolti alla nostra presenza hanno avuto esito assolutamente negativo, non c’è stato nessun riscontro che lega i Mottola alla morte di Serena”, sottolinea Germani. Però il legale di Mottola dimentica il suicidio di un carabiniere, nel 2008, lo stesso carabiniere che aveva aperto la porta della caserma, al citofono, a Serena che veniva a denunciare il traffico di droga nel paese, nel quale sarebbe stato coinvolto proprio il figlio del maresciallo Mottola. Suicidio dalle modalità strane, con un colpo al cuore, sbrigativamente liquidato come tale, ma il cui caso è stato poi successivamente riaperto per le insistenze della famiglia del carabiniere, secondo cui il giovane non aveva alcun motivo per suicidarsi. Malgrado la difesa, sembra davvero che la questione stia per concludersi: anche perché il padre Guglielmo ne ha diritto (la madre morì quando Serena aveva sei anni), un padre a cui fu impedito dai carabinieri persino di assistere al funerale della figlia: lo andarono  addirittura a prelevare in chiesa per portarlo alla stazione senza alcun motivo valido. E i misteri sono tanti nella morte di Serena: prima il luogo dove fu ritrovata, in un boschetto, luogo già perlustrato dai carabinieri che non videro il corpo, corpo che fu visto poco dopo da alcuni volontari. Poi il giallo del cellulare di Serena, trovato in un cassetto a casa della ragazza, cassetto che era già stato controllato dai carbinieri. Malgrado depistaggi, omertà, reticenze, arresto un innocente, finalmente quialcosa si muove. Secondo la perizia di qualche mese fa, la ragazza è stata massacrata nella stazione, sbattuta contro il muro e infine soffocata con un sacchetto intorno alla testa e portata nel boschetto dell’Anitrella dove poi fu ritrovata. Serena per le botte perse i sensi, e il suo assassino ha creduto che fosse morta, ma così non era. E l’ha soffocata. La tanatologa Cattaneo a tal proposito spiega nella sua relazione: “E’ ragionevole pensare che prima di essere coperto dal sacchetto di plastica, il volto sia stato esposto per un periodo di tempo perchè le mosche deponessero le uova”. Inoltre la dottoressa ha scoperto che prima di essere colpita Serena si è difesa strenuamente. Sono emersi infatti ematomi risalenti a poco prima della morte. Come scrive Frosinonetoday, “Serena è stata presa a calci, pugni e strattonata e sbattuta con la testa contro la porta dell’alloggio della caserma, come risulta dopo le tante analisi effettuate per accertare la precisa compatibilità. Una violenza infinita e senza un motivo. I colpi sferrati a mani nude sulla porta, secondo la dottoressa Cattaneo appartengono con molta probabilità alle nocche dei due uomini indagati. Quanto al suicidio del carabiniere, di cui dicevamo prima, è stato anche quello che ha impedito che la vicenda fosse insabbiata: nel 2008, come detto, il brigadiere che indagava sul caso si uccide. Santino Tuzi, viene trovato morto nella sua macchina colpito da un colpo di pistola al cuore Ma la famiglia non accetta questa versione anzi negano che Tuzi avesse problemi tali da portarlo al suicidio. Si fa strada l’ipotesi che la morte del brigadiere potrebbe essere collegata al caso di Serena Mollicone. Infatti pochi giorni prima Tuzi era stato ascoltato in Procura, dove aveva dichiarato ai magistrati che, il giorno della scomparsa, Serena Mollicone si era proprio recata alla stazione dei carabinieri. Tuzi racconta infatti che poco dopo le 11 risponde al citofono della caserma, e che a suo parere si trattava di Serena Mollicone. In realtà alle stazioni i carabinieri prima di aprire chiedono nome e cognome. Dopo aver ricevuto l’autorizzazione la fa entrare. A dare l’autorizzazione secondo Tuzi è qualcuno che si trova nell’appartamento privato del comandante della stazione dei Carabinieri di Arceil maresciallo Franco Mottola. Ora ci uniamo all’appello di papà Guglielmo: i colpevoli non debbono poter scappare.

 

di: Antonio Pannullo @ 16:18


Feb 20 2019

Ruspe dell’esercito in azione nel ghetto dell’illegalità dei “richiedenti asilo” nel Foggiano

Ruspe dell’esercito in azione in Puglia: è in corso lo sgombero della baraccopoli di Borgo Mezzanone, in provincia di Foggia, il grosso insediamento abusivo noto come ”ex pista” e nato accanto al centro di accoglienza richiedenti asilo (Cara). Le operazioni di demolizione, riferiscono fonti del Viminale, sono eseguite dall’11° Reggimento genio guastatori di Foggia e sono supportate da personale di Enel, Arpa Puglia e Regione Puglia. In tutto sono impegnate circa 200 persone. Le attività sono  coordinate da un’apposita cabina di regia insediata nel Cara. Per il momento sono stati abbattuti quattro immobili. Proprio a Borgo Mezzanone era stato rintracciato uno dei pusher di Desirée Mariottini e in un’altra occasione alcuni poliziotti erano stati circondati dagli immigrati. Impegnati  carabinieri, polizia e guardia di finanza a cui è stata delegata dalla Procura della Repubblica. Inoltre, secondo quanto si apprende, è previsto l’utilizzo di ruspe per l’abbattimento di alcuni manufatti, ma solo per alcuni obiettivi specifici. Il sequestro preventivo di alcuni immobili abusivi che venivano utilizzati per attività illecite è stato disposto dal gip del tribunale di Foggia, su richiesta della Procura. I reati per cui si procede vanno dall’occupazione abusiva di terreni pubblici al furto di energia elettrica fino a violazioni in materia ambientale con pregiudizio per la salute pubblica. Dalle indagini sono emerse altre e più gravi ipotesi di reato.  L’operazione viene denominata Law and Humanity.

