La trappola verde dell’Ue
La revisione del sistema europeo delle quote di emissione. Il paradosso di una transizione che penalizza le imprese
Ets, quando il costo della CO₂ rischia di frenare gli investimenti
Il principio è chiaro: chi emette di più paga di più. Ma se il sistema aumenta i costi senza rendere possibile un reale calo delle emissioni, rischia di penalizzare la produzione europea invece di renderla più pulita.
La Commissione europea ha proposto a luglio una revisione dell’Ets, oggi all’esame anche del Parlamento italiano. La proposta introduce alcuni correttivi, ma lascia irrisolto il problema centrale: il sistema non lega ancora abbastanza il costo della CO₂ alle condizioni reali in cui le imprese possono investire e cambiare i propri processi produttivi.
Come funziona il sistema delle quote di emissione
Ets significa Emission trading system, cioè sistema di scambio delle quote di emissione. È uno degli strumenti con cui l’Unione europea cerca di diminuire la CO₂, contrastare i cambiamenti climatici e migliorare l’ambiente.
Il meccanismo, in teoria, è semplice. Ogni quota corrisponde a una tonnellata di CO₂. Se un’impresa emette 100 tonnellate, alla fine dell’anno deve restituire 100 quote. Alcune possono essere assegnate gratuitamente; quelle che mancano devono essere acquistate. Se investe in tecnologie più pulite e passa a 80 tonnellate, avrà bisogno di sole 80 quote. Meno inquina, meno quote deve acquistare.
Le quote si comprano e si vendono sul mercato e quindi hanno un prezzo che cambia. L’idea è che questo prezzo spinga le imprese a investire per inquinare meno. Ma se le tecnologie necessarie non sono ancora disponibili o costano troppo, mentre il prezzo delle quote continua a salire, una parte crescente delle risorse dell’impresa viene usata per pagare la CO₂ invece che per ridurla.
Il peso sulle bollette elettriche
C’è poi un effetto meno intuitivo, ma decisivo: quello sul prezzo dell’elettricità. Sul mercato elettrico, il prezzo a cui l’energia viene venduta prima di arrivare nelle nostre bollette è spesso determinato dall’impianto più costoso necessario in quel momento per soddisfare la domanda, frequentemente una centrale a gas. Quella centrale deve acquistare quote Ets e incorpora questo costo nel proprio prezzo. Così il costo della CO₂ può contribuire a far aumentare il prezzo di tutta l’elettricità, anche di quella prodotta da fonti che non devono comprare quote.
Il rischio di spingere le imprese fuori dall’Europa
A quel punto il rischio è evidente. Se un’impresa taglia le proprie emissioni perché innova e produce meglio, l’Ets ha raggiunto il suo obiettivo. Se invece il costo delle quote e dell’energia rende meno conveniente produrre in Europa o spinge la produzione altrove, le emissioni possono semplicemente spostarsi insieme alla fabbrica.
È su questi meccanismi che la revisione europea dovrebbe essere più coraggiosa: rendere il prezzo della CO₂ coerente con le possibilità concrete delle imprese di inquinare meno e limitarne l’effetto sul costo dell’elettricità. Non si tratta di scegliere tra industria e ambiente, né di rinunciare agli obiettivi climatici. Si tratta di costruire regole che li rendano davvero raggiungibili: tecnologie disponibili, investimenti sostenibili, energia a costi compatibili con la produzione.
La decarbonizzazione funziona se trasforma l’industria europea, non se la sposta fuori dall’Europa.