Gen 13 2018

Cinquant’anni dopo il terremoto la Valle del Belice racconta la sua storia

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Saranno i bambini di allora, quelli estratti vivi dalle macerie e quelli nati durante il terremoto, il simbolo della rinascita dei paesi della Valle del Belice nel giorno del 50° anniversario di quel sisma che in una sola notte devastò quest’angolo della Sicilia. Memoria e riscatto in una giornata che vuole essere ricordo di una tragedia ma anche prova della capacità degli abitanti della Valle di rialzarsi e ricominciare. Nella notte fra il 14 e 15 gennaio 1968, alle 3.01, un terremoto di magnitudo 6.4 sorprese nel sonno gli abitanti dei paesi della Valle. Le case di tufo vennero giù, chiese e campanili crollarono. La scossa fu avvertita a Palermo, Trapani, Agrigento, sino all’isola di Pantelleria. Si contarono – ma i numeri non furono mai definitivi – circa 400 morti, mille feriti e oltre 70mila sfollati. E la tragedia sarebbe potuta essere anche peggiore se una scossa della mattina non avesse spaventato e spinto alcuni abitanti a passare la notte in macchina o nelle campagne. Ad aprire le celebrazioni domani, a Partanna (Trapani), alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella, saranno proprio quegli ex bambini. A loro il compito di consegnare le targhe alla memoria. Anche il presidente della Regione siciliana, Nello Musumeci, parteciperà domani alle cerimonie.

Ci sarà Antonella Stassi, la bimba nata nelle campagne di Partanna mentre la terra tremava. Venne alla luce sotto le stelle e per lavarla con l’acqua calda i parenti utilizzarono l’acqua in cui per cena erano state bollite le uova. Lei consegnerà al comandante della Legione Carabinieri Sicilia la targa alla memoria dell’appuntato Nicolò Cannella. Franco Santangelo, il miracolo di Gibellina, il bimbo, con il ciuccio ancora in bocca, estratto vivo dai Vigili del fuoco dalle macerie di un paese distrutto, consegnerà invece al comandante regionale dei Vigili del Fuoco la targa in memoria dei quattro pompieri Giuliano Carturan, Savio Semprini, Alessio Mauceri e Giovanni Nuccio. E la memoria va anche a Eleonora Di Girolamo, la bambina di 7 anni conosciuta da tutti come cudduredda che venne estratta viva dopo oltre 50 ore dal terremoto, ma poi morì in ospedale per una polmonite. Al suo angelo, il vigile del fuoco Ivo Soncini, sarà la sorella di Eleonora, che di cudduredda porta lo stesso nome, a consegnare un riconoscimento. Una terza targa andrà poi alla memoria di Don Antonio Riboldi, “per la dedizione, l’impegno religioso e civico a favore delle popolazioni della Valle del Belìce” e sarà consegnata al vescovo di Mazara del Vallo Domenico Mogavero da uno dei bambini che monsignor Riboldi portò a Roma dall’allora presidente della Repubblica.

Ma le celebrazioni per il cinquantenario non vogliono essere soltanto un momento di mera memoria. ”Abbiamo fortemente voluto che queste celebrazioni fossero un’opportunità per mostrare la bellezza di questa Valle e di tutte le sue ricchezze – spiegail sindaco di Partanna e coordinatore del Coordinamento dei sindaci della Valle del Belice Nicola Catania – Un’occasione per andare oltre quello stereotipo che da 50 ci portiamo dietro. Non è vero che qui non si è fatto nulla. È stato fatto tanto e bene, grazie alla caparbietà, all’ostinazione, alla resilienza degli abitanti del Belice che sono riusciti a risollevarsi da quella tragedia. Bisogna guardare a questa Valle con occhi intelligenti e vedere il suo grande patrimonio naturalistico, la sua rete museale e culturale, il suo patrimonio enogastronomico, la sua capacità di attrazione turistica”. Memoria ma anche riscatto dunque perché, come sottolinea il sindaco di Gibellina Salvatore Sutera, ”il Belice non si è mai pianto addosso, ha saputo lottare, in un primo momento anche contro uno Stato che sembrava sordo alle sue richieste”. Stato che ”è ancora in debito con questo territorio”. Da ”sfatare” anche l’idea che questa Valle sia stata un luogo di ”sperpero” di denaro pubblico: ”il Belice è costato allo Stato 1/3 rispetto al Friuli” afferma Sutera

Il terremoto del ’68 rase al suolo il paese di Gibellina che oggi sorge a circa 15 chilometri di distanza dal vecchio centro. Oggi, i resti del paese sono quasi completamente ricoperti del “Cretto di Gibellina”, l’opera realizzata da Alberto Burri. ”Per gli abitanti del paese ricordare quella notte è ancora una forte emozione – spiega il sindaco -. C’è il dolore di chi l’ha vissuta e che in quella tragedia ha perso familiari e amici e c’è la volontà di trasmettere il ricordo ai giovani che non erano ancora nati ma per i quali può rappresentare un momento di riflessione”. Se la Valle del Belice è un territorio che, letteralmente, ha saputo rinascere dalle sue macerie, i primi cittadini della zona non nascondono che ci sono ancora delle cose da fare, delle ”ferite da sanare”. ”Si tratta di ferite vecchie e nuove – spiega il sindaco di Partanna – Ci sono cittadini che hanno acquisito il diritto a vedere ricostruite le loro proprietà e ancora aspettano, c’è un’infrastrutturazione da completare, opere di urbanizzazione primaria da portare a termine”. A Santa Margherita, per esempio, ci sono ancora quartieri dove la rete idrica e fognaria non è completa. Le ferite ”nuove” riguardano invece ”le difficoltà per i sindaci ad amministrare città progettate e ricostruite per grandi comunità e vissute invece da pochi abitanti – continua Catania – la manutenzione di grandi opere realizzate 50 anni fa e che adesso sono vecchie, la gestione di un patrimonio immobiliare di case diroccate dei centri storici, abbandonate dopo il terremoto e che ora costituiscono un pericolo per l’incolumità pubblica”.