Al blitz, deciso per ripristinare la legalità “nel rispetto dei diritti e della dignità delle persone”, come scrive la Procura in una nota, sta dando il suo apporto appunto anche l’Esercito. Il coordinamento dei servizi di ordine pubblico è svolto dalla Questura di Foggia. Il procedimento penale è partito dopo due incendi verificatisi nel ghetto di Borgo Mezzanone il 30 ottobre e l’1 novembre scorso che hanno causato la morte di un cittadino extracomunitario e il ferimento con ustioni di altri migranti. L’area in cui si sono sviluppati gli incendi è di proprietà dell’Aeronautica militare in fase di passaggio all’Agenzia del Demanio, si estende per ben 165 ettari ed è collocata tra i territori di Foggia e Manfredonia vicino al Cara. La baraccopoli è priva di qualsiasi presidio di sicurezza. Anche ricostruire la causa degli incendi è difficile perché la zona è popolata abusivamente da circa 2000 persone che vivono in condizioni di assoluta precarietà e al di sotto degli standard minimi di dignità. In particolare le baracche sono realizzate con materiale facilmente infiammabile e sono rifornite di energia elettrica con cavi volanti e male isolati che sfiorano il terreno, spesso in prossimità di pozze d’acqua. I manufatti sono riscaldati con bombole di gas acquistate illegalmente e prive di ogni manutenzione e sono costellati da cumuli di rifiuti, tutte situazioni che creano un concreto pericolo di ulteriori incendi.

”Il sequestro odierno non riguarda immobili o baracche adibiti ad abitazione”. E’ quanto precisa la Procura della repubblica di Foggia, in relazione allo sgombero in corso da stamane nel ghetto di Borgo Mezzanone, nel territorio tra Manfredonia e Foggia. Nella baraccopoli si trovano migranti appartenenti a diverse etnie stabilitisi da tempo anche per la vicinanza con il Cara, il centro di accoglienza richiedenti asilo. Secondo quanto accertato dalla Procura e dalle forze dell’ordine nella baraccopoli si svolgono svariate attività illecite. L’insediamento abusivo costituisce terreno fertile per il fenomeno del caporalato e dello sfruttamento del lavoro, specie in agricoltura, oltre che per lo spaccio di sostanze stupefacenti, la prostituzione gestita da organizzazioni criminali, la ricettazione e la rivendita di beni rubati e per altre attività illecite, solo in apparenza meno gravi, come l’esercizio abusivo di ristoranti, bar e rivendite di generi alimentari. Il fatto che l’area, anche se a condizioni pericolose e inumane di vita, soddisfi l’esigenza abitativa di migliaia di persone ha indotto la Procura della Repubblica ad adottare una strategia graduale di intervento e capace di contemperare i diversi interessi in gioco. Il sequestro in corso, infatti, riguarda alcuni edifici ed ambienti in cui si svolgono le attività illecite con la finalità di spezzare il circuito tra criminalità, sfruttamento delle persone e mancato riconoscimento dei diritti umani. Il nome dell’operazione, ‘Law and Humanity’, spiega la Procura ”vuole esprimere il convincimento sulla possibilità e doverosità di coniugare l’accoglienza dei migranti con il rispetto della legalità e della dignità umana”.

 

 

di: Antonio Pannullo @ 16:17


Feb 20 2019

Polizia penitenziaria, quel concorso interminabile che da 11 anni angoscia i concorrenti

Il club Uomini e Donne della Sicurezza (Uds), associazione maggiormente rappresentativa per gli appartenenti alle Forze Armate e dell’Ordine, vuole rappresentare la situazione che da undici lunghi anni perseguita la dignità sia morale che personale del Corpo della Polizia penitenziaria. Questa associazione da due anni segue le dinamiche di questo interminabile concorso di vice ispettore e ricorda in una nota: “Il bando di concorso è stato pubblicato nel Bollettino Ufficiale del Ministero della Giustizia N.11 del 15 giugno 2008; Entro due anni dalla pubblicazione nel rispetto di un decreto ministeriale “DM 7 novembre 1997” si sarebbero dovute terminare le fasi concorsuali, mentre il corso ha preso il via solo nel settembre del 2018; Il bando sopra indicato prevede il rientro in sede – alla presenza di carenza del ruolo – per tutti i partecipanti e conseguentemente, se le procedure concorsuali fossero terminate in tempi ragionevoli, il taglio agli organici imposto dall’emanazione del decreto “Madia”1, non avrebbe generato situazioni di esubero nelle piante organiche delle sedi penitenziarie. Decreto che è entrato in vigore mentre ancora si svolgevano le fasi terminali della procedura concorsuale e a pochi mesi di distanza dall’avvio del relativo corso di formazione.  Con quest’atteggiamento l’Amministrazione ha negato di fatto la possibilità di progressione in carriera e addirittura la partecipazione al concorso, appena bandito, nel ruolo iniziale di vice commissario, configurabile come “perdita di chance”. Quello che a tutt’oggi si sta registrando – sottolinea ancora l’Us – é la continuità di un atteggiamento percepito quale mancanza di rispetto per i tanti vincitori, che quotidianamente si rivolgono al Club Uds chiedendoci di intervenire al solo fine di comprendere le motivazioni per le quali ancora oggi non si conoscono i criteri dell’assegnazione nelle sedi e quelle eventualmente individuate dall’Amministrazione centrale. Il direttore generale del personale nel mese di luglio del 2018 annunciava che entro il 15 di ottobre, dello stesso anno, avrebbe consegnato la lista delle sedi ritenute a disposizione dei vincitori ma, ancora oggi non è pervenuto esito. Alla fine del mese di ottobre veniva fatto sapere che entro dicembre si sarebbero conosciute le modalità di assegnazione ma, anche in questo caso, non si è avuto esito. Nel mese di gennaio il direttore generale del personale, con nuova nota, faceva sapere che avrebbe sciolto il nodo assegnazioni e si è in attesa di determinazioni. Recentemente è stata avviata dalla direzione generale del personale e delle risorse, una ricognizione per conoscere le sedi di preferenza dei partecipanti, ma ad oggi l’Amministrazione non ne ha condiviso le risultanze, poiché la riunione di confronti con la parte sindacale – fissata per il 13 febbraio – per motivi a noi sconosciuti non ha avuto luogo. “Peccato anche che a tutt’oggi – conclude Uds – a ridosso della fine del corso2, i partecipanti non conoscono le sorti della loro vita con evidenti risvolti sul piano familiare, anche per valutare ponderatamente le eventuali decisioni, oseremmo affermare nel rispetto di 978 famiglie che non comprendono le finalità di tale atteggiamento. L’associazione, in considerazione dei tanti proclami di cambiamento della nuova epoca politica, dichiaratasi vicina ai bisogni dei cittadini, rispettosa dei diritti sia soggettivi che oggettivi di ogni singolo individuo un intervento politico risolutivo e che in brevissimo tempo metta fine a quest’interminabile telenovela che a breve rischia di superare Beautiful, dando anche ai vincitori e alle loro famiglie quella serenità sul rispetto – da parte dell’Amministrazione – delle legittime aspettative, oggi poste in stato di lesione dalla durata irragionevole della procedura concorsuale”.

