L'editoriale
Maranza & Co, ingrati che odiano l’Italia. Altro che “invisibili”: sono figli dell’apparire
L'Editoriale - di Antonio Rapisarda - 19 Ottobre 2026 alle 13:28
Hanno tutti i diritti, tutti, degli altri italiani: scuola, sanità e servizi. Non vengono con i barconi, sono nati negli stessi ospedali pubblici degli altri italiani. Non sono “invisibili”: godono, esattamente come gli altri coetanei, di un generoso stato sociale e di un sistema normativo iper-garantista anche nei loro riguardi. Eppure dimostrano, con i fatti, di odiare la Nazione che ne ha accolto i genitori, dunque anche loro.
Maranza, casseur di casa nostra: sono loro i protagonisti della devastazione del fine settimana a Milano, a Torino e nelle altre città del centro-nord. La sinistra, in pieno stato di “incoscienza”, pensa da tempo di poterne fare leva da utilizzare contro il governo Meloni. I centri sociali, coloro che traducono concretamente in piazza le tesi grossolane del campo largo, studiano come farne esercito di riserva: hanno compreso però, in queste ore, che saranno i primi a essere espulsi dallo spontaneismo dei maranza. Cercano una saldatura generazionale: avranno, al massimo, una sottomissione.
Che cosa muove i devastatori all’opera? Assaltano le boutique, non le botteghe. Lanciano pietre, non piattaforme. Tradotto: non lo fanno per il pane o per la “classe”, lo fanno per rabbia e – in pieno Zeitgeist – per immagine. I più politicizzati, mettiamola così, portano in strada le bandiere dei Paesi di provenienza: quasi tutte del Nord Africa. Il loro è un patriottismo di rigetto: amano una terra che a volte non hanno mai conosciuto, di cui hanno solo sentito parlare. Idem per le invocazioni religiose: si sente spesso, fra un furto e un’imprecazione, invocare «Allah akbar». Una fede nata per puro spirito, questo sì, di contrapposizione. In realtà questi devastatori detestano l’Italia, così come i giovani delle banlieu detestano la Francia. Sono “sradicati”.
Sono i figli del fallimento dell’ottimismo progressista e liberista: dell’idea dell’individuo interscambiale. Come se l’uomo non porti con sé valori, identità e un senso specifico di appartenenza. E qui torna il tema dell’immigrazione come cura per tutti i mali dell’Occidente: il mantra del peggior luogocomunismo. Non facciamo figli? Semplice: importiamo i nuovi italiani. Non abbiamo lavoratori disposti a faticare senza diritti e salari adeguati? Facile: importiamo braccia. I borghi si desertificano perché la narrazione mainstream è tutta incentrata sul (falso) cosmopolitismo delle Ztl? Che problema c’è: ci sono i migranti.
È il modello della sinistra nell’ultimo trentennio. Un modello perdente e sconfitto in tutta Europa: a meno di non pensare che i municipi incendiati – come quello di Limoges – rappresentino il fuoco sacro, la nuova presa della Bastiglia. Eppure, incredibilmente, sono tesi ancora in voga nelle proposte con cui i maggiorenti del centrosinistra si candidano a governare. Attenti a contestualizzare, non potendo platealmente giustificare, la lucida follia con cui maranza, anarchici e autonomi distruggono le basi di quel patto sociale di cui straparlano senza chiederne a costoro di rispettarne, per primi, i principi.
E allora tocca alla destra di governo, ancora una volta, ricostruire sulle macerie lasciate dalle utopie globaliste. A partire dai primi anni di scuola (lingua italiana inclusa), dal rispetto dovuto a una cittadinanza che deve essere vissuta come una piena adesione. Giorgia Meloni, parlando ai giovani e agli studenti di Fenix, li ha abbracciati per la loro scelta di voler «appartenere» a qualcosa, come dimostrano con l’impegno politico, invece che «apparire». È proprio questo appello coglie pienamente il vuoto che si respira dove quell’appartenenza non c’è. Perché va detto: l’Italia non esclude nessuno ma bisogna voler appartenere all’Italia, scegliere di dare qualcosa all’Italia perché questa gli ha già dato tanto. E in quel “qualcosa” l’ingratitudine non è certo compresa.