Sradicato e rabbioso
Il baby vandalo che smonta il mito dell’integrazione, testimonianze choc. Le prof: “Abbiamo tentato di tutto”. I coetanei: “Un selvaggio, un provocatore”
Le fake news della sinistra iniziano a sgretolarsi. L'ottimismo progressista di una immigrazione panacea di tutti i mali si scontra con la realtà di ragazzini che sfidano e provocano le comunità in cui vivono
Le fake news della sinistra iniziano a sgretolarsi. L’ottimismo progressista di una integrazione tra italiani e cittadini stranieri di seconda e terza generazione sta mostrando il suo fallimento. Per lo più dalle cronache violente delle giornate di Milano e non solo abbiamo visto poste in essere, rabbia, risentimento, in una parola sradicamento da parte dei cosiddetti maranza, disprezzo per le città in cui vivono. Nn è un’interpretazione, lo si evince dai dati e dai racconti degli stessi compagni di classe ed insegnanti che conoscono da vicino l’undicenne balzato agli “onori” delle cronache: nei video in cui compare, è vestito di scuro e con il passamontagna. Lo riprendono mentre fugge da un negozio in via Dante con addosso abiti e cinture appena rubate. E poi ricompare nell’assalto al Carrefour mentre cerca di infrangere i vetri insieme ad altri. Altre immagini lo immortalano accanto a un cestino in fiamme come un «casseur» provetto. La provocazione di chi non si sente di appartenere a una comunità.
Valditara: “Questi ragazzini erano in preda a mania distruttiva, non era rabbia sociale”
E’ un bambino di 11 anni, di origine marocchina, che vive nel quartiere della Barona, dove frequenta la seconda media. Non è il solo. Il ministro Valditara comunica i dati ufficiali: «Il prefetto mi ha fornito alcuni dati: credo che di tutti i ragazzi fermati il 70% sia straniero. La grande maggioranza di quelli che sfasciavano Milano erano nordafricani, non ho visto cinesi, non ho visto indiani, sudamericani, filippini, eppure sono comunità molto presenti a Milano e in Lombardia. Voglio anche aggiungere che questi ragazzi avevano un ruolo di leadership nelle proteste. C’erano sì anche italiani, ma quelli che guidavano questi scontri mi sono sembrati ragazzi stranieri. Tutto questo con il disagio sociale credo che abbia poco a che vedere: questi ragazzi erano in preda a una frenesia distruttiva, sembravano quasi lo facessero per gioco, per sfregiare, per assaltare le forze di polizia, non era rabbia sociale, c’era quasi divertimento». Parole che trovano fondamento nelle parole di molti coetanei.
Chi è il maranza 11enne: parlano coetanei e insegnanti della sua scuola: “Un provocatore con sguardo di sfida”
Il reportage di Repubblica è molto illuminante e conferma le parole del ministro: questo ragazzino 11enne è uno “famoso”, «è uno che picchia», spiega un bambino bosniaco che abita nelle case Aler di via Ovada. «A me, mi ha menato un sacco di volte». L’edicolante su piazza Miani dice: «lo conosciamo tutti molto bene, è un provocatore. Ti guarda con quello sguardo di sfida…». Una sua compagna di classe, anche lei nata a Milano ma di origine marocchina, ne dà questo quadro: «Stamattina è arrivato in classe, ma non è che ci venga spesso. Era tutto sorridente. Ci ha detto che gli sono successe delle cose, ma non ha spiegato bene. Però, noi lo sappiamo già». Un’altra bambina, sempre marocchina, afferma: «è un bambino cattivo». «Però, è anche un bambino simpatico, e direi solare. Ha un bellissimo sorriso, ha dei bellissimi occhi azzurri, nonostante sia maghrebino come me. Ma è un bambino difficile. È selvaggio, ecco». E spiega la situazione: «È abbandonato a se stesso, pur avendo una famiglia».
L’integrazione fallita, il mito progressista va in frantumi
Come si evince da queste testimonianze esiste una sacca di maranza che non si sente integrata malgrado altri coetanei lo siano e malgrado gli sforzi delle insegnanti. Altri compagni di classe lop dipingono uno che «menava forte, anche alle elementari. È arrivato nella mia classe che aveva 8 anni, diretto dal Marocco». Lo afferma un ragazzino anche lui di origine marocchina. che subito afferma della sua famiglia: «La mia famiglia è del Marocco. Gente perbene». E aggiunge: «i miei sono lavoratori, i suoi no». E come vivono, allora, insiste il cronista di Repubblica: «Dicono che il padre sia spacciatore. La madre non parla italiano e sta sempre in casa. Ma alla Barona lo sanno tutti». Un altro ragazzino di 11 anni chiosa sconsolato: «E gente così ci fa fare brutta figura nel mondo».
Le prof hanno fatto un programma “ad hoc” per lui. Il “tetto” di Valditara è necessario
A scuola, nell’ Istituto comprensivo Ilaria Alpi, via Salerno, dove freaquenta la seconsa media, ci va anche se non sempre. La dirigente scolastica Roberta Bellino, e la vice preside Caterina Soresina Stoppani sono sgomente da quando hanno visto il loro alunno immortalato con quelle cinture al collo e coll volto mezzo coperto. Dalle loro parole si evince il loro senso di frustrazione e fallimento: «È un ragazzo con fragilità importanti, su cui abbiamo investito tutte le nostre forze». Per esempio, per renderlo più partecipe e integrato «abbiamo fatto un programma ad hoc, su misura». Il quadro che ne tracciano parla da sé: «Yousef non può stare in classe, dato il suo carattere». Per questo le insegnanti hanno fatto di tutto e di più, accoglienti quanto più hanno potuto: «Fin dalla prima media – spiegano- ha un trattamento speciale: un progetto “one to one”, con gli insegnanti che gli fanno lezione in un’altra aula», così cercando di colmare le lacune, anche nella lingua italiana. Parole determinanti., dette da educatrici, di quanto fosse necessaria la norma del governo sul tetto agli italiani di origine straniera nelle classi, per megio assimilare lingua e materie.
Le insegnanti: “Abbiamo detto ai ragazzi che rubare è un male. Ci vogliamo illudere che abbiano capito”
Le dirigenti scolastiche hanno fatto presente di avere più volte interessato i servizi sociali, («ma non abbiamo mai avuto riscontri»). Mentre le telefonate al padre dell’11 si sono sempre risolte in un nulla di fatto(« a parole è sempre stato disponibile»). La ha fatto un discorso alla calsse del ragazzino: «Ho detto ai ragazzi che bisogna distinguere tra bene e male. E che rubare è male. Mi voglio illudere, ma penso che tutti abbiano capito».