di: Antonio Pannullo @ 15:28


Feb 20 2019

Padre Graziano libero subito? “Dio sa che sono innocente, prego la Cassazione…”

“L’avere ottenuto il vaglio della Cassazione è già un grossissimo risultato vista la difficoltà attuale in cui i ricorsi in Cassazione vengono quasi sempre giudicati inammissibili”. Riziero Angeletti, l’avvocato difensore di padre Graziano condannato a 25 anni di omicidio per il quale la Corte di Cassazione si dovrà oggi pronunciare in via definitiva, si mostra ottimista sull’esito del giudizio. “Riteniamo di avere fatto moltissimo – prosegue il legale – Speriamo che alcune di queste pagine annulli la sentenza rinviando alla Corte d’Assise d’Appello di Firenze per un nuovo giudizio. Siamo in presenza sempre di un processo indiziario basato su deduzioni in cui gli elementi indiziari solidificati non hanno superato i principi di precisione e convergenza”.

La Corte di Cassazione si dovrà pronunciare in via definitiva sul sacerdote congolese, accusato di aver ucciso Guerrina Piscaglia, casalinga 50enne di Ca’ Raffaello, nel comune di Badia Tedalda nell’aretino, con cui avrebbe avuto una relazione sentimentale, misteriosamente scomparsa nel nulla il 1° maggio 2014.  Padre Graziano, alla vigilia ha detto: “Dio sa che sono innocente”. Il marito di Guerrina Piscaglia, Mirco Alessandrini, si è sfogato: “Se lo liberano è una vergogna”.

Intanto, secondo il legale, Padre Graziano in questo momento è in ‘comunione di preghiera’ con gli altri religiosi presso il convento dei frati premostratensi” mentre attende la decisione della Corte di Cassazione sulla conferma o meno della sua condanna. E spera nella liberazione immediata in caso di processo da rifare.

di: Luca Maurelli @ 15:26


Feb 20 2019

Sorpresa: Christian Raimo si ravvede e riconosce che a destra si legge e si studia più che a sinistra

Sorpresa: a destra si legge, a destra si stampano libri. Lo stereotipo del neofascista rozza e ignorante viene ribaltato. E a farlo è il docente antifascista doc Christian Raimo, autore del libro “Ho 16 anni e sono fascista. Indagine sui ragazzi e l’estrema destra” (Piemme). In quel testo sosteneva con una forte dose di pressappochismo che i giovani di destra erano tutti come Luca Traini, il giovane che sparò ai neri a Macerata per vendicare la morte di Pamela Mastropietro. Un giudizio che evidentemente ha voluto in qualche modo correggere con un post su Fb di questo tenore: “Mentre a sinistra nasce pochissimo, la rete degli editori fascisti, neofascisti, di destra, sovranisti, nazionalisti, anarchici di destra, tradizionalisti, conservatori, si sta ampliando. Altaforte, Eclettica, Il Primato Nazionale, AGA, Ferrogallico, Bietti, Idrovolante, Passaggio al bosco, Giubilei… I fascisti, i neofascisti tradizionalisti, i destrorsi, non sono ignoranti, leggono, studiano, scrivono, formano una classe intellettuale. Sta a chi li contrasta leggere, studiare, scrivere di più, avere più idee e più intelligenza”. Come dire: “cari compagni, qua gli ignoranti siete voi. Rimettetevi a studiare”. Il riconoscimento che la sinistra, andando avanti con le vetuste e logore parole d’ordine della demonizzazione dell’avversario, non farà molti progressi, anzi resterà avviluppata in una afona staticità. Un post che suona anche come un’autocritica da parte dello stesso Raimo il quale ancora a novembre in tv accusava la classe dirigente al governo di non avere studiato… Il giovane editore Francesco Giubilei, che è anche presidente della Fondazione Tatarella, ha commentato a sua volta il post di Raimo: “Mi segnalano uno status dello scrittore e giornalista Christian Raimo in cui si dice preoccupato per la crescita degli editori di destra in Italia. D’altronde Raimo se ne è accorto da tempo visto che da anni pubblica i suoi libri con le case editrici di Berlusconi che proprio di sinistra non è”.

di: Annalisa Terranova @ 15:16


Feb 20 2019

Rinvio a giudizio per Polverini e Cetica, la Confintesa si costituisce parte civile

A seguito del rinvio a giudizio di Renata Polverini e Stefano Cetica che, secondo l’accusa del pm, hanno utilizzato carte di credito intestate al sindacato Ugl per spese non inerenti all’attività sindacale, il sindacato Confintesa si è costituita parte civile nel processo iniziato nel mese di gennaio contro i due ex segretari generali di Ugl. Il giudice Claudia Nicchi ha accolto la richiesta di Confintesa ritenendo valide le argomentazioni presentate da Confintesa che, al tempo dei fatti contestati agli imputati, aveva in atto un sodalizio tra la federazione Intesa Fp e Ugl e quindi è legittimata a chiedere un eventuale risarcimento di danni materiali e di immagine subito a causa di quanto contestato alla Polverini e al Cetica dai magistrati e da quanto emergerà dal procedimento in corso. Ciò che rimane inspiegabile non è tanto l’opposizione degli imputati affinché venisse accettata la presenza nel processo di Confintesa quanto la posizione assunta dai legali dell’altra parte offesa, l’Ugl, che ha cercato, inutilmente, di impedire a Confintesa di costituirsi parte civile ed eventualmente poter essere risarcita dagli imputati. La prossima udienza è fissata per il mese di maggio.

