Feb 19 2019

Tria terrà a battesimo il primo Festival dell’Economia civile: a Firenze dal 29 marzo

Dal 29 al 31 marzo si terrà a Firenze – nel prestigioso “Salone dei Cinquecento” di Palazzo Vecchio – il primo Festival Nazionale dell’Economia Civile. Ideato da Federcasse, progettato e organizzato con Next-Nuova Economia per Tutti eSEC-Scuola di Economia Civile,il Festival vuole promuovere un’economia civile, che mette al centro l’uomo, il bene comune, la sostenibilità e l’inclusione sociale. Che crede nel lavoro e nel valore delle imprese. Un’economia che considera il profitto come mezzo e non come fine, che vuole offrire soluzioni concrete al problema occupazionale. Che vuole ridurre le disuguaglianze e contribuire a far crescere una Italia migliore, ricca di culture, paesaggi, arti e mestieri. Nella quale l’innovazione si sposa con la tradizione. Un’Italia aperta al mondo.

L’Economia Civile, patrimonio culturale del nostro Paese, affonda le sue radici proprio nella Toscana del primo Rinascimento, trovando compiutezza nel pensiero economico di Antonio Genovesi, che nella Napoli della seconda metà del 1700 – titolare della prima cattedra di Economia – teorizzò come il fine ultimo di questa nuova scienza fosse lapubblica felicità, ossia il conseguimento del bene comune.

Il Festival, al quale parteciperanno oltre 80 testimoni e relatorinazionali ed internazionali, si articolerà in 15 panel di confronto (nei quali si discuterà naturalmente di economia, ma anche di innovazione, lavoro, sviluppo sostenibile e con approfondimenti specifici sui temi propri della mutualità bancaria e del localismo) e 2 sessioni interattive dedicate a start-up, giovani innovatori e imprese.

In programma dal 29 al 31 marzo a Palazzo Vecchio

Tra i relatori attesi (il Programma definitivo del Festival è in via di definizione): Jeffrey Sachs (docente di Politica e Gestione della Salute alla “Columbia University”, Direttore del “The Earth Institute” nello stesso Ateneo); Stefano Zamagni (docente di economia politica all’Università di Bologna ed alla SEC – Scuola di Economia Civile); Leonardo Becchetti (docente di Economia Politica all’Università di Roma Tor Vergata e co-fondatore di NeXt); Luigino Bruni(Professore di economia all’Università Lumsa di Roma e co-fondatore della SEC – Scuola Economia Civile), suor Alessandra Smerilli (Professoressa di Economia, Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione «Auxilium»); Stefano Bartolini (docente di Economia della Felicità ed Economia Politica presso l’Università di Siena); Marco Bentivogli (Segretario generale della FIM-CISL); Augusto dell’Erba (Presidente Federcasse); Patrizia Di Dio (Presidente del Gruppo Terziario Donna Nazionale Confcommercio); Maurizio Gardini(Presidente Confcooperative); VittorioPelligra (docente di politica economica all’Università di Cagliari); Giovanna Melandri (Presidentessa Fondazione MAXXI di Roma) l’atleta Daniele Cassioli. Tra gli ospiti istituzionali, sono attesi il Ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria, il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa; il sottosegretario al Ministero dell’Istruzione LorenzoFioramonti.

 

di: Valter Delle Donne @ 19:50


Feb 19 2019

Stagnazione o recessione? Si teme una primavera tempestosa per l’economia italiana

Riceviamo da Enea Franza e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Dopo un Pil che cresceva ininterrottamente dal 2014, cioè da quattordici trimestri consecutivi, le  stime sulla crescita dell’economia italiana nel quarto trimestre del 2018, prodotte dall’Istat ci dicono che il Pil a dicembre scorso si è contratto dello 0,2 per cento. Da quel giorno, era il 31 gennaio, si sono susseguite una ridda di interviste che, anche sulla base delle analisi delle società di rating, prevedono una primavera tempestosa per il nostro bel Paese. Di certo, seguendo una prassi oramai accettata dal 1975 (suggerita in un noto articolo dell’economista Julius Shiskin) siamo in stagnazione, atteso che è certificato che, nel trimestre considerato, c’è una contrazione dell’economia; se si confermerà la riduzione del Pil anche per il prossimo trimestre saremo allora in recessione. 

Il primo ministro in carica l’avv. Conte, suggerisce che la stagnazione attuale  «….  non dipende da noi: (ma è imputabile alla caduta delle importazioni verso)  la Cina e la Germania, che è il nostro primo paese per l’export». L’affermazione, di per se corretta, lascia tuttavia perplessi perché ci si domanda se effettivamente se l’export sia la causa, ovvero, concorra con altro alla stagnazione.  In effetti, lo stop nello sviluppo del reddito di un paese, può trovare causa in diversi settori della vita economica, come ad esempio nella contrazione dei consumi, della produzione di beni e di servizi o della spesa pubblica, oltre che nel riduzione del export. Dunque, diamo pur per assodato che l’Italia stia risentendo della diminuzione del commercio internazionale che ha, tra le tante cause, certamente in primo piano la guerra tariffaria e doganale. La crisi del paradigma del libero scambio, vede gli Stati Uniti guidati dal presidente Donald Trump non avere scrupoli ad utilizzare tariffe e barriere doganali come strumento di pressione commerciale e diplomatica. Il principale nemico di Trump è la Cina, con cui gli Stati Uniti hanno un grosso deficit commerciale (cioè importano più di quanto esportano), ma anche Europa e Giappone, principali esportatori di automobili nel paese. 

Molti esperti, però, rilevano anche una specificità italiana dovuta alle incertezze sul futuro economico del Paese. Le misure varate dal governo, in particolare la riforma pensionistica ed il reddito di cittadinanza, una volta partite moltiplicheranno la spesa di trasferimento a carico del settore pubblico verso le famiglie, determinando un inevitabile appesantimento sui conti pubblici e sulla tenuta del sistema bancario. In tale condizioni, peraltro, sembra evidente supporre che i privati e le imprese preferiscano rimandare gli investimenti, scegliendo quanto meno di attendere un chiarimento della situazione e, contribuendo così al generale rallentamento delle attività economiche. Per cui, oltre all’effetto negativo sulla bilancia commerciale (come giustamente suggerisce l’Avv. Conte),  a soffrire sarebbe la domanda di consumi per beni e servizi oltre che quella di beni d’investimento. 

Nonostante, infatti,  che gli attuali bassi tassi d’interesse e la considerazione che, per il futuro,  i tassi d’interesse monetari sono destinati a crescere, suggerirebbero di indebitarsi e non rinviare l’acquisto di case o di macchine per la produzione, il mercato dei mutui ipotecari non decolla e neanche quello degli ordinativi per beni d’investimento. Nel contempo, la spesa pubblica sembra aumentare. In effetti, se i valori ufficiali del debito pubblico riportano un importo a dicembre pari a 2.317 miliardi di Euro (dato pubblicato da Banca d’Italia il 15 febbraio), le stime danno un valore in aumento (fino a circa 2.400) per il giugno prossimo.  Se cosi stanno effettivamente le cose, nonostante le tante rassicurazioni provenienti dal Governo, una manovra correttiva è dietro l’angolo e, nell’ipotesi sempre più verosimile di crisi dell’attuale governo, un prossimo esecutivo non potrà che intervenire proprio su pensioni e reddito di cittadinanza, al meno di non lasciare che scatti la “clausola di salvataggio” di aumento delle imposte indirette.  

Ma in tal caso le risposte del sistema economico sono già note e in linea con quanto già avvenuto in occasione dei precedenti ritocchi dell’Iva, ovvero, rincaro generalizzato dei listini al dettaglio a cui i consumatori reagiranno tagliando gli acquisti, con una contrazione dei consumi e conseguenze  per il commercio, per l’occupazione e per molto probabilmente sullo stesso Pil.

di: Girolamo Fragalà @ 13:31


Feb 15 2019

«Pronti a uscire dall’euro». Il leghista Borghi torna alla carica e spaventa gli stregoni dello spread

In crescita lenta ma costante, lo spread tra il Btp e il Bund tedesco continua la sua marcia risalendo fino a 275 punti, dai 270 punti della chiusura di ieri. Segnali che i mercati, orchestrato dagli “stregoni” dello spread, lanciano ai governi dei Paesi che li sfidano, Italia in testa. Dalla maggioranza giallo-verde che governa Palazzo Chigi, peraltro, i segnali che arrivano non sono esattamente tranquillizzanti: si registra, infatti, il ritorno alla carica del leghista più euroscettico, il responsabile economico del Carroccio, Claudio Borghi, che rispolvera l’ipotesi di un addio unilaterale dell’Italia all’euro: «Penso che questa opportunità sia l’ultima. Se a seguito di queste elezioni ci saranno i soliti mandarini guidati dalla Germania a guidare le politiche economiche, sociali e migratorie, a uso e consumo della Germania e a nostro danno, io dirò di uscirne. O riusciamo a cambiarla o dovremo uscirne», ha detto oggi Borghi, a un dibattito della Cisl definendo il progetto della Ue “fallimentare e tossico per l’Italia”. «Se l’ambiente rimane tossico, io dirò ‘andiamone fuori’. Dal 2000 a oggi l’Italia è cresciuta del 3 percento. Abbiamo perso due decenni e li abbiamo buttati, non c’è stato nessun progresso economico».