di: Redazione @ 16:47


Lug 31 2016

Soldi a nero portati in Svizzera: Gino Paoli “salvato” dalla prescrizione

“Così facevan tutti”, si era difeso sui giornali, mentre in tribunale Gino Paoli ha scelto una linea molto più pragmatica: ammettere, in attesa della prescrizione. E così è stato. Il reato di evasione fiscale a suo carico è prescritto, secondo il pm Silvio Franz che ha coordinato l’inchiesta della guardia di finanza sui fondi neri incassati alle feste dell’Unità dal cantautore italiano trasferiti in Svizzera. Paoli aveva concordato con l’Agenzia delle Entrate una rateizzazione per estinguere il debito con l’Erario ma nel frattempo è arrivata la richiesta del pm: poiché non è possibile determinare con certezza la data di inizio dell’evasione, che dovrebbe comunque essere datata prima del 2008, va prescritta. La vicenda era emersa lo scorso anno ed era nata da una costola dello scandalo sulla truffa a banca Carige che portò in carcere, tra gli altri, l’ex presidente dell’istituto di credito Giovanni Berneschi e anche il commercialista Andrea Vallebuona, al quale lo stesso cantautore si rivolse per far rientrare 2 milioni ‘in nero’ trasferiti su un conto aperto in una banca svizzera. Durante le intercettazioni ambientali, utilizzate dalla procura durante l’indagine su Carige, lo stesso Paoli  viene sentito mentre discute del “rimpatrio” del denaro “senza doverlo scudare”. Secondo le Fiamme gialle e il pm, Paoli non avrebbe pagato all’erario 800mila euro derivanti dalla mancata dichiarazione dei redditi su quei 2 milioni di euro, secondo
l’accusa frutto di pagamenti in nero per le esibizioni all feste dell’Unità.

Gino Paoli e il presunto complotto

Nei mesi scorsi Gino Paoli aveva ventilato l’ipotesi di una sorta di complotto ai suoi danni: «Le persone che mi conoscono mi sono vicine e hanno fiducia in me, si fanno in quattro per confortarmi. E questo mi commuove e mi aiuta molto. Poi ci sono quelli che gettano fango. Non escludo che qualcuno voglia togliermi di mezzo perché, come tutta la mia vita dimostra, io non sono manovrabile. Sono uno che manda direttamente a quel paese chi se lo merita, sono il classico personaggio scomodo», aveva detto in un’intervista. E dov’è finita la voglia di cambiare il mondo dell’intellighentia di sinistra che lui cantava con i quattro amici al bar? «Quella si spegne man mano che vai avanti. Scopri che non è possibile. L’umanità continua a fare e rifare le stesse fesserie. E poi quella era solo una canzone, non un messaggio. Le canzoni sono evocative per quel che la gente vi legge. Io non credo nel “messaggio”. Il messaggio va bene per i politici, per i demagoghi, per i preti… L’artista non deve dare un messaggio, deve dare un calcio in c…

di: Antonio Marras @ 17:33


Lug 03 2016

L’italia torna a casa tra memorabili gaffe e lacrime d’amore (video)

Prima s’è abbandonata alle lacrime la moglie di Antonio Conte, ripresa dalle telecamere in tribuna subito dopo l’ultimo rigore segnato dalla Germania, seguita da molti tifosi azzurri sugli spalti, poi in tv hanno pianto Gianluigi Buffon e Andrea Barzagli, infine lo stesso mister Conte, nella conferenza stampa di addio alla Nazionale. Tutto ciò accadeva nel giorno dell’eliminazione di una bella Italia dai campionati Europei di calcio, ma anche nel giorno della strage di italiani, sgozzati a Dacca dai terroristi islamici. Un eccesso di amarezza, o forse d’amore, quello dei nazionali azzurri, che hanno comunque interpretato nel modo migliore uno spirito patriottico ritrovato intorno alla squadra di calcio del nostro paese che ha dato filo da torcere, fino all’ultimo, ai campioni del mondo in carica della Germania. Siamo usciti agli ottavi di finale ai calci di rigore, dunque, tra rimpianti e orgoglio nazionale, culminato dalle interviste commosse in tv, ma anche da tante polemiche, nel day after, su alcuni atteggiamenti dei nostri calciatori. Sui social impazza la satira sul rigore tirato alto da Zaza, dopo un interminabile balletto, ma soprattutto sulle “provocazioni” che il centravanti italiano, Pellè, aveva lanciato al portiere tedesco prima di tirare malamente fuori il penalty. «Non volevo prendere in giro nessuno, tantomeno un grande portiere come lui. La mia idea era di tenere fermo Neuer tra i pali, lui è svelto come un gatto a raggiungere l’angolino e io così pensavo di bloccarlo al centro della porta. Tanta era però l’adrenalina in quei momenti concitati che lui manco se ne è accorto. Alla fine mi ha abbracciato e mi ha detto “sei un grande giocatore”», s’è difeso oggi Pellè, chiedendo scusa. Va via dall’Italia Antonio Conte, a sua volta visibilmente emozionato. “Oggi è più difficile di ieri, perché abbiamo realizzato che è finita. Dispiace, dispiace per i ragazzi, che hanno dato tutto. Ma un obiettivo lo abbiamo raggiunto: tutti ci rispettano”. Ma anche lui, prima di trasferirsi al Chelsea, non ha lesinato accuse all’ambiente: “Mi hanno lasciato tutti da solo”. Con chi ce l’aveva? A proposito, ma Renzi ora lo inviterà a Palazzo Chigi o lo lascerà andare via direttamente a Londra?