di: Antonio Pannullo @ 14:58


Feb 20 2019

Australia, primo mammifero estinto per i cambiamenti climatici. È il melomys rubicola

Il governo australiano ha confermato la prima estinzione nota di un mammifero riconducibile ai cambiamenti climatici indotti dall’uomo. Ad annunciarlo è stata Melissa Price, ministro australiano dell’Ambiente, dichiarando che lo status del melomys di Bramble Cay, piccolo roditore originario della più settentrionale delle isole australiane, è cambiato passando da “in via di estinzione” a “estinto”.[premium level=”1″ teaser=”yes” message=”Per continuare a leggere l’articolo”] 

La decisione di dichiarare estinto il roditore è arrivata a tre anni da quella del Queensland e a 10 anni dall’ultimo avvistamento. Per Tim Beshara, direttore della politica federale per la Wilderness Society, il piano quinquennale varato nel 2008 con l’obiettivo di salvare la specie proprio dall’estinzione non è mai stato completato. “Il melomys di Bramble Cay era solo un piccolo topo marrone. Ma era il nostro piccolo ratto marrone ed era nostra responsabilità assicurarci che sopravvivesse. Abbiamo fallito”, ha riferito Beshara al Senato. L’estinzione del melomys era già stata data per assodata in un rapporto del 2016 a firma di Ian Gynther dell’Unità Specie minacciate del governo del Queensland, Natalie Walker e Luke Leung dell’Università del Queensland secondo i quali questa scomparsa “probabilmente rappresenta la prima estinzione dei mammiferi registrata a causa del cambiamento climatico antropogenico”.

Ma il “piano di recupero” varato nel 2008 aveva minimizzato il rischio di estinzione del melomys, affermando che “le probabili conseguenze dei cambiamenti climatici, compreso l’innalzamento del livello del mare e l’aumento della frequenza e dell’intensità delle tempeste tropicali, non avranno probabilmente alcun impatto significativo sulla sopravvivenza dei melomys di Bramble Cay”. Janet Rice, la senatrice dei Verdi che presiede l’inchiesta sulla crisi delle estinzione dell’Australia, ha detto che il Paese ha il peggior tasso di estinzione dei mammiferi nel mondo. “L’estinzione del melomys dovrebbe essere una tragedia nazionale” ha detto sottolineando “l’incapacità del governo di proteggere i quasi 500 animali australiani minacciati di estinzione”.[/premium]

 

di: Annalisa Terranova @ 14:41


Feb 20 2019

«Se Wanda Nara fosse stata mia moglie, l’avrei cacciata»: bufera su Costacurta. E lui si scusa

«È stata una frase infelice». Alessandro Costacurta si scusa ai microfoni di Sky per quanto detto su Wanda Nara («Se fosse stata mia moglie l’avrei cacciata di casa») durante Sky Calcio Club parlando dell’affaire Icardi. «Sicuramente estrapolata e fuori contesto è una brutta frase che non sento neanche mia», ha aggiunto il Billy Nazionale. «Io parlo di professionismi e non di genere nei mie ragionamenti, la mia uscita è stata inelegante e chiedo scusa, ma il mio percorso nella vita credo parli per me», ha poi sottolineato. In un’intervista al Corriere della Sera l’ex difensore del Milan, Costacurta ha ribadito come criticasse il procuratore Wanda Nara «indipendentemente dal genere sessuale».

E dopo Costacurta
interviene Giannini

Intanto Mauro Icardi si è sottoposto a una risonanza magnetica presso l’Istituto Clinico Humanitas di Rozzano a causa di sintomatologia dolorosa anteriore al ginocchio destro. In una nota l’Inter evidenzia come gli accertamenti «non hanno evidenziato variazioni significative rispetto agli esami eseguiti prima dell’inizio della stagione sportiva in corso».

Sul caso è intervenuto anche l’ex capitano della Roma, Giuseppe Giannini: «Io sono dell’idea che i procuratori debbano rimanere fuori dall’ambito tecnico e occuparsi solo degli aspetti economici anche perché ormai con i social basta un tweet che si scatena il finimondo». L’argentino si è sentito tradito dalla società e dai compagni di squadra, che lo hanno scaricato per le tante dichiarazioni della moglie-agente Wanda Nara da cui lui non si è mai dissociato.

 

di: Girolamo Fragalà @ 14:41


Feb 20 2019

Crans Montana, le terribili immagini della valanga che avanza. Un morto e 3 feriti (video)

In un video le terribili immagini della valanga di Crans Montana che si è abbattuta sulla pista Plaine Morte. Dei quattro sciatori estratti vivi dalla neve, uno – un poliziotto francese di 34 anni – è deceduto nella notte all’ospedale di Sion. Il bilancio finale è dunque di un morto e 3 feriti non gravi: ai soccorsi non risultano dispersi.

di: Annalisa Terranova @ 14:24


Feb 20 2019

Basilicata, lo spopolamento va avanti senza sosta. I giovani emigrano, le scuole chiudono

Il bilancio demografico della Basilicata è costantemente in rosso. Continua, anzi accelera, il fenomeno dello spopolamento soprattutto delle aree interne. Incide in maniera prevalente l’emigrazione dei giovani lucani che, pur in presenza di un’Università in Basilicata, scelgono altre sedi per i loro studi e poi non tornano. Sconfortante il dato dell’ultimo bilancio demografico dell’Istat aggiornato a settembre: al primo gennaio la popolazione residente in Basilicata era di 567.118 persone, al 30 settembre è scesa a 564.247. Quasi 3000 in meno. Tanti, troppi per non dover porre la questione seriamente al centro dell’agenda politica, non solo di una regione chiamata al voto il 24 marzo, bensì ad ogni livello istituzionale.[premium level=”1″ teaser=”yes” message=”Per continuare a leggere l’articolo”] 

In sette anni mancano all’appello circa 14.000 persone, considerando che all’ultimo censimento, ottobre 2011, i lucani residenti erano 578.036. I numeri si ripercuotono sui servizi al cittadino. Chiudono o aprono a singhiozzo gli uffici postali. Alcuni istituti di credito fanno calare le saracinesche agli sportelli bancari. In molti piccoli Comuni non arrivano più i giornali perché le edicole sono chiuse. Vari piccoli centri sono destinati a scomparire o diventare borghi di poche centinaia di anime in un futuro non troppo lontano. Problemi che ricadono anche sull’organizzazione del trasporto pubblico locale. Nel complesso c’è una tendenza all’invecchiamento della popolazione e questo comporta anche una revisione della rete territoriale sanitaria e assistenziale.