Claudio Borghi, già nel luglio scorso, disse al Corriere della Sera che l’Italia sarebbe uscita dall’euro, prima o poi. E su di lui confluirono le accuse di aver provocato le fiammate estive dello spread, che proseguirono per diverse settimane.

di: Luca Maurelli @ 16:31


Feb 15 2019

Cinque stelle e Lega se le suonano anche sul latte: “Salvini non ne sa nulla”

Non c’e’ che dire: le forze di governo si vogliono proprio bene. Litigano persino sui provvedimenti da adottare per la crisi del latte e si scambiano carezze niente male.

“Il Viminale non era certo la sede giusta, e Matteo Salvini ha fatto un buco nel latte. Nel suo intervento alla ‘ghe pensi mi’ sulla crisi del settore ovino, non poteva che sbattere il muso su una realta’ molto piu’ complicata, dove l’emergenza richiede si’ misure speciali, ma non ha i tempi dei tweet elettorali”. Cosi’ in una nota il deputato del M5s, Pino Cabras, commenta l’esito del tavolo del latte, convocato ieri a Roma dal vicepremier, Matteo Salvini. “Puoi fare quello che alza la mandibola, ma poi la serieta’ del problema prende le tue misure e ti obbliga ad abbassare lo sguardo, verso il caos immediato del settore, e solo dopo a risollevarlo per una prospettiva che vada oltre la data delle elezioni – prosegue Cabras -. L’approccio dell’ennesimo salvatore ‘continentale’ non poteva che ridimensionarsi, perche’ Salvini non sapeva nulla di un’attivita’ umana che c’e’ da sempre e ha profondamente modellato i paesaggi e le identita’ umane in Sardegna. Non sapeva di problemi che durano con tempi secolari, difficolta’ che nessun arrembaggio scomposto di 48 ore potrebbe rimettere a posto senza correggere un intero modello di sviluppo”. Per il deputato sardo, non si possono fare “promesse facilone senza tener conto della struttura del mercato, dei suoi padroni, delle burocrazie, delle catene di valore internazionali. Ma c’e’ modo e modo di aprire il dialogo, e i bluff giustamente si svelano presto”.

In pratica, sicuramente anche a causa delle prossime elezioni regionali in Sardegna, la tensione si manterrà elevata anche sulla protesta dei pastori. Ma che si arrivasse a veri e propri insulti era difficilmente prevedibili. Cosi, però, e’ complicato governare. Perché di mezzo ci vanno imprese e lavoratori. E i consumatori.

di: Francesco Storace @ 12:45


Feb 14 2019

Ecco perché i pastori sardi hanno ragione: la loro rabbia nasce dalle iniquità europee

Ai molti italiani, non solo politici, colti da amnesia selettiva, per i quali la protesta dei pastori sardi si sia tradotta in uno spreco (con tutto quel latte versato), o peggio, un problema di questi giorni, da confinare nell’isola, è opportuno ricordare, invece, che ha origini lontane e la matrice non è locale, nè italiana, ma europea. Seppure è vero che il prezzo di un bene sia determinato dalla domanda – che nel caso di specie pare essere calata, determinando la caduta dei prezzi di vendita della materia prima (il latte) – è altrettanto vero che questa protesta rappresenta la coda di un fenomeno remoto e purtroppo ancora irrisolto.

Una sentenza contro l’Italia

La rivolta del latte si manifesta a distanza di un anno dalla pubblicazione della sentenza della Corte di Giustizia con cui l’Italia, convenuta dalla Commissione europea, è stata condannata a pagare per le violazioni delle norme comunitarie finalizzate, tra l’altro (regolamento n. 3950/92), a ridurre sia lo squilibrio tra offerta e domanda di latte e prodotti lattiero-caseari (…) e per il conseguimento di un migliore equilibrio del mercato; latte vaccino, beninteso. Perché questo equilibrio venga mantenuto – altra disposizione comunitaria (regolamento n. 1234/2007) – è stato concepito un meccanismo dissuasivo interno da applicare ogniqualvolta venga superata la quota nazionale e tale da indurre lo Stato membro a ripartire l’onere del pagamento tra quei produttori che hanno contribuito al superamento, con una sanzione proporzionata all’eccesso di produzione. Non essendosi l’Italia adeguata a tale automatismo, ha subito dapprima una procedura di infrazione e poi convenuta dinnanzi la Corte di Giustizia. Il risultato, noto a tutti, è stato quello per cui l’Italia è stata condannata, per la violazione delle disposizioni comunitarie, per non aver riscosso – si stima – circa 1,3 milioni di euro.  Aggrapparsi al campanilismo, sezionare l’Italia, per accentuare i contrasti, tra le varie regioni, pare non avere molto senso, se non nella miope prospettiva di unaspeculazione elettorale, atteso che il dissenso manifestato contro le richiamate costrizioni europee ha avuto una precisa connotazione politica. Non c’è il nord contro il sud, come non c’è una parte della penisola (magari settentrionale, ove si sono maggiormente consumate le ridette violazioni), contro la Sardegna, nè viceversa.Coraggio vecchio leone,

Inique restrizioni

Il problema, con buona approssimazione, affonda le radici nella famosa imposizione europea, che per anni ha condizionato la produzione domestica del latte (e non solo), imponendo, con un gelido algoritmo, le note restrizioni nella produzione, con le cosiddette quote. Misura – quella europea – apparentemente solidale, ma concretamente iniqua e per questo aspramente contrastata, a metà degli anni novanta. Le conseguenze di quella misura si percepiscono ancora oggi (sebbene siano state abolite nel 2015), con le sanzioni, ancora da versare, aggravando lacrescente crisi del mercato.  L’allungamento della filiera produttiva ed il trasporto degli alimenti sono due dei tanti fattori che indiscutibilmente hanno condotto a questa situazione; fenomeni che si scontrano con i principi di logica, proclamati anche dalle misure sovranazionali, di contenimento dell’inquinamento e/o del rispetto dell’economia a chilometro zero: quella che dovrebbe favorire la produzione locale, più genuina e controllabile rispetto a quella globalizzata.Non è concepibile – considerati gli sforzi (in senso lato) affrontati dagli agricoltori – che un litro di latte abbia un costo inferiore ad un litro d’acqua e seppure estrema sia stata la reazione degli allevatori sardi, comunque è giustificabile. La sovrapproduzione sarebbe andata comunque distrutta, a causa del calo della domanda e la rappresentazione scenografica della protesta ha dato, almeno in termini di eco, i risultati sperati. 

di: Aldo Di Lello @ 20:10


Feb 13 2019

Nuova Alitalia, le Fs accettano di avviare una trattativa con Delta Air Lines ed Easyjet

Disco verde delle Fs al negoziato con Delta – Easyjet. Il Cda del gruppo “ha deliberato di avviare una trattativa con le due compagnie aeree, al fine di proseguire nella definizione degli elementi portanti del Piano della nuova Alitalia”. Ad annunciarlo è il gruppo al termine del board e alla luce delle conferme di interesse pervenute da parte di Delta Air Lines ed EasyJet a essere partner industriali di Fs Italiane nell’operazione Alitalia. Nel pomeriggio, il governo, alla presenza del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, del vicepresidente Luigi Di Maio e del ministro dell’Economia Giovanni Tria, aveva manifestato disponibilità a partecipare alla costituzione della Nuova Alitalia, tramite il Mef, a condizione della sostenibilità del piano industriale e in conformità con la normativa europea”.

di: Luca Maurelli @ 19:59


Feb 13 2019

Super-autonomia leghista alle tre Regioni più forti, il sud insorge. E forse non ha torto…

Mentre i grillini festeggiano intorno al triste feticcio del reddito di cittadinanza, illudendosi che una misura assistenzialista per il sud possa bilanciare il consenso crescente dell’intero paese nei confronti della Lega, nel silenzio più o meno generale si sta consumando un’operazione di devolution, in stile Bossi anni Novanta, che rischia di premiare le tre regioni più forti del Paese a dispetto del resto d’Italia, ma soprattutto del sud.

“Nessuno slittamento. I testi sono pronti e li porto in Consiglio dei ministri domani”, conferma la ministra degli Affari regionali Erika Stefani sulle tre bozze di intesa sull’autonomia differenziata con le tre regioni, Veneto, Emilia Romagna e Lombardia, ormai in dirittura d’arrivo. “Restano dei nodi politici sui quali discutere”, conclude.

Tra i nodi politici, c’è quello della “doppia velocità“: autonomia è un bel concetto, ma quando si declina solo per chi già balla da sola, come le regioni economicamente più sviluppate, rischia davvero di minare la coesione sociale del Paese, nel silenzio del M5S, incapace di cogliere quali siano le vere minacce alla stabilità del territorio, altro che Tav…

La sinistra, ovviamente, contro quel decreto sulla super-autonomia al nord, lancia la solita battaglia del vittimismo meridionalista, con il governatore De Luca a tuonare contro Salvini senza un briciolo di autocritica su quella doppia velocità imposta al sud proprio da una classe dirigente, inadeguata, a cui lui stesso appartiene.