Le lacrime di Barzagli

 

 

 

Le lacrime di Buffon

https://youtu.be/sp_wy8XTwRc

di: Antonio Marras @ 18:48


Set 22 2015

Itinerari ucraini, la mitteleuropea Leopoli e i sepolcri degli eroi

L’Ucraina è da mesi all’attenzione del mondo intero per il conflitto con la Russia. Il paese è diventato così il palcoscenico sul quale si gioca un’importante partita geopolitica. Unica potenza mondiale, dopo il crollo dell’Impero Sovietico e il mancato affrancamento dell’Europa, gli Stati Uniti hanno dato vita ad una crisi dagli esiti imprevedibili per cercare, attraverso il perseguimento del traguardo ultimo dell’ingesso di Kiev nella Nato, di cancellare definitivamente il ruolo di potenza mondiale di Mosca. Una strategia che ha spinto Putin a moltiplicare gli sforzi per ricostituire la sua sfera di influenza nelle regioni dell’ex Unione Sovietica. Per un approfondimento delle ragioni dei due contendenti è utile la lettura dell’agile lavoro di Eugenio Di Rienzo, Il conflitto russo-ucraino (Rubbettino 2015, pp.105, €10) mentre per una riflessione sulle basi geopolitiche dell’azione di Mosca consigliamo il libro-intervista di Alain de Benoist ad Aleksandr Dugin, Eurasia Vladimir Putin e la Grande Politica (Edizioni Controcorrente 2014, pp.142, €10). Il nostro itinerario storico culturale esula da considerazioni geopolitiche attuali per ripercorrere alcune pagine di storia che hanno visto il popolo ucraino soffrire sotto il tallone sovietico dalla rivoluzione bolscevica del 1918-1922 fino alla proclamazione dell’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991.

I sepolcri di Leopoli

Capitale dell’antica Galizia, con i suoi 800mila abitanti e il centro storico dichiarato Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco Leopoli, Lviv in Ucraino, è la città dove l’influenza sovietica e la sua orribile architettura hanno fatto meno danni. Se l’Ucraina, che significa «terra di confine», è la cerniera che divide l’Europa dall’Asia, Leopoli ne rappresenta certamente il lato più europeo.

Sorta nel XIII secolo intorno a una fortezza chiamata Lev («leone» dal nome del figlio del principe Danylo Halytsky che la fece edificare), divenne polacca un secolo più tardi, per entrare nel 1772 a far parte dell’Impero austro-ungarico dove restò fino al 1918. È in questo lungo periodo asburgico, nel quale la regione aveva potuto godere di una relativa autonomia, che sorse la maggior parte dei sontuosi edifici del centro storico e quella cultura dei caffè che rendono l’atmosfera della città intensamente mitteleuropea.

A seguito della dissoluzione degli imperi centrali determinata dalla sconfitta nella Grande Guerra, la città e l’intera Galizia furono assegnate alla Polonia. Sia il nome polacco Lwow, sia quello tedesco Lemberg sono toponimi ancora utilizzati rispettivamente a Warsavia, Vienna e Berlino. I polacchi dovettero subito difendere la regione dagli attacchi dei Bolscevichi, per poi scontrarsi con il nascente movimento indipendentista ucraino e infine soccombere di fronte all’invasione dell’Armata Rossa nel 1939. Dopo pochi mesi, con lo scoppio della Seconda guerra mondiale e l’Operazione Barbarossa lanciata da Berlino contro Mosca, seguì l’occupazione tedesca che durò fino al termine del conflitto. Con la vittoria sovietica nel 1945, e la dura repressione attuata contro gli indipendentisti e la popolazione civile, la Galizia fu smembrata. La parte occidentale con capoluogo Cracovia tornò alla Polonia mentre Leopoli, ora Lvov in Russo, e la parte orientale della regione furono annesse alla Repubblica Socialista dell’Ucraina. Dopo la dissoluzione dell’Urss è dalla capitale galiziana che partì verso Kiev un forte impulso per l’indipendenza dell’Ucraina che si concretizzò il 24 agosto 1991.

Il cimitero di Lychakivske

Una rappresentazione plastica e fortemente simbolica del destino tormentato di questa regione si coglie visitando il cimitero monumentale di Lychakivske, uno dei più antichi camposanti d’Europa, realizzato alla fine del Diciottesimo secolo quando l’imperatore d’Austria Giuseppe II proibì le sepolture dei defunti nei terreni adiacenti le chiese. Si estende per 40 ettari su di un’intera collina boscosa e la sua atmosfera gotica lo avvicina al più noto Père Lachaise di Parigi. Risalendo la collina del Lychakivske si ripercorre l’intera storia di Leopoli. I monumenti funebri dei notabili polacchi si alternano con quelli degli ucraini e percorrendo i viali del cimitero ci si può imbattere nel sepolcro di un ufficiale dell’Impero asburgico. Tra le tante personalità che qui riposano, fra i quali diversi pittori, scrittori e poeti, ad attirare maggiormente l’attenzione dei visitatori sono le statue del soprano Solomiya Krushelnytska, la più famosa cantante d’opera del primo Novecento, del ginnasta Victor Chukarin, dominatore delle Olimpiadi di Helsinki 1952 e Melbourne 1956 (con 7 ori, 3 argenti, 1 bronzo) e soprattutto il monumento funebre allo scrittore galiziano Ivan Franco (1856-1916), la cui importanza per la rinascita culturale e linguistica dell’Ucraina è seconda soltanto a quella del poeta Taras Shevchenco.

L’opera di Ivan Franco

L’opera letteraria di Franco è tutta tesa alla crescita etica e culturale delle masse popolari ucraine, da realizzarsi attraverso la diffusione dell’istruzione, della scienza, del senso critico, della libertà individuale e nazionale. Studioso del marxismo, aveva ben chiaro che la presa del potere da parte dei bolscevichi avrebbe significato l’avvento di un regime totalitario basato sull’odio e su un sistema poliziesco di gran lunga più spietato di quelli degli Imperi asburgico e zarista.

