Sguardo oltre
Dal Piano del mare alla riforma dei porti, il governo accelera: “L’Italia deve tornare potenza marinara”
Alla quarta edizione del Forum internazionale Risorsa Mare di La Spezia, Meloni traccia letteralmente la rotta: "Per una Nazione come la nostra il mare non è mai stato soltanto un confine"
Politica - di Alice Carrazza - 17 Settembre 2026 alle 17:09
«La storia del mondo è la storia della lotta delle potenze marittime contro le potenze terrestri e delle potenze terrestri contro le potenze marittime». Carl Schmitt lo scriveva in Terra e mare, nel 1942, quando ragionava sul rapporto tra spazio, potenza e destino politico delle nazioni. Più di ottant’anni dopo, la formula aiuta a capire perché il mare sia tornato improvvisamente molto più di uno sfondo nelle agende dei governi. E perché la penisola abbia deciso di farne uno degli assi della propria strategia. «È nostro compito trasformare quella che è la naturale vocazione dell’Italia – cioè essere una piattaforma naturale nel Mediterraneo e un ponte tra Europa, Africa e Oriente», dichiara Giorgia Meloni.
È questo il filo che unisce gli interventi della premier e del Ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci alla quarta edizione del Forum internazionale “Risorsa Mare” di La Spezia. E Meloni lo mette in chiaro sin da subito: «Per una Nazione come la nostra il mare non è mai stato soltanto un confine. È una infrastruttura naturale che collega l’Italia al mondo, sostiene le nostre esportazioni, alimenta filiere industriali d’eccellenza, custodisce un enorme potenziale in termini di energia, innovazione, ricerca».
Dalla geografia alla strategia
È probabilmente qui il punto politico più interessante. Essere crocevia, da solo, tuttavia non basta. Non garantisce nulla. Occorrono porti competitivi, collegamenti, cantieristica, tecnologia, capacità subacquee, sicurezza delle rotte e una politica estera capace di guardare contemporaneamente da Nord a Sud. Il governo Meloni in questi quattro anni ha provato a dare a questa impostazione anche una struttura istituzionale: dal Piano del mare, elaborato dal Comitato interministeriale per le politiche del mare, fino alla legge sulla valorizzazione della risorsa mare approvata definitivamente nella primavera del 2026, che interviene sul coordinamento delle politiche pubbliche, sulla navigazione, sulla cantieristica, sulle attività subacquee, sulla ricerca e su altri settori della cosiddetta blue economy. Insomma, di passi avanti ce ne sono stati.
A La Spezia, dunque, il presidente del Consiglio porta i dati: «Il valore aggiunto dell’economia del mare è cresciuto di oltre il 22% tra il 2022 e il 2024, sfiorando i 79 miliardi di euro». Lo sguardo è comunque rivolto al futuro. «Non intendiamo, ovviamente, fermarci. Vogliamo continuare ad investire nelle filiere, nelle nuove tecnologie, nella dimensione subacquea, nella protezione delle infrastrutture strategiche». E Musumeci aggiunge: «Oggi con l’economia del mare lavora un milione di cittadini italiani, soprattutto giovani, 250mila imprese, un prodotto interno lordo che va verso il 12% e le tante nuove abilità professionali che si affacciano».
Musumeci: “Tornare potenza marinara”
Nello Musumeci resta della stessa idea: «L’Italia deve tornare ad essere una potenza marinara». Non si tratta, precisa, di esercitare «soverchierie» o «prepotenza», ma di recuperare capacità di iniziativa accompagnandola alla cooperazione internazionale. Per farlo, secondo il titolare del dicastero, bisogna anzitutto smettere di pensare ai porti come isole amministrative. «La riforma dei porti significa dare una strategia unica all’Italia nel mare. L’Italia non può avere più tante autorità di sistema portuali slegate l’una dall’altra».
Il dossier non è teorico: la riforma della governance portuale è all’esame parlamentare e punta, tra l’altro, a rafforzare programmazione degli investimenti, coordinamento fra porti, logistica e reti di trasporto e capacità del sistema italiano di competere sui grandi corridoi del Mediterraneo.
Il mare come sicurezza
Poi c’è la cronaca internazionale, che rende meno astratto tutto il ragionamento. Mar Rosso e Stretto di Hormuz mostrano quanto una crisi a migliaia di chilometri possa rapidamente tradursi in costi energetici, rotte più lunghe, rischi per le merci e problemi per le imprese europee.
«Dobbiamo essere consapevoli che la libera circolazione non è eterna», avverte Musumeci, chiedendo all’Europa una posizione comune e collegando apertamente economia marittima e sicurezza. Per il ministro, l’Unione ha guardato troppo a lungo alla propria forza economica trascurando quella strategica e militare.
«Siamo in ritardo perché fino a qualche anno fa la sinistra europea non parlava di politiche di Difesa, non parlava di politiche di correlazione con le grandi potenze». Infine, incalza: «L’Europa è cresciuta con il tarlo dell’economia o del principio economistico per il quale tutto il resto diventava “marginale”. Ora dobbiamo capire che l’Europa è anche una grande potenza militare e i fatti di questi giorni dimostrano come la sicurezza non sia più un dato scontato».
È qui che il filosofo tedesco ritorna utile. Chi controlla, protegge e organizza gli spazi attraverso i quali passano merci, energia e comunicazioni possiede una leva di potere. Perché nel XXI secolo, accanto a container e petroliere, sul fondo del mare corrono cavi sottomarini, infrastrutture energetiche e tecnologie decisive, mentre robotica e dimensione subacquea aprono nuovi terreni di scontro. Il Mare nostrum, come un tempo si amava chiamarlo, non può più essere relegato a semplice elemento del paesaggio: deve tornare a essere spazio politico, economico e strategico.