Il nuovo regime prevede che ulteriori materie legislative rispetto alle attuali (tra le aggiunte si annoverano sanità, istruzione e tutela dell’ambiente, energia, beni culturali) vengano date in gestione esclusiva sottraendole a quella congiunta dello Stato.

Punto sul quale la Svimez, istituto di ricerca meridionale, fa notare: ”Il dibattito sul regionalismo a geometrie variabili è rimasto per troppo tempo ai margini del dibattito pubblico e ora se ne continua a parlare in riunioni riservate. Man mano che trascorre il tempo, la parte più forte del Paese, il Nord, si trova ad essere sempre più debole e reagisce in modo sempre più aggressivo. Questa è la bomba ad orologeria piazzata alle fondamenta del nostro Stato”, attacca il presidente Adriano Giannola, al seminario Cgil sull’autonomia
rafforzata. Il Presidente Svimez ha ribadito che, come sosteneva la legge 42 del 2009, fatta dal senatore leghista Calderoli, ministro delle Riforme nel governo Berlusconi, norma peraltro mai applicata, ”è lo Stato che deve assumersi la responsabilità di fare la perequazione tra aree forti ed aree deboli”.

Anche per il professor Gianfranco Viesti, quella norma che aumenta il gettito tributario trattenuto dalle Regioni più forti, non significa altro che ridurre i finanziamenti alle altre regioni attribuendo un ulteriore vantaggio economico al settentrione. Italia spaccata? Un rischio, cerrto. Sta di fatto che la stessa richiesta, di maggiore autonomia, potrebbe arrivare anche dalle Regioni del sud, ma autonomia significa anche responsabilità, controllo, spending review. Come si conciliano questi argomenti con il dna assistenzialista che scorre nelle vene di Pd e M5S?

di: Luca Maurelli @ 16:29


Feb 11 2019

“Ma di chi sono le tonnellate d’oro nei caveau di Bankitalia?: di tutti gli italiani”

Di chi è l’oro che sta sotto il caveau di Palazzo Koch a Roma? Questa domanda se la rivolge in un articolo il blog La Voce del Patriota, che spiega: La Banca d’Italia custodisce nella sua “sagrestia” circa 2452 tonnellate di oro massiccio, che posizionano il Belpaese al terzo posto nella classifica mondiale delle nazioni con più riserve auree, preceduta solo da Stati Uniti e Germania”. Ma – si chiede ancora La Voce del Patriota – quell’immensa quantità di metallo prezioso, di chi è? Ecco la spiegazione: “Se andiamo sul sito della Banca d’Italia leggiamo che “L’ordinamento assegna la proprietà delle riserve alla Banca d’Italia”, un concetto in linea con quanto dichiarato dal direttore generale dell’Istituto di via Nazionale: “L’oro è della Banca d’Italia. Non è dello Stato (e quindi dei cittadini) e tantomeno dei partecipanti privati al capitale, che sulle riserve non possono vantare alcun diritto (cosa che, unico elemento positivo, è stata specificata anche nel discusso decreto IMU – Bankitalia)”. Da una parte si parla di oro degli italiani, dall’altra si specifica che è di proprietà della Banca che, lo ricordiamo, è un Istituto di diritto pubblico (svolge una funzione pubblica) per il 96% di proprietà agli azionisti privati”. “Per dipanare la controversia – spiega il bloga di Fratelli d’Italia – FdI presentò già durante la scorsa legislatura delle interrogazioni in Parlamento che non ottennero alcuna risposta chiara e netta, giocando sempre sull’equivoco “oro italiano” ma di proprietà non si sa bene di chi. Anche durante questa legislatura, il partito di Giorgia Meloni è tornato sull’argomento presentando nello scorso autunno una proposta che certifica per legge che la proprietà dell’oro custodito da Bankitalia è di proprietà dello Stato italiano. Proprio oggi Matteo Salvini ha ribadito l’importanza di certificare che l’oro sia giuridicamente di proprietà degli italiani: “L’idea di utilizzare le riserve auree della Banca d’Italia può essere interessante, ma non sto seguendo io il dossier. Di certo quell’oro per quanto mi riguarda rimane lì ma è di proprietà degli italiani“. Il vicepremier della Lega ha risposto così al cronista che gli chiedeva se il Governo intendeva utilizzare le riserve auree italiane per coprire i buchi di bilancio”. Apprendiamo sempre dalla Voce del Patriota che il senatore di Fratelli d’Italia Giovanbattista Fazzolari ha accolto con favore le dichiarazioni di Salvini perché fanno intendere un voto favorevole della Lega alla proposta di FdI: “Bene il ministro Salvini che dichiara che è importante certificare che l’oro detenuto da Bankitalia è degli italiani. Fratelli d’Italia ha già presentato al Senato una mozione proprio per ribadire che le riserve auree italiane appartengono allo Stato e non a Bankitalia. Salvini faccia votare la mozione ai parlamentari della Lega e mettiamo fine, insieme, a ogni ambiguità circa l’oro della Patria“. Non ci resta che attendere che la mozione arrivi in aula per conoscere il verdetto, forse è la volta buona che si riesce ad assegnare davvero la proprietà dell’oro italiano agli italiani.

di: Antonio Pannullo @ 17:02


Feb 11 2019

Il genio italiano si distingue: al Nautic Sud presentato un elevatore che consente di uscire senza sforzo dall’acqua

Al Nautic Sud di Napoli che si è aperto oggi nel capoluogo campano, si è potuto osservare una ennesima dimostrazione dell’ingegno e dell’estro italiano: è stato presentato infatti dalla Luxmar un elevatore che consentirà a portatori di handicap, persone sovrappeso o anziani di uscire comodamente dall’acqua senza sforzo, anche se appesantiti di attrezzatura subacquea. Si tratta del tradizionale “uovo di colombo”: quante persone infatti oggi rinunciano a fare dello sport marino perché non riescono a risalire in barca agevolmente con bombole e pinne? E non si tratta solo di portatori di handicap, o di anziani e di persone in sovrappeso: vi sono anche appassionati del mare che magari non dispongono dell’agilità o della muscolatura necessarie per potersi portare dall’acqua sulla barca. Con questo geniale elevatore idraulico (o anche meccanico) questo problema non si porrà più. E nonsi tratta di un vantaggio solo per queste categorie di perosne, ma soprattutto per tutto il comparto nautico  e l’indotto ad esseo legato. Una trovata semplice, come non averci pensato prima?, che risolve in un attimo tutti i problemi connessi per moltissimi utenti. E i prezzi, a quanto ci dicono gli espositori, non sono neanche elevati: vanno dai 3800 euro per quello con portata di 250 chili ai 5.400 per quello con portata di 550 chili. Va anche sottolineato che la Luxmar di Terracina, promotrice del prodotto, si serve di materiale e design esclusivamente made in Italy, il che non guasta mai e che i suddetti elevatori sono fatti a mano e fabbricati nel Lazio.

di: Antonio Pannullo @ 16:33


Feb 11 2019

Confartigianato Sicilia boccia il reddito di cittadinanza: “Sì invece al lavoro di cittadinanza…”

Più investimenti e apprendistato e no al reddito di cittadinanza. Sono le richieste degli artigiani siciliani. “Rivitalizzare il tessuto delle piccole imprese, foraggiare l’apprendistato e incrementare gli investimenti pubblici e privati. Sono queste le principali richieste di Confartigianato Sicilia alla luce della nuova finanziaria nazionale.” È un giudizio in chiaroscuro quello che l’associazione degli artigiani siciliana, esprime sulle misure della manovra economica, che “dà alcune buone risposte a battaglie storiche condotte proprio da Confartigianato”. “E se da un lato viene accolta positivamente la riduzione delle tariffe Inail a carico degli artigiani o ancor di più lo sblocco degli investimenti pubblici per i piccoli Comuni oppure ancora la proroga dell’esonero contribuivo totale per le nuove assunzioni, preoccupano invece i capitoli che riguardano il reddito di cittadinanza o anche la mancata proroga del blocco degli aumenti dei tributi e delle addizionali attribuiti alle Regioni e agli enti locali”, si legge in una nota. Confartigianato boccia quindi le misure sul reddito di cittadinanza e la revisione del sistema previdenziale, che distolgono risorse preziose che sarebbe stato meglio destinare al sostegno dello sviluppo imprenditoriale e garantire la crescita economica. Provvedimento di natura assistenziale, quello del reddito di cittadinanza, che può provocare effetti distorsivi sul mercato del lavoro, con il rischio di peggiorare il tasso di irregolarità dell’occupazione e di deprimere le iniziative imprenditoriali. ”Sarebbe stato più utile
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concentrarsi sul lavoro di cittadinanza – dicono Giuseppe Pezzati e Andrea Di Vincenzo, rispettivamente presidente regionale e segretario regionale di Confartigianato Sicilia -, perché è il lavoro che crea reddito. E non andrebbe mai trascurato l’apprendistato, la strada maestra per favorire l’occupazione giovanile, lo strumento più adatto a soddisfare le esigenze formative dell’artigianato e delle piccole imprese, la palestra in cui i giovani studiano e si preparano ad entrare in un mercato del lavoro che richiede competenze tecniche evolute imposte dalla rivoluzione digitale”. E sempre sul fronte dell’occupazione, semaforo verde per la norma che proroga l’esonero contributivo del 100%, nel 2019 e 2020, per neo assunti, entro i 35 anni di età nelle Regioni del Mezzogiorno. Un esonero contributivo che si applica anche ai neo assunti con età superiore a 35 anni purché privi di un impiego regolarmente retribuito da almeno 6 mesi. ”L’agevolazione – commentano il presidente e il segretario dell’associazione siciliana – e` utile a stimolare un coinvolgimento maggiore dei giovani nel mercato del lavoro e al rilancio dell’economia e dell’occupazione nel Mezzogiorno”. Importante anche la norma sulla revisione delle tariffe Inail. La rimodulazione permette di ridurre il costo del lavoro ed eliminare i costi impropri e ingiusti che appesantiscono i bilanci delle imprese e sottraggono risorse agli investimenti e allo sviluppo. ”Si tratta di una storica battaglia portata avanti dalla Confederazione – dicono Pezzati e Di Vincenzo -, finalizzata ad avere una revisione tariffaria che tenesse conto dei reali andamenti infortunistici e dei rilevanti avanzi della gestione artigiani registrati a partire dalla prima riforma del sistema tariffario introdotta dal decreto legislativo n. 38/2000”.
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di: Antonio Pannullo @ 14:58


