Gen 20 2019

Ci voleva Di Maio per ricordare che il Msi ebbe un’anima sociale?

Certo, l’accostamento è stato irriverente e tuttavia utile a ricordare che il Msi non fu solo nostalgia, reducismo, gite a Predappio e calendari del Duce. Parliamo della provocazione di Luigi Di Maio sul Msi che avrebbe votato il reddito di cittadinanza, rintuzzata prontamente da Francesco Lollobrigida (FdI) e da Francesco Storace. Di Maio, figlio di un missino, ha messo sullo stesso piano Msi e Pci. Msi e Pci, ha detto, avrebbero votato il reddito come forma di contrasto alla povertà. In effetti Msi e Pci nel 1985 si schierarono entrambi per il NO al referendum sul taglio della scala mobile. Un particolare di poco conto ma significativo di come nella storia della destra abbia agito un afflato popolare che a volte prendeva il sopravvento sulle politiche meramente conservatrici o rivolte alla piccola e media borghesia.

La destra sociale dimenticata?

Ma è evidente che Di Maio ha voluto provocare quell’area di destra che si è sempre definita sociale e che oggi, con una politica troppo concentrata su migranti e moschee, appare afona, ma soprattutto appare dimenticata, sicuramente poco degna di citazioni, poco presente o anche solo trascurata nelle linee programmatiche della destra. Eppure a quella destra occorrerà guardare per attingere idee e valori profondi capaci di far tornare sviluppo e speranza nella comunità nazionale. Ne fu rappresentante eccellente il capogruppo al Comune di Roma Tony Augello, il quale nelle serate d’inverno portava le coperte ai barboni della Capitale anziché sottrargliele e il quale, soprattutto, già nei primi anni Novanta accusava la sinistra di avere del tutto abbandonato le fasce deboli. Ne fu leader quel Pino Rauti che tra i primi additò le nuove povertà come tema principale dell’agenda politica e tra esse includeva anche la decadenza delle aree periferiche metropolitane e il degrado dell’ambiente. Ne fu emblema l’Almirante che si candidò a sindaco di Napoli invocando riscatto per il Sud e che, nel 1980, portò la Fiamma ad essere il terzo partito della città.

Il lato positivo della provocazione

Dunque è esistita un’anima sociale del Msi, anzi è stata una componente fondante e caratterizzante di tutta la sua storia, proseguita poi sotto le insegne di Alleanza nazionale. Ci voleva Luigi Di Maio per ricordarlo? Si colga allora di questa provocazione il lato positivo, recuperando la vitalità di un pensiero e di una storia che non è utile far cadere nel limbo dell’amnesia.

di: Annalisa Terranova @ 10:05


Gen 18 2019

Perché l’Italia non chiese mai l’estradizione di Lojacono, che uccise il missino Mantakas?

“Tengo a precisare che l’Italia non ha mai chiesto la mia estradizione alla Svizzera (il fatto è accertato dalla sentenza del Tribunale federale del 9 aprile 1991), dichiara Alvaro Lojacono a Ticinonline. Per i missini il nome di Alvaro Lojacono è collegato a quel 28 febbraio 1975, quando, insieme con Fabrizio Panzieri di Potere Operaio, sparò e uccise lo studente greco Mikis Mantakas, esponente del Fuan a via Ottaviano, dopo un assalto armato alla sezione del Msi Prati, lasciata incustodita dalle forze dell’ordine. Lojacono non pagò mai per la sua colpa. Oggi accetterebbe di scontare l’ergastolo in Svizzera l’ex Br, che è uno dei condannati per l’agguato di via Fani, che, oramai cittadino svizzero, dopo quasi vent’anni di silenzio e il recente arresto dell’ex Pac Cesare Battisti, fa la clamorosa rivelazione in un’intervista a Ticinoonline/20 minuti. Se l’Italia presentasse una richiesta di exequatur corretta e completa (cioè per tutte le condanne italiane cumulate), con la garanzia di non procedere più per gli stessi fatti, spiega Lojacono, “io l’accetterei senza obiezioni, almeno metteremmo la parola fine a questa vicenda”, dichiara provocatoriamente, ben sapendo che ciò non avverrà mai. In pratica, l’ex terrorista accetterebbe di scontare nel Paese elvetico l’ergastolo inflittogli da un giudice svizzero, secondo le sentenze italiane. Sparge anche dubbi l’ex terrorista rosso: “Forse l’Italia non ha voluto che uno Stato straniero mettesse il naso nel processo Moro”, insinua surrettiziamente. Si spiega così Lojacono il motivo per cui le autorità italiane (i diversi governi che si sono succeduti) hanno scelto di non chiedere l’estradizione e poi, in caso di rifiuto, il processo in via sostitutiva. Si tratta di un’ipotesi, spiega a Ticino online con la quale rompe un silenzio quasi ventennale, ma “sarebbe comprensibile”. In ogni caso, “qualunque sia la ragione non sono le autorità svizzere, né una mia presunta opposizione, ad aver creato l’impasse attuale”, aggiunge. Lojacono, dopo esser passato indisturbato per vari Paesi (nord-Africa e sud America), ha acquisito la cittadinanza elvetica (con il nome di Alvaro Baragiola). Lojacono è  figlio dell’economista e esponente romano del Pci Giuseppe Lojacono.

La mattina che Panzieri e Lojacono ammazzarono Mantakas

Ripercorriamo brevemente la vicenda Mantakas: l’ultima settimana di quel febbraio 1975 si stavano tenendo al vicino tribunale di piazzale Clodio le udienze del processo Primavalle, quello in cui si giudicavano gli assassini dei fratelli Mattei, Stefano e Virgilio, bruciati vivi nella notte nella loro casa dagli attivisti di Potere Operaio Lollo, Clavo e Grillo (e forse altri). Gli estremisti di sinistra avevano deciso che i “fascisti” non avrebbero neanche potuto assistere al processo, e si mobilitarono in maniera massiccia, militare, per dar vita a scontri. Scontri che iniziarono il 24 febbraio mattina e andarono avanti sino a quel 28, quando missini e gruppettari si videro davanti al tribunale alle sei del mattino. La notte prima un commando di Lotta Continua aveva assaltato la “palestra” del missino Angelino Rossi a volto coperto e con bombe incendiarie: ma ci fu un’altra vittima in quei giorni, un commissario di polizia che fu stroncato da un infarto mentre era lì in servizio, e che nessuno ricorda mai, Pietro Scrofana. Gli estremisti di sinistra erano pesantemente armati: pistole e bombe molotov a decine. E le usarono. Un dirigente del Fronte della Gioventù fu bersagliato da colpi di pistola, ma ebbe fortuna. Dopo alcune scaramucce dentro e fuori il tribunale, nel corso delle quali fu anche identificato Alvaro Lojacono (per uno scontro con un attivista missino del Prenestino), che successivamente sparò davanti la sezione di via Ottaviano 9. Secondo un disegno che a posteriori appare chiaro, alcune centinaia di comunisti ingaggiarono violenti scontri con la polizia, per permettere a un centinaio di loro, armati, di dirigersi verso la sede del Msi di via Ottaviano, presidiata da una trentina di attivisti, quasi tutti molto giovani. A quanto ricordano i testimoni, quelli di Potere Operaio spararono molti colpi di pistola contro il gruppo dei missini, i quali entrarono e uscirono un paio di volte dal portone, e fu nella seconda occasione che Mantakas fu colpito alle testa. Un altro ragazzo, Fabio Rolli, fu ferito a un polmone, ma lì per lì nessuno si accorse di nulla. Ci fu poi il lancio di molotov e l’assalto vero e proprio, sempre pistole in pugno. A quel punto alcuni riuscirono a rifugiarsi dentro la sede, altri rimasero fuori. Per giunta, in quei momenti mancò (o fu staccata) la luce cosicché la porta elettrica della sezione non si poteva più aprire. Un ragazzo che era lì dentro ricorda che al buio si sentivano grida, odore di benzina, terrore di finire come i Mattei, tentativi di armarsi con gambe di sedie e effettuare una sortita. Frattanto il dramma si era compiuto. I gruppettari avevano attaccato il portone dello stabile per entrarvi, così l’esanime Mantakas, nel frattempo colpito anche da una molotov il cui fuoco fu spento con le mani dai presenti, fu trascinato nel box da Stefano Sabatini e da altri ragazzi, che poi chiuse la serranda. A un certo punto gli estremisti irruppero nel cortile e spararono diversi colpi di pistola contro il box attiguo, che era quello più vicino all’entrata. A quel punto il fumo, il rumore, gli spari avevano attirato l’attenzione delle forze dell’ordine, che peraltro non avevano neanche ritenuto di presidiare la sezione del Msi che era un obiettivo tutto sommato da considerare. Arrivò la polizia, con gran stridore di gomme, ma era troppo tardi: un’ambulanza dei vigili del fuoco portò Mantakas all’ospedale ma poche ore dopo, durante o subito dopo l’operazione alla testa, Mikis morì. Poco dopo fu arrestato Fabrizio Panzieri di Potop, mentre usciva con aria indifferente da un portone poco distante. Testimonianze di giovani missini poi individuarono in Lojacono quello che aveva sparato. Mantakas si era trasferito a Roma perché all’università di Bologna era stato aggredito dagli estremisti di sinistra davanti a biologia, che lo mandarono all’ospedale per quaranta giorni. Ai funerali nella chiesa di Santa Chiara, in piazza della Minerva a Roma, c’erano migliaia di persone, e quasi tutte giovani. Persino in quell’occasione gli estremisti, usciti dalla sede del Pdup, tirarono una bomba molotov contro l’automobile guidata dall’allora segretario provinciale del FdG Teodoro Buontempo, che riuscì a fuggire. Nel marzo del 1977 ci fu la condanna a nove anni e sei mesi di reclusione per concorso morale in omicidio per Panzieri. Assoluzione, invece, per insufficienza di prove, per Lojacono. Il processo di secondo grado, nel 1980, si concluse con la condanna a sedici anni di reclusione per entrambi. Ma un ricorso in Cassazione bloccò l’esecutività della sentenza per Lojacono che rimase in libertà per poi fuggire in Algeria, e poi in Svizzera assumendo il cognome della madre. Lojacono nel 1978 era nel commando delle Brigate Rosse che rapì Aldo Moro e uccise la sua scorta. Nel 1983, fu condannato all’ergastolo per l’omicidio del giudice Tartaglione. Nel 1999 divenne un uomo libero. Fabrizio Panzieri, approfittando di una scarcerazione, si dette alla latitanza. Nel 1982 fu condannato a ventuno anni di reclusione. Ancora oggi risulta latitante. Forse è in Nicaragua, dove c’è anche Grillo, quello del rogo di Primavalle.

di: Antonio Pannullo @ 19:29


Gen 14 2019

Quanta fretta col “fascista” (innocente) Pagliai, quanti strani ritardi con Battisti…

Strano davvero che a nessuno dei grandi giornalisti italiani d’assalto, cronisti d’inchiesta, sempre coraggiosamente pronti a disturbare commemorazioni funebri private pur di avere un miserevole scoop da sbattere sui loro giornali, o sempre pronti ad andare a infiltrarsi in manifestazioni politiche sperando di suscitare una reazione – meglio se violenta – da parte di persone esasperate da continue provocazioni che con il giornalismo non hanno nulla a che fare, strano, dicevamo, che a nessuno di questi protagonisti dei talk show televisivi, antifascisti in servizio permanente effettivo, sia venuto in mente di collegare la vicenda Battisti a una per molti versi analoga – fatta salva la diversa caratura dei personaggi – accaduta nell’ormai lontanissimo ottobre 1982, ma che vide una conclusione molto diversa e drammatica rispetto a quella di queste ore. I fatti accaddero sempre in Bolivia, sempre a Santa Cruz de la Sierra, l’operazione fu sempre condotta dai nostri Servizi, anche se allora si chiamavano in modo diverso, e il protagonista era sempre un latitante ricercato dallo Stato italiano. Tante, troppe analogie. Che comunque si fermano qui, perché il ragazzo ricercato allora che i nostri servizi erano andati a prendere si chiamava Pierluigi Pagliai ed era un aderente di Avanguardia Nazionale. Il giovane milanese 28enne, però, non era stato condannato per quattro omicidi e reati vari, come cesare Battisti, no; anzi, non era mai stato condannato per nulla. L’unica colpa effettiva che in quel momento aveva era renitenza alla leva. Un po’ poco per essere giustiziato con due colpi alla nuca dai poliziotti boliviani e dai nostri servizi davanti a una chiesa, e dopo che aveva messo le mani sulla testa il segno di resa. Pagliai fu portato al locale ospedale, poi a La Paz, ma le sue condizioni apparvero subito disperate. Caricato a forza e contro il parere dei medici, dagli emissari italiani su un aereo della nostra compagnia di bandiera Alitalia, il Giotto per la precisione, Pagliai morì pochi giorni dopo senza aver ripreso conoscenza. Era un ragazzo innocente, colpevole solo di avere idee estremistiche (ma è poi una colpa?), eppure è stato ucciso come un cane. Perché? La spiegazione è di una tragica chiarezza: perché era considerato un “fascista”, che alle orecchie di molti politici, magistrati, giornalisti, è peggio che essere un pluriomicida: un fascista è la sentina di tutti mali. E ancora oggi c’è chi la pensa così. E poi per Pierluigi Pagliai non ci fu nessun Soccorso Rosso, non ci furono schiere di avvocati, deputati, attori, scrittori, giornalisti, ricchi radical-chic che levarono la voce per il suo omicidio. Semplicemente, non aveva il diritto di esistere: “uccidere un fascista non è reato”. E così fu.

I Servizi non riuscivano a trovare colpevoli per Bologna

Ma naturalmente anche questa vicenda va contestualizzata: mettiamoci nei panni del governo italiano, mettiamoci nei panni degli inquirenti di allora. Il 2 agosto 1980, ossia due anni prima, c’era stata la strage di Bologna, e prima molte altre bombe, tutte di autore ignoto. I media avevano immediatamente – quanto ingiustificatamente – puntato l’indice contro la destra eversiva, la tensione era ai massimi livelli. Ma soprattutto non si riusciva a cavare un ragno dal buco: non si trovavano i colpevoli, non si trovava una pista, furono effettuati centinaia (e non è un modo di dire) di arresti di neofascisti (poi tutti rilasciati senza neanche scuse), fatte migliaia di perquisizioni e di interrogatori, ma il colpevole non veniva fuori. La pista estera non fu neanche pres ain considerazione, perché si doveva trovare il fascista. Immaginiamo che il Viminale fosse fuori di testa, con le pressioni politiche che esigevano a tutti i costi un colpevole. Così, con l’onda emozionale della caccia al fascista, e con la stampa che di qualsiasi reato e nefandezza accusava il solito Stefano Delle Chiaie, capo di Avanguardia Nazionale, la strategia più semplice fu quella di colpire in quella direzione, tanto più che l’intellighentsia pseudo culturale italiana era da quella parte. Delle Chiaie, poi, da tempo era dovuto riparare in Bolivia, insieme ad altri camerati tra cui lo stesso Pagliai, per sfuggire alla persecuzione indiscriminata contro il mondo della destra. Delle Chiaie poi, accusato di tutto quasi in maniera ridicola, riusciva sempre a beffare i Servizi, che ce l’avevano molto con lui. Così, dopo la naufragata operazione Pall Mall dei nostri Servizi, tesa alla cattura di Delle Chiaie, se ne varò un’altra, l’operazione Marlboro, sempre per catturare il leader di Avanguardia, che peraltro, essendo latitante, non poteva difendersi convenientemente. Ancora oggi non si conoscono i dettagli dell’operazione, ma secondo le testimonianze che siamo riusciti a raccogliere, il commando delle nostre teste di cuoio era composto dalle 20 alle 30 persone, anche se qualche fonte parla di 80 elementi, che agirono in collaborazione con la polizia boliviana e con agenti della Cia americana, chissà poi perché. Tra l’altro pare che gli americani abbiano collaborato anche nell’operazione-Battisti. E anche la città è la stessa. Va detto che sulle dichiarazioni non verificate di qualcuno, la magistratura italiana emanò mandati di cattura per strage nei confronti di Delle Chiaie, Pagliai e altri. Un ufficiale della polizia boliviana, che aveva buoni rapporti con Pagliai, gli dette appuntamento davanti alla chiesta di Nuestra senora del Carmen a Santa Cruz, e quando questi arrivò fu subito circondato da almeno trenta carabineros con le armi in pugno. Pagliai alzò subito le mani mettendole sulla testa in segno di resa, ma fu centrato da due proiettili in testa. Come detto, fu portato prima all’ospedale di Santa Cruz, poi a quello della capitale La Paz, operato dal professor Brunn, medico dell’ambasciata Usa, e caricato, contro il parere dei medici, sull’aereo diretto in Italia. Addirittura l’ambasciatore americano ottenne il decreto di espulsione dal governo transitorio boliviano pagò i diritti aeroportuali pur di accelerare la partenza.