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Nel 1962, a quasi mezzo secolo dalla morte dello scrittore, nel tentativo di tenere a freno il movimento nazionalista, i sovietici decisero di utilizzare il suo nome, ribattezzando Ivan Franco la città di Stanyslaviv, capoluogo della regione dei Carpazi, sulle cui montagne i guerriglieri dell’Esercito Insurrezionale Ucraino (Upa) avevano continuato a combattere dopo la fine della Seconda guerra mondiale, fino alla metà degli anni Cinquanta.

Visitando il cimitero non si può tralasciare di rendere omaggio ai sacrari militari. Oltre alle salme di 2000 soldati polacchi caduti nel 1918-20 combattendo sia i bolscevichi sia gli ucraini, che si trovano proprio in cima alla collina, c’è un’intera ala del Lychakivske riservata ai caduti dell’Esercito Nazionale Ucraino, dell’Upa di Stepan Bandera, della Divisione SS Galizia, e ci sono naturalmente le tombe più recenti dei caduti della Rivoluzione arancione e dell’odierno confronto militare con i separatisti filorussi dell’Ucraina orientale. Commovente l’incontro con il gruppo di lapidi sotto le quali hanno trovato sepolture le vittime del regime comunista dell’anno 1941. Tra loro anche molti bambini.

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di: Vincenzo Fratta @ 19:08


Gen 24 2015

Giustizia, non c’è posta per te: i portalettere perdono pure le carte dei processi

«Si tratta di un fatto indegno di uno stato moderno, che non deve succedere». E’ furibondo il presidente della Corte d’Appello di Milano, Giovanni Canzio, alla notizia che dal Tribunale di Milano sono spariti diversi fascicoli, inghiotti dalla mala giustizia e dalla disorganizzazione. A margine dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, lo smarrimento o il danneggiamento dei faldoni degli atti di alcuni processi che la Corte d’Appello ha spedito via posta nell’ultimo mese alla Cassazione, arriva come uno schiaffo in pieno volto. Atti che, secondo quanto riporta oggi il Corriere della Sera, non sono mai arrivati a Roma. In seguito al disservizio postale, Canzio ha sporto denuncia alla Procura di Milano e sta perfezionando una convenzione con il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria per la consegna a mano dei fascicoli destinati alla Cassazione.
Perduti e poi ritrovati molti fascicoli, alcuni hanno subito danneggiamenti. E le Poste finiscono pesantemente sotto accusa. Nel mirino ci sono le nuove procedure relative alle spedizioni assicurate che pesano più di due chili.
All’origine della vicenda sembra vi sia una decisione, comunicata dalle Poste agli uffici giudiziari alla fine del 2014, di cambiare il metodo di spedizione dei ricorsi e i relativi atti in Cassazione con «assicurata»: quel metodo funzionava perfettamente ma aveva un costo notevole per le casse dello Stato, circa 100.000 euro l’anno. Il problema inizia quando le Poste decidono di non garantire più quel tipo di servizio, cosiddetto «spedizione per assicurata» per quei plichi che pesino più di 2 chili complessivi. In pratica la maggior parte dei faldoni processuali.

La responsabilità di Sda e del gruppo Poste: errori nelle consegne

L’opzione che gli uffici giudiziari identificano è quella di ricorrere al corriere Sda, l’azienda che fa parte del gruppo Poste per spedire i faldoni come posta ordinaria.
E qui iniziano i problemi. Il servizio parte, ufficialmente, verso la fine del 2014, a metà dicembre. Un mese dopo, l’inferno.
Le cancellerie dell’Appello, che sono convinte che i faldoni siano stati regolarmente consegnati, scoprono con raccapriccio il metodo di consegna di Sda: sacchi di plastica trasparente, scatoloni semiaperti e danneggiati. Il tutto con dentro gli atti infilati a casaccio, fogli ammassati come spazzatura, materiale impossibile da ricomporre e capire a chi appartenga o a quale procedimento sia legato. Di che si tratta? Semplice. Sono i fascicoli spediti dalla Corte d’Appello alla Cassazione che tornano al mittente perché sulle etichette è stato scambiato il Palazzaccio dove ha sede la Corte di Cassazione di Roma. Ma c’è, evidentemente, anche qualche altro problema perché tornano al mittente anche scatoloni con l’etichetta scritta correttamente.
Un disastro. Ma non il solo. Si scopre anche che lo stesso disservizio colpisce anche i faldoni che viaggiano dalla periferia al centro, ma verso Milano. In pratica dagli uffici periferici alla Corte di Appello di Milano. E, come se non bastasse, l’ultimo schiaffo arriva quando si scopre che molti faldoni sono finiti in un vicolo cieco, al centro di smistamento di Salerno. Una volta scoperto l’arcano di quei faldoni spariti e ritrovati nel sud Italia basterebbe una telefonata. Ma ogni telefonata è inutile. Perché va a sbattere contro la burocrazia di Sda e, in particolare, contro un call center che non ne sa nulla di questa storia.
La replica delle Poste che cerca di difendersi dalla figuraccia colossale tira in ballo la sua società controllata, la Sda: «Poste Italiane ha avviato una approfondita ispezione su quanto accaduto» dicono dalla società di Francesco Caio ribadendo la determinazione dell’azienda «a marcare una discontinuità dal passato e ad assumere le necessarie iniziative qualora emergano gravi responsabilità interne».
Ma il problema è di vecchia data. E migliaia di cittadini sono costretti a confrontarcisi ogni giorno. Senza avere santi in Paradiso ai quali rivolgersi.

di: Paolo Lami @ 14:29


Dic 19 2014

Film-documentario ritirato, gli hacker di Ciccio Kim spaventano la Sony

C’è poco da ridere e scherzare. Perché gli hacker di Ciccio Kim ce l’hanno proprio fatta. Hanno colpito nientemeno che la Sony, colosso globale multimedia. Ciò significa che “The Interviev” il film documentario non sarà distribuito né proiettato. Altro che terrorismo internazionale. La nuova frontiera inaugurata dal dittatore coreano è quella della guerra informatica. Chiunque voglia o provi a ridicolizzare Kim Jong Un, terzo della stirpe che comanda nel Nord Corea, da ora in poi dovrà fare i conti con una squadra di hacker di primissimo livello.