Feb 11 2019

Riscatto della laurea: le agevolazioni per andare in pensione senza dissanguarsi

Il decreto 4 del 2019 introduce il riscatto della laurea flessibile. Con questo nuovo sistema non si è obbligati a riscattare per potere andare in pensione tutti gli anni della durata legale del proprio corso di studio, bensì solamente quelli utili in base alle proprie necessità.

Pensione, come riscattare la laurea

Quindi si può decidere di riscattare un solo anno o due, risparmiando così sul costo da sostenere per il riscatto della laurea. Questa opzione, però, è riservata solamente agli under 45, ossia a coloro che al momento della richiesta non hanno ancora compiuto i 45 anni di età.

Per loro il decreto introduce altre agevolazioni per il riscatto della laurea. Ad esempio, per il calcolo dell’onere da sostenere si prende come riferimento il 33% (aliquota IVS) del reddito minimo soggetto a imposizione della Gestione Inps Commercianti e Artigiani, pari a 15.710,00 euro. Per ogni anno di riscatto, quindi, questi dovranno sostenere un costo di 5.241,30 euro.

La rateizzazione

Altro vantaggio è la possibilità di rateizzare per cinque anni l’onere da pagare, così come la detrazione del 50% del costo sostenuto per il riscatto.

C’è però un’importante precisazione da fare: con il riscatto agevolato della laurea si possono solamente incrementare gli anni di contributi ai fini previdenziali, mentre non c’è alcuna incidenza sull’importo dell’assegno previdenziale. Ecco che il riscatto agevolato ci sembra meno conveniente: si arriva, infatti, a pagare più di 20.000 euro per anticipare l’accesso alla pensione di qualche anno, senza che la somma spesa venga in qualche modo riconosciuta sull’assegno pensionistico.

A questo punto sembra più conveniente riscattare la laurea secondo il metodo tradizionale, che però potrebbe avere un costo più elevato visto che per il calcolo dell’onere da pagare si prende il 33% dell’ultima retribuzione annua dell’interessato (se la quota da riscattare rientra nel calcolo contributivo della pensione). Quindi, per chi ha una Ral di 30mila euro per ogni anno di riscatto c’è un costo da pagare che rasenta i diecimila euro.

Se conviene riscattare la laurea – e in quale modo farlo – dipende quindi dalle vostre necessità e dalla situazione lavorativa in cui vi trovate. In ogni caso, se volete investire per la vostra pensione futura, vi consigliamo anche di prendere in considerazione l’ipotesi di aderire ad un fondo per la pensione integrativa.

di: Desiree Ragazzi @ 14:11


Feb 10 2019

Il Codacons dalla parte dei pastori sardi: «Denunceremo gli industriali per aggiotaggio»

Il Codacons si schiera dalla parte dei pastori sardi e domani presenterà un esposto alle Procure della Repubblica di Cagliari e Roma e all’Antitrust per verificare se ci siano gli estremi per un’accusa ai danni dagli industriali del latte per aggiotaggio. Ad annunciarlo in una nota è la stessa associazione dei consumatori che chiede di accertare eventuali illeciti commessi dall’industria del latte “che obbliga gli allevatori a sottostare ai prezzi da loro imposti, attraverso ricatti che realizzano un oligopolio illegale.

Rischio di pesanti distorsioni del mercato

Il presidente di Codacons Carlo Rienzi spiega che “L’art. 501 del Codice penale punisce le alterazioni fraudolente dei prezzi sul mercato e chi ”adopera artifici atti a cagionare un aumento o una diminuzione del prezzo delle merci” con la reclusione fino a 3 anni, fattispecie che sembra realizzarsi nell’obbligare i produttori a vendere il latte a prezzi inferiori ai costi di produzione”. Una situazione, per il Codacons, “che rischia di creare pesanti distorsioni del mercato e favorire il latte straniero, in primis quello proveniente dall’Europa dell’est. L’associazione chiederà inoltre alle Procure di accertare le responsabilità del Ministero delle politiche agricole in relazione ai mancati provvedimenti a sostegno degli allevatori italiani, alla luce della possibile omissione di atti d’ufficio e concorso in aggiotaggio”.  Gli allevatori intanto sono al loro quarto giorno di protesta e, tra le tante azioni eclatanti messe in campo in ogni parte della Sardegna, inizia a farsi strada anche qualche parere costruttivo: “Con un esubero di produzione il prezzo crolla, crolla perché si é prodotto troppo Pecorino romano. Il mercato attualmente assorbe 280.000 quintali ed è assurdo produrne 350.000”, così in una nota Andrea Marchi, allevatore e presidente barbaricino della Coldiretti, che rincara la dose: “Bisognerebbe introdurre una quota massima di produzione per impedire ai consorzi di tutela che si superi la quota dei 280.000 quintali. Oggi industriali e cooperative che sforano la quota pagano una penale irrisoria di 0,16 centesimi a kg. Tutti o quasi perciò producono impunemente oltre questo limite. Bisognerebbe aumentare l’entità della penale oppure chiedere con forza al Governo che si convochi un tavolo ministeriale per arrivare ad una contrattazione che fissi un prezzo minimo, al di là del quale non poter scendere”. Nel pomeriggio intanto arrivano le parole del Vicepremier Matteo Salvini che solidarizza con la protesta dei pastori: “Seguo e rispetto la protesta dei lavoratori della Sardegna, e ritengo urgente dare vita ad una Commissione Unica Nazionale con pastori, produttori e industriali per il latte ovino, con lo Stato (vista l’assenza della Regione) che torna a fare lo Stato e stabilisce un prezzo minimo di contrattazione, anche con una eventuale parte di sovvenzione. Spero che il voto di domenica 24 febbraio riavvicini la Regione ai cittadini, il popolo sardo merita più attenzione e rispetto”

di: Aldo Di Lello @ 18:01


Feb 09 2019

L’innovazione al sud premiata allo Smau: turismo, agricoltura e servizi ad anziani e disabili

A chi parla di un meridione arretrato, rispondono le imprese che coltivano l’eccellenza, 21 quelle premiate all’ultima edizione di Smau Napoli del dicembre scorso, in base a criteri di innovazione e di capacità di penetrare il mercato. Tra i settori, dall’agrifood, l’Azienda Agricola Pozzutto che si propone di rimboschire territori mediterranei per coltivare tartufi nel Sannio, la Berolà Distillati, che opera nel campo della distillazione della frutta del territorio, l’Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Mezzogiorno, il primo a sperimentare la piattaforma RODS (Relational Database Management System) di Oracle, per la gestione in cloud di ingenti quantità di dati, fino al turismo, con le app come la CiceroGO, che offre visite guidate, senza la necessità di prenotazioni o Dobedoo, che offre itinerari personalizzati e originali in base al budget a disposizione. Tra le  aziende premiate nel settote dei servizi sociali anche il gruppo Bourelly, con il progetto Saluber: una piattaforma per l’incontro di servizi per la salute e la mobilità destinato ad innovare il mondo della sanità e della cura del paziente e che consente di prenotare e gestire in via del tutto automatizzata, tramite il matching di domanda/offerta, servizi di tipo sociale, come il turismo accessibile, il trasporto anziani e  persone con disabilità, il trasporto scolastico, l’assistenza  sanitaria domiciliare. A questo si aggiunge il servizio di autonoleggio, soccorso e assistenza stradale, rimozione forzata veicoli e pulizie delle strade post-incidente, rivolto ai privati e agli enti territoriali. Completano il quadro i servizi sanitari, per il trasporto infermi, trasporto organi, trasporto farmaci e trasporto materiale biologico e materiale ospedaliero.

di: Luca Maurelli @ 13:48


Feb 08 2019

Mercato del lavoro, è boom di sacrestani: sono giovani e ben pagati, Alla faccia delle nuove tecnologie

È boom di sacrestani. È un lavoro tutt’altro che in via di estinzione. È infatti una figura ancora molto presente nelle nostre parrocchie. Questo lavoro sarà celebrato a Vicenza, nella due giorni che parte il 16 febbraio, nel  corso della rassegna liturgica Koinè. Sono 2400 – secondo i dati Inps – i sacrestani stipendiati. Molti sono giovani : basti pensare che nella docesi di MIlano parecchi lavoratori della parrocchia, per così dire,  hanno un’età cdi 23-24 anni. Discreto è anche lo stipendio, che oscilla dai 1100-1200 ai 1600 euro: dipende dalla’nxìzianità di servizio.