Per Pagliai Staiti e Pannella accusarono il premier Spadolini

Dopo un periodo di confusione, anche mediatica, e poiché anche allora non c’era nessuno che difendesse i “fascisti”, il deputati Tomaso Staiti del Msi e Marco Pannella dei radicali, misero in stato di accusa l’allora presidente del Consiglio Giovanni Spadolini, che dette il via libera all’operazione d’intesa col ministro dell’Interno Virginio Rognoni, ma il procedimento fu archiviato rapidamente. Fu solo grazie alle successive dichiarazioni processuali del prefetto Parisi se qualcosa in più sulla vicenda si seppe. Ma altrettanto rapidamente si dimenticò. Vogliamo qui ricordare una lettera del padre di Pagliai, Alberto, al direttore di Repubblica Scalfari, nel quale Alberto Pagliai contesta quanto scritto dal quotidiano, ossia che Pierluigi fosse un terrorista, e sottolineando il fatto che fosse incensurato. In conclusione, siamo di fronte ancora una volta a un comportamento doppiopesista da parte delle nostre istituzioni tra destra e sinistra. La prova? Eccola:  Perché i nostri Servizi non sono andati in Brasile a prendere Achille Lollo, il ricco terrorista di Potere Operaio che bruciò vivi un ragazzo e un bambino perché fascisti, mentre i Servizi italiani si sono precipitati tempestivamente con un C-130 militare in Costa Rica nel 1979 per prendere in consegna Franco Freda che vi si era rifugiato? Così come perché sono volati in Bolivia a prendere Pagliai, innocente fino a prova contraria, ma non hanno mai ritenuto di volare in Brasile a catturare Battisti, condannato definitivamente? La risposta è sin troppo chiara.

di: Antonio Pannullo @ 20:15


Gen 11 2019

Dal convegno del Cis su Giaquinto un appello: ritrovare l’unità della destra

In occasione dei 40 anni dell’assassinio del giovane missino Alberto Giaquinto si è svolto al Cis (Centro Iniziative Sociali) di via Etruria un convegno in ricordo del giovane 17enne, colpito alla nuca da un poliziotto della polizia politica. Il giovane attivista dell’Eur aveva appena partecipato insieme con alcune decine di suoi camerati a una cerimonia in ricordo dei giovani di Acca Larenzia a Centocelle. Quel giorno, essendo come al solito stata vietata dalla questura ogni manifestazione del Msi, i giovani avevano deciso di effettuare alcuni brevi flash mob, come si direbbe oggi, in varie zone della città, e una di queste era la zona-simbolo di Centocelle. Al convegno, voluto da Domenico Gramazio, segretario del Cis, ha partecipato il senatore Maurizio Gasparri, testimone diretto dei fatti in quanto all’epoca era segretario provinciale del Fronte della Gioventù (l’organizzazine giovanile del Movimento Sociale Italiano), Adalberto Baldoni, giornalista e scrittore di molti volumi sulla storia del Msi, nonché all’epoca capocronista del Secolo d’Italia, l’organo ufficiale del Msi, e naturalmente lo stesso Domenico Gramazio, protagonista dell’attivismo romano, dirigente nazionale del partito, insomma memoria storica di quegli anni difficili. Dopo una breve introduzione di Gramazio, che ha ricordato che il Cis è intitolato proprio ad Alberto Giaquinto su proposta di Angelo Mancia, valoroso attivista del Msi, assassinato dagli antifascisti della Volante Rossa il 12 marzo del 1980, ha parlato Maurizio Gasparri, che ha dolorosamente ripercorso quella drammatica giornata di 40 anni fa, descrivendone il clima surreale, oggi incomprensibile, e ricordando che in quei giorni erano andati insieme, con Giaquinto e altri, a distribuire volantini e a svolgere attività politica. Finito l’appuntamento e tornati in sezione, Gasparri riceve la notizia che qualcosa era successo a Centocelle e che un ragazzo era rimasto ferito o ucciso. Gramazio ha ricordato a questo proposito che la prima notizia parlava di una macchina esplosa e di un ragazzo rimasto ucciso,sempre per dare la colpa ai missini che avevano incendiato le auto, cosa ovviamente non vera. Dopo aver raccontato le vicende drammatiche di quegli anni, Gasparri si è rammaricato del fatto che oggi le commemorazioni, pur giuste e sacrosante, siano però così spezzettate: “Perché in fine dei conti quei morti sono morti missini, era gente che noi avevamo conosciuto e con la quale avevamo condiviso tutto”. Della stessa opinione Adalberto Baldoni, che prima di essere uno scrittore, uno storico, è stato un giornalista militante e un attivista della zona di MonteSacro ma non solo: Baldoni non riesce a comprendere come mai in occasione dei 41 anni della strage di Acca Larenzia vi siano state diverse commemorazioni: una la mattina, una il pomeriggio, una la sera: “Come è possibile che di fronte a un fatto di questa portata, la destra si sia polverizzata in mille rivoli: noi, al tempo, eravamo tutti uniti di fronte al nemico comune che era la sinistra e il sistema che la appoggiava”. Anche Baldoni ha rievocato quella drammatica giornata, così come quella di Acca Larenzia. Va ricordato che allora i telefonini non c’erano, e che tutte le notizia arrivavano dal telefono fisso, con le immaginabili difficoltà collegate: la persona cercata non era in sede, era occupato, non prendeva la linea, non si trovava un telefono, per cui le notizie arrivavano non in tempo reale. Addirittura – hanno ricordato Baldoni e Gramazio – per Acca Larenzia i primi lanci di agenzia parlavano di un assalto a piazza Tuscolo, ossia la sezione del Msi Appio Latino Metronio dove lavorava Gramazio, mentre era il Tuscolano, ossia la sezione di via Acca Larenzia. Il giovane cronista Baldoni fu così inviato da una parte all’altra, prima di capire a fondo la tragedia, anzi le tragedie, che erano avvenute quella sera.

Anni difficili, pericolosi, resi drammatici dal fatto – come hanno sottolineato più volte tutti i relatori – che verso i ragazzi del Msi c’era una vera e propria persecuzione organizzata, da parte del regime e della stampa, che non persero mai occasione per calunniare, diffamare, perseguitare la destra e suoi esponenti. Certa stampa, poi si distinse particolarmente per infamia, a cominciare dalla strage di Primavalle dove si voleva a tutti costi che la strage fosse frutto di una faida interna all’Msi: non era così, la strage di un ragazzo e di un bambino fu compiuta dai comunisti ricchi di Potere Operaio, ma lo si accertò solo molto dopo che il fango era stato gettato sui missini. Così per Giaquinto: la polizia e la stampa dissero che era armato, cosa falsa, che il poliziotto si era difeso, che Giaqunto era un soggetto pericoloso. Gramazio ha ben sottolineato che se la verità è venuta a galla fu solo per merito di Teodoro Giaquinto, il padre di Alberto, che non fidandosi del Viminale – che non rispondeva neanche ai parlamentari del Msi! – ricorse alla collaborazione degli investigatori privati, che in pochi giorni ascoltarono centinaia di testimoni sia tra i dimostranti sia tra gli abitanti e i negozianti della zona e giunsero alla verità. Verità che fu sbattuta in faccia al governo da Giorgio Almirante, in uno degli interventi più duri della sua carriera parlamentare. E vergogna nella verogna, i giovani che andarono alla polizia per denunciare l’assasinio di Giaquinto, venivano immediatamente denunciati  per manifestazione non autorizzata. Così, grazie non certo ai nostri inquirenti o alle istituzioni, la verità venne a galla, il poliziotto fu simbolicamente condannato e dopo un lungo processo lo Stato riconobbe in indennizzo alla famiglia, che fu un’assunzionedi responsabilità e un’implicita ammissione di colpevolezza. La famiglia lo rifiutò e allora l’avvocato difensore utilizzò quella cifra per costruire la tomba dove oggi Alberto riposa. In conclusione, merito a chi ancora oggi ricorda quelle vicende: Baldoni con i suoi scritti e Gasparri e Gramazio per la lor sensibilità verso una comunità e la sua lotta, una comunità che quarant’anni dopo è ancora legata e coesa, anche se i componenti hanno scelto strade anche molto diverse. Grazie quindi di cuore a Baldoni, Gasparri e Gramazio per aver impedito che la memoria dei nostri caduti cadesse nell’oblìo a cui gli antifascisti di ogni tipo l’avevano destinati.

In serata, a Centocelle, circa 300 giovani hanno ricordato Alberto Giaquinto proprio nel luogo dove cadde, tributandogli il “Presente!”. Lwe forze dell’ordine hanno immediatamente blindato la zona, anche perché qualche decina di antifascisti ha inscenato una vergogno sa manifestazione di protesta, contro cosa non sia sa, giacché i giovani hanno solo commemorato il loro camerata caduto 40 anni fa. La cerimonia si è conclusa senza incidenti e senza provocazioni.

di: Antonio Pannullo @ 11:52


Gen 10 2019

40 anni fa l’omicidio di Alberto Giaquinto. Oggi il ricordo nella sala del Cis a Roma

Sono passati 40 anni da quando il giovane missino 17enne Alberto Giaquinto, a cui è intitolato il Cis – Centro Iniziative Sociali, veniva assassinato a freddo nel primo anniversario della strage di Acca Larenzia. Giovedì 10 gennaio ore 18 nella sala convegni del Cis di via Etruria 79 Adalberto Baldoni e Domenico Gramazio ricorderanno il giovane martire Alberto Giaquinto.

Alberto Giaquinto è uno dei tanti, troppi, giovanissimi missini assassinati senza colpa, solo perché volevano fare politica dalla parte che reputavano giusta. E invece si ritrovarono in una guerra, scatenata dagli antifascisti, secondo i quali “uccidere un fascista non è reato”, guerra avallata da chi, quando moriva un missino, si girava dall’altra parte e in qualche caso applaudiva. Ripercorriamo ancora una volta le tappe di quella agghiacciante vicenda, che a raccontarla oggi sembra inverosimile. La morte di Giaquinto è una diretta conseguenza diretta dei fatti di Acca Larenzia. In quel periodo i giovani missini continuavano a subire la più ignobile persecuzione di tutto il dopoguerra: giovani assassinati, sezioni incendiate, manifestazioni assaltate, aggressioni quotidiane. In tutti i modi la sinistra cercava di impedire l’agibilità politica ai ragazzi del Fronte della Gioventù e del Movimento Sociale Italiano. Alberto Giaquinto, di soli 17 anni, fu assassinato da un poliziotto in borghese, Alessio Speranza, con un colpo alla nuca mentre fuggiva. Alberto Giaquinto stava solo ricordando insieme ad altri suoi camerati la strage di via Acca Larenzia avvenuta un un anno prima. Ma il regime democristiano e comunista non voleva permettere neanche quello: la manifestazione si era svolta a Centocelle, davanti a una sede della Dc. Mentre i giovani missini si stavano disperdendo, arrivò questa Fiat 128 bianca, con due persone a bordo: una delle due, Speranza, in servizio alla Digos, la polizia politica dell’epoca, scese dall’auto e sparò al giovane Giaquinto che era di spalle, colpendolo in pieno. Giaquinto era insieme al suo amico Massimo Morsello, cantautore e poeta, che cercò inutilmente di dargli i primi soccorsi. L’ambulanza arrivò solo 30 minuti dopo, e dopo poche ore Alberto cessava di vivere tra le braccia della madre. Molti giovani avevano visto quello che era accaduto, ma quando andarono in commissariato a testimoniare, si videro denunciati perché la manifestazione non era autorizzata. Vergogna nella vergogna, perché – come disse alla Camera lo stesso Giorgio Almirante – il Msi aveva ben chiesto con settimane di anticipo alla questura l’autorizzazione a ricordare i morti di Acca Larenzia con un corteo silenzioso aperto dai parlamentari del partito, cosicché non ci fosse pericolo di disordini. Ma dopo aver perso tempo per parecchi giorni, il ministro dell’Interno aveva rimandato i missini al questore, il quale disse, all’ultimo momento, come faceva spesso, che il corteo non si sarebbe fatto. Ma i giovani missini avevano il diritto e il dovere di ricordare i loro morti, soprattutto perché le indagini su Acca Larenzia non decollavano, mentre decollavano le complicità e le protezioni eccellenti, e pertanto una piccola manifestazione ci fu, quella tragica di Centocelle. Ricordiamo inoltre che in quegli anni l’Autonomia operaia, a Roma, a Milano, praticamente ogni sabato teneva violente manifestazioni tutte non autorizzate, nel corso delle quali devastava le città, metteva esplosivi e tirava bombe molotov. Il tutto tollerato dalle forze dell’ordine, dalla questura e dal ministero dell’Interno. Va ricordato che in quegli anni il 90 per cento delle manifestazioni del Msi e del FdG venivano regolarmente vietate, quasi sempre arbitrariamente. Nel caso in cui fossero consentite, le sinistre ne organizzavano altre nelle immediate vicinanze, così da costringere le forze dell’ordine a intervenire contro i soliti fascisti provocatori. Era passato in Italia il messaggio che la presenza stessa di un anticomunista fosse una “provocazione”, solo le sinistre potevano parlare ed esprimersi. Nelle scuole, nelle università, in piazza, nel luoghi di lavoro. Ma molti ragazzi non ci stavano, non accettavano queste dittatura, decisero di difendere la loro libertà.

“Non la troviamo! Non la troviamo, la pistola!”

Ma quella volta la questura, e quindi il Viminale, superarono loro stessi: sin dal primo momento si tentò, da parte delle sinistre e dei soliti giornali, e anche da parte della questura, di infangare e calunniare Alberto Giaquinto, dicendo falsamente che era armato, che aveva munizioni, che aveva minacciato i poliziotti: tutte menzogne, e per giunta con le gambe corte, perché nessuna pistola fu mai trovata, né le munizioni, e fu provato che lui stava andando via, altro che minacciare. Esagerazioni di parte? No, perché proprio nei momenti in cui Giaquinto agonizzava e la famiglia era accorsa all’ospedale San Giovanni, la questura inviò una tempestiva perquisizione a casa Giaquinto, all’Eur, nella frenetica ricerca di un’arma che non fu ovviamente mai trovata. “Non la troviamo , non la troviamo!”, “La dovete trovare!”, era il tono delle telefonate tra i poliziotti e la questura a casa Giaquinto. Certo, perché il “fascista” doveva essere cattivo, e le sinistre dovevano avere sempre ragione: altrimenti come facevano a dire che uccidere un fascista non è reato? Ma non è finita qui: dopo l’assassinio, il ministero rifiutò per giorni di fornire il nome del poliziotto che aveva ucciso il 17enne, intorno a lui ci fu un comportamento che definire omertoso non è un’esagerazione. Il più stretto riserbo fu tenuto sulla vicenda. E ancora oggi non si saprebbe il nome del responsabile, se non fosse stato per la disperata determinazione del padre del ragazzo assassinato, Teodoro Giaquinto, la verità non sarebbe venuta a galla mai. Teodoro Giaquinto era un farmacista che aveva la sua attività a Ostia, simpatizzante missino, tanto che ogni mese non mancava di far avere il suo piccolo contributo alla locale sezione del Msi, poiché allora non c’era il finanziamento pubblico e il Msi non rubava come invece facevano i partiti dell’arco costituzionale. Questo padre, visto che gli inquirenti non facevano il loro mestiere, anzi ostacolavano la ricerca della verità, pagò di tasca propria un’agenzia di investigazioni la quale sentì centinaia di testimoni, sia tra i ragazzi che avevano partecipato alla manifestazione sia tra gli abitanti del luogo sia tra i commercianti nei pressi di piazza dei Mirti. Nessuna pista fu trascurata, e in breve si seppe la verità. Fu Almirante che in un’interrogazione parlamentare, atto insindacabile, fornì al Viminale il nome del colpevole. Ma le denunce per i missini che si erano recati a testimoniare rimasero. Ma il peggio doveva ancora venire: Speranza fu condannato a sei mesi per “eccesso colposo di legittima difesa”. Difesa da cosa? Da un ragazzo disarmato che stava fuggendo? Lo sgomento tra la comunità missina, l’unica alla quale importava di questo ragazzo, fu grande. Giaquinto era uno studente, amato da tutti, estroverso, amante della musica e del calcio, allegro, come tutti i ragazzi della sua età. Aveva il “difetto” di avere le sue idee politiche, di voler cambiare il sistema, e questo, nell’Italia di allora, era imperdonabile. Non fu il primo e non sarebbe stato l’ultimo giovane ad essere ucciso dai terroristi di sinistra o dalle forze dell’ordine, ma la sua memoria è più viva che mai. A Ostia gli è stato dedicato dal sindaco Alemanno un giardino, ma il riconoscimento più importante è venuto molti anni dopo, nel 2002: lo Stato fu costretto a riconoscere un indennizzo alla famiglia, cosa che equivale a un’ammissione di colpa e di responsabilità. La famiglia ovviamente lo rifiutò, e i soldi furono utilizzati per la tomba di dove oggi riposa Alberto. Sul piano processuale, il 17 aprile 1988, dopo quattro processi, la Corte di Cassazione emise la sentenza definitiva, stabilendo che a sparare e a uccidere Alberto Giaquinto fu l’agente di pubblica sicurezza Speranza. Insomma, in quella circostanza il regime “democratico e antifascista”, come amava ripetere, mostrò il suo lato peggiore: per giorni e giorni si disse, grazie ai giornali allineati, che Alberto era armato, per giorni si rifiutò di dire il nome dell’agente che aveva sparato, si dettero più versioni contrastanti dei fatti, chi andava a testimoniare veniva denunciato per manifestazione non autorizzata e altro. Ma la verità era diversa: i ragazzi erano disarmati, nessuno aveva minacciato la polizia, i due giovani si stavano allontanando, tutte cose poi confermate dagli esami scientifici, guanto di paraffina compreso. Dopo l’autopsia, la versione mendace della polizia crollò. Alberto Giaquinto era nato a Roma il 5 ottobre 1962, frequentava il terzo anno del XIV liceo scientifico Peano, e fu la quinta vittima di Acca Larenzia, poiché, pochi mesi dopo la strage, il padre di Francesco Ciavatta, non potendo resistere al dolore, si era ucciso ingerendo una bottiglia di acido muriatico.

di: Antonio Pannullo @ 17:15


Gen 10 2019

Il Dante segreto. Le letture esoteriche da Kirkup a Guénon, passando per Mussolini

Una mattina d’ottobre del 1840 Seymour Kirkup, artista visionario  e occultista, si presentò a al Palazzo del Bargello a Firenze – dove viveva – per prendere visione del ritratto di Dante dipinto da Giotto e ne fece una copia. E’ da qui, dalla figura ritrovata di questo “Apollo con le fattezze di Dante”, che parte l’excursus di Pier Luigi Vercesi sulle interpretazioni esoteriche della Commedia (Il naso di Dante, Neri Pozza, pp. 172, euro 13,50). Proprio quel ritratto, che ci mostra un Dante giovane e insolito, luminoso e non disilluso, privo dell’espressione accigliata del Dante anziano ed esule che ci è più familiare, diviene in qualche modo l’emblema delle interpretazioni poco conosciute e poco “canoniche” dell’opera dell’Alighieri, esegesi che puntano su simboli e tradizioni misteriche.