Il giovane dittatore potrà pavoneggiarsi

Un gruppo capace di interferire e bloccare anche i più avanzati sistemi multimediali. La conferma è giunta addirittura dall’Fbi i cui agenti hanno infatti accertato che è proprio il governo della Corea del Nord il responsabile dell’attacco informatico subito da Sony Pictures a seguito della decisione della multinazionale di produrre e quindi distribuire il film documentario sul dittatore e sulla sua terra. Secondo gli analisti dell’Fbi gli strumenti utilizzati per gli attacchi informatici alla Sony sono infatti simili a quelli usati lo scorso anno per attaccare banche e media nella Corea del Sud. Il giovane Kim potrà così pavoneggiarsi ancora e più di prima davanti al suo popolo festante: i capitalisti guerrafondai hanno avuto quel che si sono meritati. E sono dovuti addivenire a più miti consigli. Talmente miti che neppure l’appello del liberal in servizio permanente effettivo George Cloney al sistema Hollywood ha avuto effetti. Nessuno ha avuto infatti il coraggio di sfidare il divieto imposto dagli hacker coreani. Il filmato non verrà proiettato. La Corea del Nord può festeggiare. La capacità tecnica dell’Occidente subisce un colpo devastante.

di: Domenico Labra @ 20:21


Ott 21 2014

Per favore, non chiamateli kamikaze: quelli di 70 anni fa colpivano solo obiettivi militari

Non chiamiamoli kamikaze: i terroristi fondamentalisti che negli ultimi anni – e ancora oggi – si fanno esplodere su autobus, fast food, piazze, grandi magazzini, strade, insomma nei luoghi frequentati da civili, non hanno nulla dei latori del “vento divino” ( questo significa la parola kamikaze) che settant’anni fa si sacrificano colpendo obiettivi militari nemici che minacciavano la loro nazione. In comune hanno soltanto Continua a leggere”Per favore, non chiamateli kamikaze: quelli di 70 anni fa colpivano solo obiettivi militari”

di: Antonio Pannullo @ 18:44


Ago 27 2014

L’Hotel Supramonte di De André iniziò quel 27 agosto del 1979…

In quegli anni Settanta eravamo abituati a tutto, ma proprio tutto: omicidi politici, stragi, attentati, rapimenti, Brigate Rosse, terrorismo internazionale e nazionale e quant’altro. Sembrava che nulla dovesse più scuotere gli italiani dal loro torpore.
Ma a quello che avvenne il 27 agosto del 1979, alla fine del decennio, fu qualcosa che davvero nessuno si aspettava: il sequestro, a opera dell’Anonima sarda, del cantautore Fabrizio De Andrè e della sua compagna Dori Ghezzi dalla loro casa nella tenuta dell’Agnata, a due passi da Tempio Pausania, proprio nel cuore della Gallura. De Andrè  con la sua compagna si era trasferito definitivamente in Sardegna pochi anni prima, in vista della nascita della loro figlia Luisa Vittoria. Lui disse più volte che nell’isola si sentiva nel luogo dove avrebbe sempre voluto essere, un luogo dell’anima insomma, non immaginando la terribile esperienza che l’attendeva. Rimasero prigionieri quattro mesi, e vennero liberati a distanza di un giorno l’uno dall’altro alla vigilia di Natale. Il riscatto pare superasse il mezzo miliardo di lire. Fu una notizia eclatante, perché non era mai successo prima che un’icona della musica italiana, amata da tutti, venisse sequestrata a scopo di estorsione, e per mesi i giornali si occuparono della vicenda. Fu, a quanto pare, un’epserienza molto dura, legati e incatenati a un albero, imboccati dai rapitori, ma successivamente De André ha raccontato in modo molto tranquillo quell’esperienza. Intanto non se ne è andato dalla Sardegna, come forse altri avrebbero fatto, ma è riuscito a trarre positività da un evento di per sé negativo. La vicenda gli ha ispirato alcune tra le sue più belle canzoni, sulla Sardegna e sul rapimento stesso, che rievoca nel suo brano Hotel Supramonte nel suo album senza titolo, indicato però comunemente come L’Indiano. De Andrè perdonò i suoi carcerieri ma non i mandanti, e certo la solidarietà che trovò nell’isola lo determinarono a proseguire il suo percorso di integrazione con la gente e i luoghi. Il poeta genovese, scomparso nel gennaio del 1999, amava quegli orizzonti, quegli aromi, quei colori, ma anche quella cultura, quella povertà endemica che poi indirettamente fu la causa dei suoi guai, quello povertà che portò alla nascita del banditismo sardo, che De Andrè però in qualche modo capisce e spiega. Tenne anche diversi concerti dal vivo nell’isola e fece almeno due brani in lingua sarda, se la memoria non inganna. Economicamente il rapimento non fece danno a De Andrè, che qualche tempo dopo cedette a un settimanale i diritti per il memoriale relativo alla storia, psicologicamente sembra neanche, anzi fu un arricchimento per l’artista, ma certamente conseguenze ne lasciò, anche se la coppia in realtà non lo fece mai trasparire. Non si costituì nemmeno parte civile contro i suoi sequestratori, ma solo contro il veterniario toscano e l’ex assessore comunale del Pci che furono ritenuti i capi della banda, i quali comunque, grazie alla legge sulla collaborazione, presero meno di dieci anni di galera ognuno, mentre gli autori materiali viaggiarono sui venti e passa. Quello che è certo è che De André e Dori Ghezzi considerarono sempre la Sardegna come il loro punto d’arrivo, Fabrizio dichiarò che voleva invecchiare lì. Purtroppo non ci è riuscito.