Casi di lavoro in nero

Ma non è tutto oro quello che riluce: ci sonoanchestuazioni di lavoro nero.  Tant’è che la Federazione dei sacrestani ha deciso di correre ai ripari: “In occasione dell’ultimo contratto – spiega il viceoresudente Bozzolan- insieme alla controparte Faci (in pratica il ‘sindacato’ dei preti) abbiamo istituito un ente bilaterale per cui sia le parrocchie sia i sacristi, usando il nostro contratto, sono obbligati per legge a versare una quota irrisoria e a mandare i loro dati. Stiamo raccogliendo un sacco di dati di gente regolarmente assunta ma emerge purtroppo anche tanto lavoro in nero, soprattutto al Sud. Ovviamente abbiamo scoperto che anche al Nord ci sono dei casi di nero. È altrettanto vero che ci sono i volontari perchè se una parrocchia media sui 10-12 mila abitanti può permettersi il sacrista a tempo pieno, alias stipendiato, le piccole parrocchie devono farsi forza con i volontari. Una parrocchia di 2500 abitanti fino a vent’ anni fa manteneva il sacrista che viveva insieme al prete praticamente di elemosina”.

 

di: Aldo Di Lello @ 15:11


Feb 07 2019

L’Italia respinge al mittente gli attacchi del Fmi: tifava per Lula, ha rovinato intere nazioni…

Il governo italiano ha risposto in maniera compatta alle valutazioni negative del Fondo Monetario Internazionale sull’Italia. Più compassati e diplomatici il premier Conte e il ministro dell’Economia Tria, più “pop” i due vicepremier Salvini e Di Maio, che non hanno esitato a respingere al mittente le accuse del Fmi. E non hanno torto: il Fondo è figlio degli accordi di Bretton Woods del 1944 in cui la finanza mondiale, capitanata dagli Usa, decise di creare tre diversi organismi tutti tesi all’otrdine mondiale: il Fmi, la Banca Mondiale e il Gatt (General agreement on trade and tariffs), sostituito oggi dal Wto. Una vera “Trimurti” pro-capitalismo, egemonizzato fagli Stati Uniti che ha reso i Paesi ricchi sempre più ricchi e quelli poveri sempre più poveri. Si pensi solamente che il Fondo Monetario – al cui vertice non c’è stato mai nessun italiano – già nel 2003 tifava insieme con la Banca mondiale per il presidente-operaio del Brasile Lula da Silva e che la povera Argentina per aver seguito le sue disposizioni nel 2001 andò incontro alla peggiore crisi conomica della sua storia. L’Fmi ormai è un’istituzione politica, che di concerto con questa Unione eruopea si scaglia contro tutti quei Paesi che si discostano da quell’ordine mondiale che è stato imposto dal 1945 in poi. Ma nel frattempo il mondo è andato avanti.

L’Italia respinge al mittente le critiche del Fmi

Tornando all’Italia, oggi il premier Giuseppe Conte ha difeso le scelte del governo: “Noi confermiamo le nostre valutazioni di crescita”, ha detto  a proposito delle valutazioni negative sulla crescita da parte del Fondo Monetario Internazionale durante la conferenza stampa a Beiurt dopo l’incontro con il premier libanese Hariri. “Noi rispondiamo a quella che è una contrazione, che non coinvolge solo noi, con un robusto piano di investimenti. Abbiamo misure concrete in attuazione che incideranno sull’economia reale e abbiamo un piano di investimenti robusto che ci consentirà di recuperare questa fase di rallentamento”. Gli fa eco il ministro Giovanni Tria: “L’Italia vede un rallentamento assieme all’Europa, ma in passato non ha prodotto crisi globali o europee”. Lo ha sottolineato il ministro dell’Economia, incontrando la stampa italiana a margine del Wef di Davos, lamentando la volontà di “drammatizzare in modo eccessivo, come ha fatto il Fondo Monetario, le conseguenze di questo rallentamento”. “Apprezziamo l’equilibrio delle valutazioni” del Fondo monetario internazionale “sulla crescita economica del Paese. Non condividiamo invece altri giudizi”: “il nostro debito è pienamente sostenibile e si finanzia comodamente sui mercati” e “non c’è motivo per creare allarmismi”, ha ribadito Tria. Il rapporto del Fmi, in particolare, sottolinea Tria, “sottovaluta la necessità di sostenere la crescita in Italia e in Europa e il ruolo delle politiche adottate dal Governo a questo fine”. Il debito, aggiunge, “è un onere pesante per l’Italia, che però lo sostiene e lo ha sostenuto negli ultimi trent’anni, tra l’altro con un avanzo primario ininterrotto negli ultimi due decenni”. Detto questo, sottolinea il ministro, “costituisce certamente un freno per la crescita italiana distogliendo risorse per usi più produttivi come per esempio gli investimenti. Ed è per questo motivo che il governo è impegnato a ridurlo. Non c’è motivo per creare allarmismi. Son sicuro che, come è evidente dal summing up della discussione al consiglio di amministrazione del Fondo, che ne esprime la posizione ufficiale, ci sia apprezzamento per gli sforzi governativi e nessuna intenzione di destabilizzare i mercati”.

I vicepremier: il Fmi? Affamatore di popoli…

Di diverso tono e tenore le risposte dei due vicepremier: “Le critiche del Fmi? Hanno affamato i popoli per decenni, ora ripristiniamo un po’ di giustizia sociale. Non hanno la credibilità per criticare il reddito di cittadinanza”, ha detto infatti all’Adnkronos il vicepremier e ministro Luigi Di Maio, rispondendo a muso duro alla bacchettata del Fmi, che ha sferzato l’Italia nel suo consueto report sul Paese criticando anche l’introduzione del reddito di cittadinanza fortemente voluto dal M5S. “Abbiamo già smentito tante voci in soli 7 mesi e nel corso del 2019 smentiremo anche l’Fmi. Chi ha affamato popoli per decenni, appoggiando politiche di austerità che non hanno ridotto il debito, ma hanno solo accentuato divari, non ha la credibilità per criticare una misura come il Reddito di cittadinanza, un progetto economico espansivo di equità sociale e un incentivo al lavoro”. E Matteo Salvini: «Italia minaccia e rischio per l’economia globale? Piuttosto è il Fmi che è una minaccia per l’economia mondiale, una storia di ricette economiche coronata da previsioni errate, pochi successi e molti disastri». Il ministro dell’Interno ne ha anche per la Ue, che da mesi attacca il governo italiano:  “La Commisione Europea non ha mai beccato una volta le previsioni”, ha il vicepremier nella giornata delle nuove stime di crescita del pil nell’Ue da parte della Commissione europea, in arrivo ma date in cale sull’Italia: “Secondo me succederà esattamente il contrario, se si rimettono nelle tasche degli italiani venti miliardi l’economia va avanti o va indietro?”.

di: Antonio Pannullo @ 18:17


Feb 07 2019

Mazzata della Ue sul governo: «Italia lumaca d’Europa, il reddito di cittadinanza è inutile»

La mazzata era prevista, l’aria non è delle migliori e il giudizio è pessimo. L’Italia resta, e stavolta di gran lunga, la maglia nera d’Europa per la crescita attesa. La Commissione Europea, nelle Previsioni economiche d’inverno, taglia la crescita stimata del nostro Paese nel 2019 dall’1,2% di novembre 2018 allo 0,2%, vale a dire un punto percentuale in meno, e 1,1 punti percentuali in meno rispetto alla media dell’Eurozona (+1,3% nel 2019). La crescita dell’Italia è attesa a +0,8% nel 2020, stabilmente la più lenta d’Europa; nel 2018 è stata dell’1%.

