L’intervista
Federico Zampaglione: «Il successo può diventare un incubo». Ecco perché il suo nuovo horror fa così paura
Il regista e cantautore racconta The Nameless Ballad, in sala dal 5 novembre: l'ansia da prestazione, l'ossessione creativa, gli haters e la paura più grande, che non sta nel cinema ma nei telegiornali
Spettacoli - di Valter Delle Donne - 4 Novembre 2026 alle 12:40
Un musicista in crisi, una melodia che non dovrebbe esistere e il fantasma di una pianista vissuta un secolo prima. Federico Zampaglione torna dietro la macchina da presa con The Nameless Ballad, horror psicologico nelle sale dal 5 novembre.
Tutto è cominciato nel 2009 con Shadow: da allora, il cantautore prestato al cinema non si è più fermato. The Well è stato venduto in 104 Paesi e ha girato i festival per un anno e mezzo. «Ho riportato in giro quella corrente di horror italiano che era stata tanto amata e poi era sparita», racconta. All’estero l’accoglienza è stata subito calorosa: «Ti confronti con altri pubblici, con altre realtà. È una cosa molto stimolante, che mi ha dato tanto».
Ora tocca a The Nameless Ballad. Il film fa paura senza bisogno di effetti speciali e fa sobbalzare sulla poltrona anche in qualche scena in cui nessuno se l’aspetterebbe. Zampaglione lo definisce «il mio film più personale», perché mette insieme le sue due passioni, musica e horror.
Dall’Italia al mondo, con un horror che ha il ritmo giusto
Quanto c’è di autobiografico? «È chiaro che è totalmente autobiografico», spiega. Il protagonista è un musicista bloccato, e la sua è una situazione che conosce bene, «comune a chi fa un mestiere così, e probabilmente a chi fa il creativo in generale».
Non è però il classico blocco dello scrittore. «Nel mio film è più l’ansia da prestazione: le idee non ti vengono più per via della pressione delle aspettative. Se parti così hai compromesso la spontaneità, e la scrittura deve essere libera, sentita».
«Quando arriva il successo, arrivano i guai»
Zampaglione non demonizza l’industria discografica, anche se il discografico del film è tutt’altro che tenero. «Ognuno fa il suo lavoro. L’artista produce, il team intorno deve vendere. L’obiettivo prioritario dell’industria è vendere, non è una scoperta».
Il problema, dice, comincia dopo. «Finché non c’è il successo non c’è nessuna aspettativa. Hai frustrazione, ma anche tutta la libertà. Appena arriva un risultato non c’è nemmeno il tempo di goderselo, e ti si rivolta contro: bisogna superarlo, fare meglio, fare di più». E la pressione non viene solo dall’esterno: «Sotto sotto te lo dici pure tu. Diventi parte del meccanismo».
Il momento più terrorizzante è l’inizio di carriera. «Non hai ancora le spalle abbastanza larghe per sopravvivere a un insuccesso. Se sbagli in quel momento sei fuori e viene avanti un altro. E la gente ti dice “andrà tutto bene”, ma questo ti fa sentire ancora più solo».
L’ossessione come motore (e come gabbia)
«Il processo creativo è tutto fondato sulle ossessioni. Se non c’è, il rischio è non andare in profondità. È quella che ti tiene sveglio a rifinire un passaggio mentre gli altri dormono». Ma l’ossessione divora: «Diventi schiavo del perfezionismo, del superare i tuoi limiti».
Se si mette la paura in una mente che già vacilla, nasce The Nameless Ballad: «L’angoscia del mondo reale comincia a mischiarsi con quella del mondo paranormale». Il film, anticipa, è «meno sanguinario» e punta sull’orrore psicologico, «come un gas che si espande piano piano e toglie il respiro». L’ossessione del protagonista si intreccia con quella di una pianista del primo Novecento a cui fu impedito di suonare.
Il fascino dell’horror: la tensione prima dello spavento
Perché l’horror? «Ti dà una libertà totale, ti permette di raccontare la realtà attraverso una lente deformata, e le cose arrivano in modo ancora più potente». Ed è un genere in cui nulla è secondario: «Dall’arredamento alla luce, ai volti degli attori». La casa del film è elegante, moderna e vuota, «per far entrare le paure», con una luce fredda e scura.
Sul modo di fare paura è un maestro di sottrazione. Gli confesso che la scena che mi ha spaventato di più è una nella quale non succede niente. «È il gioco della tensione», risponde. «Il cinema di tensione non può permettersi di allentare la tensione. Basta un movimento di macchina più lento del previsto, e lo spettatore pensa che da un momento all’altro succeda la cosa peggiore. A volte non arriva niente, ed è quello il gioco». Quel ritmo, aggiunge, «o ce l’hai dentro o non ce l’hai».
Giglia Marra, otto chili in meno e lezioni di piano
Nel terrificante ruolo di Imma Rubino c’è Giglia Marra, nota al pubblico anche per la serie tv Lolita Lobosco. Zampaglione la conosce benissimo, non solo perché ci ha già lavorato, ma perché è sua moglie. «Non ho pensato subito a lei. Abbiamo fatto delle prove, l’ho messa al pianoforte. Ha un viso che può diventare molto inquietante, uno sguardo incisivo e dark». Per entrare nella parte, Giglia Marra ha perso otto chili e ha preso lezioni di pianoforte. «Per fare horror bisogna amarlo, capirlo, guardarlo».
La musica? Meglio dividerla
Nel film le musiche portano la firma di Andrea Pesce, e la sceneggiatura è scritta con Barbara Baraldi, nota anche ai lettori di Dylan Dog. Non è generosità, assicura: «Non voglio che tutto arrivi dalla stessa fonte. Mi piace lasciare altre visioni all’interno».
Sul set ha usato la musica come Sergio Leone, con la colonna sonora in sottofondo durante le riprese: «Mettevamo una ballata nell’aria e sembrava cambiare l’ambiente. Gli attori si accordavano subito su quel mood». Per dare indicazioni «senza parole», è insuperabile.
Haters, paura e il bisogno di una pausa
Tra musica e cinema non sceglie («Ti prego, sono due cose che amo»). Gli attacchi sui social? «Feriscono, a volte i toni sono cattivi. Ma fa parte del circo». Il suo metodo è rispondere con domande: «Dici questo, ma non è facile fare sempre tutto bene nella vita». In alcuni casi è nata un’amicizia. L’equilibrio è non farsi esaltare dai complimenti né distruggere dalle critiche, anche se per i più fragili resta un problema.
La paura più grande? Non al cinema. «La realtà ha superato infinitamente qualsiasi horror. Guardo un telegiornale e aspetto le notizie peggiori, che puntualmente arrivano. Nessuno fa niente, e va tutto avanti. Questo è ancora più raccapricciante».
Sa che il film farà discutere («Resto un personaggio divisivo, e a me piace»). Ma ora Zampaglione vuole una pausa dalle ossessioni. «Basta un’idea e dal giorno dopo ci sei dentro per due anni. Voglio regalarmi un periodo da persona normalissima». Almeno per un po’. Poi basterà un’idea, un suono, un’immagine, e ricomincerà tutto. Perché quando l’ossessione entra, non ti lascia più andare.