Una società segreta di Ghibellini

Kirkup era amico di Gabriele Rossetti, poeta e patriota esule in Inghilterra, il quale pensava che Dante fosse membro di una società segreta di ghibellini i cui accoliti comunicavano tra loro attraverso un linguaggio segreto. La sua idea era che nella Commedia ogni concetto fosse simbolo di qualcos’altro: Amor per Impero, così come Dio e Madonna, Cielo per scienza, Morte per guelfismo ecc. Un linguaggio arcano che Rossetti ricavava dall’opera trecentesca di Francesco da Berberino, Fedele d’Amore e templare. Il figlio, Dante Gabriel Rossetti, fu tra i principali animatori della confraternita dei Prefaraffaelliti ed era a sua volta convinto che Dante fosse un iniziato il quale condivideva con pochi eletti i misteri della “vita nuova”. Per questo era osteggiato dalla Chiesa, fucina di ogni vizio finché non fosse avvenuta la restaurazione spirituale ad opera del Veltro. Le sue teorie vennero riprese da Eugène Aroux nel libro Dante eretico, rivoluzionario e socialista, che secondo il figlio di Rossetti era stato interamente copiato da un manoscritto del padre.

Dante templare secondo Guénon

Il filosofo Denis de Rougemont, nel suo L’Amore e l’Occidente(1939)  a sua volta vide in Dante uno degli ultimi rappresentanti di una concezione dell’amore che legava le canzoni dei trovatori alla visione spirituale del mondo che era propria dei Catari. Tale tradizione si esprimeva nella ricerca di un “Graal fatto di conoscenza e avventura insieme”. Più o meno nello stesso periodo, cioè nella prima metà del Novecento, anche René Guénon, studioso delle tradizioni esoteriche, si occupava di Dante e ne scriveva come di un ultimo cavaliere Templare cui “spettò di comporre il testamento di un Medioevo agonizzante” per rivelare a chi era in grado di capire “come sarebbe stato il mondo occidentale se non avesse rotto i suoi legami con la propria tradizione”.

Lo scrittore ed esule russo Demetrio Merezkovskij ritenne di essere in grado di comprendere il quarto senso (quello superiore) dei versi della Commedia e si fece ricevere da Mussolini a Palazzo Venezia per sottoporgli alcuni quesiti sull’opera compiuta dal fascismo e la sua somiglianza con gli auspici dell’Alighieri. Una conversazione durante la quale Mussolini si sarebbe ritratto, affermando che era impossibile paragonarlo a Dante. Nel 1922, infine, l’allievo di Pascoli Luigi Valli si preoccupò di recuperare Dante alla Chiesa, facendone l’aedo della romanità e del cattolicesimo purificato rappresentati della Croce e dall’Aquila nella Commedia.

Il libro di Vercesi, scorrevole, colto e rivolto a un pubblico vario e non necessariamente composto di eruditi, ha il merito di inserire a pieno titolo tra gli studi danteschi anche le opere dei cosiddetti “adepti del velame”, provocati più volte dallo stesso Poeta che nella Commedia inserì a più riprese “li versi strani” destinati a generare tanti rivoli interpretativi.

 

di: Annalisa Terranova @ 15:33


Gen 08 2019

L’ultimo saluto a Tommaso Manzo: “Era un punto di riferimento per tutti”

Tommaso Manzo un regalo più bello non ce lo poteva fare: nella chiesa di Santa Lucia in circonvallazione Clodia a Roma, ha chiamato all’estremo saluto gli esponenti di quella stagione formidabile e terribile che furono gli anni Settanta e Ottanta a Roma. E sono venuti tutti. La chiesa, molto grande, era gremita e all’esterno si accalcavano moltissime persone nonostante la pioggia insistente. La morte dell’avvocato generoso, del militante rigoroso, del politico appassionato, ha colpito profondamente quella che Isabella Rauti, nel post in cui annunciava la dipartita di Tommaso, ha definito “la comunità”. Tommaso diceva i “nazionalrivoluzionari”, non dimentichiamo che veniva dall’esperienza di Ordine Nuovo con Pino Rauti. Politici di oggi e di ieri sono venuti a salutare il loro collega, attivisti sono venuti a ringraziare il loro difensore, spesso gratuito, avvocati sono venuti a omaggiare un valente collega. Molti i volti rigati dalle lacrime, gli amici di sempre, le persone con cui è cresciuto, politicamente e soprattutto umanamente: il gruppo della gloriosa sezione Balduina. C’erano persone che non si vedevano da quarant’anni, e persone che non hanno mai fatto più politica dalla fine degli anni Settanta. Qualcuno non si è riconosciuto, e si sono dovuti presentare di nuovo, dopo aver trascorso la giovinezza insieme a rischiare la vita – e non è un modo di dire – per i propri ideali. Il tempo passa per tutti e si prende la rivincita su chi non seppe giocare bene le sue carte. La considerazione che circolava tra i tristi convenuti su Tommaso era proprio ciò che dicevamo all’inizio: nonostante lui appartenesse – da sempre – a una corrente minoritaria di un partito di minoranza con nessuna speranza di assumere ruoli di potere in breve tempo, Tommaso si comportava come se fosse un alto responsabile di governo in carica, con dedizione, impegno, passione e sacrificio. Canaris, come lo chiamavano i suoi camerati della Balduina, aveva però una speciale particolarità: era estremamente riservato, diffidente, al limite del sospettoso, almeno quando faceva attività politica. Non si fidava del sistema, non si fidava degli avversari politici, e faceva bene. Tanto è vero che quando fu gambizzato dalle Brigate Rosse sotto casa sua, mentre le istituzioni davano la caccia al fascista, non fu ucciso solo perché evidentemente aveva subodorato qualcosa, col sesto senso che solo chi ha fatto l’attivista può capire, e si era tempestivamente gettato e rotolato a terra, impedendo ai terroristi di centrare lui e il loro obiettivo di uccidere un nemico pericoloso e irriducibile. Allora probabilmente pensò di aver fatto bene a diffidare di tutto e tutti, aveva ragione lui.

Gasparri: “Tommaso era un punto di riferimento per tutti”

L’officiante nella sua omelia ha parlato poco di Tommaso e molto della vita eterna, soffermandosi sul significato più profondo di ciò che questo vuol dire per un vero credente quale Tommaso era. La vita eterna per tutti. Dopo aver benedetto la salma, il sacerdote ha congedato i convenuti. Su richiesta della famiglia, il senatore Maurizio Gasparri ha pronunciato un breve ricordo di Tommaso. Gasparri era dirigente del Movimento Sociale Italiano e segretario del Fronte della Gioventù in quei tempi, e con Tommaso, dirigente nazionale del partito e consigliere comunale capitolino, ha avuto sempre moltissimi rapporti. Se aggiungiamo che Manzo era anche un dirigente della corrente di opposizione rautiana e Gasparri uno degli uomini più vicini alla maggioranza almirantiana, immaginiamo che i rapporti non dovessero essere facili. Invece – ha sottolineato Gasparri – era proprio il contrario: Manzo difendeva con grande determinazione le proprie posizioni, ma quando era il momento di tirare delle conclusioni, di prendere delle decisioni nell’interesse del partito, gli spigoli si smussavano e i contrasti si appianavano. “Era per tutti noi un punto di riferimento”, ha detto il senatore di Forza Italia, “lo è sempre stato”. “E non solo per la politica: Manzo era un punto di riferimento anche nella sua professione per i suoi colleghi, era un punto di riferimento per le associazioni sportive come l’Asi, dove ha rivestito ruoli di responsabilità, per l’associazione M.Arte, che animava con iniziative culturali di vario genere”. Il feretro è stato portato fuori a spalla non dagli addetti delle pompe funebri ma dai suoi amici di sempre, e fuori la folla ha tributato a Tommaso un “Presente!” intenso e commosso. Tra i tanti riti, le tante liturgie, dei ragazzi degli anni Settanta, il ricordo e l’omaggio ai Caduti fratelli è una cerimonia irrinunciabile e sacra: lungi dall’essere mera esteriorità, come sprezzantemente scrivono alcuni quotidiani, è al contrario una testimonianza e una promessa per dire al Caduto: “Tu sei sempre con noi”.

di: Antonio Pannullo @ 18:02


Gen 08 2019

Il 2019 “celebra” De Felice. La sua opera riconsegnò il Fascismo alla storia d’Italia

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

L’8 aprile di quest’anno cadrà  il novantesimo anniversario della nascita dello storico Renzo De Felice. Anche la Legge finanziaria, da poco approvata, se ne è ricordata, destinando un contributo per ricordare l’anniversario. Ne siamo ovviamente lieti. È un piccolo segnale, ancora più significativo  di fronte ai rigurgiti di un antifascismo becero e ignorante, strumentale e quindi lontanissimo da qualsiasi approccio storicamente fondato rispetto al  fascismo, a cui De Felice dedicò la sua ricerca, facendo Scuola e scompaginando  interpretazioni che andavano per la maggiore: dall’idea crociana del Ventennio  inteso  come “parentesi” e come  “malattia morale” alla visione  del  fascismo come risultato di una “fase di assestamento” dei processi  di industrializzazione;  dall’interpretazione  gobettinana che individuava nel fascismo  un prodotto degli antichi mali d’Italia a quella   comunista, che risolveva tutto nell’idea dell’arma estrema  al servizio del capitalismo, sul punto di soccombere sotto la spinta della vittoria proletaria. 

De Felice superò tutti gli schemi

Rispetto a questo quadro d’assieme De Felice  ruppe con tutte le vecchie scuole interpretative usando i documenti, facendo parlare i fatti, comparando, studiando veramente. Il risultato più immediato fu “un libro serio, documentato, ponderato, scritto, per quanto possibile, senza pregiudizio” – come ebbe a riconoscere, in un articolo, pubblicato dal Secolo d’Italia, nel 1965,  uno studioso attento ma anticonformista, Adriano Romualdi, che vide subito nell’opera di De Felice (e si era appena al primo volume) una “prima pietra per la ricostruzione della viva immagine di Mussolini”, fino ad allora schiacciata nell’incomprensione:   «Da una parte – scriveva  Romualdi – ci sono l’ ingiuria, la diffamazione, la calunnia contro un avversario la cui ombra non dà pace e tregua. Dall’altra la patetica e casalinga rievocazione dei fedeli che rischia di deformare in una oleografia borghese la personalità del più spregiudicato rivoluzionario della storia d’Italia».

Né tentennamenti né cadute di stile

Da quel 1965 l’impegno defeliciano non ebbe né tentennamenti, né cadute di stile. Nessuna voglia di “riabilitare” – sia ben chiaro –  come lo accusarono subito di volere fare i rappresentanti dell’accademismo antifascista. «La mia preoccupazione – disse in occasione della contestatissima Intervista, rilasciata a Michael A. Ledeen ed uscita nel 1975 –  è quella di capire il fascismo, anche se qualcuno obbietta che così c’è il rischio di capirlo troppo». Un’ovvietà – se vogliamo – dal punto di vista di una corretta, cioè libera, interpretazione storica. Un’eresia per il contesto in cui De Felice si trovò ad operare. Un contesto  che male sopportava  l’idea del  Mussolini “rivoluzionario” (titolo del primo volume della monumentale biografia),  trovando via via  scandalosa  la matrice giacobina, mazziniana e sindacal-rivoluzionaria del fascismo delle origini;  l’idea del “consenso” tributato al fascismo dagli italiani (laddove la vulgata corrente aveva sempre parlato di un regime violento, che si reggeva sulla forza);  l’avere sottolineato il grande impulso dato dal regime fascista alla modernizzazione nazionale;  la “storiografia afascista” ed il “qualunquismo storiografico” di De Felice. 

Le contestazioni e l’impegno costante

Contestato perfino all’interno della sua Università, il professore continuò nel suo impegno, affiancando alla ricerca storica interventi di taglio più spiccatamente “politico”, come l’intervista, rilasciata, nel 1987, a Giuliano Ferrara e pubblicata dal Corriere della Sera, nella quale le norme contro il fascismo, contenute nella Costituzione, erano definite “grottesche” e quindi da abolire o come il libro-intervista Rosso e Nero con Pasquale Chessa, pubblicato nel 1995, in cui veniva smontata la “baracca resistenziale”, ivi compresa la retorica sulla partecipazione popolare alla “Guerra di liberazione”.

I risultati dell’opera di De Felice

Il risultato di questo lavorio fu che con la sua opera De Felice riconsegnò il fascismo alla Storia dell’Italia, costringendo tutti, a sinistra e a destra, ad uscire dal tunnel delle incomprensioni e della retorica di parte. Non a caso, nel 1976, uscì l’Intervista sull’antifascismo di Giorgio Amendola, nella quale lo storico dirigente del Pci invitava ad una rilettura critica dell’antifascismo, in rapporto alla complessità  del suo “doppio”, il fascismo, al suo essere – per usare la definizione defeliciana – regime e movimento, coacervo complesso di culture diverse, “blocco di forze  eterogenee”. Sul versante opposto, sempre nel 1976, sono Pino Rauti e Rutilio Sermonti a dare alle stampe una  “Storia del fascismo”, in sei volumi, percorsa dall’idea di superare la distinzione ideologica del fascismo come fenomeno “di destra” ovvero “di sinistra”.  La consapevolezza di fondo, nell’anno del novantesimo dalla nascita, è che dopo De Felice non ci può più essere spazio per la retorica di parte, sia di matrice “neofascista” che “antifascista”. Bisogna piuttosto, sulla via tracciata, continuare a studiare e  a capire. Senza perdere di vista l’esempio defeliciano e il senso del suo impegno, riconsegnatoci incorrotto dall’anniversario d’occasione. Un anniversario da non sprecare.

di: Mario Bozzi Sentieri @ 11:32


Gen 06 2019

Ci ha lasciati Tommaso Manzo, l’avvocato del Msi gambizzato dalle Brigate Rosse

“Ha lasciato la Comunità Tommaso Manzo, interprete della visione e dell’impegno nazionalpopolare della politica; professionista rigoroso; persona appassionata, idealista, intelligente e sensibile . Un camerata vero. Sempre presente nei nostri cuori!”. Con questo annuncio commosso Isabella Rauti, che di Tommaso Manzo fu amica da sempre, annuncia la scomparsa, stanotte, di uno dei protagonisti indiscussi di quel mondo irripetibile che fu il Movimento Sociale italiano a Roma negli anni cosiddetti di piombo. Tutti conoscevano Tommaso Manzo e lo prova il profluvio di commenti commossi da parte di coloro che lo hanno conosciuto e apprezzato: per il suo impegno politico innanzitutto, come valoroso segretario della storica e gloriosa sezione Balduina di via delle Medaglie d’Oro 128c, sezione martire, più volte fatta saltare dagli antifascisti, assaltata dai compagni e dalla polizia, i cui giovani militanti sono stati più volte ingiustamente arrestati dal sistema, ma che ha sempre resistito a tutte le persecuzioni. E proprio alla sezione Balduina è legato un episodio che più di altri dà la cifra morale della statura di Tommaso Manzo e che vogliamo qui ricordare prima di ogni altra cosa: nel 1972 Manzo era segretario della sezione, succeduto all’indimenticato Edoardo Socillo, padre di Bruno, quando ci furono i famosi arresti dei ragazzi e delle ragazze della sezione, arresti seguiti agli assalti degli estremisti di sinistra; la polizia fece irruzione nella sezione alla ricerca di chissà cosa, non trovando nulla, e ci fu un parapiglia con gli attivisti. Tommaso fu spintonato e quando la polizia portò via i ragazzi lui si trovava sulla porta. La celere caricò gli arrestati su un furgone dimenticandosi di Tommaso. Dopo un momento di confusione, Manzo disse agli agenti che non avrebbe abbandonato i suoi camerati e salì anche lui sul furgone. Tra l’altro, quando dopo molti giorni i militanti missini vennero rilasciati, Tommaso Manzo fu l’unico che rimase dentro, perché i magistrati lo avevano accusato di essere il leader,cosa che poi corrispondeva a verità.

