Mezzo secolo dopo
Febbre da cavallo, Montesano rivela: «Il Pomata non esisteva». E su Proietti racconta la verità
Spettacoli - di Valter Delle Donne - 31 Ottobre 2026 alle 08:16
«Io sapevo che c’era Gigi Proietti nella parte di Mandrake, ma la parte del Pomata non c’era». Cinquant’anni dopo Febbre da cavallo, Enrico Montesano svela al Secolo d’Italia il primo grande segreto del film diventato un culto per generazioni di italiani: Armando Pellicci, detto il Pomata, nella sceneggiatura originale non esisteva. Nacque quasi per caso, dalla fusione di alcuni personaggi minori, e finì per diventare uno dei protagonisti più amati della commedia all’italiana.
L’occasione per tornare su quella storia è la festa all’ippodromo delle Capannelle, dove il cinquantenario del film di Steno è stato celebrato insieme ai cento anni dello storico impianto romano. Montesano ha rivisto la copia restaurata: «Bellissima. Sembra un film fatto ieri». E racconta i retroscena di quella pellicola, dalle battute suggerite dagli amici alla rivalità con Gigi Proietti, fino a una verità che smentisce una leggenda dura a morire: «Non è vero che fu un flop».
«Doveva essere un film tragico. Poi Steno inventò il Pomata»
«Il film nasce come un film tragico, serio», racconta Montesano. «C’era una sceneggiatura di Alfredo Giannetti, un grande sceneggiatore. Doveva essere un film sul demone del gioco, su questa pulsione». Quasi Il giocatore di Dostoevskij.
Poi il progetto cambiò completamente. «Quando arrivò Steno, vollero farlo comico. Steno chiamò suo figlio Enrico Vanzina, che era al primo o secondo film. Enrico ha ricordato che da ragazzo giocava ai cavalli».
Ma il Pomata ancora non c’era. «Quando mi hanno dato la sceneggiatura, io sapevo che c’era Proietti nella parte di Mandrake, ma la parte del Pomata non c’era. Quel copione originale, con tutte le mie note e gli scarabocchi, devo averlo ancora da qualche parte in archivio».
Il personaggio nacque quando la sceneggiatura era già finita. «C’erano due o tre personaggi minori. Steno disse: mettiamo insieme questi due e facciamo il Pomata, poi ci lavoriamo con te».
Montesano ricorda la preoccupazione di allora. «È come tutti i bambini, uno ha paura che non cresca. Alla fine cresce meglio degli altri, perché gli dai tante di quelle vitamine! Ero preoccupato, povera creatura, era nato dalla fusione di due personaggi».
Così cominciò a lavorarci personalmente. «Ho lavorato molto con Steno per rinforzare e arricchire il Pomata». Un personaggio costruito scena dopo scena, fino a diventare inseparabile da Mandrake e Felice.
«Non è vero che Febbre da cavallo fu un flop»
Montesano vuole soprattutto sfatare una leggenda: quella del film bocciato dal pubblico al cinema e diventato famoso soltanto molti anni dopo.
«No, non è vero. L’ha rimarcato anche Enrico Vanzina. Il film è andato discretamente, non è stato un flop e non è stato neanche clamoroso. È andato mediamente, come tante pellicole».
Il problema era la distribuzione. «All’epoca c’erano tanti film. In certi cinema le pellicole stavano una settimana, due, poi le smontavano».
La fortuna arrivò dalle televisioni private. «Dopo qualche anno le nascenti piccole televisioni locali avevano fame di programmi, avevano necessità di programmare. Evidentemente il produttore dell’epoca vendette loro il film».
Le repliche cominciarono a moltiplicarsi. «Queste piccole televisioni facevano due, tre passaggi e vedevano che c’era un’affezione negli ascoltatori, che aumentavano. Di conseguenza furono imitate da altre televisioni in tutta Italia».
E così Febbre da cavallo entrò nelle case degli italiani, diventando un appuntamento ripetuto per generazioni.
«Il film ha avuto una distribuzione capillare straordinaria. Che poi negli anni sia piaciuto così tanto, per me è un miracolo. Una cosa che mi affascina».
«Andavo da Castellacci, Pingitore e Fantone a chiedere le battute»
Dietro le battute del Pomata, diventate proverbiali, c’è una storia che Montesano vuole raccontare per ringraziare chi lo aiutò.
«Colgo l’occasione, attraverso le colonne del tuo giornale, per ringraziare tutti gli amici autori che a titolo gratuito mi hanno aiutato dandomi delle battute».
Tra questi Mario Castellacci, Pier Francesco Pingitore e Ferruccio Fantone, ai quali l’attore si rivolgeva mentre costruiva il personaggio.
«Io andavo da Castellacci, da Pingitore. Dicevo: c’ho questa scena, qui ci vorrebbe una battuta e io dovrei rispondere… E allora usciva fuori quella là. Andavo da Ferruccio Fantone: dammi una battuta! Incontravo gli amici e chiedevo una battuta per il Pomata».