Di pari passo con lo spopolamento demografico delle aree interne, il calo della natalità si ripercuote sulla scuola. La popolazione scolastica si riduce di oltre mille unità ogni anno, per la precisione 15.000 in meno rispetto al periodo 2006-2007, ed è scesa sotto gli ottantamila iscritti. Una piccola compensazione è data dai figli di stranieri, regolarmente residenti, ed in minima parte dai bambini appartenenti a nuclei di richiedenti asilo che finora sono stati ospitati con i progetti Sprar. Nei piccoli Comuni dove non ci sono più scuole i bambini, sin da piccoli, sono costretti al pendolarismo dell’istruzione. Le riduzioni più marcate si verificano nella scuola primaria e secondaria di secondo grado (oltre 5000 alunni per ciascun ordine di scuola). Il mondo scolastico lucano è costretto a ricorrere allo strumento delle pluriclassi che sul piano educativo e formativo presenta problemi di natura didattica ma non c’è altra soluzione.[/premium]

di: Annalisa Terranova @ 14:12


Feb 20 2019

Angela Finocchiaro può insultare i maschi “pezzi di m…a”, Collovati invece va censurato

Le frasi di Fulvio Collovati sulle donne che non dovrebbero commentare la tattica in campo nel gioco del calcio hanno sollevato così tante polemiche che la Rai ha deciso di sospendere l’ex campione del mondo di Spagna 82 fino al 9 marzo. In difesa di Collovati è intervenuta anche la moglie Caterina:  “Mio marito ha parlato di tattica… La tattica spiegata da una donna non mi convince… Quando presentavo le trasmissioni di calcio non ho mai avuto la pretesa di spiegare il 4-4-2. La visione del mondo unisex non mi appartiene”. Aggiungendo poi: “Saluti dalla moglie di un uomo che rispetta le donne più di molti altri …questa sì che è una certezza!”. Di recente tuttavia un’altra polemica aveva investito una trasmissione Rai per le affermazioni fuori luogo stavolta rivolte ai maschi da una donna, l’attrice Angela Finocchiaro: durante uno sketch mandato in onda su Raitre da La tv delle ragazze, infatti,  aveva asserito che “gli uomini sono tutti pezzi di m….”. Eppure in quel caso l’attrice venne in qualche modo “assolta” con la scusa della comicità, nonostante l’indignazione sui social e le critiche di alcuni giornali. Per Collovati, al contrario, la Rai si è rivelata inflessibile. Una contraddizione che la rete non ha mancato di sottolineare con la diffusione di un apposito meme sull’argomento. 

di: Annalisa Terranova @ 13:58


Feb 20 2019

Dramma ad Asiago: giovane si uccide nella stalla degli animali. Aveva 19 anni

Un dramma. L’ennesimo che vede un giovane decidere di farla finita. Stavolta è accaduto ad Asiago. Il ragazzo aveva 19 anni e si è suicidato nella stalla dove custodiva gli animali da cortile assieme allo zio. Il suo corpo è stato scoperto da un familiare che era andato a cercarlo per il pranzo. I soccorsi sono stati chiamati subito, è giunto il 118 ma non c’è stato nulla da fare. Sull’episodio è stata aperta un’inchiesta dalla Procura di Vicenza e le indagini sono state affidate ai carabinieri di Asiago.

Il corpo ritrovato nella stalla

Le cronache locali danno vari dettagli. Come si legge sul Gazzettino, il ragazzo viveva con la sua famiglia ad Asiago – i genitori e una sorella – in una contrada del capoluogo dell’Altopiano e lavorava come operaio. Ignoti i motivi del suo gesto, secondo le prime indiscrezioni non avrebbe lasciato alcun biglietto e i familiari, sconvolti, non sanno dare una spiegazione. Il dramma del diciannovenne suicida arriva solo due settimane dopo un’altra vicenda che aveva sconvolto Asiago: in una casa in contrada Pennar erano stati trovati i corpi senza vita di una coppia di anziani coniugi e della figlia responsabile, a quanto emerso, del duplice omicidio e del successivo suicidio.

di: Girolamo Fragalà @ 13:46


Feb 20 2019

Forlì, solo gli atei applaudono il sindacalista anti-crocifisso. E lui si dimette

Alla fine ha rassegnato le dimissioni. Si chiude così la vicenda, svelata dal Secolo d’Italia, di quel sindacalista del Sap di Forlì, Spartaco Ulrico Collinelli, che aveva chiesto la rimozione del crocifisso da un ufficio della Polizia stradale cittadina. A darne notizia è stato lui stesso, insistendo sulla validità della sua iniziativa, ma ammettendo indirettamente di essere rimasto del tutto isolato nel suo ambiente di lavoro: il sindacato si è subito dissociato e nessuno dei colleghi, stando a quanto il diretto interessato racconta, sembra sia stato particolarmente turbato da quel simbolo religioso. «Il mio sindacato ha preso le distanze dalla mia iniziativa e di conseguenza io ho rassegnato le dimissioni dalle mie cariche sindacali», ha spiegato Collinelli, aggiungendo però di non capire «perché all’interno di un posto di lavoro non si possa affrontare serenamente questo argomento al pari degli altri».