Tommaso Manzo era nato a Vicenza nel 1948 e tra pochi giorni avrebbe compiuto 71 anni. Sposato con un figlio, Vincenzo, Tommaso scelse Giurisprudenza per il suo innato senso di giustizia che lo ha sempre informato, e per tutta la vita ha fatto l’avvocato, penalista e civilista: tutti lo ricordiamo, negli anni Settanta e Ottanta, difendere i nostri attivisti e correre in aiuto di chiunque in qualsiasi momento. La cultura e la politica erano le sue grandi passioni: Tommaso era un militante di Ordine Nuovo con Pino Rauti, esperienza che non rinnegò mai, e nel 1969 fece parte di quel gruppo che – su invito di Giorgio Almirante – accettò di rientrare nel Msi. Insieme con altri, Manzo si stabilì alla sezione Balduina, di cui come detto divenne segretario. Il gruppo storico era quello della libreria di via degli Scipioni e l’appartenenza politica era quella rautiana. Cultura, affissioni di manifesti, attivismo per le strade: le differenze dottrinarie tra Giovane Italia e ordinovisti non furono mai di ostacolo allo svolgimento della comune attività per il comune ideale, e Tommaso fu sempre un convinto assertore di questo. Per ben due volte fu consigliere comunale a Roma, in ticket anche con il grande Teodoro Buontempo, Giampiero Rubei e Alessandro Di Pietro e al Campidoglio condusse battaglie dure e prestigiose. Va ricordato che l’avvocato Manzo era citato sul libretto di Lotta Continua “Basta con i fascisti!”, una sorta di lista di proscrizione in cui erano elencati gli attivisti del Msi di Roma, con tanto di indirizzo, numero di telefono, descrizione fisica e tipo di auto o moto utilizzata. Un vero e proprio incitamento all’odio più volte denunciato da Almirante che, se fosse stato ascoltato, avrebbe forse evitato l’insorgere del terrorismo comunista in queso Paese; invece il sistema dava la caccia al fascista. Probabilmente per questo il 12 febbraio 1974 Manzo venne aggredito selvaggiamente a Palazzo di Giustizia in piazzale Clodio e qualche tempo dopo la sua auto andò a fuoco. Ma non era la cosa peggiore che gli sarebbe capitata. Il 28 gennaio 1975, sotto casa, poco dopo le otto del mattino, alcuni terroristi sparano a Tommaso Manzo tre colpi di pistola munita di silenziatore. Tommaso si salva solo perché, come vecchia abtudine maturata in anni di attivismo, stava sempre in guardia, e riuscì a rotolare a terra mentre gli assassini sparavano. Gli attentatori fuggono su una A112, Uno dei terroristi sarà successivamente arrestato e condannato. Apparteneva alle Brigate Rosse. Tommaso, ferito alle gambe, fu portato al policlinico Gemelli da un’auto del vicino ministero della Marina. Sempre nel 1975, troviamo Tommaso Manzo consigliere per il Msi in XX circoscrizione insieme con Peppe Leone e Gianfranco Rosci. Nell’ottobre del 1977, quando ci furono i fatti che culminarono nell’omicidio di Walter Rossi, Tommaso Manzo, insieme con gli avvocati difensori dei missini, in una conferenza stampa puntò il dito contro la questura di Roma che, pur essendo al corrente dell’estrema tensione che regnava a Roma, tensione provocata dalla caccia al fascista della sinistra, non seppe prevenire gli incidenti. Vogliamo ricordare questo eroico pool di legali missini che ci difesero sempre, quando difendere un “fascista” non era né facile né comodo: oltre a Manzo, c’erano gli avvocati Valensise, Battista, Marchio, Maceratini, Gallitto, Andriani, Pannain, D’Ovidio, Pontecorvo, Valentino, Naso, De Leone, Amiconi, Basile.

Negli anni del riflusso, Tommaso Manzo proseguì nella professione, dedicandosi però anche al suo mai dimenticato impegno culturale: con l’associazione M.Arte ha organizzato per anni incontri, conferenze, dibattiti, presentazioni di libri al massimo livello al Museo Crocetti, ottenendo sempre un vastissimo interesse. Come ha ricordato Claudio Barbaro, che fu con Manzo alla Balduina, Tommaso fu anche attivo dirigente del Centro sportivo Fiamma prima e dell’Asi poi, l’Associazione sportiva italiana, per la quale ricoprì incarichi di grande responsabilità insieme con il collega e camerata Alessandro Levanti detto “Yoghi”. Manzo era uno degli avvocati più apprezzati e stimati a Roma: conosciutissimo, ebbe incarichi forensi di grande rilievo, essendo stato anche più volte rappresentante nell’ordine degli avvocati. Sempre Barbaro ci ricorda che per il suo fisico minuto, Manzo alla Balduina era soprannominato affettuosamente Canaris, canarino. E sui social è impressionante vedere quante attestazioni di cordoglio, di amicizia, di stima stia ricevendo Tommaso Manzo dai suoi vecchi camerati, perché legami che hanno quasi mezzo secolo non si spezzano. Vogliamo ricordare qualcuno dei suoi vecchi amici con cui a via delle Medaglie d’Oro 128c condivise davvero per anni pane e morte: Marco Clarke, Marcello Perina, Franco Giannelli (futuro creatore della sezione Vigna Clara), il già citato Claudio Barbaro “Cully”, Eleonora Lombardo, Bruno Socillo, Paolo Angeloni, i fratelli Feliziani, Franco Medici, Franco Di Mario, Flavia Perina, i fratelli Marconi, Alberto Cifù, Giulio Maceratini, Luigi Lais, Enrico Tiano e la moglie Marilena, Alessandro Di Pietro, Pier Paolo Chitarrini, Ferdinando Parisella, tutta la famiglia Andriani, ovviamente Rauti e tantissimi altri, perché la Balduina era una delle sezioni con più iscritti di Roma. Ci scusiamo se abbiamo tralasciato qualcuno, ma oltre alla Balduina ci sono quelli di via degli Scipioni, di Prati, di Vigna Clara della Parioli e di tutte le realtà militanti con cui Tommaso ebbe in qualche modo a che fare. Non è retorica, ma Tommaso ha lasciato testimonianza, esempio affetto. Alla famiglia giungano le più sentite e sincere condoglianze della Fondazione Alleanza Nazionale con il suo presidente Giuseppe Valentino, e della redazione e della direzione del Secolo d’Italia, che Tommaso ha spesso onorato con i suoi interventi. Non appena conosceremo la data del funerale ne daremo tempestiva comunicazione ai lettori.

(Nella foto, un’immagine del matrimonio di Tommaso, una più recente e una degli anni Settanta davanti alla sezione Balduina in cui si intravede Tommaso vicino a Maurizio Magro, valoroso attivista romano)

di: Antonio Pannullo @ 19:33


Gen 05 2019

C’era una volta la Befana Fascista: un esempio di Stato solidale e popolare (video)

C’era una volta la Befana Fascista: questa istituzione amatissima dagli italiani, e che ancora in certe forme si perpetua così come la pensò il fascismo, fu un vero colpo di genio, non di Mussolini, ma di Augusto Turati, l’allora segretario del Partito Nazionale Fascista. Turati, oltre a essere un politico, era un giornalista, un o sportivo e un dirigente sportivo (tra l’altro fu anche direttore della Stampa di Torino): campione di scherma, fu presidente della Federazione Scherma, del Coni e del Comitato Olimpico Internazionale. Moderato, era tuttavia un fascista della prima ora: dopo la partecipazione alla Grande Guerra come capitano (fu anche decorato) aderì infatti ai Fasci di Combattimento nel 1920 e al Pnf nel 1921. Divenne poi segretario bresciano del Partito, dove si distinse per la lotta a quei latifondisti che non rispettavano le normative fasciste in favore dei contadini. Nel 1926 il Duce lo volle a capo del Partito , anche se non la pensavano in modo uguale su diverse questioni. Nel 1927, a quanto pare, Turati nel corso di un viaggio a Buenos Aires ebbe modo di osservare la Befana organizzata dall’Associazione lavoratori fascisti emigrati in Argentina, e volle riproporre la cosa in Italia. La Befana in quegli anni era un po’ in ribasso, anche se era sempre radicata nell’animo degli italiani. Il fascismo, prendendola in mano e gestendola, ne fece uno egli avvenimenti più importanti e sentiti dell’anno. La cosa funzionava così: tutti i federali sensibilizzavano le imprese, le banche, i privati a donare beni e denaro per la Befana dei più poveri e e soprattutto dei bambini. Le organizzazioni giovanili e femminili fasciste si occupavano dell’aspetto logistico, che si rivelò subito imponente, e il 6 gennaio mattina si teneva nelle locali Case del Fascio la solenne distribuzione di doni ai bambini figli delle classi meno agiate. Le distribuzioni si svolgevano anche per figli di lavoratori di determinate categorie: ferrovieri, postali, metalmeccaninci, minatori, agrari, etc.

Il Msi proseguì la tradizione con la Befana Tricolore

La prima di queste Befane si tenne il 6 gennaio 1928, e da allora non si è più interrotta. Nel 1935 cambiò denominazione in Befana del Duce, nel 1940 divenne Befana del Soldato e con la Repubblica Sociale Italiana tornò alla denominazione originaria Befana Fascista. Milioni di pacchi ogni anno venivano distribuiti ai più piccoli, e dalle foto che ci sono giunte era veramente una festa: giochi di ogni tipo, dai trenini ai soldatini, strumenti musicali, dolciumi, abiti, bambole, carrozzine, cibarie, e chi più ne ha più ne metta. I federali inoltre provvedevano alla consegna riservata di somme di denaro ai capifamiglia più indigenti. E dopo la guerra la tradizione non si interruppe neanche per un anno: tutte le categorie e le imprese avevano apprezzato il grande valore sociale delle Befane, le quali continuarono, come molti ricorderanno: le banche, i ministeri, le imprese più grandi organizzavano per i figli dei loro dipendenti delle spettacolari Befane, in alberghi o aule magne. Ci piace infine ricordare che sin dal 1947 il Movimento Sociale Italiano organizzò le Befane tricolori, solitamente in cinema o hotel, in cui gli esponenti del partito come Turchi, Michelini, Tripodi, Caradonna o Tedeschi distribuivano ai bambini i doni. E spesso questi politici erano essi stessi i finanziatori di tutto. E dopo proseguirono le Befane tricolori con Alleanza nazionale, il Pdl e oggi con Fratelli d’Italia e CasaPound. La Befana Fascista insomma vive ancora: in altre forme, con altri nomi, ma ancora regala felicità ai più piccini, con lo stesso spirito solidale e sociale con cui naque nel 1928.

di: Antonio Pannullo @ 17:50


Gen 03 2019

“Chicchirichì!”: il genio istrionico di Emil Jannings, l’attore preferito di Hitler

Probabilmente oggi i giovani non lo conoscono più, ma indimenticata rimane la sua interpretazione in L’Angelo Azzurro, con una sconosciuta Marlene Dietrich che con quel film divenne una star internazionale: parliamo di Emile Jannings, di cui in questi giorni ricorre l’aìnniversario della morte, primo e unico attore tedesco ad aver avuto l’Oscar come attore protagonista. In realtà Jannings, classe 1884, è considerato uno dei più grandi attori tedeschi, ma non nacque né morì in Germania, pur avendovi legato la sua carriera. Anzi, in realtà era figlio di uomo d’affari americano e di una tedesca che vivevano in Svizzera, nel cantone San Gallo. Emigrati a Lipsia, Jannings vi frequentò le scuole, che però ben presto abbandonò per andare per mare. Tornato, iniziò a frequentare scuole di recitazione, approdando ben presto al teatro, allora unica forma di espressione visiva. Jannings si trovò così proprio in mezzo alla cultura di Weimar nella leggendaria Berlino degli anni Venti, quella di Max Reinhardt ed Ernst Lubitsch. Nel 1918 Jennings debuttò in scena allo Schauspielhaus di Berlino. Jennings, pur continuando nell’attività teatrale, si trovò coinvolto anche nel cinema, che a quell’epoca ancora era muto. Sostenne diverse parti, perfezionando il suo carattere istrionico e un po’ ottocentesco, che però caratterizzava bene i personaggi. Nel 1926 intepretò anche Mefistefele in Faust, e forse fu per questo che gli americani si accorsero di lui e lo valorizzarono: la Paramount lo volle a Hollywood dove Jannings, oltre a seguire corsi di recitazione, interpretò i film L’ultimo comando di von Sternberg e Nel gorgo del peccato di Victor Fleming, quest’ultimo ormai perduto. Per questi due film Jannings vinse il prestigioso premio Oscar come attore protagonista, e finora è l’unico tedesco ad averlo mai ottenuto. Volutamente caricaturale, incline alla recitazione retorica e grottesca, enfatico, Jannings interpretò una serie formidabile di personaggi storici tra cui Nerone, Enrico VIII e Federico II. riscuotendo sempre grande successo per le puntuali ed efficaci caratterizzazioni psicologiche. La sua carriera a Hollywood terminò con l’avvento del sonoro: il suo accento tedesco non aiutava e il doppiaggio era al suo inizio.

L’Angelo Azzurro e la bomba-Dietrich

Tornato in patria, fece il film che lo ha reso a tutt’oggi famoso, L’Angelo Azzurro, Der blaue engel, accanto a un’attrice sua compatriota ancora non molto conosciuta, Marlene Dietrich, che proprio da quel film fu lanciata definitivamente. E accadde una cosa strana: L’Angelo Azzurro, dall’omonimo romanzo di Heinrich Mann, fratello di Thomas, era stato pensato dal regista Josef von Sternberg per consacrare Jennings nel cinema sonoro, invece nel corso del film la Dietrich si prese tutta la scena, spostando il baricentro del racconto da lui a lei. La storia è nota, Mann ci scrisse una novella: in una cittadina tedesca un attempato professore, Immanuel Rat, si invaghisce di una cantante, Lola Lola, che cantava nel locale Angelo Azzurro. Il professore c’era andato per dissuadere i suoi studenti dal frequentare quel luogo di perdizione, ma rimane soggiogato dal fascino ambiguo della Dietrich. I due si sposano e l’anziano professore inizia le torurnée con la compagnia. Finiti i suoi risparmi, il professore si rassegna a lavorare comne clown negli spettacoli, con la famosa scena dell’uovo in cui viene umiliato sul palcoscenico. In poco tempo Immanuel Rat perde il lavoro, il prestigio, la dignità e anche la moglie, che se la fa con l’illusionista della compagna. Nel corso di uno spettacolo nella sua città, il povero professore impazzisce, e dopo aver tentato di uccidere la moglie infedele, scappa e si rifugia nella sua vecchia scuola, dove muore adagiato sulla sua cattedra. Mentre Jennings è un gigante, nel film la Dietrich recita come peggio non poteva, e solo il suo fascino e le sue canzoni la salvano e la rilanciano.

