Dibattito globale
Londra vieta i social agli under 16. Anche l’Italia prepara la stretta, Valditara: “Non è più rinviabile“
Sul tavolo già pronta una proposta di legge. Valditara: «Così come tuteliamo i minori rispetto ad altri rischi, dobbiamo avere il coraggio di interrogarci su quali limiti siano necessari anche nel mondo digitale»
Esteri - di Alice Carrazza - 15 Giugno 2026 alle 16:02
Prima l’Australia, poi il Regno Unito. Ora anche l’Europa e l’Italia si preparano a mettere un argine ai social network per i minori. L’annuncio arrivato oggi da Londra, con il divieto di accesso agli under 16 voluto dal premier Keir Starmer, conferma una tendenza ormai evidente: i governi occidentali hanno smesso di considerare le piattaforme digitali un semplice strumento e hanno iniziato a trattarle come una questione di salute pubblica, sicurezza e formazione delle nuove generazioni. Il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara ha lanciato il monito questa mattina in un’intervista a Libero: «Così come tuteliamo i minori rispetto ad altri rischi, dobbiamo avere il coraggio di interrogarci su quali limiti siano necessari».
I social vietati
Il divieto riguarderà piattaforme come TikTok, Instagram, Snapchat, Threads, YouTube, Facebook e X. Non solo: il governo britannico intende limitare anche alcune funzioni considerate più rischiose, dalle chat con sconosciuti alla geolocalizzazione, dai messaggi a scomparsa ai contenuti generati da chatbot sessuali o romantici per i ragazzi sotto i 18 anni. È il modello “Australia plus”: non solo blocco anagrafico, ma intervento sull’architettura stessa delle piattaforme.
Fino a pochi anni fa una misura simile sarebbe stata liquidata come estrema, paternalista, quasi impossibile. Oggi è diventata la linea politica globale. E il fatto che sia anche il n.10 di Downing Street a muoversi la dice lunga. La faccenda è trasversale. «Non sono disposto a scendere a compromessi sulla sicurezza e sulla felicità dei nostri figli», ha dichiarato Starmer. «Il problema non è più se i social facciano parte della vita dei ragazzi. Il problema è quanto spazio abbiano occupato nella costruzione della loro identità».
Il precedente in Australia
Il precedente più importante resta Canberra, primo Paese al mondo ad aver messo al bando le piattaforme per gli under 16. Dal 10 dicembre 2025, infatti, le principali piattaforme non possono più consentire ai minori di quella età di mantenere un account. Le aziende devono adottare “misure ragionevoli” per impedirne l’accesso e rischiano multe fino a 49,5 milioni di dollari australiani. Il primo impatto è stato enorme: stando al racconto delle autorità australiane, nelle settimane successive all’entrata in vigore della norma sono stati rimossi, disattivati o limitati circa 4,7 milioni di account riconducibili a utenti sotto i 16 anni. Un numero impressionante, ma non definitivo. Perché una cosa è chiudere i profili, un’altra è impedire davvero ai minori di rientrare dalla finestra, spostarsi su servizi meno controllati o aggirare i sistemi di verifica.
Ed è qui che si apre il nodo vero. Il divieto funziona solo se la verifica dell’età è credibile. Ma più la verifica diventa rigida, più aumentano i problemi di privacy, raccolta dati, documenti digitali, riconoscimento facciale, identità elettronica. È il grande paradosso della protezione online: per difendere i minori bisogna chiedere più informazioni agli utenti; ma chiedere più informazioni significa consegnare altro potere tecnologico a sistemi già potentissimi.
Anche la Malaysia, dal primo giugno 2026, ha imboccato la stessa strada chiedendo alle piattaforme di rafforzare i controlli sull’età. Kuala Lumpur ha motivato la stretta con cyberbullismo, truffe online e abusi sessuali sui minori. Il segnale è chiaro: il tema non è più solo europeo o anglosassone. È mondiale.
E in Europa?
In Europa una linea è stata tracciata. La Spagna ha annunciato l’intenzione di vietare l’accesso alle piattaforme digitali ai minori di 16 anni, inserendo la misura in un pacchetto più ampio contro contenuti illegali, disinformazione, hate speech e amplificazione algoritmica. La Francia spinge da tempo per alzare la soglia di accesso e per una soluzione comune a livello europeo. E la Commissione Ue ha già aperto il dossier. La presidente Ursula von der Leyen lo aveva già annunciato: è sul tavolo. Una proposta legislativa potrebbe arrivare già in estate. Tutti sono concordi: infanzia e prima adolescenza sono anni decisivi, e non possono essere consegnati integralmente a digital platform costruite per catturare attenzione, profilare comportamenti e trasformare fragilità in tempo di permanenza.
Il Digital Services Act ha già imposto obblighi più stringenti alle big tech dei nuovi media, ma ora la discussione si sposta più avanti: non basta rimuovere i contenuti dannosi dopo che sono circolati. Bisogna chiedersi se certi ambienti siano compatibili con lo sviluppo psicologico dei minori. E soprattutto se l’algoritmo, quando orienta emozioni, desideri, autostima e relazioni, possa ancora essere considerato un dettaglio tecnico.
L’Italia tiene il passo
In Italia il dibattito è esploso. E non a caso. Valditara ha centrato il punto educativo: «I social sono lo spazio in cui i ragazzi costruiscono la propria identità». Quel percorso che prima passava da famiglia, scuola e comunità oggi avviene su piattaforme che premiano visibilità immediata, narcisismo, esibizione di sé e spettacolarizzazione continua. La parola dell’adulto, ha osservato il ministro, è stata sostituita dalla parola dei social. E i social, a differenza degli adulti, «non dicono mai di no». «La proposta di legge pone una questione reale e non più rinviabile. Oggi sappiamo che i social possono influenzare profondamente la costruzione dell’identità, le relazioni sociali, la capacità di concentrazione».
Insomma, la questione è anche culturale. I giovanissimi non solo nascono con il telefono au bout des doigts. Ma ne abusano. Questa l’assenza del limite. Se una generazione cresce dentro ambienti progettati per non interrompersi mai — scroll infinito, notifiche continue, contenuti personalizzati, confronto permanente, approvazione misurata in like — allora il tema non è più solo la sicurezza online. È la formazione caratteriale.
Le proposte
In Parlamento sono già arrivate diverse proposte. Il testo bipartisan Madia-Mennuni punta al divieto dei social sotto i 15 anni. La proposta della Lega, a prima firma Giorgia Latini, prevede divieti per gli under 15, consenso genitoriale per i più grandi, verifica forte dell’età, divieto di profilazione e tutela dei dati dei minori. Noi Moderati, con Mara Carfagna, propone il divieto assoluto sotto i 13 anni e una navigazione protetta obbligatoria tra i 13 e i 16, con stop a scroll infinito, autoplay e notifiche notturne. I senatori dem Antonio Nicita e Lorenzo Basso puntano invece a colpire l’algoritmo, vietando alcune architetture digitali pensate per creare dipendenza e imponendo impostazioni non profilate come base.
Approcci diversi, un’unica sentenza: le piattaforme non sono più considerate spazi neutri.