Ad applaudire resta solo l’Unione degli atei

In realtà, dal racconto dello stesso Collinelli, di cui ha dato conto Forlì Today, non sembra che nella polizia stradale quel crocifisso sia stato considerato argomento di cui dibattere. Dopo aver spiegato che in quell’ufficio era una novità e che «la lettera alla dirigente (quella con sui ci chiedeva la rimozione della croce, ndr) era riservata e ad uso interno» e non voleva essere un «tentativo di attaccare una confessione religiosa», Collinelli ha quindi chiarito che «pur non essendoci stato nessuno che ha visto urtata la propria sensibilità o che addirittura si sia sentito offeso da quel simbolo, in diversi hanno manifestato perplessità sul rispetto della propria libertà di pensiero». Dunque, alla base di quella lettera su un argomento così sensibile non ci sarebbero state vere proteste o richieste formali di intervento, ma qualche perplessità che – a quanto si capisce – era rimasta pressoché a livello di chiacchiericcio. Tanto è bastato, però, perché «in qualità di delegato sindacale» Collinelli ritenesse «normale rappresentare l’accaduto e chiedere una soluzione nel rispetto della normativa e dei lavoratori». Uno zelo che gli è valso la solidarietà dell’Unaar, l’Unione degli atei e degli agnositici, di Forlì. «Esprimiamo solidarietà e gratitudine per il coraggio dimostrato», si legge sulla loro pagina Facebook.

«Via il crocifisso per avere un ambiente neutro»

L’ormai ex sindacalista comunque, anche a giorni di distanza dall’accaduto, non sembra aver maturato alcun ripensamento. «Visto che non mi risulta esista alcuna norma o regolamento interno della Polizia che preveda una presenza di simbologia religiosa, se non qualche circolare generica sugli arredi risalenti al ventennio fascista e quindi precedente all’entrata in vigore della Costituzione italiana, ho fatto riferimento proprio alla Costituzione», ha detto Collinelli, citando gli articoli 3 e 8 della Carta e spiegando che la sua proposta di togliere il crocifisso, in fin dei conti, voleva agevolare tutti: «Ho ritenuto percorribili due possibili soluzioni: rispettare la tradizione e toglierlo visto che non c’era mai stato oppure affiggerli tutti o comunque permettere a ognuno di appendere un suo simbolo religioso. Dando per scontate le complicazioni di questa seconda soluzione in un ambiente così strutturato come quello della nostra amministrazione, come la stesura di un regolamento con modalità e termini da stabilire, mi ero permesso di indicare la prima soluzione, ritenendola più rapida e semplice da attuare, ottenendo così un ambiente neutro».

di: Annamaria Gravino @ 13:03


Feb 20 2019

La figlia dell’ambasciatore ribelle rimpatriata con la forza in Nord Corea. Opposizioni scatenate

La figlia diciassettenne di Jo Song Gil, il diplomatico nordcoreano che ricopriva l’incarico di ambasciatore ad interim a Roma, scomparso nel nulla lo scorso anno, è stata rimpatriata a Pyongyang ed è ora sotto la custodia delle autorità nordcoreane. A denunciarlo è Thae Yong-ho, ex vice ambasciatore nordcoreano a Londra, anch’egli disertore. Confermando le indiscrezioni comparse in questi giorni sulla stampa sudcoreana, nel corso di una conferenza stampa a Seul, Thae Yong-ho ha detto di aver verificato nelle ultime settimane le voci secondo le quali la figlia di Jo era stata riportata con la forza in Corea del Nord, prima che la ragazza potesse disertare. “La Corea del Nord ha rimpatriato immediatamente con la forza la ragazza”, ha detto Thae ai giornalisti. Attraverso proprie fonti, Thae, “ho avuto conferma che la figlia di Jo Song Gil è stata rimpatriata in Corea del Nord ed è sotto il controllo delle autorità nordcoreane”. Si ritiene che Jo, incaricato d’affari dell’ambasciata nordcoreana a Roma, abbia disertato lo scorso novembre. La sua defezione è stata confermata il mese scorso dall’intelligence sudcoreana Nis, ma ancora non si ha notizia di dove si trovi l’ex diplomatico. Secondo Thae, Jo si trova probabilmente ad affrontare una “situazione difficile, nella quale non gli è possibile far sapere dove si trovi o apparire in pubblico per il timore legato alla sicurezza della figlia”.

Le opposizioni hanno chiesto al governo di riferire prontamente in aula visto che si parla di una ragazza minorenne legalmente residente in Italia. Alla richiesta di chiarezza si unisce anche la pentastellata Maria Edera Spadoni, vicepresidente M5S Camera dei Deputati: “L’Intelligence nordcoreana ha sequestrato su suolo italiano la figlia dell’ambasciatore Jo Song-Gil? Episodio gravissimo. Matteo Salvini venga a riferire in aula quanto prima”. Antonio Razzi, grande amico del regime di Pyongyang, prova a ridimensionare le notizie giunte da Seul: la figlia di Jo Song Gil, secondo lui, sarebbe stata rimandata a casa dai nonni.

di: Annalisa Terranova @ 12:57


Feb 20 2019

Peveri: «Io vado in galera, i ladri sono liberi e devo dargli pure i soldi. Mi sento un coglione»

Angelo Peveri, l’imprenditore piacentino condannato a quattro anni di carcere per aver ferito un ladro romeno entrato nella sua azienda, non ci sta. Quella sentenza è assurda. Chi delinque è libero e chi si difende va in galera. «Sto solo aspettando che mi vengano a prendere», dice a La Zanzara. «Mi sento un coglione. Ho sempre lavorato, mi hanno derubato 90 volte e vado in galera». Le prove di quello che ha subìto ci sono: 41 le denunce firmate, furti nei cantieri non denunciati ma documentati in caserma. Eppure a pagare sarà lui, i ladri hanno avuto solo 10 mesi. «Non ho inseguito nessuno, mi sono solo difeso dai furti che subivo. Sono andato a lavorare e questo qui è saltato fuori dal buio. Mi sono girato – racconta Peveri – ed è partito il colpo. Chiuso. Quello che ho dichiarato, l’ho dichiarato all’epoca e non ho mai cambiato versione».