di: Antonio Pannullo @ 17:25


Ago 26 2014

PAGINE DI STORIA/ Quarant’anni fa scompariva a Cadice il comandante Junio Valerio Borghese

Si dice che quando Junio Valerio Borghese fu ricevuto dal presidente del Cile Augusto Pinochet, quest’ultimo si mettesse sull’attenti dicendo al principe: «È un onore!». Pochi mesi dopo il comandante della X Mas moriva nel suo esilio di Cadice, in Spagna, fulminato da una pancreatite. Accadde il 26 agosto del 1974. Continua a leggere”PAGINE DI STORIA/ Quarant’anni fa scompariva a Cadice il comandante Junio Valerio Borghese”

di: Antonio Pannullo @ 16:55


Ago 19 2014

PAGINE DI STORIA/ Quel 19 agosto Leonida consegnava i suoi 300 spartani alla Storia

Gli studenti di tutto il mondo (spesso criticati per la loro mancanza di preparazione, circostanza peraltro non sempre vera) potranno forse non conoscere la battaglia di Stalingrado, o quella dei Laghi Masuri, o magari non sapere quando (e tra chi) fu combattuta quella di Shiloh Church, o non sapere dove si trovino le Ardenne o Canne o Zama. Continua a leggere”PAGINE DI STORIA/ Quel 19 agosto Leonida consegnava i suoi 300 spartani alla Storia”

di: Antonio Pannullo @ 16:18


Giu 05 2014

Pagine di Storia / Trent’anni fa l’assalto al Tempio d’Oro dei Sikh che provocò l’assassinio di Indira Gandhi

Trent’anni fa in queste stesse ore si consumava in India uno dei fatti che maggiormente avrebbero inciso nella storia recente del gigante asiatico: l’attacco al Tempio d’Oro Sikh di Amritsar, nota in Occidente come l’Operazione Blue Star. Continua a leggere”Pagine di Storia / Trent’anni fa l’assalto al Tempio d’Oro dei Sikh che provocò l’assassinio di Indira Gandhi”

di: Antonio Pannullo @ 20:32


Giu 02 2014

Pagine di Storia/ 90 anni fa i cow-boy “graziarono” gli indiani: sono americani anche loro…

Era presidente il repubblicano Calvin Coolidge il 2 giugno del 1924, quando il governo degli Stati Uniti stabilì che i “nativi” americani fossero cittadini americani, purché nati all’interno del territorio federale. Continua a leggere”Pagine di Storia/ 90 anni fa i cow-boy “graziarono” gli indiani: sono americani anche loro…”

di: Antonio Pannullo @ 19:43


Giu 02 2014

Il sistema immunitario è una nuova «arma» contro i tumori. Risultati per melanoma, utero e polmoni

Il sistema immunitario “quarta arma” per uccidere il tumore. Dal congresso della Società americana di oncologia clinica (Asco) in corso a Chicago emerge una nuova frontiera nella lotta contro i tumori che sta già dando risultati “sorprendenti”, affermano gli oncologi, per alcune neoplasie come il melanoma ed i tumori della cervice. Continua a leggere”Il sistema immunitario è una nuova «arma» contro i tumori. Risultati per melanoma, utero e polmoni”

di: Redazione @ 19:10


Mag 28 2014

Pagine di storia/Cinquant’anni fa nasceva l’Olp: una storia di sangue che (forse) volge al termine

Questione palestinese. Quante volte abbiamo ascoltato o letto questa espressione, e l’impressione è che ne sentiremo parlare ancora per parecchio. Gli archivi dei giornali sono pieni di foto di esponenti palestinesi (quasi sempre il leader storico Yasser Arafat) con i vari presidenti americani che si sono succeduti, Continua a leggere”Pagine di storia/Cinquant’anni fa nasceva l’Olp: una storia di sangue che (forse) volge al termine”

di: Antonio Pannullo @ 19:48


Mag 07 2014

PAGINE DI STORIA/60 anni fa la disfatta francese a Dien Bien Phu fece iniziare la guerra del Vietnam

Dien Bien Phu: questo nome non dirà nulla alle giovani generazioni, ma fu in questo villaggio nel nordovest del Vietnam (allora si chiamava Indocina) che tutto iniziò. Era il 7 maggio del 1954 quando le truppe del Corpo di spedizione francese in Estremo Oriente si arresero alle forze indipendentiste del generale Giap, comandante dei Vietmin. Continua a leggere”PAGINE DI STORIA/60 anni fa la disfatta francese a Dien Bien Phu fece iniziare la guerra del Vietnam”

di: Antonio Pannullo @ 19:42


Mag 06 2014

PAGINE DI STORIA/L’Eurotunnel compie 20 anni. Per il ponte di Messina ci vorrebbe un’altra Thatcher…

Compie vent’anni il tunnel sotto la Manica inaugurato il 6 giugno 1994 dall’allora presidente francese François Mitterrand e dalla regina Elisabetta. È la più lunga galleria sottomarina del mondo, 50 chilometri di cui 38 scavati sotto il mare. Quindicimila persone contribuirono alla spettacolare opera che ha unito Francia e Gran Bretagna e che era attesa da secoli. Una cerimonia ufficiale si si è svolta a Coquelles, sulla sponda francese, proprio Continua a leggere”PAGINE DI STORIA/L’Eurotunnel compie 20 anni. Per il ponte di Messina ci vorrebbe un’altra Thatcher…”

di: Giovanni Trotta @ 17:41


Mar 18 2014

Pagine di storia/Dopo settecento anni, il rogo dei Cavalieri Templari non è stato dimenticato