Il secondo Paese peggiore per crescita prevista quest’anno è la Germania, con la cui economia quella italiana ha forti legami, il cui Pil però è stimato in aumento dell’1,1%, cioè 0,9 punti percentuali in più del Bel Paese. Va sempre ricordato che si tratta di previsioni, destinate ad essere aggiornate e riviste in futuro, ma il divario con gli altri Paesi è molto consistente: ci supera di ben due punti percentuali la Grecia, a +2,2%, che comunque parte da livelli più bassi; il Portogallo ci supera di 1,5 punti percentuali (+1,7%); la Spagna di 1,9 pp (+2,1%); la Francia di 1,1 pp (+1,3%). Anche il Regno Unito, alle prese con la Brexit, è atteso crescere dell’1,3% quest’anno. L’Ue a 27 e l’Ue a 28 hanno una crescita del Pil stimata dell’1,5% nel 2019. La valutazione prospettica per l’Italia è di una recessione prolungata, il giudizio sul reddito di cittadinanza sostanzialmente negativo: “Darà una spinta marginale all’economia”.
In Italia “i consumi privati dovrebbero sostenere la crescita del Pil, aiutati da un aumento del reddito disponibile, a causa di prezzi del petrolio in calo e sostenuto in modo marginale dall’introduzione del reddito di cittadinanza, ma in parte indebolito da un peggioramento delle prospettive occupazionali”, dice la Commissione Europea, nelle Previsioni economiche d’inverno. Per contro, “gli investimenti delle imprese sono previsti in forte decelerazione nel 2019, per rimanere modesti nel 2020. Dopo l’arretramento segnato nella prima metà del 2018, le esportazioni si sono riprese e si stima che crescano ad un ritmo più vicino a quello della domanda estera nel periodo considerato. Mentre gli investimenti in rallentamento dovrebbero indebolire la crescita dell’import, l’export netto probabilmente fornirà un sostegno marginale alla crescita del Pil”.

di: Luca Maurelli @ 11:17


Feb 07 2019

Manovrina subito e manovrona l’anno prossimo? Il “Corriere” svela la bomba dei conti pubblici

La manovrina correttiva è dietro l’angolo, sulla base delle pressimistiche previsioni di crescita. Il taglio delle previsioni sul Pil allo 0,2%, rispetto all’ 1,5% pronosticato dal governo, rischia di certificare un buco da 8-9 miliardi e l’ esigenza di una manovra correttiva a breve viene considerata ormai da tutti, anche se sul fronte del governo tutto tace. Ma secondo i più autorevoli giornalisti economici, come Federico Fubini, corrispondente da Bruxelles del “Corriere della Sera”, dietro un’apparente inerzia della Commissione Ue si nasconderebbero previsioni fosche sul futuro dell’economia italiana, in linea con gli annunci sul rischio di “contagio” del Fmi. “Stamattina la Commissione Ue non pubblicherà previsioni sulla direzione di marcia del deficit o del debito dei diversi Paesi europei. Non lo farà neanche sull’Italia e non ci sarà dunque né una bocciatura né una promozione degli assetti di bilancio del Paese, ormai disceso in una recessione da cui non sembra rimbalzare neanche in questo scorcio di 2019. Però l’esecutivo europeo pubblicherà, questo sì, previsioni di crescita e di inflazione per l’Italia e per gli altri Paesi. Esse diranno molto di ciò che si pensa a Bruxelles dello stato della finanza pubblica e dell’evoluzione del debito per il governo di Roma…”, scrive Fubini.

La resa dei conti, insomma, è solo rimandata. A dopo le Europee, quando la Ue – pena la solita minaccia di procedure di infrazioni e spauracchi sullo spread, potrebbe imporre all’Italia una manovrona “lacrime e sangue”. “Per il momento, nessuno nell’area euro ha voglia di risvegliare le tensioni attorno alla finanza pubblica dell’Italia… Nemmeno la Germania. Nessuno si illude però che essa non sia destinata a ripartire presto, probabilmente già da giugno in poi: le previsioni di crescita che presenterà oggi la Commissione europea lasciano pochi dubbi in proposito. Che Bruxelles adesso veda una crescita in Italia dello 0,2% per quest’anno e un’inflazione debole – stime ragionevoli, in questa fase – non comporta solo che il debito pubblico quest’anno riprenda a salire. La debolezza dell’economia farà sì anche che la fragilità del deficit emerga in modo più visibile, specie in vista del 2020…”.

Da qui le conclusioni sul baratro dell’economia, il deficit pubblico che l’anno prossimo potrebbe esplodere  oltre il 3% del Pil al punto da dover costringere chi è al governo a mettere in finanziaria in ottobre oltre venti miliardi di stretta di bilancio per far sì che il deficit del 2020 si stabilizzi e non superi il 2% del Pil. Chiunque, a quel punto, sia al governo dell’Italia.

di: Luca Maurelli @ 10:23


Feb 06 2019

Ora il Fmi ci tratta come appestati: «Dall’Italia rischio di contagio globale»

La mancata crescita dell’Italia preoccupa  in modo crescente le organizzazioni economiche internazionali. L’ultimo grido d’allarme arriva dal Fmi , che si si esprime in toni molto forti nei nostri confronti, trattandici come appestati. Se le pressioni sull’Italia dovessero accentuarsi potrebbero esserci “ricadute globali e significative” attraverso “una maggiore avversione al rischio a livello mondiale e il riprezzamento delle attività più a rischio”. L’istituzione presieduta da Christine Lagarde, nel rapporto annuale sull’Italia in cui si riconosce come finora il contagio “è stato contenuto”. Ma un’accentuazione dei problemi dell’Italia “potrebbe spingere i mercati globali in un territorio inesplorato”.,

Bocciato il reddito di cittadinanza

Si tratta di parole di inusitata violenza, tenuto conto dell’aplomb che normalmente caratterizza sia i comportamenti sia  il linguaggio dei superbanchieri globali,  Segno evidente che la politica economica del governo  sta diventando motivo di apprensione nelle alte sfere che guidano e orientano i flussi di capitale finanziario nel mondo.  Tant’è che il Fmi  boccia senza appello il reddito di cittadinanza.  Il timore dell’istituzione finanziaria  internazionale è che il provvedimento voluto dal M5S si trasformi in un disincentivo al lavoro: “I benefici sono relativamente più generosi al Sud, dove il costo della vita è più basso – si legge – con l’implicazione di maggiori disincentivi al lavoro così come di rischi di dipendenza dalla misura di welfare”

Dura risposta di Luigi Di Maio

Dura,  come prevedibile, la risposta dei pentastellati, Le critiche del Fmi? “Hanno affamato i popoli per decenni, ora ripristiniamo un po’ di giustizia sociale. Non hanno la credibilità per criticare il reddito di cittadinanza”. Lo dice all’Adnkronos il vicepremier e ministro Luigi Di Maio, rispondendo a muso duro alla ‘bacchettata’ dells <lsgsrde e del suo staff di economisti.

di: Aldo Di Lello @ 19:10


Feb 06 2019

Tra hyperloop “entusiasmanti”, boom economici e riprese incredibili il Paese è in recessione

«Il 2019 sarà bellissimo, avremo una ripresa incredibile». Con queste parole il presidente del Consiglio ha, nei giorni scorsi, commentato i dati marco-economici che certificano la recessione. Nelle parole di Conte c’è l’auspicio che i provvedimenti contenuti nella legge di bilancio possano dare effetti positivi tali da far crescere l’economia in modo deciso, come mai accaduto negli ultimi anni. Entriamo nel merito e cerchiamo di comprendere meglio la logica di tali affermazioni. L’attuale governo, a differenza dei governi precedenti, fa leva sulla domanda, è convinto che mettendo “più soldi nelle tasche degli italiani” si possa avere un effetto di trascinamento sulla crescita. Più domanda interna, più consumi, più crescita: è questa la tesi di fondo dei provvedimenti economici. Una tesi tanto semplice da comunicare quanto rischiosa implementare nella realtà.

Recessione, come venirne fuori

Pensare di fare crescita con il reddito di cittadinanza e con quota 100, ovvero pensare di fare crescita aumentando il deficit è il modo migliore per non affrontare i problemi dell’economia italiana. Proviamo ad entrare nel merito della questione. Il problema strutturale che più di ogni altro determina la bassa crescita del nostro sistema economico è la produttività. Per Banca Italia la produttività italiana dal 1995 al 2016 è cresciuta dello 0,3% l’anno a fronte di un aumento del 2% annuo della Germania e dell’1,8% annuo della Francia. Anche la Spagna fa meglio di noi e, secondo l’Ocse, anche la Grecia negli ultimi anni ci ha superato. La produttività non cresce per una serie di ragioni, molte legate all’eccessiva polverizzazione delle imprese italiane, troppo piccole per affrontare le sfide di un’economia sempre più dinamica, altre alla mancata implementazione di politiche industriali tese a migliorare il contesto nel quale le imprese operano. Gli interventi di politica economica avrebbero dovuto puntare su tre “I”, investimenti, innovazione, istruzione, esaminando la legge di bilancio nel dettaglio ci si accorge che interventi ci sono stati, ma in senso opposto a quello auspicabile.  Industry 4.0, ovvero il primo provvedimento organico finalizzato a migliorare la produttività del sistema Italia, diamone atto a Calenda, è stato rivisto introducendo aliquote di agevolazione diversa a seconda della dimensione aziendale e della spesa. Si penalizza l’innovazione “acquistata all’esterno” per valorizzare l’innovazione “realizzata all’interno” non tenendo conto del fatto che le micro imprese non hanno un centro di ricerca e difficilmente interrompono un processo produttivo per fare ricerca. Insomma, per risparmiare qualche milione d’euro da destinare a spesa assistenziale si è inutilmente complicato un provvedimento che stava iniziando a dare i sui frutti. Passiamo alla seconda I, ovvero istruzione/formazione. Forse era troppo pensare ad un massiccio piano di investimenti sulle Università in grado di far risalire i nostri atenei nelle classifiche internazionali ma almeno su “Formazione 4.0” era legittimo aspettarsi altro. Cosa? Nulla, bastava non fare nulla per fare bene, bastava limitarsi a valutare come il provvedimento stava funzionando per comprenderne l’utilità. Invece l’economista che guida il Mise ha pensato di annunciare la fine di Formazione 4.0  per poi fare, su pressione della Lega, parziale marcia indietro. Comportamenti che contribuiscono a minare la fiducia delle aziende e che hanno come unico effetto quello di confermare l’inadeguatezza di chi confonde le variabile macroeconomiche di un sistema industriale complesso con il numero di like di un post su Facebook. Veniamo alla terza ed ultima I, quella delle infrastrutture. Che dire? La Tav non serve, il Gas dell’Adriatico non serve, il petrolio in Basilicata non serve, la Gronda di Genova è inutile, queste sono tutte cose da Paese sottosviluppato-. All’Italia serve l’hyperloop, il treno ultra veloce che un certo Buffagni sta studiando. L’hyperloop, udite udite, consentirà di andare da Palermo a Catania in 10 minuti. Buffagni definisce questo progetto “entusiasmante” anche se apre una serie di interrogativi quali ad esempio: da Isernia a Campobasso a quale tipo di infrastruttura staranno pensando? In ogni caso l’entusiasmo per l’hyoperloop alimenterà il boom economico annunciato da Di Maio e, per chiudere il cerchio, l’incredibile ripresa annunciata da Conte. Una ripresa “incredibile” si, ma nel senso letterario del termine. Una ripresa alla quale non crede nessuno.