Peveri: sono stanco, è tosta…

«Sono stanco – aggiunge l’imprenditore piacentino – l’avvocato mi ha detto che forse, dopo un anno e mezzo, con la buona condotta posso avere i domiciliari. È tosta, ma ho cominciato a lavorare a 14 anni mungendo le mucche di mio papà. A 16 anni il libretto – continua Peveri – poi mi sono creato una piccola impresa, bella e sana. Ho 57 anni, lavoro da più di 40, devo andare in galera e i ladri sono fuori. Per chiudere il discorso, questi signori hanno avanzato una richiesta di 700mila euro di risarcimento danni, di cui mi hanno già condannato a dargliene trenta».

di: Girolamo Fragalà @ 12:41


Feb 20 2019

“C’è una dj figa da violentare…”. Si dimette il consigliere comunale leghista di Bolzano

Kevin Masocco, il consigliere comunale leghista di Bolzano incastrato da un audio di pessimo gusto, ammette le dichiarazioni sessiste a lui attribuite e si dimette dal consiglio comunale come si legge su altoadige.it. “Dopo quasi una settimana di silenzio ho deciso di prendere pubblicamente posizione riguardo quanto successo”, scrive in una nota. “Quella che è stata una bravata, per quanto inopportuna e condannabile, si è trasformata in un accanimento mediatico contro la mia persona”, aggiunge. A diffondere l’audio in cui Masocco diceva “Vieni allo Juwel, c’è una DJ figa da violentare. Adesso ti faccio una foto porco …” era stato il quotidiano Tageszeitung. In un primo momento il consigliere della Lega a Bolzano aveva negato: “Non sono io, qualcuno ha imitato la mia voce”, aveva detto. “In questa vicenda – si legge nella nota – ho sbagliato due volte: la prima ad affermare cose inopportune delle quali mi vergogno e mi dispiaccio, la seconda – complice la mia giovane età e inesperienza – aver negato la paternità del file audio”.

di: Annalisa Terranova @ 12:27


Feb 20 2019

Maestra 60enne picchiava e terrorizzava i bambini: incastrata dalle telecamere

A Milena, in provincia di Caltanissetta, una maestra di 60 anni, in servizio in una scuola dell’infanzia è stata arrestata dai carabinieri perché accusata di maltrattare dei piccoli alunni della sua classe. Il provvedimento è stato emesso dal Gip del tribunale di Caltanissetta su richiesta del Pubblico Ministero, al termine di un’indagine scaturita dalle segnalazioni dei genitori dei bambini.

Le immagini della maestra in classe

Urla, botte e punizioni. Ecco il quadro che è emerso dalle indagini dei carabinieri che hanno arrestato la maestra di 60 anni in servizio nella scuola dell’infanzia “Gianni Rodari”. I militari hanno dato esecuzione alla misura cautelare emessa dal gip nisseno su richiesta della locale Procura e la donna è stata posta ai domiciliari. Le indagini, scattate poco più di un mese fa dopo le segnalazioni di alcuni genitori di bimbi di età compresa tra i 3 e i 5 anni, hanno fatto emergere ripetuti episodi di maltrattamenti, anche grazie a una telecamera nascosta installata nell’aula. «Il quadro che emergeva sin dal primo giorno di riprese – spiegano gli investigatori dell’Arma – ha confermato l’ipotesi accusatoria». La maestra ogni giorno avrebbe messo in atto comportamenti violenti: urla e atteggiamenti minacciosi, percosse, strattonamenti e arbitrarie punizioni di vario genere, tanto da creare un clima di terrore all’interno della classe.

di: Girolamo Fragalà @ 12:20


Feb 20 2019

Legittima difesa, ladro ucciso in officina: la sorella del moldavo non ci sta

Nel caso del ladro ucciso dal gommista Fredy Pacini, che ha sparato nella sua officina di Monte San Savino (Arezzo) lo scorso 28 novembre, perché minacciato di notte dalla banda di ladri, c’è anche la sorella del 29enne moldavo, Vitalie Mircea, che chiede la verità. Con massima riservatezza, lontana dai riflettori, Aliona Mircea ha deciso di partecipare al procedimento penale in corso – al momento ancora a livello di indagini – ed ha nominato un suo difensore. La sorella del ladro è assistita dall’avvocato Alessandro Cristofori del foro di Bologna. «Vogliamo sapere. Conoscere come è andata e poi faremo le nostre valutazioni», ha detto al Corriere di Arezzo il legale, che in passato si è occupato di vari casi di cronaca fra cui la strage del Pilastro. L’inchiesta condotta dal pm Andrea Claudiani vede al momento Fredy Pacini indagato dalla Procura di Arezzo per eccesso di legittima difesa. Se rimanesse questa ipotesi, il 57enne di Monte San Savino andrebbe incontro a un processo per omicidio colposo e la sorella della vittima potrebbe costituirsi parte civile.

Legittima difesa, le ipotesi del magistrato

Ma il magistrato potrebbe anche arrivare alla conclusione che si trattò di legittima difesa e quindi Pacini – difeso dall’avvocato Alessandra Cheli – non sarebbe imputabile. Determinante la ricostruzione delle traiettorie dei colpi di pistola (regolarmente detenuta) e delle condizioni emotive del momento. Intanto sono ancora al lavoro i periti: prossimo test in officina con un manichino al quale verranno messi gli indumenti del moldavo. Ma per eseguirlo si attende la relazione dell’autopsia, ancora non depositata in Procura. Fredy Pacini il 28 novembre scorso dormiva nel capannone della sua ditta, esasperato dai furti che aveva subito a ripetizione, e venne svegliato dai ladri. Proprio Vitalie Mircea fu l’apripista: con una mazza spaccò il vetro dell’ingresso ed entrò. Dal soppalco dove si trovava, Pacini esplose i colpi dall’alto verso il basso. Uno, fatale, raggiunse il 29enne moldavo all’arteria femorale. Riuscì a fare pochi metri e crollò nel piazzale. Finora i complici del ladro non sono stati rintracciati.