«Jacques de Molay adesso come ieri, non tremano sui bracieri i tuoi santi cavalieri»…  diceva una canzone dedicata dai 270 Bis al capo dei Cavalieri Templari. E Jacques de Molay è meno dimenticato di quanto si pensi. L’ultimo Gran Maestro dei Cavalieri Templari – e il suo sacrificio – sono spesso ricordati nell’immaginario collettivo e soprattutto nelle leggende popolari. Continua a leggere”Pagine di storia/Dopo settecento anni, il rogo dei Cavalieri Templari non è stato dimenticato”

di: Antonio Pannullo @ 20:38


Mar 12 2014

Angelo Mancia, il “cuore nero” ucciso 34 anni fa dalla Volante Rossa

Come scrisse il giornalista Tommaso Besozzi nella sua inchiesta sulla mafia del 1950, «di sicuro c’è solo che è morto». Ma in quanto al resto, sull’omicidio di Angelo Mancia avvenuto il 12 marzo del 1980, stiamo ancora a quel giorno. È vero, nel 2010 le indagini furono riaperte perché si ipotizzò che l’efferato omicidio fosse collegato con l’altro, altrettanto efferato, dello studente Valerio Verbano, Continua a leggere”Angelo Mancia, il “cuore nero” ucciso 34 anni fa dalla Volante Rossa”

di: Antonio Pannullo @ 09:30


Mar 01 2014

Pagine di storia/Sessant’anni fa la bomba H realizzata dagli Usa polverizzava l’atollo di Bikini

L’atollo di Bikini, appartenente alle Isole Marshall, protettorato americano fino al 1986 e poi indipendente, sono famose più che altro per gli esperimenti nucleari degli Stati Uniti dal 1946 al 1958, in tutto 67. Gli americani, all’indomani della fine della guerra, dove avevano sperimentato con successo la bomba atomica Continua a leggere”Pagine di storia/Sessant’anni fa la bomba H realizzata dagli Usa polverizzava l’atollo di Bikini”

di: Giovanni Trotta @ 19:24


Feb 28 2014

Oggi si ricorda Mikis Mantakas, il giovane greco ucciso dall’odio comunista

Quel 28 febbraio 1975 la giornata era cominciata presto: già alle sei del mattino gli extraparlamentari di sinistra si erano radunato intorno a piazzale Clodio dove stava per riprendere il processo ai tre assassini di Potere Operaio, Lollo, Clavo e Grillo, che il 16 aprile del 1973 avevano bruciato vivi un ragazzo e un bambino, Stefano e Virgilio Mattei.

Oggi è incomprensibile una mobilitazione, non solo a livello attivistico ma anche e soprattutto di opinione, in difesa di chi aveva commesso un crimine così efferato e gratuito. Ma così andavano le cose negli anni Settanta. Anzi, il 13 febbraio, era stata data alle fiamme a Primavalle l’auto di un testimone al processo. Missino, ovviamente. Il 25 c’erano stati altri scontri, sedati dal maggiore dei carabinieri Antonio Varisco, che qualche anno dopo sarà ucciso dalle Brigate Rosse che non gliela avevano perdonata. I quotidiani Lotta Continua e il Quotidiano dei Lavoratori pubblicano le foto del “fascisti” davanti al tribunale e invitano i compagni ad andare il giorno dopo a piazzale Clodio. Quella mattina del 28, dunque, già c’erano state alcune scaramucce tra militanti missini e comunisti: questi ultimi avevano riconosciuto e sparato tre colpi di pistola contro un dirigente del Fronte della Gioventù, senza colpirlo ma mandando in frantumi i vetri di alcune autovetture parcheggiate. I gruppi dell’autonomia sono perfettamente equipaggiati per la guerriglia urbana: caschi, spranghe, tascapane con molotov e, scopriremo dopo, anche parecchie pistole. In uno scontro successivo un dirigente del Fronte riporta la frattura di un braccio. Dentro il tribunale, si accende una rissa tra un attivista della sezione missina del Prenestino e Alvaro Lojacono, che poi sparerà al giovane greco Mikis Mantakas del Fuan (Fronte universitario azione nazionale, l’organizzazione missina negli atenei). In favore di Lojacono interviene il senatore comunista Terracini, del collegio di difesa di Lollo. Verso metà mattinata si accendono scontri in tutto il quartiere. Mentre infuriano i disordini, un centinaio di comunisti arriva alla spicciolata nel pressi della sezione Msi Prati di via Ottaviano, incredibilmente non presidiata dalle forze dell’ordine, e la assalta. Le forze dell’ordine erano tutte a presidiare la sede Rai di via Teulada, che infatti viene assaltata dall’autonomia come diversivo. Alle 12,45 i militanti dei collettivi individuano e fermano una “civetta” della polizia facendone scendere gli occupanti minacciandoli con sei o sette pistole. Verso le 13,15 il gruppo di fuoco comunista arriva a via Ottaviano, dove ci sono una ventina di giovani missini disarmati. I ragazzi cercano di ritirarsi nella sezione, dal gruppone parte una salva di bombe molotov che alzano un muro di fuoco e fumo davanti al portone dello stabile. Contemporaneamente vengono sparate le prime revolverate contro i missini. A questo punto i giovani della sezione Prati si dividono: una parte rientra in sede e una parte attraverso il cortile va all’altro ingresso su piazza Risorgimento. Ma la retroguardia del commando, tra cui Lojacono, li aspettavano e sparano. Testimonianze dicono che furono esplosi centinaia di colpi di pistola, sparati da almeno cinque persone diverse. I comunisti a questo punto arretrano proteggendosi la fuga con altre bombe molotov, e i ragazzi di destra si accorgono che uno di loro è ferito gravemente: è Mantakas, il cui soprabito tra l’altro era stato lambito dalle fiamme di una molotov. Tra i soccorritori di Mikis c’i sono Paolo Signorelli, Fabio Rolli, che rimarrà ferito da una revolverata, e Stefano Sabatini, che si rinchiuderà dentro un box del palazzo con Mantakas agonìzzante. Qualcuno dei difensori aveva una vecchia lanciarazzi, circostanza che induce il commando aggressore a pensare a una trappola e quindi ad arretrare. I giovani riescono a chiuder eil portone ma intanto c’è un altro assalto: i collettivi entrano nel cortiletto, sentono un box chiuderi, e sparano attraverso la saracinesca: per fortuna Sabatini e Mantakas erano nel box accanto, quello più lontano dall’entrata. Sono trascorsi 15 minuti dall’inizio dell’assalto e la polizia non c’è ancora. I comunisti in fuga sparano contro un poliziotto in borghese, che però ne insegue due e li riesce ad arrestare: sono Fabrizio Panzieri e Lojacono, vicini ai collettivi di via del Volsci e di Fisica. Un’ambulanza dei Vigili del Fuoco porta Mantakas prima al Santo Sprito e poi al San Camillo, dove morirà nel pomeriggio, alle 18,30. Mantakas, Rolli e un passante, anch’egli ferito, sono stati colpiti da tre calibri diversi. All’inizio gli inquirenti dissero che tre persone avevano sparato, ma del terzo poi non si sentirà mai più parlare. Il 3 marzo, alla cerimonia funebre per Mantakas, a Santa Maria sopra Minerva, gli extraparlamentari di sinistra aggrediscono i missini che stavano andando verso la chiesa. Davanti ad alcune scuole di Roma compaiono le scritte “10-100-1000 Mantakas”. In quei giorni le violenze della sinistra non si fermano, e il 13 marzo successivo Avanguardia Operaia massacra a Milano il giovane Sergio Ramelli, che muore dopo 47 giorni di agonia. Da ricordare solamente che la stampa italiana cerca di imbastire una “pista nera” anche per il delitto Mantakas, ma il tentativo, come tutte le altre volte, naufraga miseramente. Paese Sera addirittura manda un volenteroso inviato in Grecia, ma ovviamente torna senza aver scoperto nulla di compromettente.

