Aveva 93 anni
Addio a Tinto Brass, regista simbolo del cinema erotico che la sinistra non è mai riuscita ad arruolare
Aveva 93 anni. Dalla Parigi di Godard e Truffaut ai film che scandalizzarono l’Italia: la carriera del maestro dell’erotismo, tra sperimentazione, provocazioni e battaglie contro il pubblico benpensante
È morto Tinto Brass, il regista che ha fatto dell’erotismo una cifra cinematografica e della provocazione un mestiere. Aveva 93 anni ed era malato da tempo. Si è spento questa mattina, 4 novembre, intorno alle 10.30 a Roma. A darne notizia all’Ansa sono stati la moglie Caterina Varzi e i figli Bonifacio e Beatrice Brass. La famiglia, almeno per il momento, ha scelto il riserbo: i funerali si svolgeranno con una cerimonia strettamente privata. Se ne va uno degli autori più riconoscibili, discussi e difficilmente classificabili del cinema italiano, capace di attraversare oltre mezzo secolo di storia dello spettacolo senza preoccuparsi troppo di piacere alla critica, alla censura o al pubblico benpensante.
Il Tinto Brass prima dell’erotismo
Nato a Milano il 26 marzo 1933, Giovanni Brass cresce culturalmente a Venezia, città alla quale resterà profondamente legato. Fu il nonno Italico Brass, pittore veneziano, a ribattezzarlo Tintoretto, in omaggio al grande maestro del Cinquecento Jacopo Robusti. Un soprannome che Giovanni avrebbe poi abbreviato in Tinto. Dopo la laurea in Giurisprudenza a Padova, sceglie il cinema e si trasferisce a Parigi, dove lavora alla Cinémathèque française entrando in contatto con la Nouvelle Vague.
È una formazione che spiega molto del suo linguaggio: montaggio nervoso, inquadrature imprevedibili, gusto per il paradosso e insofferenza verso le convenzioni narrative.
Debutta nel 1963 con Chi lavora è perduto, ritratto anticonformista di una gioventù insofferente. Seguono Col cuore in gola, thriller pop del 1967 con Jean-Louis Trintignant ed Ewa Aulin, e L’urlo, opera surreale che finisce nel mirino della censura. Il cinema di Brass è già riconoscibile: non cerca di rappresentare ordinatamente la realtà, preferisce metterne in discussione le regole.
Il successo e gli scandali
La svolta arriva con Salon Kitty, ambientato nella Germania nazista, dove sessualità e potere si intrecciano in una rappresentazione volutamente disturbante. Segue Caligola, produzione controversa che Brass finirà per disconoscere dopo le modifiche imposte al montaggio.
Con La chiave, nel 1983, e l’interpretazione di Stefania Sandrelli, l’erotismo diventa definitivamente il centro della sua filmografia. Arrivano Miranda con Serena Grandi, Capriccio con Francesca Dellera, Paprika con Debora Caprioglio, Così fan tutte con Claudia Koll e Monella con Anna Ammirati.

IL REGISTA TINTO BRASS CON GABRIELLA BARBUTI SUL SET DEL FILM ” FERMO POSTA TINTO BRASS “
“Il genio” costruisce un immaginario riconoscibile anche a chi non ha mai visto un suo film. Un cinema fatto di voyeurismo, ironia, corpi esibiti e un’idea della sensualità lontana tanto dal romanticismo quanto dal pudore tradizionale. Il successo commerciale gli procura notorietà internazionale, ma finisce anche per oscurare, agli occhi di molti, la complessità dei suoi primi lavori.
Lo spirito anarchico e la parentesi politica con i Radicali
Anche politicamente Brass ha coltivato un’identità insofferente alle appartenenze. Vicino alla cultura libertaria e alle battaglie per l’autodeterminazione individuale, nel 2010 si candida con i Radicali. Un’esperienza che non si traduce in una fedeltà partitica: interrogato nel 2022 su quale formazione politica lo rappresentasse, risponde semplicemente «In nessun partito».
Per lui la trasgressione ha sempre avuto anche una dimensione politica. In un’intervista ad Artribune del 2025 spiega: «L’eros rende liberi, e un individuo libero è pericoloso per qualsiasi sistema». Una dichiarazione che restituisce meglio di qualsiasi etichetta il rapporto fra la sua poetica e l’autorità.

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L’ultimo riconoscimento
Proprio la Mostra del Cinema di Venezia, lo scorso settembre, gli ha riservato uno degli ultimi omaggi pubblici, assegnandogli il Premio Pietro Bianchi e presentando il restauro in 4K di Col cuore in gola. Assente per motivi di salute, Brass aveva accolto il riconoscimento con le seguenti parole: «Io, che ai riconoscimenti ufficiali ho sempre dato poco peso, questo me lo tengo stretto: non ci sarà un’altra occasione».
Il Sindacato dei giornalisti cinematografici lo aveva celebrato come «maestro di un cinema radicalmente libero, visionario e anticipatore». Un giudizio che restituisce alla sua opera anche quella dimensione sperimentale spesso sacrificata alla fama di maestro dell’erotismo.
Brass non aveva potuto raggiungere il Lido, ma aveva assistito a distanza al ritorno sul grande schermo di uno dei film più rappresentativi della sua prima stagione. Quasi sessant’anni dopo la sua realizzazione, Col cuore in gola tornava così davanti al pubblico in una veste restaurata, offrendo l’occasione di riscoprire il regista d’avanguardia dietro il personaggio che aveva conquistato le cronache.

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