di: Girolamo Fragalà @ 10:45


Feb 20 2019

Lunedì in Campidoglio il Roshi Hozumi Gensho, patriarca dello Zen Rinzai

Lunedì 25 febbraio l’83esimo Patriarca dello Zen Rinzai, il Roshi Hozumi Gensho, sarà in Campidoglio a Roma per una conferenza di presentazione in anteprima della traduzione italiana del suo libro “Il Sutra del Cuore: insegnamenti per l’uomo contemporaneo”. Alle ore 16 nella Sala della Piccola Protomoteca (Musei Capitolini, Piazza del Campidoglio) la relazione del Patriarca sarà preceduta dagli interventi dell’On. Maurizio Politi,
Consigliere comunale e promotore dell’evento in Campidoglio, del Sen. Claudio Barbaro, presidente dell’ASI (Associazioni Sportive e Sociali Italiane) e dell’Ambasciatore Umberto Vattani, Presidente della Fondazione Italia Giappone. Introdurrà il Maestro Gianfranco Gentetsu Tiberti, responsabile del Tempio Zen Italia Gorinkai e referente italiano del Patriarca. L’incontro sarà moderato dal Giornalista Rai, Giovanni Alibrandi. L’evento è stato sponsorizzato dalla Fondazione Italia Giappone e dalla Presidenza nazionale dell’ASI. Il Roshi Hozumi Gensho – protagonista da anni del dialogo interreligioso promosso in Europa dalla Comunità di Sant’Egidio – offre al pubblico romano un’occasione preziosa per essere introdotti in modo diretto e autorevole al pensiero e alla pratica dello Zen Rinzai. Il Sutra del Cuore, Hannya Shingyo, è un’estrema sintesi del testo fondamentale del Buddhismo Mahayana, recitato e studiato da tutte le scuole buddhiste appartenenti a questa tradizione. Come dice il titolo della conferenza e del libro, l’intento del Patriarca è quello di creare un ponte tra questa antica e profonda saggezza e la vita quotidiana dell’uomo contemporaneo, immerso nei conflitti e nelle contraddizioni della nostra epoca. Un insegnamento necessario anche per superare le forme spurie e superficiali con cui spesso il Buddhismo Zen viene rappresentato nei canali di comunicazione. In questo quadro il Sen. Claudio Barbaro presenterà in nuovo settore dell’ASI dedicato allo “Zen Budo”, sintesi di tecniche marziali tradizionali giapponesi ispirate dallo Zen Rinzai, mentre l’Amb. Umberto Vattani spiegherà l’importanza del Buddhismo Zen nel dialogo culturale tra Italia e Giappone. Infine il Maestro Gianfranco Gentetsu Tiberti introdurrà la relazione del Patriarca, anche attraverso l’esperienza delle sesshin  (ritiri spirituali intensivi) che due volte l’anno il Roshi Hozumi Gensho conduce presso il Tempio Zen Italia Gorinkai di Fara Sabina (RI).

di: Girolamo Fragalà @ 10:06


Feb 20 2019

Valanga a Crans-Montana, solo 3 sciatori in salvo dei 12 dispersi. Interrotte le ricerche (video)

Dopo una notte intera, sono state interrotte questa mattina le ricerche degli sciatori travolti dalla valanga che ha colpito la pista della Plaine-Morte a Crans-Montana, rinomata stazione sciistica del Cantone Vallese.  Il bilancio è di 4 persone recuperate, di cui una ferita in modo grave che è deceduta durante la notte. Si tratta di un francese di 34 anni. Le persone travolte sono state almeno dodici. La valanga, con un fronte largo di 100 metri, si è staccata “sulla pista Kandahar”, nella zona detta Passage du Major, a circa 2500 metri d’altitudine.  I testimoni raccontano la tragedia, dovuta probabilmente al caldo anomalo di questi giorni, e dicono che la slavina ha invaso quasi interamente la pista: «Abbiamo sentito un rumore fortissimo, spaventoso. Poi una parete di neve si è abbattuta qui sotto – dichiara un poliziotto-. Sarà stata alta quattro metri, davvero enorme. La valanga era vicina. E poiché non siamo morti nell’impatto abbiamo deciso di aiutare a cercare gente lì sotto». Uno sciatore scampato all’impatto racconta di aver visto persone che cercavano i loro cari nella neve. «Scavavano e piangevano, avevano occhi disperati, non li dimenticherò».

di: Annalisa Terranova @ 09:54


Feb 19 2019

Truffa da capogiro sui diamanti: indagate 5 banche. Raggirato anche Vasco Rossi.

Vasco Rossi è tra le vittime di una maxi truffa sui diamanti: il cantautore è stato raggiurato per un investimento di 2,5 milioni. Ma le dimensioni complessive della truffa sono da capogito.  Basti dire che la GdF ha eseguito  un sequestro preventivo di oltre 700 milioni di euro. Ma la notizia più importante non è questa. La notizia è che nell’inchiesta  svolta dalla Procura di Milano risultano indagate anche 5 banche. E ciò per la legge sulla responsabilità amministrativa degli enti  e: Banco Bpm, Unicredit, Intesa Sanpaolo, Mps e Banca Aletti. Sotto inchiesta  il direttore generale di Banco Bpm Maurizio Faroni: gli vengono contestate le accuse di concorso in truffa, autoriciclaggio e ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza. Nell’indagine, inoltre, sono indagati anche altri dirigenti di Banco Bpm, oltre a responsabili delle due società Idb e Dpi che vendevano i preziosi agli investitori.

Gli altri vip raggirati

Nell’indagine, inoltre, sono indagati anche altri dirigenti di Banco Bpm, oltre a responsabili delle due società IDB e DPI che vendevano i preziosi agli investitori. Tra i clienti vip che sarebbero stati raggirati figurano anche la conduttrice tv Federica Panicucci e la ex showgirl Simona Tagli. In particolare, Simona Tagli avrebbe fatto un investimento da circa 29mila euro e Federica Panicucci da circa 54mila euro. Gli investigatori hanno ricostruito le posizioni di circa un centinaio di persone truffate, ma i raggiri sarebbero stati compiuti nei confronti di tanti altri soggetti.

 

di: Aldo Di Lello @ 19:57


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