Mikis Mantakas avrebbe oggi 62 anni, era nato ad Atene nel 1952 e sognava di fare il medico. Mantakas era venuto a Roma da Bologna, perché aveva subito un’aggressione dai collettivi di sinistra che lo aveva costretto a letto per 40 giorni. Frequentava il bar Penny in via Siena, quello “bazzicato” dai ragazzi del vicino Fuan. Nel 1977 ci fu la condanna a nove anni e sei mesi di reclusione per concorso morale in omicidio per Panzieri. Assoluzione, invece, per insufficienza di prove, per Lojacono. Il processo di secondo grado, nel 1980, si concluse con la condanna a sedici anni di reclusione per entrambi. Ma un ricorso in Cassazione bloccò l’esecutività della sentenza per Lojacono che rimase in libertà per poi fuggire in Algeria, e poi in Svizzera assumendo il cognome della madre. Lojacono nel 1978 era nel commando delle Brigate Rosse che rapì Aldo Moro e uccise la sua scorta. Nel 1983, fu condannato all’erga-stolo per l’omicidio del giudice Tartaglione. La Svizzera non concesse mai l’estradizione e nel 1999 divenne un uomo libero. Fabrizio Panzieri, approfittando di una scarcerazione, si dette alla latitanza. Nel 1982 fu condannato a ventuno anni di reclusione. Ancora oggi risulta latitante. Forse è in Nicaragua, dove c’è anche Grillo, quello del rogo di Primavalle.

 

di: Antonio Pannullo @ 09:10


Feb 17 2014

Pagine di storia/Quella volta che Mussolini rifiutò di rimuovere la statua di Giordano Bruno

Oggi Giordano Bruno è considerato un martire del libero pensiero, a lui sono intitolati decine di istituti scolastici in tutta Italia, su di lui sono stati fatti film, opere teatrali, poesie lo ricordano, tra cui una esilarante di Trilussa, in tutta Italia vi sono alcuni monumenti a lui dedicati, Continua a leggere”Pagine di storia/Quella volta che Mussolini rifiutò di rimuovere la statua di Giordano Bruno”

di: Antonio Pannullo @ 19:50


Feb 15 2014

Pagine di storia/Settant’anni fa gli alleati distruggevano (inutilmente) l’Abbazia di Montecassino, monumento mondiale della cristianità

Quando si vince una guerra, le battaglie perdute, per incapacità o superficialità, contano poco. Nessuno le ricorda più. L’Abbazia di Montecassino fa eccezione. Perché la più clamorosa opera di distruzione attuata dagli alleati in Italia è ancora viva nel ricordo degli italiani, e in particolare dei ciociari, Continua a leggere”Pagine di storia/Settant’anni fa gli alleati distruggevano (inutilmente) l’Abbazia di Montecassino, monumento mondiale della cristianità”

di: Antonio Pannullo @ 20:11


Feb 14 2014

Pagine di storia/Bombardamento di Dresda, il cinismo degli strateghi della morte

«Mai pensare che la guerra, anche se giustificata, non sia un crimine». Questo pensiero di Ernest Hemingway dovrebbe comparire sui libri di storia inglesi e americani come distico alle pagine Continua a leggere”Pagine di storia/Bombardamento di Dresda, il cinismo degli strateghi della morte”

di: Aldo Di Lello @ 19:15


Feb 08 2014

Pagine di storia/Il bombardamento di Padova dell’8 febbraio: quando il rifugio diventa una trappola mortale

Come ha scritto lo storico inglese Eric Morris nel suo saggio  “La guerra inutile. Campagna d’ Italia 1943-45” (Longanesi) i bombardamenti dei liberatori uccisero più italiani di quanto ne uccisero i tedeschi. Quasi centomila a fronte di ventimila, per chi tiene alle cifre. Continua a leggere”Pagine di storia/Il bombardamento di Padova dell’8 febbraio: quando il rifugio diventa una trappola mortale”

di: Antonio Pannullo @ 18:05


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