La sorella del giudice
Maria Falcone e le parole di Marco Travaglio sul fratello che lavorava con Andreotti: « Frasi indegne, esempio di pessimo giornalismo»
Il giornalista aveva difeso Ranucci con un paragone definito del tutto improprio dalla presidente della Fondazione dedicata al martire della mafia
Maria Falcone, sorella di Giovanni e presidente della Fondazione a lui dedicata, risponde a Marco Travaglio che, sul Fatto, aveva risposto alle critiche sulle frequentazioni di Sigfrido Ranucci, ricordando che l’eroe palermitano aveva lavorato (nel dipartimento giustizia) con il governo Andreotti.
Le parole di Maria Falcone
«Ho letto oggi sul Fatto Quotidiano – si legge nel post su Facebook di Maria Falcone – nella rubrica di Marco Travaglio “Ma mi faccia il piacere”, un passaggio dedicato a mio fratello Giovanni che mi ha profondamente amareggiata. Commentando l’articolo del Foglio del 14 agosto, nel quale Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala affermano che “Falcone non avrebbe cenato con Lavitola”, Travaglio liquida la questione con una battuta: “Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti”. È una frase che trovo indegna, un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti. Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano».
La verità su quegli anni
«Quando, nel 1991 – continua la lettera – Giovanni accettò l’incarico di Direttore generale degli Affari penali al Ministero della Giustizia, non lasciò Palermo per avvicinarsi alla politica: fu Palermo, in qualche modo, a costringerlo ad andare via. Era stato progressivamente isolato, delegittimato e ostacolato. Oltreché per timori delle loro connivenze, anche per una certa ampia invidia, proprio mentre conduceva la battaglia più difficile contro Cosa nostra».
E ancora. «A delegittimarlo – prosegue Maria Falcone – contribuirono una certa politica, un cattivo giornalismo, che anche allora come ora preferiva il sospetto alla verità dei fatti e, dolorosamente, anche una parte della stessa magistratura e diversi suoi colleghi. Giovanni non abbandonò la lotta alla mafia: la portò nel cuore dello Stato. Portò con sé l’esperienza enorme e la consapevolezza che, per sconfiggere Cosa nostra, non bastavano il coraggio e la capacità dei singoli magistrati: bisognava cambiare gli strumenti. Le strutture. E il modo stesso con cui lo Stato organizzava la propria risposta alla criminalità mafiosa. E i risultati di quei quindici mesi parlano più di qualsiasi polemica».
Realizzò la direzione distrettuale antimafia
«Giovanni – incalza la sorella del magistrato – realizzò in maniera determinante la costruzione di una nuova architettura dell’antimafia italiana: la Direzione nazionale antimafia, le Direzioni distrettuali antimafia, la Direzione investigativa antimafia, un più efficace coordinamento delle indagini, e il rafforzamento degli strumenti legislativi contro la criminalità organizzata e della collaborazione con la giustizia».
Aggiungendo anche: «Quello che qualcuno oggi maldestramente tenta di rappresentare con una battuta come una vicinanza a un Governo fu, in realtà, uno dei periodi più importanti della sua vita istituzionale, un anno e mezzo o poco meno nel quale riuscì a trasformare anni di esperienza nella lotta alla mafia in strumenti concreti dello Stato contro Cosa nostra. Giovanni non apparteneva a un Governo. Non apparteneva a un partito. Mentre oggi molti rincorrono seggi e poltrone. Non apparteneva a una parte politica».
Le parole e il silenzio
«Giovanni Falcone – conclude la lettera della sorella Maria – apparteneva e appartiene allo Stato, alla Repubblica e a tutti gli italiani. Ed è proprio per questo che considero ancora più doloroso vedere il suo nome utilizzato, trentaquattro anni dopo la strage di Capaci, come argomento di una polemica politica. Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino, e gli uomini delle loro scorte, sono tra i morti che più onorano l’Italia. E se non si riesce ad avere rispetto della loro storia, qualche volta il silenzio è la scelta più dignitosa»…