Jannings diventa l’attore ufficiale del nazionalsocialismo

L’Angelo Azzurro è del 1930, e segna uno svolta e un bivio artistico e umano sia per Jennings sia per la Dietrich: l’attore si lega sempre più all’ascendente nazionalsocialismo (famosa una sua foto con il ministro della propaganda Joseph Goebbels) mentre la Dietrich, che poi diverrà un’icona del germanesimo, diventa antinazista e va a lavorare a Hollywood. Jennings invece lavora per molti film del Terzo Reich, di carattere storico, e Adolf Hitler lo nomina Artista dello Stato (Staatsschauspieler). Jennings stava ancora lavorando al suo ultimo film nell’aprile del 1945 quando Berlino cadde circondato dai sovietici. Nel frattempo Marlene Dietrich, divenuta cittadina americana, cantava e ballava per le truppe americane in prima linea in Europa. La Dietrich, divenuta frattanto fervente attivista anti-nazista, destestava Jennings per il suo filo-nazismo e spesso ne parlò in termini sprezzanti. Va anche detto che quando, dopo la guerra, la Dietrich si esibì in Germania, vi fu accolta con una certa ostilità e freddezza, non tanto perché i tedeschi fossero rimasti nazisti, quanto perché era vista come una traditrice della patria. Ovviamente Jannings dopo la guerra fu “denazificato” e messo all’indice: non lavorò mai più. Fu costretto a trasferirsi in Austria, dove prese la cittadinanza, e dove morì il 2 gennaio del 1950 vicino Salisburgo, dove è sepolto. Il suo Oscar è oggi in mostra al Filmmuseum di Berlino. Jannings nel corso della sua carriera ha interpretato circa 80 film e si è sposato quattro volte.

di: Antonio Pannullo @ 17:34


Gen 03 2019

Il 3 gennaio 1892 nasceva Tolkien, una vita da professore illuminata dai miti

Il 3 gennaio del 1892 nasceva J.R.R. Tolkien, grazie al cui genio il genere fantasy è oggi il più venduto e il più letto di tutte le forme letterarie. Il papà Arthur così scriveva alla madre a Birmingham dalla località dove era avvenuto il parto, Bloemfontein (Sudafrica): “Cara mamma, questa settimana ho una buona notizia per voi. Mabel la scorsa notte, 3 gennaio, mi ha regalato un bellissimo bambino. La nascita è avvenuta prima del tempo, ma il bambino è forte e sta bene e Mabel ha superato il parto meravigliosamente. Il bambino è ovviamente adorabile, ha belle mani, con le dita lunghe, e belle orecchie, capelli biondi, occhi alla Tolkien e una bocca chiaramente Suffield…”.

Per Tolkien il successo arrivò tardi

Il successo per Tolkien giunse molto tardi, quando aveva ormai 65 anni, era vicino alla pensione e non vedeva l’ora di dedicarsi al Silmarillion, il libro che considerava più importante e più impegnativo. Chiunque si cimenti con gli eventi che hanno contrassegnato la vita di Tolkien resta colpito dall’ordinarietà della sua esistenza tranquilla, metodica, professorale, circondata da amicizie selezionate e la potenza fantastica dei mondi alternativi che furono il prodotto della sua sub-creazione.

Una vocazione che lo travolse, inaspettata e non cercata, quando mentre correggeva i compiti dei suoi allievi improvvisamente scrisse su un foglio: «In un buco sotto terra viveva uno hobbit…». Tolkien si dedicò alla mitologia perché, semplicemente, ne sentiva il bisogno. Certo l’infanzia non proprio felice di Tolkien deve avere avuto un peso notevole nella scelta di “rifugiarsi” in mondi fiabeschi e incontaminati. Tolkien aveva perso il padre all’età di soli quattro anni e fu l’adorata mamma Mabel a incoraggiarlo a leggere i grandi libri per l’infanzia ma anche lei, costretta a una vita di disagi dai parenti che non avevano gradito la sua conversione al cattolicesimo, si spense precocemente. La venerazione per la figura materna fu trasferita sulla donna amata, Edith Bratt, che aveva tre anni di più di Tolkien e che divenne per lui oggetto di un amore esclusivo nonostante la separazione tra i due giovani imposta dal tutore di lui, che insistette perché Tolkien perfezionasse i suoi studi senza occuparsi di distrazioni amorose.

L’interesse per le saghe cavalleresche

È in questa fase che matura l’interesse di Tolkien per le saghe cavalleresche: sia il grande classico dell’inglese antico Beowulf sia Sir Gawain e il Cavaliere Verde (una nuova edizione di questo poema fu da lui curata più tardi, nel 1922) appassionavano il giovane studioso di filologia. Ci fu poi la devastante esperienza della guerra che vide Tolkien combattere nella battaglia della Somme. Una fase che indusse il futuro scrittore a maturare una visione pessimistica sul mondo e sugli uomini, base essenziale della sua futura idea della letteratura come “consolazione” per gli spiriti immersi nella mediocrità del presente. Tra gli autori che lo ispirarono ci fu il barone Dunsany, un accademico che nella seconda metà dell’Ottocento diede alle stampe una raccolta di brevi storie fantastiche e coniò un’espressione calzante per descrivere il genere di mondi in cui ambientava i suoi racconti: “al di là dei campi che conosciamo”, in luoghi dove le regole ordinarie e razionali non hanno più valore. Il secondo autore cui Tolkien fu debitore, soprattutto per quanto riguarda lo stile, è William Morris, che nei suoi romanzi trasferisce l’immaginario medievale mescolato a un mondo alternativo completamente creato da lui. A partire dal 1914 Tolkien si cimenta con gli Elfi e le Terre Immortali, buttando giù il primo nucleo di quello che diventerà poi Il Silmarillion. Appunti e note che chiamava scherzosamente “le mie spiritosaggini con il linguaggio delle fate”.

Così affascinava i suoi studenti

L’insegnamento prima a Leeds e poi a Oxford fu per lui un’ennesima, importante scoperta: divenne consapevole della sua capacità di trasmettere agli studenti la passione per la materia, la letteratura inglese, indagata con veemente efficacia. Entrava in aula silenzioso per poi declamare l’inizio del poema con le possenti parole del Beowulf dall’originale anglosassone. L’uditorio ne era completamente affascinato. In quello stesso periodo ha inizio l’amicizia con C.S. Lewis, lo scrittore delle “Cronache di Narnia”, e la formazione del cenacolo lettarario degli Inklings, con le bevute al pub “Bird and baby” che è oggi meta privilegiata dei pellegrinaggi turistici dei cultori dell’opera tolkieniana. Ma Ronald non dimenticava la sua famiglia, scrivendo ai suoi quattro figli le Lettere di Babbo Natale che arrivavano puntualmente ogni anno a casa Tolkien dal Polo Nord, né esauriva nella sola scrittura la sua vena artistica: amava anche disegnare draghi, folletti e altre strane creature, immagini che vennero poi usate per illustrare Lo Hobbit.

Gli anni più creativi nella vita di Tolkien

Ma furono gli anni Trenta e Quaranta i più creativi della sua vita, quelli in cui sbocciarono le idee che sono al fondo delle opere che gli procurarono una solida fama di scrittore. Il primo lettore de Il Signore degli Anelli, realizzato nel corso di dodici anni fu proprio l’amico C.S. Lewis che lo salutò come un capolavoro enucleando, nella sua critica, gli elementi che avrebbero reso il romanzo un fenomeno mondiale: «Questo libro è stato come un fulmine a ciel sereno… In un’epoca quasi patologica nel suo antiromanticismo come la nostra, improvvisamente è tornato il romanzo eroico, fastoso, eloquente e audace…». Lewis fu talmente entusiasta dell’opera di Tolkien da accostare l’amico professore a Ludovico Ariosto. Con il senno di poi, l’arguto filologo che con Tolkien e altri scrittori aveva dato vita al circolo degli Inklings, aveva visto giusto, almeno quanto a popolarità e fama. Il successo del libvro fece sì che Tolkien ricevesse molte lettere tra cui quella di un Sam Gangee realmente esistente cui l’autore inviò una copia gratis con dedica. Una scoperta che Tolkien commentò con il tipico umorismo inglese: “Per un po’ ho vissuto temendo di ricevere una lettera firmata ‘S.Gollum’. Sarebbe stato molto più difficile avere a che fare con questo signore”.

di: Annalisa Terranova @ 15:04


Dic 30 2018

La sinistra intollerante marcia contro l’accademia sovranista di Bannon: erano i soliti quattro gatti

Ora la sinistra italiana ha paura anche delle iniziative culturali: con sprezzo del ridicolo, isolata persino dalla stessa amministrazione comunale, la sinistra ha marciato contro quella che è un’iniziativa squisitamente culturale del pensatore americano Steve Bannon, colpevole di voler fondare un’Accademia che avrà sede nella Certosa di Trisulti in Ciociaria. Ma andiamo con ordine: “Trisulti terra d’Europa – Bene della comunità“, è la scritta che campeggia sullo striscione che apre la marcia antisovranista, partita da Collepardo in Ciociaria, contro l’Accademia sovranista di Steve Bannon, guru della campagna di Donald Trump, all’interno dell’abbazia. ”Siamo circa 300 persone tra cittadini, amministratori e politici che non vogliono lasciare il campo libero all’avanzata sovranista nella Certosa di Trisulti”, dice Daniela Bianchi, ex consigliere regionale, capolista della lista Zingaretti e una delle organizzatrici della marcia. Marcia disertata dalla stessa amministrazione del comune: infatti l’amministrazione comunale di Collepardo non ha preso parte alla manifestazione di protesta. “Il Comune non ha aderito alla manifestazione perché non c’è nulla di definito. Si tratta di un progetto in divenire ma non c’è nessun riscontro che la certosa di Trisulti diventi la scuola della nuova destra europea come si va dicendo – dice il vice sindaco Vincenzo Deparasis che come il sindaco Mauro Bussiglieri è stato eletto con una Lista civica -. Il fatto è che stanno politicizzando la cosa. In piazza i cittadini di Collepardo si contavano sulle dita di una mano, come hanno potuto constatare i vigili, era tutto organizzato dal Pd“. I timori dei pochi scesi in piazza derivano ufficialmente dalla paura che il monastero medievale, di proprietà dello Stato e dato in concessione dal ministero dei Beni culturali alla Fondazione Dignitatis Humanae Institute, di carattere religioso di orientamento conservatore vicina al cardinale Burke di cui è stato presidente onorario il cardinale Renato Raffaele Martino, possa diventare “l’università del populismo” grazie all’appoggio di Steve Bannon. Il presidente dell’associazione che si è aggiudicata il bando è Benjamin Harnwell, seguace di Bannon e uno dei suoi più stretti alleati in Europa, che, come ha rilevato il Washington Post, noto giornale democrat, punterebbe a trasformare il monastero in una “scuola di gladiatori per guerrieri della cultura”.

Il comune: la protesta anti-Bannon orchestrata dalla sinistra

Timori che al momento l’amministrazione comunale respinge, definendoli frutto di “prevenzione. Si tratta di un progetto in divenire – ribadisce il vice sindaco -. Non è ancora partito nulla. C’è soltanto un presidente e noi siamo pronti al dialogo senza prevenzioni. Oggi, infatti, parteciperemo alla tavola rotonda organizzata dal presidente della Fondazione. Siamo pronti a collaborare. La nostra amministrazione non indossa nessuna casacca. Noi siamo pronti a collaborare. E’ giusto accogliere ciò che potrebbe fare da volano economico alla nostra piccola realtà”. Al momento, nella certosa di Trisulti, come spiega il vicesindaco, alloggia il presidente dell’associazione Dignitatis Humana. “C’è anche il priore di 83 anni che sta finendo l’ultimo periodo prima di andarsene nell’abbazia di Casamari. L’associazione che si è aggiudicata il bando promosso a suo tempo dal ministero dei Beni culturali paga 100 mila euro all’anno di affitto dunque mi sembra normale che, nell’ottica del mantenimento della struttura medievale, venga chiesto un piccolo contributo a quanti, tra i non residenti, vogliono fare una visita guidata al monastero”. Tutta la polemica sorta attorno alla certosa di Trisulti come è stata accolta dal cardinale Martino che tre anni fa abbracciò l’iniziativa nella sua fase iniziale divenendo il presidente onorario della Fondazione? Ambienti vicini al porporato spieganos: “L’utilizzo culturale della Certosa con una fondazione di matrice cattolica era parso al cardinale un utilizzo coerente ed apprezzabile anche nell’ottica della salvaguardia di un bene prezioso di grande valore culturale. Naturalmente – osservano le stesse fonti vicine al porporato – se ci fosse un uso diverso dagli intendimenti iniziali, tanto più con un orientamento politico, significherebbe tradire il progetto così come era nato e, se verificato, se ne prenderebbero le distanze”.

La sinistra mente, ecco l’obiettivo dell’Accademia di Bannon

Come si ricorderà, Steve Bannon in settembre fu ospite di Atreju, la kermesse politica di Fratelli d’Italia, dove riconobbe a Giorgia Meloni  e a Fratelli d’Italia un ruolo fondamentale nella rivoluzione che si sta compiendo in Italia. Come stanno veramente le cose lo spiega Benjamin Harnwell, presidente della Fondazione Dignitatis Humanae: Matteo Salvini può essere “il salvatore dell’Italia, sta facendo quello che ha promesso in campagna elettorale” e insieme Luigi Di Maio “ha messo il bene del Paese davanti agli interessi della politica”. Nel giorno delle proteste a Collepardo contro il progetto di trasformare la Certosa di Trisulti in un’Accademia di sovranisti, Harnwell, presidente della Fondazione che per 19 anni si è aggiudicata la gestione del monastero, spiega quale è l’obiettivo suo e di Steve Bannon, animatore dell’iniziativa. “L’obiettivo dell’Accademia dell’Occidente giudaico-cristiano – dice dopo aver partecipato all’assemblea pubblica con gli abitanti del centro della provincia di Frosinone – è di promuovere le fondamenta religiose della nostre società. E il punto di partenza è il pensiero di Bannon, secondo cui i partiti sovranisti e populisti possono promuovere la civiltà giudaico-cristiana nella politica”. In Italia di questa missione si è fatto promotore il leader della Lega: “Non l’ho mai incontrato, ma ho una stima enorme per quello che sta facendo, soprattutto per quanto riguarda la crisi migratoria – sostiene Harnwell, britannico, un passato nel Partito conservatore e a Bruxelles nello staff di un europarlamentare – E’ un uomo che passa dalle parole ai fatti, fa quello che ha promesso in campagna elettorale”. Harnwell prevede quindi che alle europee di maggio “tutti i vecchi partiti dell’establishment saranno ulteriormente travolti dall’ondata populista che sta attraversando tutto il mondo, emergeranno nuovi partiti che riflettono gli interessi e i desideri del popolo invece che delle élite”. Quanto alle proteste di Collepardo, il presidente della Fondazione non si mostra per nulla preoccupato e dice che nell’assemblea pubblica “c’è stato uno scambio di idee positivo, il dialogo continuerà”. “Bannon – conclude – si è informato delle proteste, voleva sapere quanta gente ci fosse, ma per lui le proteste occasionali sono un segno di salute”.

 

di: Antonio Pannullo @ 18:06


Dic 28 2018

Le principesse Disney stravincono in tv. Il principe azzurro è vivo e lotta insieme a noi…

In prima serata, a Natale, Santo Stefano e 27 dicembre, le principesse delle fiabe tradizionali, che prendono vita nei film classici della Disney, hanno sbaragliato gli altri programmi. Picchi di share che confermano che quelle fiabe è meglio non toccarle, che piacciono proprio così come sono, senza infiltrazioni femministe, senza revisioni politicamente corrette, senza puntare su Elsa di Frozen che forse avrà una fidanzata, forse no… .

Alla fine vincono sempre loro: Biancaneve, Cenerentola e La Bella addormentata (che ieri sera ha totalizzato oltre 5milioni di telespettatori su Rai1), con i loro principi azzurri al seguito. Al pubblico va bene così da diverse generazioni. E per fortuna, aggiungiamo noi. Alla faccia dell’attrice Keira Knightley secondo cui Cenerentola è diseducativa per le bambine. Una lezione anche per un’altra attrice, Kristen Bell, che non trova giusto che il principe baci Biancaneve senza prima chiederne il consenso. Il pubblico ignora queste corbellerie e continua ad applaudire le fiabe così come le conosciamo, così come ce le hanno raccontate le nonne, così come le raccontavano alle nonne quando erano bambine. L’impalcatura di quelle fiabe non teme le nevrosi da #metoo e le smanie censorie che siano o meno in buona fede.