Un lavoro di ricerca continua, con suggerimenti, intuizioni e improvvisazioni. «Poi alcune cose sono venute anche a me», precisa Montesano.
Come la celebre gag della segreteria telefonica. «L’idea venne a me. Erano i primi tempi delle segreterie telefoniche. Dissi a Steno: potremmo fare questa cosa. C’era il dispositivo delle prime segreterie, dopo il bip…».
Steno capì immediatamente. «Aveva cominciato nei giornali umoristici. Acchiappava subito, non aveva remore. Se la cosa era divertente diceva: sì, questa è carina, questa va bene».
Il Pomata cresceva così, tra le idee dell’attore e la complicità del regista. «Noi inventavamo pure là per là. Ci veniva l’estro, l’attore che crea, che ha un’idea e nella recitazione arricchisce. Forse anche quello è il successo del film».
E le battute continuano a inseguirlo per strada. «Mi dicono “È il vento che uccide”, oppure “Un etto di carne”. Le battute del Pomata sono tante».
Perché funzionano ancora? «I dialoghi non sono mai fine a sé stessi, banali. C’è sempre la ricerca di una risposta arguta, ironica, scherzosa».
«Con Gigi Proietti mai un litigio. Era un ping pong»
Sul rapporto con Gigi Proietti, Montesano vuole chiarire un altro equivoco.
«C’era una sana rivalità e una grande stima reciproca. Contrariamente alle leggende metropolitane, non abbiamo mai litigato. Mai, mai discusso. Ognuno cercava di arricchire il suo personaggio, che mi pare normale».
Nessuna guerra tra prime donne, dunque. Piuttosto una competizione artistica che finiva per migliorare il film.
«Eravamo contenti. Ci incontravamo, ma Gigi non è che parlasse tanto di noi. Ci guardavamo in faccia e bastava uno sguardo, come per dire: ammazza, abbiamo fatto una cosa che funziona».
Sul set quell’intesa diventava comicità pura. «Era tutto un ping pong quando recitavamo insieme, anche con il povero Francesco De Rosa. Tu dici una cosa e io ne dico un’altra. Poi Steno diceva stop, perché altrimenti andavamo pure avanti».
E Montesano insiste sul carattere collettivo del film. «È un’opera corale. Si è creata un’alchimia, hanno funzionato tutti i reparti».
Ricorda soprattutto Mario Carotenuto. «Era una forza della natura, di una bravura straordinaria. Adesso è un po’ trascurato, è finito nel dimenticatoio. Ma era un grandissimo attore».
E poi gli altri interpreti, anche quelli con poche scene. «Sono tutti bravi, tutti. Anche un personaggio che compare due volte nel film te lo ricordi».
La dimostrazione è arrivata proprio alla festa delle Capannelle. «Mi si è avvicinato un signore e mi ha detto: ciao, sono il figlio del Ventresca. Bellissimo!».
La scena inventata con Proietti: «Ci fermiamo tutti e tre, come una calamita»
Tra i ricordi più belli c’è una scena nata proprio dalla voglia di recitare insieme.
«Io qualche volta dicevo: facciamola tutti e tre insieme questa cosetta», racconta Montesano. E ricorda la sequenza del banchetto delle tre campanelle, davanti al quale i protagonisti passano durante una delle loro avventure.
«Ho detto: facciamo due o tre passi, poi ci blocchiamo tutti e tre insieme. Come se fosse una cosa magnetica. Ci blocchiamo e lentamente ci giriamo tutti e tre verso destra».
La scena entrò nel film. «Fa ridere perché è carina, perché tutti e tre pensano nello stesso momento la stessa cosa».
Non servivano grandi spiegazioni. «Certe volte ci mettevamo d’accordo e facevamo le cose insieme. Per me quello era divertente».
Ed è proprio questo il ricordo più forte del rapporto con Proietti. «È quando stiamo insieme che la squadra gira a pieno ritmo. Una grande partita a tennis fra due grandi campioni è molto più bella».
Il ritorno del Pomata che non si fece: «Avevo dato la mia parola a Carlo Vanzina»
Nel 2002 arrivò Febbre da cavallo – La mandrakata, ma nei progetti iniziali doveva esserci anche un altro film, con Montesano protagonista.
«Ricevetti una telefonata dal povero Carlo Vanzina. Io stavo a Milano, al Teatro Manzoni. Mi disse: Enrico, dobbiamo fare La mandrakata, tu ci devi essere per forza. Il protagonista è Gigi, poi faremo Il ritorno del Pomata, dove il protagonista sarai tu e Gigi farà una partecipazione corposa».
Le cose andarono diversamente. «La mandrakata non è andata secondo le aspettative e quindi si è fermato questo progetto. Io invece di fare quindici, diciotto pose ne ho fatte sette, otto. Piano piano si è ridimensionato il mio ruolo, la mia presenza».
Montesano decise comunque di partecipare. «Avevo dato la mia parola a Carlo. Anche per onorare Steno, che mi aveva scelto nel cinema. È stata una forma di gratitudine».