di: Girolamo Fragalà @ 10:17


Feb 05 2019

Consob, arriva la nomina di Savona. E i falchi del M5S esplodono: «Ha vinto ancora Salvini»

Via libera del governo alla nomina di Paolo Savona a presidente della Consob. Come da indiscrezioni della mattina, il Consiglio dei ministri ha anche deciso di trasferire le deleghe agli Affari Europei finora assegnate a Savona al premier Giuseppe Conte, che ne assume l’interim. Superata, almeno nei ragionamenti, la presunta incompatibilità con la legge Madia: la norma contenuta nella legge si riferisce a “nomine di amministrazione” e non “di governo”, e quella di Savona spetta appunto all’esecutivo e il decreto porterebbe la firma del capo dello Stato. Discorso diverso e applicabilità della norma, spiegano ancora le fonti, ci sarebbe nel caso della nomina a direttore generale, essendo questa una nomina di amministrazione. Secondo quanto prevede la legge, chi è in quiescenza lavorativa, cioè in pensione, può ricoprire incarichi dirigenziali o direttivi solamente a titolo gratuito e per un solo anno.

Le critiche fioccano dal Pd, che insiste sull’incompatibilità, ma c’è maretta anche all’interno del M5S che considerano Savona più vicino a Salvini che al mondo grillino. I cosiddetti “falchi” del Movimento criticano duramente la virata sul ministro euro-scettico e l’accordo politico che porterebbe Marcello Minenna al ruolo di segretario generale. Da ieri, quando la notizia del ticket Savona-Minenna è iniziata a circolare, sms al vetriolo sono rimbalzati sui telefonini dei “duri e puri” del Movimento, l’ala considerata più vicina al presidente della Camera Roberto Fico (nella foto). Ci sono stati incontri anche nelle prime ore del mattino. Nel mirino Luigi Di Maio ma anche il premier Giuseppe Conte, rei, a detta dei malpancisti, di non aver chiuso l’accordo su Minenna alla presidenza. Ma anche contro la sottosegretaria Laura Castelli e il collega Stefano Buffagni, entrambi vicinissimi a Di Maio, volano stracci, accusati di mal consigliare il capo politico del Movimento. Soprattutto, a detta delle voci critiche del Movimento, su Savona sarebbero state “aggirate le regole, violando quello che è lo spirito dei 5 Stelle”. I falchi puntano il dito contro la “forzatura procedurale” anche della legge Madia sulla Pa.

di: Luca Maurelli @ 13:28


Feb 05 2019

Reddito di cittadinanza, la carta delle beffe. «Scoraggerà il lavoro», denuncia Boeri (video)

Si presenta come un rettangolino giallo, con un chip, 16 cifre stampate sopra e il logo del circuito Mastercard. La card numero uno del reddito di cittadinanza, “la prima di 3 milioni”, è una tessera prepagata di Poste Italiane ed è stata presentata ieri a Roma in pompa magna da Luigi Di Maio. La carta prepagata, pressoché identica alla card di PostePay, non riporta riferimenti al reddito di cittadinanza. Sulla card non sarà stampato il nome del titolare. Le prime tessere saranno disponibili da aprile e i soldi del reddito di cittadinanza verranno caricati direttamente lì. Ma al di là del solito show con cui Luigi Di Maio l’ha presentata ufficialmente, la carta che verrà utilizzata per chiedere il reddito di cittadinanza scoraggiarerà chi dovrà trovare lavoro soprattutto al Sud.

L’allarme di Tito Boeri

Ma la card servirà davvero a dare lavoro? Aiuterà l’economia? A lanciare l’allarme, dati alla mano è stato il presidente dell’Inps, Tito Boeri nel corso dell’audizione sul decreto in commissione Lavoro del Senato. «Gli effetti di scoraggiamento al lavoro sono rilevanti – ha sottolineato il presidente dell’Inps – Secondo i dati Inps, quasi il 45% dei dipendenti privati nel Mezzogiorno ha redditi da lavoro netti inferiori a quelli garantiti dal reddito di cittadinanza a un individuo che dichiari di avere un reddito pari a zero. Sempre secondo le stime Inps, circa il 30% dei percettori del reddito di cittadinanza riceverà un trasferimento uguale o superiore a 9.360 euro netti. Boeri ha ricordato che «il valore mediano della distribuzione die trasferimenti è attorno ai seimila e che è pur sempre più alto dei redditi da lavoro del 105 più basso della distribuzione dei redditi da lavoro».

Reddito di cittadinanza, quando presentare la domanda

Oltre alla card è attivo anche il sito dedicato al reddito di cittadinanza ed è raggiungibile da ieri all’indirizzo www.redditodicittadinanza.gov.it. Al momento il portale ha solo schede illustrative ed è pensato come un supporto a portata di clic per gli interessati a saperne di più: cosa è e cosa offre, quali le modalità e quali i requisiti necessari per richiederlo. Poi dal 6 marzo al 31 marzo sarà possibile iniziare a presentare la domanda, online sul sito del reddito e presso tutti gli uffici postali e presso i Caf. Il contributo sarà erogato da aprile sulle card. Dopo aver presentato la domanda, l’Inps verificherà i requisiti e in seguito al beneficiario sarà comunicato quando e in quale ufficio postale andare a ritirare la carta.

Cosa si può comprare

Oltre all’acquisto di beni e servizi di base, con la card sarà possibile prelevare contante per un massimo di 100 euro mensili per le famiglie composte da un singolo individuo (importo incrementato in base al numero di componenti del nucleo) ed effettuare un bonifico mensile per pagare l’affitto o pagare l’intermediario che ha concesso il mutuo. Non sarà possibile usare la card per giochi che prevedono vincite in denaro o altre utilità.

Quanto si spende

Una famiglia composta da due adulti, un figlio maggiorenne e un figlio minorenne potrà ricevere fino a 1.280 euro al mese di cui 280 euro per l’affitto (oppure 150 euro di contributo per il mutuo). Una famiglia con due adulti e due figli minorenni potranno avere fino a 1.180 euro al mese di cui 280 euro di contributo per l’affitto (oppure 150 euro di contributo per il mutuo). Un single può incassare fino a 500 euro di integrazione al reddito più 280 euro se è in affitto.

Che succede se non si spendono

L’importo non speso o non prelevato sarà sottratto nella mensilità successiva, nei limiti del 20% del beneficio erogato ad eccezione degli importi ricevuti a titolo di arretrati. Ogni sei mesi, inoltre, è prevista una decurtazione degli importi complessivamente non spesi o non prelevati nei sei mesi precedenti, ad eccezione di una mensilità.

Quanto dura

L’erogazione dura per un periodo massimo di 18 mesi continuativi. È possibile un rinnovo, previa sospensione di un mese. La sospensione non è prevista nel caso della pensione di cittadinanza.

I requisiti

Per ottenere il reddito di cittadinanza bisogna essere cittadini italiani, europei (o loro familiari titolari di diritto di soggiorno) o lungo soggiornanti e aver risieduto in Italia per almeno dieci anni, di cui gli ultimi due in via continuativa; avere un Isee inferiore a 9.360 euro; un patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 30mila euro e un patrimonio finanziario non superiore a 10mila euro (ridotto a 8mila per la coppia e 6 mila per i single), incrementato di 5mila euro per ogni componente con disabilità e di mille euro per ogni figlio successivo al secondo.

di: Desiree Ragazzi @ 11:15


Feb 05 2019

Consob, via libera del governo alla nomina di Savona ma è “giallo” sulla possibile incompatibilità

Intesa trovata tra Lega e M5Sper portare Paolo Savona alla presidenza della Consob. Ci sarebbe il via libera anche dallo stesso ministro per le Politiche europee ma il dubbio ancora da sciogliere non è politico ma di carattere giurisprudenziale: la legge Frattini sul conflitto d’interessi. L’articolo 2 stabilisce l’incompatibilità tra le cariche di governo e incarichi in enti di diritto pubblico come la Consob e il comma 4  dispone esplicitamente che “l’incompatibilità perdura per dodici mesi dal termine della carica di governo nei confronti di enti di diritto pubblico, anche economici, nonché di società aventi fini di lucro che operino prevalentemente in settori connessi con la carica ricoperta”. L’avvocato-premier, Conte, potrebbe risolvere il quesito, magari chiedendo un parere preventivo all’Avvocatura dello Stato. Si parla insistentemente anche di un possibile ticket con l’economista di area grillina Marcello Minenna, ma su questo non ci sono ancora conferme.