Il ruolo del principe azzurro

Concentriamoci allora sul Principe azzurro, questa figura che lederebbe l’autonomia delle eroine delle fiabe rendendole così poco adatte ai palati femminili emancipati. Con l’aiuto dello studioso Attilio Mordini, che alle fiabe e al mito ha dedicato vari scritti di approfondimento (in particolare si veda “Il mito antico e la letteratura moderna”, Solfanelli), cerchiamo di capire qual è la sua vera funzione nella fiaba. La Bella dorme nel bosco attendendo di essere risvegliata, essa, come tutta la foresta, simboleggia la materia che attende il “tocco della forma” (il bacio), essa rappresenta le acque contenute nell’abisso che attendono il “bacio di luce, del Fiat Lux”, come si narra nella Genesi. Non a caso, spiega ancora Mordini, anche Biancaneve, un’altra “bella addormentata”, è custodita da sette nani: “Sette sono appunto le giornate della Genesi, sette quanti sono, secondo la tradizione, i pianeti che regolano tutto il cosmo”. La foresta è, ancora, metafora dell’essere umano in preda agli istinti e la bella è l’anima non ancora baciata dalla grazia. “Secondo le Upanishades, il principe potrebbe corrispondere a Buddhi, il raggio che dall’occhio di Brahma scruta sulle acque dell’anima. Di nuovo, dunque, le acque e la donna concidono. E secondo la tradizione del sufismo islamico, il principe è appunto il raggio azzurro di Allah che congiunge l’anima umana al centro dell’essere universale e la risveglia alla conoscenza interiore“. La stessa lettura mistico-religiosa, legata agli archetipi simbolici che dai miti trapassano alle fiabe di Perrault e dei fratelli Grimm, Mordini la applica a Cenerentola. La fanciulla è una iniziata alla via della vera Sapienza, è una predestinata alle nozze regali (che rappresentano il compimento dell’iniziazione). La fata che funge da aiutante ci fa pensare “alla tradizione celtica e al magistero alla via della Sapienza concepito come servizio gratuitamente dovuto ai qualificati”. Il segno della qualificazione è la scarpetta (di vetro secondo Perrault, d’oro secondo i Grimm) ma sempre scarpa che altri non possono calzare, fatta apposta per un “piede tale da poter percorrere, leggerissimo, le vie della Sapienza celeste”. Il limite della mezzanotte entro il quale fare ritorno sta ad indicare che la gloria divina si manifesta nella realtà terrena attraverso brevi epifanie: un tempo di luce che tutto trasfigura e di cui noi umani dobbiamo approfittare. Ecco in cosa ci imbattiamo guardando i film delle principesse Disney. Eccolo il vero significato di un successo che non sembra soffrire le ingiurie del tempo. Altro che lagne femministe. Bisogna tornare a leggere Attilio Mordini per inoltrarci in un mistero che incanta a dispetto di tutti.

 

di: Annalisa Terranova @ 17:28


Dic 27 2018

Dalla Regione Lombardia si fa strada una Lega d’impronta radical-relativista?

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,
la Lega di Matteo Salvini, il quale si appella al “Buon Dio”, esibendo, in piazza, il Rosario, lascia il campo ad un leghismo d’impronta radical-relativista? Alcuni recenti atti della Giunta regionale della Lombardia sembrano andare in questa direzione. Il 31 luglio, su proposta del Partito democratico, ma votata all’unanimità dal Consiglio regionale lombardo, a maggioranza di centrodestra, è passata la delibera che impegna la Giunta, guidata dal leghista Attilio Fontana, a dare ai minori di 24 anni la possibilità di ricevere, nei consultori pubblici e privati accreditati, consulenza gratuita e il metodo contraccettivo individuato come il più idoneo. Il 17 dicembre, la stessa Giunta della Regione Lombardia ha deciso di rendere possibile la somministrazione del composto abortivo RU486 in regime di Day Hospital, quindi senza la necessità del ricovero, andando così nella direzione di una ulteriore privatizzazione e banalizzazione dell’aborto, che per di più mette anche a repentaglio la vita della madre. Infine, il 19 dicembre, Affari italiani.it pubblica la notizia che la Giunta della Lombardia, “su proposta del consigliere Michele Usuelli del Gruppo +Europa con Emma Bonino si è impegnata a stanziare un milione di euro da destinare a Unfpa, l’agenzia delle Nazioni Unite sulla popolazione, al fine di promuovere interventi di family planning”, in particolare la distribuzione di contraccettivi a lunga durata per la popolazione dell’Africa
Queste iniziative d’impronta radical-relativista sconcertano non poco, tanto più se avvallate da un Movimento che si appella a “Dio, Patria e Famiglia” e si considera l’espressione di un’identità forte, spesso giocata sull’appartenenza cattolica, sulla difesa dei suoi simboli, dal crocifisso al presepe. La questione non è solo di principio, ma spiccatamente politica. Intanto perché la Lombardia non è una Regione qualunque. È il cuore del Settentrione ed è storicamente il nucleo centrale e fondante del leghismo, la base del suo consenso, il suo naturale contesto politico-amministrativo. D’altro canto, manifestare un’appartenenza, anche religiosa, vuole dire non solo fare una battaglia di principio quanto soprattutto, per chi abbia responsabilità politico-amministrative, declinarla nell’azione legislativa e nelle prospettive di lungo periodo.
Che fine hanno fatto gli impegni di Lorenzo Fontana, ministro leghista della Famiglia e della Disabilità ? A giugno, in un’intervista al “Corriere della Sera”, lo stesso Fontana dichiarava: “Voglio intervenire per potenziare i consultori così di cercare di dissuadere le donne ad abortire”, spiegando in particolare di volere “lavorare per invertire la curva della crescita che nel nostro Paese sta diventando davvero un problema”.
Proprio ora che perfino la rivista “il Mulino”, non certo espressione dell’integralismo cattolico, evidenzia, sul suo ultimo numero, una “questione demografica”, denunciando la disattenzione del Paese, cioè “di coloro che hanno responsabilità di leadership nella cultura, nella politica, nell’economia, nelle istituzioni e nella società in genere e che, in definitiva, indirizzano l’opinione pubblica”, sarebbe paradossale che la principale forza di centrodestra assecondasse quelle politiche restrittive della natalità, che tanti danni hanno provocato all’Italia.
In coerenza con certe scelte il prossimo passo, per la Lega, sarà di abdicare sulle questioni di genere, sul multiculturalismo, magari sul suicidio assistito ? Una linea chiara e coerente ha sempre unito l’azione disgregatrice di certa cultura radical-relativista. Cedere su un principio, significa, via via, aprire varchi difficilmente sanabili. E allora sarebbe la Caporetto culturale e politica della Lega. E forse l’inizio della sua fine.

di: Girolamo Fragalà @ 16:01


Dic 17 2018

A settant’anni dalla Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo, l’illusione egualitaria

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,
archiviate le celebrazioni per il settantesimo anniversario della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”, vale la pena riprendere – mettendo da parte la retorica d’occasione – alcune questioni di fondo che sono alla base della Risoluzione adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella sua terza sessione, il 10 dicembre 1948 a Parigi.
Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”: cosa si nasconde dietro le consolatorie parole del primo articolo della “Dichiarazione”? Può bastare qualche rassicurante affermazione di principio a dare gambe e sostanza all’idea di realizzare l’uguaglianza dell’Umanità? Parlare di uguaglianza significa sgombrare il campo da ogni retorica d’occasione (l’esatto contrario di quello che abbiamo ascoltato per le celebrazioni del settantennale) e da quel groviglio di contraddizioni e di falsificazioni che la questione porta con sé. A cominciare dall’idea che fu il Cristianesimo a sancire il dogma egualitario. In realtà la religione cristiana afferma la pari dignità degli uomini davanti al Padre Creatore, ma non per questo nega l’esistenza delle differenze tra gli uomini. Come in una famiglia, nella quale l’amore verso i figli non esclude la diversità tra loro. E’ l’esasperato egalitarismo di marca roussoviana, che ha spostato dalla dimensione sacrale a quella laica i confini della questione. Dall’al di là all’al di qua la prospettiva è ben diversa. Dal 1789 – con la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”, frutto della Rivoluzione francese – “gli uomini nascono liberi ed eguali in diritto”. Il livello è ancora formale, ma è un passo decisivo, in grado di informare tutto il mondo occidentale. Il marxismo provò a “rettificarlo”, distinguendo tra “libertà formali” e “libertà reali”. Con quali risultati è noto. La Dichiarazione del 1948, nel sancire il valore universale del principio di uguaglianza, non è andata molto oltre. Le contraddizioni rimangono. La mancata applicazione è evidente anche in quei Paesi che hanno sottoscritto quei principi, mentre – nel frattempo – l’evidenza scientifica ne ha sconfessato la sussistenza.Preso atto – in sintesi – delle debolezze “strutturali” della “Dichiarazione dei Diritti” che cosa rimane, a settant’anni dalla loro stesura universalistica ? Intanto il tentativo di fare avanzare dietro il vessilli dell’egalitarismo una corrosiva omologazione di massa. Avanza l’individualismo e con esso la spoliticizzazione e la snazionalizzazione contemporanee. Il tentativo di fondo è di fare venire meno illusoriamente le differenze culturali tra i popoli e quello che può essere ben definito il diritto dei popoli alla cultura, nel nome di un’idea mediana dell’umanità (“La natura del liberalismo – scriveva Moeller van den Bruck – è l’umanità media e anche quel che vuole conquistare non è che è la libertà per ciascuno di avere il diritto di essere un uomo medio”). A ruota ecco il mercantilismo, degno corollario di un egalitarismo di massa che tutto omologa. Del resto, se l’economia è il destino planetario, ben vengano i “diritti” in grado di assimilare storie, culture, identità, economie diverse, nel nome di un grande mercato, in cui, alla fine, l’unica uguaglianza che conta è quella denaro. Con quali risultati ed ingiustizie di fondo è bene evidente, in un mondo segnato da un riduzionismo volgare e livellatore, dove allo svuotarsi delle appartenenze comunitaristiche a trionfare è un legale societario formalistico e disorganico.A ben leggere è un mondo più povero, spiritualmente più povero quello che ci ha consegnato l’anniversario della “Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo”. Un mondo soprattutto in cui le opportunità individuali sembrano essersi ridotte, soffocate da un egalitarismo formale che ha portato solo scompensi, colmati da ipocrisie. Svelare queste ipocrisie, significa – per dirla con Giuseppe Prezzolini – ritrovare, “contro l’omogeneità sociologica, contro la fine della storia, contro l’entropia, contro la spersonalizzazione degli individui, delle famiglie, delle culture, delle civiltà”, quell’autentico pluralismo che costituisce la ricchezza del mondo.

di: Mario Bozzi Sentieri @ 11:43


Dic 12 2018

Macron (a parole) si è pentito, a quando il mea culpa dei macronisti all’italiana?

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Mentre  Emmanuel Macron, è stato costretto a chiedere scusa, in tv, ai francesi, rimangiandosi (a parole) parte delle sue scelte economiche, che fine hanno fatto i macronisti all’italiana, che, poco più di un anno fa, ne tessevano le lodi, immaginando le sorti (e progressive …) del fenomeno a livello europeo ?  Basta  sfogliare i giornali del maggio 2017 per raccogliere, fior da fiore, una cascata di celebrazioni a dir poco  pompieristiche. 

“Questa del 7 maggio 2017 resterà una notte storica – concludeva il suo pezzo Aldo Cazzullo, sul Corriere della Sera – perché ha dimostrato che l’Europa, in fondo esiste, crede in se stessa, passa la fiaccola alle nuove generazioni; e ha ancora una chance per evitare l’autodistruzione”. Mario Calabresi, direttore de la Repubblica, con un occhio all’Italia, dava la linea: “Fare politica ad occhi chiusi significa pensare che gli europei e gli italiani siano tutti contro l’Europa, siano tutti terrorizzati dai migranti, siano tutti per politiche ‘legge e ordine’ e vogliano il porto d’armi per sparare liberamente la notte. L’elezione di Macron ci mostra invece che bisogna avere il coraggio di proporre con convinzione una visione diversa, che è inutile per la sinistra italiana rincorrere i populisti (togliere la bandiera europea per metterne sei italiane), perché quella parte del campo è già sufficientemente affollata e soprattutto perché i cittadini diffidano delle imitazioni. Meglio essere se stessi”.  Rassicurante l’analisi di Mario Ajello (Il Messaggero) che la buttava  in filosofia: “Il Ciclone Emmanuel è quello che per ora ha rimesso a posto gli schemi. I francesi, che sembravano essere diventati passionali, si scoprono invece razionali, secondo la loro tradizione che viene dall’illuminismo”. 

Anche Silvio Berlusconi c’era cascato, giudicando il neo Presidente francese  un “brillante tecnocrate”, innovatore dello stile e del linguaggio della sinistra, mentre il Pd, sempre in ritardo sui tempi, ancora qualche mese fa, con encomiabile autolesionismo, ha continuato a guardare  al fondatore di En Marche   come ad un possibile leader di un’ “alleanza vasta”, in grado di andare da Tsipras allo stesso Macron. Tutto questo malgrado i risultati, i sondaggi in caduta libera e le prime avvisaglie di una protesta, che poi è dilagata.

Che cosa fosse in realtà e già in partenza questo giovane virgulto della sinistra europea (subito salutato come il “nuovo Renzi”) era ben evidente nel suo percorso professionale  e culturale: dall’Ecole Nationale d’Administration al suo passaggio alla Banca Rothschild (in grado di accreditarlo presso una destra liberale e globalista); dalla sua aura intellettuale, per essere stato il segretario del filosofo Paul Ricoeur, teorico di un umanismo e di un personalismo progressista, al ruolo di draconiano ministro dell’economia nel secondo Governo Valls;  dal suo antinovecentismo (con il distacco dai ceti intermedi) al suo caratteriale (e un po’ cinico) disincanto. Un mix perfetto per questa idea, tutta francese, di repubblicanesimo monarchico, che quando non ha solide base popolari ed un vero consenso elettorale (l’elezione di Macron – non dimentichiamolo – è stata segnata dal record di astensioni e di schede bianche) è però un invito alla rivolta di piazza. 

Tutto questo l’inossidabile intellighenzia italiana non l’ha neppure paventato, trovandosi – dopo la retorica della celebrazione  – a contemplare le macerie del suo ennesimo sogno infranto, mentre l’illusione illuminista, tecnocratica, eurocentrica, globalista e progressista lasciava il campo alla cruda realtà di un lumpenproletariat, un  “proletariato cencioso”, escluso dagli orizzonti della sinistra macronista, in Francia ed anche in Italia, ma con cui è inderogabile fare i conti.

di: Mario Bozzi Sentieri @ 13:27


Dic 11 2018

Ernesto Botto “Gamba di ferro”, il pilota che difese l’Italia dai raid terroristi degli “alleati”

Ernesto Botto è uno degli eroi italiani dimenticati dalla storiografia del dopoguerra, ma è grazie a lui se si è potuta formare l’Aeronautica nazionale repubblicana, l’aviazione della Repubblica Sociale Italiana, i cui piloti difesero strenuamente, e spesso a prezzo della vita, la popolazione civile italiana dai bombardamenti terroristi indiscriminati messi in atto dopo l’armistizio dagli anglo-americani. Come è noto, gli alleati teorizzarono il bombardamento a tappeto su obiettivi civili, sulle città, opere d’arte, monumenti, allo scopo di fiaccare Germania e Italia. Fu una strategia decisa a tavolino, freddamente: non riuscendo a battere la Wermacht sul piano militare, inglesi e americani, ma principalmente i primi, elaborarono questa strategia di terrore, strategia che poi nel dopoguerra fu messa ampiamente in discussione. Certamente dal punto di vista etico era una barbarie, colpire le popolazioni civili, ma si pensava che da quello militare funzionasse. Il teoreta di questa strategia fu l’inglese Arthur Harris, comandante in capo del Bomber Command della Royal Air Force, soprannominato bomber Harris, o butcher Harris (macellaio). In Italia è ancora vivissimo il ricordo dei bombardamenti a tappeto, quando centinaia di bombardieri, scortati da altrettanti caccia, si levavano in volo confluendo su obiettivi civili per devastarli: scuole, ospedali, chiese, quartieri vennero distrutti un po’ ovunque nella nostra penisola, i morti furono decine di migliaia e i danni incalcolabili. Ancora peggio andò alla Germania e alle sue città, e al Giappone, con le atomiche lanciate sulle città. Eppure non c’è stata nessuna Norimberga per questi crimini contro l’umanità.

Botto tenne l’aviazione legionaria autonoma dalla Germania

Tornando a Ernesto Botto, fu grazie a lui e ai suoi appelli radiofonici nell’ottobre del 1943, che fu ricostutita l’aviazione della Rsi, la quale si oppose come poteva al terrorismo che veniva dal cielo, spesso guidato e incoraggiato dall’interno. Botto, classe 1907, torinese, divenne sottotenente pilota nel 1932 alla scuola di aviazione di Caserta. Nel 1937, promosso capitano, comandò la 32° squadriglia caccia nella guerra di Spagna, dove l’Italia era intervenuta in aiuto ai patrioti di Francisco Franco. Ma in un’operazione, a Fuentes de Ebro, durante uno scontro, Botto venne seriamente ferito alla gamba e dovette rientrare fortunosamente alla base. Operato all’ospedale di Saragozza, gli venne amputata parte della gamba e sostituita con una protesi di ferro, da cui il suo famoso soprannome, Gamba di Ferro. Non approfittò della sua condizione di mutilato per sottrarsi al suo dovere ma, al contrario, insisté per poter tornare a pilotare. Per questa azione gli fu conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare e la 32° squadriglia fu ufficialmente ribattezzata Gamba di Ferro, in suo onore. Botto divenne popolarissimo in patria e dopo un altro addestramento, nel 1938 venne richiamato in servizio come comandante della 73° squadriglia di base a Gorizia. Lo scoppio della guerra lo vede partecipare ad azioni in Libia, ma un successivo incidente, stavolta stradale, gli toglierà per sempre la possibilità di volare. Nominato tenente colonnello fu assegnato alla scuola caccia di Udine. Dopo l’8 settembre 1943, Botto, come tutti gli altri ufficiali, si trovò disorientato e confuso, oltre che indignato: andò a Roma per parlare con altri piloti e discutere dell’eventualità di costituire un’aviazione per contrastare gli alleati che avevano iniziato a bombardare indiscriminatamente le nostre città. La confusione era totale, anche perché i tedeschi non si fidavano più degli italiani, dopo che questi gli avevano rivolto contro le armi. Botto effettuò dei proclami alla radio per invitare i piloti italiani a continuare a guerra a fianco dell’alleato tedesco, e moltissimi risposero al suo appello, sia per il suo carisma sia perché la ritenevano la cosa giusta da fare. Il resto è storia nota: autentici eroi come Adriano Visconti, Luigi Gorrini, Aristide Sarti e tanti tanti altri, ogni giorno si levavano in volo per affrontare in pochi un numero preponderante di avversari, al solo scopo di difendere la popolazione civile italiana dall’aggressione selvaggia di migliaia e migliaia di tonnellate di esplosivi scaricate quotidianamente sull’Italia.