Oggi un nuovo seguito non avrebbe senso. «È impensabile fare un seguito senza Pomata e Mandrake. E purtroppo Gigi ci ha lasciati».
«Il Pomata oggi avrebbe la pensione sociale. Ma giocherebbe ancora ai cavalli»
Come sarebbe Armando Pellicci nel 2026? Montesano lo immagina ancora alla ricerca di qualche soldo da scommettere.
«Sarebbe un po’ deluso. Entri in una sala corse e dici: ma dove sto? Durante la partita scommettete su chi segna un gol di più o un gol di meno? Ma dove sta la poesia? Dove sta l’arte, il profumo? Dove sta la stalla dei cavalli?».
Il Pomata, spiega, giocava per un’altra ragione. «La speranza di beccare un cavallo buono, ma soprattutto la speranza di rimediare i soldi per andare a giocare. Questi scannati senza una lira, ma i soldi non per andare a mangiare una pizza, per andarseli a giocare».
Era il sogno della vincita, più ancora della vincita stessa. «Dire: c’ho azzeccato, ho trovato questo cavallo, l’ho vinto, l’ho beccato, c’avevo ragione».
E oggi come camperebbe?
«Forse avrebbe una pensione sociale, perché i contributi quando li ha pagati? Viveva di espedienti. Sarebbe sempre accannato, alla ricerca di qualche euro per andare a giocare. Si farebbe prestare i soldi».
Ma su una cosa Montesano è sicuro. «Non credo che giocherebbe ad altro. Rimarrebbe fedele ai cavalli».
Anche perché, dietro la comicità, c’era un rapporto autentico con quel mondo. «Il cavallo è un animale straordinario. Il trotto è un’arte, non è una corsa sfrenata».
Montesano ricorda le visite alle sale corse insieme a Steno. «All’epoca ce n’erano tante. Poi hanno chiuso tutte. È un grande peccato, perché è finito un mondo. Una fauna stupenda».
E non nasconde il dispiacere per Tor di Valle, lo storico impianto romano del trotto. «Noi trottatori purtroppo abbiamo sacrificato Tor di Valle. Però è rinata Capannelle, adesso si fanno gare di trotto e di galoppo. È stato fatto un gran lavoro».
Il Pomata, immagina, andrebbe prima a rendere omaggio a Tor di Valle, magari portando un mazzo di fiori, e poi si presenterebbe alle Capannelle per giocare.
Montesano, del resto, qualche cavallo l’ha giocato davvero. «Una volta eravamo a Siena, all’ippodromo, con Gino Bramieri. Abbiamo giocato e abbiamo vinto tutti e due. Un paio di cavalli. Un bel ricordo».
«È un film perfetto. Eravamo tutti in grazia di Dio»
Rivedersi sullo schermo non è un piacere che Montesano si concede facilmente.
«Generalmente soffro a rivedermi, come quasi tutti noi attori. Ma Febbre da cavallo è una delle poche volte in cui non ho molte critiche da farmi».
Anzi, il giudizio è sorprendentemente netto. «Guardo le scene e dico: questa è azzeccata. È un film perfetto, praticamente. È stata una botta di fortuna. Eravamo tutti in grazia di Dio».
Un film che ha superato le generazioni, conservando intatta la capacità di divertire. «C’erano dei ragazzi, ieri, tifosi di Febbre da cavallo. È un mistero. Glorioso, però un mistero glorioso».
Montesano ha interpretato decine di film, alcuni dei quali ricorda con particolare affetto. «Aragosta a colazione, per esempio, per me è un film azzeccatissimo. Ho fatto altri film carini, alcuni in cui mi sono divertito anche di più. Però chissà perché questo Febbre da cavallo… è stato magico».
Una spiegazione prova a darla. «È il riuscito ritratto di un’epoca divertente, spensierata, più genuina».
Ma soprattutto è un film in cui tutto ha funzionato. «È un’opera corale. Sono stati bravi tutti. A cominciare da Steno. È una di quelle ciambelle che nascono col buco».
«Se tornassi sul set con Gigi? Gli direi: facciamo un’altra scena insieme»
Alla fine gli chiediamo di immaginare una cosa impossibile. Se potesse tornare per un solo giorno sul set di Febbre da cavallo, ritrovare Gigi Proietti davanti alla macchina da presa e parlargli ancora una volta, che cosa gli direbbe?
Montesano non ha bisogno di pensarci.
«Facciamo un’altra scena insieme».
Perché, spiega, «è insieme che il film cresce, che sale. Per carità, ci teneva ognuno di noi ad avere le proprie scene. Ma è quando stiamo insieme che la squadra gira a pieno ritmo».
Cinquant’anni dopo, Mandrake, Pomata e Felice continuano a fermarsi davanti a quel banchetto, a voltarsi lentamente nella stessa direzione e a far sorridere l’Italia. Come se quella scena non fosse mai finita.