La voce di Savona presidente della Consob era circolata con sempre maggiore insistenza dalla fine della scorsa settimana. La delega agli Affari regionali passerebbe nelle mani del premier Giuseppe Conte, che assumerebbe l’interim del ministero. In ultima analisi, la delega potrebbe essere assegnata ad una personalità vicino alla Lega. Già ieri si era invece capito che l’ok del M5S alla nomina era arrivato.

Classe 1936, economista di lungo corso, già ministro per il governo Ciampi, Savona ha iniziato la carriera presso il Servizio Studi della Banca d’Italia, di cui diventa direttore. Guai a definirlo euroscettico, ma certo non ama l’Unione europea così come è attualmente strutturata e non manca di denunciarlo. Del resto come potrebbe rinnegare il progetto dei padri fondatori, una personalità che è stata ministro dell’Industria nella prima metà degli anni Novanta nel governo di Carlo Azeglio Ciampi e direttore di Confindustria quando a presiederla era Guido Carli?

di: Luca Maurelli @ 09:47


Feb 03 2019

Via libera al falso “Made in Italy”: ecco come la Ue ci danneggia intenzionalmente

Via libera in Giappone al falso Made in Italy, dal Grana al Parmesan, dall’Amarone al Greco di Tufo fino a molte altre imitazioni dei prodotti nazionali più tipici che potranno essere liberamente prodotte e commercializzate in Giappone. E’ quanto afferma la Coldiretti nell’evidenziare gli effetti dell’entrata in vigore all’accordo di libero cambio tra Unione Europea e Giappone Jefta che, come prevedibile, peggiora le condizioni fissate nell”accordo di libero scambio con il Canada (Ceta). L’aggravante nel caso del Giappone è che non è stata neanche prevista la ratifica dei parlamenti nazionali per un accordo che – sottolinea la Coldiretti – prevede la protezione di appena 18 indicazioni geografiche italiane agroalimentari sul totale di 293 (appena il 6%) e 28 vini e alcolici sul totale delle 523 denominazioni di origine e indicazioni geografiche riconosciute in Italia (5%). La mancata protezione dei marchi storici del Made in Italy – precisa la Coldiretti – non riguarda solo le produzioni nei Paesi con i quali è stato siglato l’accordo ma anche la possibilità che sui quei mercati giungano imitazioni e falsi realizzati altrove. Gravi criticità – prosegue la Coldiretti – presenta anche l’accordo Ue-Singapore che protegge appena 26 prodotti a denominazione di origine italiana, 21 vini oltre alla grappa e prevede la possibilità di utilizzare termini contenuti in una denominazione (es. Grana), il nome di una varietà di uve utilizzate nel territorio dell’altra parte (es. Nebbiolo) e addirittura di non proteggere un’indicazione geografica dell’altra parte in presenza di un marchio ”famoso, rinomato, ben conosciuto”. Dall’intesa con il Canada (Ceta) a quella siglata con il Giappone e Singapore fino alla trattativa in corso con i Paesi del Sudamerica (Mercosur, – conclude la Coldiretti – si assiste al moltiplicarsi di accordi di libero scambio da parte dell’Unione Europea che legittimano a livello internazionale la pirateria alimentare a danno dei prodotti Made in Italy più prestigiosi. Peraltro – continua la Coldiretti – anche se per Grana padano, Pecorino Romano e Toscano, Provolone Valpadana, Mozzarella di bufala campana e Mortadella Bologna viene garantita la protezione del nome complessivo, potranno essere utilizzati comunque utilizzati i singoli termini (ad es. Grana; Romano, Bologna, pecorino, mortadella, provolone, mozzarella di bufala, ecc.) e – aggiunge la Coldiretti – si potrà addirittura produrre e vendere Asiago, Fontina e Gorgonzola non italiani per i prossimi sette anni.

di: Antonio Pannullo @ 19:41


Feb 01 2019

Fattura elettronica, un inutile danno destinato a ricadere sulle spalle di tutti

Prima che l’impalpabile fattura elettronica prendesse vita nella legge di bilancio, solo Fratelli d’Italia, con decisione, assieme a pochi e timidi esponenti di trasversali schieramenti politici, ha ammonito circa l’inutilità di una tale misura di controllo (unica in tutta Europa), e di fatto già presente sotto altre ed ugualmente invasive forme: l’abolito spesometro. La fobia del controllo, da parte degli Uffici fiscali (patologia che ha contagiato anche il legislatore), assieme all’inutile e crescente raccolta di dati (da trattare secondo le disposizioni del Gdpr, anche da parte degli intermediari), non porterà a contrastare il fenomeno dell’evasione, ma innegabilmente graverà (come già sta facendo) il contribuente di ulteriori costi, sia in termini monetari – per il numero di soggetti coinvolti (software house, consulenti fiscali, ecc) – sia in termini di tempo; i vantaggi per l’ambiente, perché non si stamperanno più fatture cartacee, le quali non verranno più archiviate, né spedite, ed benefici economici sono, dunque, una mera illusione. Ma quanto costa un pc, una linea dati veloce ed il software dedicato (quello gratuito dell’Agenzia delle Entrate non merita commenti) al contribuente?

A un mese dall’entrata in vigore
della fattura elettronica

A quasi un mese dalla sua (forzata) entrata in vigore, la fattura elettronica viene vista con diffidenza da chi ne ha compreso la finalità e la forza cogente; risulta ancora un’entità astratta, e per questo priva di interesse, per coloro che, invece, l’hanno distrattamente percepita tra uno spot pubblicitario e l’altro, o per quelli che pur tenuti ad emetterla, continueranno ad incassare in contanti. Coinvolge purtroppo (o per fortuna, a seconda dei punti di vista) l’intera platea dei contribuenti, perché salvo qualche rarissima eccezione, tutti (in un modo o nell’altro) ne saranno destinatari.  Col mese di Febbraio, poi, scatterà anche l’esterometro, altro istituto collegato alla fatturazione elettronica, che coinvolge tutti i contribuenti residenti nel territorio italiano che abbiano svolto operazioni di cessione di beni e/o servizi da o verso l’estero. Per loro, ci sarà l’obbligo di comunicare mensilmente all’Agenzia delle Entrate le ridette operazioni, e ciò dopo aver risolto un rompicapo enigmistico, che impone di indovinare quale sia l’ultimo giorno successivo a quello di emissione della fattura.  

Un modo per “sostenere”
le casse dello Stato?

Il ritardo, un tempo tollerato, e rispetto al quale il contribuente sbadato (o affaccendato a risolvere i problemi quotidiani) sarebbe riuscito a rimediare, con l’emissione di una fattura bis, o alla peggio con un ravvedimento, oggi, ovvero dal primo di Luglio, verrà inesorabilmente sanzionato, ove mai dovesse emettere la fattura oltre i dieci giorni: se l’operazione è imponibile, la sanzione oscilla tra il 90% ed il 180% e, se non imponibile, tra il 5% ed il 10%, sempre con un minimo di € 250,00. La distrazione del contribuente, tenuto ad emettere la fattura elettronica, in un limitato lasso di tempo, potrebbe tradursi nell’azzeramento del risicato guadagno, sul quale le imposte graverebbero ugualmente, nella nota ed inaccettabile misura. Specularmente, chi ha evaso prima, continuerà a farlo anche adesso, con (o senza) la fattura elettronica e l’irrefrenabile Amministrazione finanziaria compenserà (solo in minima parte) le minori entrate, determinate dall’evasione, con le maggiori sanzioni di chi, magari involontariamente, si è attardato. Leggendo a ritroso quanto sinora scritto, sembra che il legislatore – lontano dalla quotidiana sofferenza – abbia concepito la misura, più per sostenere, con le sanzioni, le languide casse dello Stato, che per monitorare i flussi delle operazioni e contrastare gli illeciti.  In questo caso, non possiamo neppure accusare l’Europa, la quale non ci ha imposto di introdurre quella misura, in origine concepita per uniformare il sistema della fatturazione elettronica tra gli Stati membri, nelle limitate ipotesi degli appalti transnazionali; nessuno degli stati membri, infatti, ha pensato di adottarla, per tutte le operazioni interne.  Ultima annotazione. La Pubblica Amministrazione che da tempo impone di ricevere le fatture digitali, sarà solerte nel disporre i pagamenti, tanto quanto nell’emettere sanzioni?

di: Girolamo Fragalà @ 13:57


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