Botto aderì alla Rsi pur sapendo che la guerra era persa

Botto sapeva, e lo confidò in seguito, che la guerra era perduta, ma con l’Anr cercò di limitare i danni per i civili italiani. E l’abnegazione di questi piloti è tanto più ammirevole in quanto il loro compiti si solgeva tra difficiltà di ogni tipo, dal carburante che non c’era alla stanchezza, allo scarso coordinamento con i comandi, ai cattivi rapporti con i tedeschi, che non vedevano di buon occhio un’aziazione italiana autonoma quale invece l’Anr fu. Ma i piloti si comportarono in modo tale da far ricredere i tedeschi, e lo stesso capo ella Luftwaffe Herman Goering, sulle capacità militari e sul coraggio del soldato italiano. Alla fine della guerra, per varie ragioni, Botto dette le dimissioni e fu sostituito dal generale Arrigo Tessari, pilota di grande esperienza e valore, pluridecorato, più gradiro di Botto però ai tedeschi. Botto si ritirò a Torino, dove non venne mai molestato dai nemici del fascismo, che anzi lo protessero per i suoi grandi meriti. Alla Commissione di epurazione che lo inquisì, Botto replicò di non dover rispondere e che qualsiasi informazione la si sarebbe potuta ottenere dal suo libretto militare. In sequito Botto aderì al Movimento Sociale Italiano, nelle cui file nel 1951 fu eletto consigliere comunale a Torino, ottenendo ben quattromila voti, ma alla prima seduta fu dichiarato ineleggibile poiché aveva combattuto nella Repubblica Sociale. Morì serenamente nella sua città l’11 dicembre del 1984, circondato dalla stima e dal rispetto di tutti. Oltre alla Medaglia d’Oro, Botto ha ricevuto anche una Medaglia d’Argento al Valor Militare, una Croce di Guerra e due medaglie commemorative della guerra di Spagna. A lui e ai suoi piloti va la gratitudine dei civili italiani risparmiati dal fuoco nemico grazie al loro sacrificio.

di: Antonio Pannullo @ 19:40


Dic 10 2018

“Gilet jaunes”, la lezione: da Parigi a Roma, dare voce ai corpi intermedi

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

tra le tante  chiavi di lettura della rivolta dei “gilet jaunes”, l’analisi di Toni Negri, intervistato, su “HuffPost”, da Angela Mauro, offre una prospettiva inusuale e – come vedremo – con delle ricadute immediate sulla nostra realtà nazionale. Macron – secondo Negri – perde nei consensi e rischia di portare alla disintegrazione la stessa Francia perché “ha distrutto i corpi intermedi” , ritrovandosi senza possibilità di mediazione. 

L’attacco ai corpi intermedi è storia vecchia. Senza andare alle origini dello Stato borghese, frutto della Rivoluzione dell’’89  e delle sua volontà di azzerare ogni “intermediazione” tra individuo e Stato, è sufficiente considerare, lungo tutto il Novecento, lo storico confronto tra due idee di capitalismo, con da  una parte il “neoamericano”, fondato sui valori individuali, sulla massimizzazione del profitto a breve termine, sul potere finanziario, e dall’altro il “renano” incardinato sull’economia sociale e di mercato, sul consenso sociale, sulle prospettive a lungo termine. 

Per Margareth Thatcher, paladina del primo “modello”, “la società non esiste”. Più precisamente:    “Non esiste una cosa come la società. Ci sono uomini e donne, e le famiglie”. Su questa idea la Thatcher costruì il suo successo e fece proseliti. Macron forse ne è l’ultimo epigono. Matteo Renzi,  il penultimo, ci aveva provato con la sua riforma costituzionale, poi sconfitta per volontà popolare, figlia dell’idea di  una confusa volontà “disorganizzatrice” (nel segno dei “poteri forti”) delle istituzioni e del Corpo Sociale (con l’attacco alle autonomie locali e alle identità diffuse).

Con queste esperienze alle spalle e con una Francia, ancora dilaniata dalla rivolta, l’idea di Matteo Salvini di riabitare l’utilità del “dialogo con i corpi intermedi”, va visto come un segnale in controtendenza, rispetto alla volontà di  “disintermediazione” che ha segnato l’ultimo decennio italiano e non solo. L’incontro al Viminale tra lo stesso Salvini e le associazioni d’impresa, che, giusto una settimana fa, si erano date appuntamento contro il governo, è qualcosa di più che un atto di buona volontà tra le parti.

Lo ha detto lo stesso Salvini, ospite di Mezz’ora in più : “Ascoltare è fondamentale, io ho bisogno di incontrare i corpi intermedi, serve l’ascolto”. Lo ha confermato il Presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, all’uscita dall’incontro, parlando di un rapporto “riallacciato”. 

L’augurio è che, al di là delle buone intenzioni, si passi dalle parole ai fatti. E non solo per  “concertare”  possibili integrazioni alla manovra finanziaria. La questione è “strutturale”, come dimostra l’attuale rivolta dei “gilet jaunes”, frutto proprio delle debolezze, non solo genericamente politiche, del Presidente Macron, e della  volontà di  “disintermediare” i rapporti tra Stato e cittadini, “liberando” il cittadino   dai “vincoli” tradizionali  e  rendendolo formalisticamente uguale al suo simile (gli stessi diritti/gli stessi doveri), ma sostanzialmente più debole, come lo sono la massa di “dimenticati”, evocata da Salvini. E poi, ancora più al fondo, c’è l’idea del laisser fairelaisser passer, con la precarietà di massa ed uno  “smarrimento” spirituale e sociale dai costi esistenziali e materiali altissimi.

Ecco il senso di  una buona battaglia da combattere a livello culturale e ben oltre le vecchie appartenenze (di destra e di sinistra), per provare a ricucire gli strappi di una società lacerata che chiede di “ricomporsi” e che ha perciò bisogno di ritrovare i luoghi spirituali e fisici  della sua identità. Non tanto – sia chiaro –  per “concertare” genericamente, come è avvenuto nel passato. Ma per costruire luoghi istituzionali in cui riannodare il confronto vivo con le forze sociali, con le categorie sociali, con l’associazionismo diffuso. E’ – in fondo  la nuova dimensione populista: un invito a ritrovare fisicamente il Paese reale, le sue domande e le sue aspettative, le sue competenze e le sue speranze, per dargli piena e consapevole voce.

di: Mario Bozzi Sentieri @ 13:22


Dic 04 2018

Natale, è sempre meno festa tra chiese vuote e censure a Gesù

C’è un racconto di Gabriele D’Annunzio, sul tempo di Natale, che pochissimi conoscono e che tuttavia appare utilissimo oggi per esprimere quella patina di nichilismo e disillusione che da decenni ormai sta impolverando la festa della Natività. D’Annunzio non era certo uno spirito religioso e devoto. Fatta questa premessa doverosa, ecco che cosa racconta: la storia narra di una coppia di poverelli, così miseri da non avere una casa né pane alla vigilia di Natale. Pure, in quella santa notte, i due incontrano un gatto, e con lui condividono quel po’ di lardo che è stato dato loro come elemosina. Il gatto li conduce in una capanna abbandonata e i due poverelli tendono le mani verso il focolare nero. Sono senza fuoco, e sempre più disperati finché non vedono nel focolare due tizzoni, al cui calore si scaldano per tutta la notte ringraziando Gesù per averli soccorsi. Solo al mattino si accorgono che i due tizzoni sono solo gli occhi del gatto randagio che dice loro: “Il tesoro dei poveri è l’illusione”. E’ chiaro in questa novella lo spirito anticristiano e vagamente nicciano che D’Annunzio intende infondere al racconto. Tuttavia essa, rapportata ai nostri giorni, è la perfetta metafora di come si festeggia il Natale consumistico, ridotto ormai alla stregua di un Black Friday, illudendosi di percepirne la magia e la spiritualità ma sbagliando totalmente la prospettiva. Gli occhi del gatto sono come monete d’oro che ci danno l’illusione del miracolo ma in realtà ci lasciano nel nostro gelo.

Illusi anche noi, quindi, con i panettoni che arrivano nei supermercati già ai primi di novembre, i pandori in offerta, le luminarie per attrarre turisti e consumatori (dove non si vede mai un angelo, mai una stella cometa, mai un simbolo che rimandi a quello straordinario evento religioso che è il Natale), l’albero fatto nelle case prima dell’inizio del ciclo dell’Avvento, le pubblicità caramellose e tutto quell’insieme di atteggiamenti e scelte (tra cui il Gesù censurato dalla canzone di Natale) che deformano la festa, la stravolgono e la riducono a festa dei buoni sentimenti. Massimo Cacciari lo ha giustamente definito il “non Natale”. Un non Natale che è anche figlio della mancanza di pazienza, del non sapere attendere il giusto tempo, del non sapere percepire più la differenza tra il tempo sacro e quello profano

Un non Natale che quest’anno si celebra subito dopo il triste annuncio delle chiese vuote e destinate ad essere dismesse. Un inequivocabile segno dei tempi. Qualcuno ci vedrà forse la vittoria di una laicità che fa del materialismo la sua missione più alta (o più bassa, a seconda dei punti di vista). Altri, più correttamente, ci vedono l’incedere dell’incapacità di dare significato superiore all’esistenza. 

La Natività è un evento che fonda la storia del nostro tempo, per questo appare ridicolo ogni tentativo di distorcerne il significato. “Ciò che avvenne a Betlemme – scrive lo studioso russo Nikolaj Berdjaev, esiliato nel 1922 da Lenin – condizionò tutta la storia universale. Mentre a Roma, in Egitto e in Grecia si compivano i processi di riunificazione, si costituiva un’unità universale di popoli e di culture in un’unica umanità ecumenica, in un punto apparentemente non centrale avvenne la comunicazione suprema del Divino, la rivelazione suprema e la riunificazione dei processi dall’alto e dal basso, dei processi riuniti dalla corrente della storia antica in un unico fiume universale”.

Ogni rilettura di un evento che è l’Evento non può che passare da qui, dalla sua eccezionalità e dal suo essere irripetibile, dal suo essere mistero e dal suo essere rivelazione. E tanto più appaiono prive di senso le riletture in senso multiculturale del Natale che, in quanto fondamento di una storia universale, comprende già in sé tutte le culture e le supera. Joseph Ratzinger  ha parlato del Natale come del “solstizio d’inverno” della storia dell’uomo: “È questo il senso vero del Natale: è il “giorno di nascita della luce invitta”, il solstizio d’inverno della storia del mondo che, nell’andamento altalenante di questa nostra storia, ci dà la certezza che anche qui la luce non morirà, ma ha già in pugno la vittoria finale. Il Natale scaccia da noi la seconda e più grande paura, quella che nessuna scienza fisica può fugare: è la paura per l’uomo e di fronte all’uomo stesso. È una certezza divina, per noi, che nelle segrete profondità della storia la luce ha già vinto e tutti i progressi del male nel mondo, per grandi che siano, mai potranno assolutamente più cambiare il corso delle cose. Il solstizio d’inverno della storia è irrevocabilmente accaduto con la nascita del bambino di Betlemme”.

(la foto pubblicata è di Marco Iacona, ed è stata scattata nei giorni scorsi nel centro di Catania)

di: Annalisa Terranova @ 20:32


Dic 04 2018

Pietro Mannelli, il fascista pisano che divenne generale delle Waffen SS

A scanso di equivoci, occorre dissipare un equivoco durevole: dobbiamo distinguere le tedesche SS Allgemeine, che era la famigerata polizia nazista in uniforme nera, dalle Waffen SS, ossia le SS combattenti, che si formarono all’inizio della guerra per combattere in tutta Europa principalmente contro il comunismo. Per intenderci, le Waffen SS erano dei corpi internazionali, a comando tedesco, dove si arruolarono a centinaia di migliaia tutti i volontari di quei popoli che nella Seconda Guerra Mondiale si sentivano più rappresentati dall’Asse che da Stalin e Roosevelt. Così, vi furono divisioni SS francesi, come la Charlemagne protagonista della difesa estrema di Berlino dalle truppe del maresciallo Zukov, belghe, danesi, scandinave, albanesi, arabe, per non parlare delle decine di migliaia di russi bianchi, ucraini, bielorussi, giorgiani, baltici, che entrarono nelle SS per combattere l’oppressione sovietica. C’erano persino qualche centinaio di SS americane e britanniche. La storia che vogliamo raccontare è quella di un generalmajor, ossia un generale, delle SS italiane, Pietro Mannelli, originario della provincia di Pisa, che a un certo punto della guerra si trovò a essere brigadefhuerer delle Waffen SS. Altri italiani famosi nelle SS italiane furono Pio Filippani Ronconi, Carlo Federigo degli Oddi, Guido Fortunato, Paolo De Maria, e Franz Binz. Pietro Mannelli non era uno qualunque: nato nel 1896 a San Romano, nel Pisano, si arruolò come tenente degli Alpini nella grande Guerra per unirsi a Gabriele D’Annunzio nell’impresa di Fiume. Tornato in Italia, partecipò alla Marcia su Roma nel 1922 divenendo Sciarpa littorio. L’anno dopo entrò nella Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, raggiungendo il grado di Primo Seniore. Partì poi volontario per la guerra di Etiopia e per la guerra di Spagna, ricoprendosi di gloria, come attestano le due Medaglie d’Argento e uno di Bronzo di cui fu insignito per atti di valore, oltre a sei Croci al merito e numerose onorificenze straniere. Durante la guerra fu inoltre in Libia e in Albania. Dopo l’8 settembre Mannelli non poteva che aderire alla Repubblica Sociale Italiana, dove si occupò della formazione delle Waffen SS italiane, la 29ma Italienische Waffenverbände der SS, che contava 18mila uomini, molti dei quali provenienti, come Mannelli, dalla Camcie nere, ma non solo da loro. Mannelli fu in Francia e poi divenne il primo capo delle SS italiane. Fu a Milano e poi a Bergamo, e mentre con la sua colonna si stava trasferendo verso Como, venne circondato dai carri armati americani e dovette arrendersi nel comune di Gorgonzola. Preso prigioniero, fu trasferito nel campo di concentramento alleato pisano di Coltano, il Pwe 337, il celebre fascists criminal camp, nel quale tra gli altri furono reclusi anche Ezra Pound, Mirko Tremaglia, lo stesso Pio Filippani Ronconi, Walter Chiari, Raimondo Vianello, Enrico Maria Salerno, Enrico Ameri, Mauro De Mauro e altri 32mila militari della Rsi. Processato,per collaborazionismo, fu condannato ma liberato dopo alcuni mesi. Visse successivamente a Roma, dove morì il 4 dicembre 1972. Non tutti gli italiani volontari nelle SS furono inquadrati nella 29ma, molti altri entrarono nelle divisioni Wallonie, Nordland, Prinz Eugen e molti altri nella Polizei SS “Bozen”, soprattutto queli provenienti dall’Alto Adige. Le SS italiane operarono e combatterono a Trieste, in Croazia, in Grecia, in Polonia, e soprattutto combatterono valorosamente sul fronte di Nettuno, dove tennero la linea per settanta giorni, pagando un prezzo altissimo: oltre la metà dei volontari cadero sul campo.

di: Antonio Pannullo @ 20:10


Dic 03 2018

Enzo Tortora: anticomunista, vittima della malagiustizia e anticonformista

Riceviamo da Mario Bozzi Sentieri e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

Viviamo di anniversari, occasioni uniche per riannodare i brandelli di un’identità nazionale spesso sfilacciata e artefatta. Ed allora ben venga anche il ricordo  dei novant’anni dalla nascita di Enzo Tortora, personaggio di una stagione importante della televisione italiana, convinto anticomunista, giornalista anticonformista ed insieme vittima di  un’inchiesta giudiziaria, che fece epoca. Del suo anticonformismo è testimonianza un’intervista che, nel 1969, all’apice del successo televisivo, gli costò l’allontanamento dalla Rai, per avere definito  l’ente radiotelevisivo come “un jet colossale pilotato da un gruppo di boy scout che si divertono a giocare con i comandi”.

Del suo impegno anticomunista rimangono gli articoli, scritti, negli Anni Settanta,  su “La Nazione” ed  “Il Resto del Carlino”, in occasione del processo a “Lotta Continua”, durante il quale divenne amico del Commissario Luigi Calabresi, attaccato da larghi settori dell’intellettualità di sinistra e poi vittima del terrorismo rosso. 

Emblematica la vicenda giudiziaria che  vide coinvolto Tortora , nel 1983, quando era alla direzione della trasmissione Portobello (dopo il suo rientro in Rai, nel 1976). Allora Tortora divenne il simbolo di una stagione di vittime della macchina giudiziaria, con l’arresto, il 17 giugno,  per traffico di stupefacenti e associazione di  stampo camorristico. Le accuse si basavano  sulle dichiarazioni dei pregiudicati Giovanni Pandico, Giovanni Melluso e Pasquale Barra, quest’ultimo legato a Raffaele Cutolo. Condannato, nel settembre 1985,a dieci anni di carcere, nel 1986 Tortora  fu assolto con formula piena dalla Corte d’appello di Napoli. Il suo caso, nel frattempo,  era diventato “politico”. Con i radicali in prima fila nella sua difesa   e certe anime belle dell’establishment di sinistra a  condannarlo, senza appello, prima  della sentenza. Camilla Cederna, paladina dei diritti civili e suffragetta della “stampa democratica” scriveva : “Mi pare che ci siano gli elementi per trovarlo colpevole: non si va ad ammanettare uno nel cuore della notte se non ci sono delle buone ragioni. Il personaggio non mi è mai piaciuto”.

Per un doveroso omaggio alla sua  memoria,  a  Genova, sua città natale,  è stata ora  inaugurata presso  Palazzo Ducale la mostra “Enzo Tortora – la tv spezzata, ascesa e caduta di un uomo contro”,  costituita da una serie di installazioni, grandi proiezioni che si alternano su più paratie fotografie sospese in penombra come un piccolo dedalo.

Non è una storia cronologica ma il rimbombo delle sue provocazioni, delle cacciate dalla Rai, delle intuizioni di stile e fortissimo senso popolare del mezzo televisivo che, non a caso, lo avvicinano a grandi entertainer americani come Ed Sullivan, Johnny Carson, David Letterman, Jimmy Fallon, ben rappresentati – nella mostra – in una bandiera americana ricomposta con i loro volti e alcune delle loro battute memorabili. E poi la gabbia, con sullo sfondo, come graffiti su un muro, estratti delle lettere che Tortora scrisse, durante il carcere,  alla figlia Silvia, raccolte in un libro edito da Marsilio.

 Il successo di Tortora  – in tempi di radicalizzazioni ideologiche – nasceva – come  scrive il curatore della mostra, Renato Tortarolo – dall’ “ essere popolare nel perimetro borghese di buone letture, maniere affabili, convinzioni severe su onestà, corruzione, rispetto per gli altri.  E’ un paradosso, ma ha fatto più denunce, sfide e cambiamenti professionali nei primi trent’anni di carriera che nel tragico decennio successivo, dominato dal fenomeno “Portobello” e dalle infamanti accuse di essere affiliato alla camorra”. 

L’immagine  del conduttore/creatore televisivo  ci riconsegna  il ricordo  di un borghese tutt’ altro che accomodante, esempio di stile, di rigore intellettuale e di coraggio,  un esempio molto raro, sia ieri che oggi. 

di: Mario Bozzi Sentieri @ 13:00


Dic 03 2018

La vera emergenza è il crollo delle nascite: non si può far finta di nulla

Riceviamo da Gianni Papello e volentieri pubblichiamo:

Caro direttore,

La vera emergenza italiana è sotto gli occhi di tutti, e da decenni ormai, ma i governi e le classi politiche che si sono succedute hanno sempre fatto finta di nulla: è la crisi delle nascite in Italia. Da decenni i tassi di natalità italiana sono tra i più bassi del mondo e da decenni l’età media della popolazione non fa che invecchiare, con una enorme diminuzione del numero di bambini e di giovani.  Come se non bastasse i numeri dell’Istat sulla natalità nel 2017 sono i peggiori di sempre e proiettano un futuro da brividi per l’Italia, un Paese di vecchi incapace di auto-sostenersi. Dovrebbe essere un problema qui e ora, ma la politica se ne frega. Ed è il più grave errore che può fare. Anche Matteo Salvini, qualche mese fa, ha sostenuto che la vera emergenza sono le culle vuote, ma poi?

Ci sarebbe da chiedergliene conto oggi che nessuna misura è stata presa dal governo e il problema non è nemmeno citato nel contratto di governo,  peraltro, dopo che l’Istat ha diffuso gli ennesimi dati catastrofici sulla natalità e sulla fecondità in Italia. In estrema sintesi: nel 2017 sono stati iscritti in anagrafe per nascita 458.151 bambini, oltre 15 mila in meno rispetto al 2016. Nell’arco di 3 anni (dal 2014 al 2017) le nascite sono diminuite di circa 45 mila unità mentre sono quasi 120 mila in meno rispetto al 2008. Ciliegina sulla torta: il calo dei nati è particolarmente accentuato per le coppie di genitori entrambi italiani, che scendono a 358.940 nel 2017 (14 mila in meno rispetto al 2016 e oltre 121 mila in meno rispetto al 2008).

Numeri da brividi, i peggiori di sempre. E scenari da catastrofe, messi neri su bianco dall’Istat, ogni dodici mesi. Perché culle vuote oggi vuol dire un paese meno forte e meno efficiente, vuol dire meno lavoratori domani. Meno lavoratori vuol dire meno tasse per finanziare la sanità e meno contributi per pagare le pensioni. Meno soldi per le pensioni e la sanità, in una prospettiva dell’allungamento dell’aspettativa di vita, vuol dire tagli ai servizi, al personale, alle cure, agli assegni pensionistici. Il tutto sulle spalle di quelle poche giovani famiglie che dovranno svenarsi per mantenere i loro tanti anziani non autosufficienti.

Salvini ha ragione, un paese senza giovani è un Paese senza energie, senza opportunità e senza futuro; un Paese che diventa vecchio non solo anagraficamente, ma anche nella capacità di reggere il passo con quelli più giovani e pieni di energie. Ma dove sono le proposte? Federico Rampini apriva così il suo profetico “L’impero di CINDIA”: “Sono tre miliardi e mezzo. Sono più giovani di noi, lavorano più di noi, quindi hanno più risparmi e più risorse di noi da investire. Hanno schiere di premi Nobel.   Sono Cina India e dintorni…(CINDIA)”. Come potremo competere senza le energie dei giovani? Qualcuno si è accorto che il calo nelle prestazioni sportive nazionali dipende dalla mancanza fisica di una base di giovani che possano diventare atleti? E secondo le elaborazioni Istat di dodici mesi fa, nello scenario mediano delle elaborazioni l’effetto addizionale del saldo migratorio sulla dinamica di nascite e decessi comporterà 2,5 milioni di residenti aggiuntivi nel corso dell’intero periodo previsto. Più o meno, 50mila all’anno: non abbastanza per invertire la rotta. Semplicemente, i movimenti migratori globali tenderanno a fare dell’Italia, sempre più, un luogo povero di opportunità, un transito verso altri lidi, possibilmente grandi città globali più abituate ad assorbire la presenza dei migranti, città che brulicano di opportunità e di posti di lavoro e di altri immigrati come loro che finiscono per fare da rete sociale e di protezione.

Bene: di fronte a tutto questo ci farebbe piacere sentir parlare di nidi gratis per le mamme lavoratrici, visto che era nel programma di governo sia della Lega, sia dei Cinque Stelle, ma evidentemente era talmente un’emergenza che si sono dimenticati di metterlo nel contratto.  Ci piacerebbe sentir parlare di sostegno all’occupazione femminile e di una politica a sostegno della casa nelle grandi città, vere primigenie cause dell’inverno demografico italiano, di un sostegno reale alle famiglie con figli che non sia una presa in giro come l’ettaro di terra da coltivare. Certo, non è a loro, a Lega e Cinque Stelle, che si può imputare il calo demografico del 2017, ma cosa stanno facendo, dopo mille proclami? Niente, niente, niente esattamente come tutte le altre classi politiche che li hanno preceduti.  Nulla per la natalità, nulla per la casa alle famiglie giovani, nulla per il miglioramento dell’istruzione, nulla per lo sviluppo dei talenti o per il sostegno degli studenti lavoratori. E l’opposizione? Nulla anche loro. Tutti i paesi europei hanno misure reali di sostegno per le famiglie e per le mamme, solo noi latitiamo; e i risultati sono drammaticamente sotto gli occhi di tutti. Sono problemi da affrontare qui e ora: «Il primo dato economico e culturale attraverso cui vorrò essere misurato al governo, al di là del rapporto debito/Pil, dello spread, dell’inflazione, è il numero di figli per donna. Che è anche un tema economico e sociale, perché un Paese che fa figli è un Paese che crede nel suo futuro». Questo problema sta minando e minerà il futuro di tutto il Nostro Paese, è così importante che meriterebbe attenzione e sforzo di tutte le forze politiche, perché la sopravvivenza dell’Italia non ha colore politico, me riguarda il futuro di tutti i nostri figli, qualunque sia la nostra fede o appartenenza politica.

di: Gianni Papello @ 12:51


Nov 30 2018

La leggenda di Codreanu nella testimonianza di Montanelli ed Evola

Esattamente 80 anni fa il rivoluzionario romeno Codreanu veniva assassinato nella sua cella dalle forze della reazione. Le testimonianze sono concordi: Corneliu Zelea Codreanu era un uomo affascinante, carismatico, che dava un’idea di innate onestà e lealtà. Un monaco guerriero, paragonabile forse solo ad Oliver Cromwell, che digiunava, scriveva, cantava, tutto preso nel suo impegno etico-politico di creare l’uomo nuovo. Il nome di Codreanu dirà poco ai giovani di oggi, anche in Romania, dove era nato, in Moldavia, nel 1899, ma per i giovani della destra italiana degli anni Settanta era una leggenda, grazie soprattutto alle edizioni di Ar, e ad altre case editrici coraggiose, che fecero conoscere i suoi scritti anche in Italia: il Capo di Cuib, Guardia di ferro, Diario dal carcere, raccontarono ai giovani italiani di destra i sogni e le speranze di questo personaggio sui generis, questo Codreanu, che finirà i suoi giorni a soli 38 anni, assassinato per ragioni politiche nel carcere di Tancabesti dove era stato richiuso insieme ad altri suoi legionari, camerati, diremmo noi, mediante strangolamento. Fascista, nazista, ma forse solo nazionalista romeno, comunque testimone di un misticismo politico e rivoluzionario. Chi lo ha conosciuto e intervistato, da Indro Montanelli a Julius Evola, ne parlano come di una persona eccezionale, profonda, ma assolutamente al di fuori della realtà: tanto che, dice Montanelli, non si curava né delle donne né del denaro, che la moglie gli sottraeva di nascosto per evitare che lo donasse a chi ne aveva bisogno. Non è qui il caso di raccontare la sua biografia, perché su Codreanu oggi vi sono innumerevoli scritti, ma forse è opportiuno riproporre alcuen consideraioni che Evola fece su di lui sul giornale Il Regime Fascista nel 1938, in occasione di una visita del filosofo a Bucarest. Il capo delle Guardie di Ferro, racconta Evola, abitava nella Casa Verde, un edificio fuori Bucarest in stile romeno, costruito dagli stessi legionari per il loro capo, come una sorta di rito. Ecco il primo impatto di Evola con Codreanu: “Ci viene incontro un giovane alto e slanciato, in vestito sportivo, con un volto aperto, il quale dà immediatamente una impressione di nobiltà, di forza e di lealtà. E’ appunto Cornelio Codreanu, capo della Guardia di Ferro. Mentre i suoi occhi grigio-azzurri esprimono la durezza e la fredda volontà propria ai Capi, nell’insieme dell’espressione vi è simultaneamente una singolare nota di idealità, di interiorità, di forza, di umana comprensione. Anche il suo modo di conversare è caratteristico: prima di rispondere, egli sembra assorbirsi, allontanarsi, poi, ad un tratto, comincia a parlare, esprimendosi con precisione quasi geometrica, in frasi bene articolate ed organiche. “Dopo tutta una falange di giornalisti, di ogni nazione e colore, che altro non sapevano rivolgermi se non domande della politica più legata al momento, è la prima volta, e con soddisfazione” dice Codreanu “che viene da me qualcuno che si interessa, prima di tutto, all’anima, al nucleo spirituale del mio movimento. Per quei giornalisti avevo trovato una formula per soddisfarli e per dire poco più che nulla, cioè: nazionalismo costruttivo”. Codreanu conclude così l’intervista a Julius Evola: ” Ma, in ogni caso, resta sempre una apposizione di principio: vi sono da un lato coloro che conoscono solo la “vita” e che quindi non cercano che la prosperità, la ricchezza, il benessere, l’opulenza; dall’altro lato vi sono coloro che aspirano a qualcosa più che la vita, alla gloria e alla vittoria in una lotta interiore quanto esteriore. Le Guardie di Ferro appartengono a questa seconda schiera. E il loro ascetismo guerriero si completa con una ultima norma: col voto di povertà a cui è tenuta l’élite dei capi del movimento, con i precetti di rinuncia al lusso, ai vuoti divertimenti, agli svaghi cosiddetti mondani, insomma con l’invito ad un vero cambiamento di vita che noi facciamo ad ogni legionario”.

“Codreanu era di una bellezza triste”

Dello stesso segno la descrizione dello storico ebreo ungherese  Nagy-Talavera (deportato ad Auschwitz nel 1944 e, dopo la guerra, rinchiuso per sette anni nei gulag dei comunisti sovietici): «Improvvisamente nella folla intervenne il silenzio. Un uomo alto, di una bellezza triste, vestito del bianco costume dei contadini romeni, entrò a cavallo nel cimitero. Si fermò vicino a me, e io non potei vedere nulla di mostruoso e di malvagio in lui. Al contrario. Il suo sorriso infantile e sincero si irradiava sopra la folla miserabile, ed egli sembrava essere misteriosamente lontano da essa. Carisma è una parola inadeguata per definire la strana forza che emanava da quell’uomo. E così, in silenzio, egli restò in mezzo alla folla. Non aveva nessun bisogno di parlare. Il suo silenzio era eloquente; egli sembrava esser più forte di noi, più forte dell’ordine del prefetto che gli vietava di parlare. In più di un quarto di secolo io non ho mai dimenticato il mio incontro con Corneliu Zelea Codreanu”, scrisse Nagy-Talavera, che non aveva assolutamente alcun motivo per simpatizzare con Codreanu, anzi. Montanelli da parte sua ne diede questo ritratto: “Era sobrio fino all’astinenza. Digiunava il martedì e il venerdì fino alle cinque del pomeriggio. Non si curava delle donne. E anche per questo, forse, non si curava dei suoi vestiti. Non aveva nessuna idea del denaro. Sua moglie doveva sottrargli di nascosto il denaro, quando ce n’era, per impedirgli di farne dono ai poveri e agli amici, che erano poveri anch’essi”. Insomma, un quadro ben diverso da quello di feroce nazista che i soliti storiografi antifascisti hanno voluto cucirgli addosso.

L’atroce fine di Codreanu in carcere

Codreanu, in ogni evidenza, era un personaggio scomodo sia per i comunisti sia per i reazionari. Per questo fu assassinato. Dopo le elezioni del dicembre 1937 Codreanu e i suoi legionari, terzo partito della Romania, erano diventati popolarissimi nel Paese, con grande sorpresa e odio dell’establishment. Nel maggio 1938 Codreanu e altri suoi 13 legionari furono processati e condannati a 10 anni di lavori forzati per “tradimento”. La notte del 30 novembre, il “capitano” e i suoi legionari furono strangolati dai gendarmi, i loro corpi bruciati con il vetriolo e gettati in una fossa comune. Bisognerà attendere il 1990 prima che gli storici possano riprendere le ricerche sul destino dei legionari. Gli storici conclusero che il successo di Codreanu e del suo movimento fu quello che lo condannò a morte: la Casa reale e la classe politica romena erano letterlamente terrorizzati dal consenso che la Guardia di Ferro stava riscuotendo nel Paese, e anche la simpatia di Codreanu per la Germania non lo aiutò. Insomma, si temeva che in capo a pochi mesi Codreanu sarebbe andato al governo. E questo la reazione non lo poteva permettere. Nei mesi successivi vennero uccisi dalla polizia altri 1200 legionari di Codreanu. I funerali del Capitano saranno celebrati solo nel 1940, ma ormai era tardi per il suo sogno politico.

di: Antonio Pannullo @ 19:41


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