Il caso choc
Italiani aggrediti a Barcellona, Nicola resta in coma: aperta un’inchiesta. L’amico: “Ci colpivano anche da svenuti”
Giuseppe Siben ricostruisce il pestaggio: il 21enne colpito alla nuca e preso a calci mentre era incosciente. I Mossos passano al setaccio le telecamere del Port Forum
«Quando hanno capito che eravamo italiani hanno cambiato atteggiamento». A ricostruire i minuti che hanno preceduto la brutale aggressione a Nicola Maggiotto è Giuseppe Siben, il 21enne di Asolo rimasto ferito mentre cercava di difendere l’amico. Il suo racconto aggiunge nuovi dettagli a una vicenda sulla quale restano ancora molti punti da chiarire, a partire dall’identità degli aggressori e dal motivo che ha trasformato uno scambio di battute tra sconosciuti in un pestaggio. «Chi fa queste cose non è umano. Chi riduce in condizioni pietose un’altra persona è un assassino», commenta il padre di Nicola. Intanto i Mossos d’Esquadra, la polizia autonoma della Catalogna, stanno esaminando le immagini delle telecamere per dare un volto ai responsabili.
Maggiotto è ancora ricoverato in terapia intensiva all’Hospital del Mar di Barcellona, in coma farmacologico e con due lesioni cerebrali. La famiglia ha riferito che il giovane ha trascorso una notte tranquilla e che le sue condizioni sono stabili. Nelle prossime ore i medici potrebbero ridurre i sedativi per verificare le sue condizioni neurologiche al risveglio.
Dalle battute sul calcio al pugno alle spalle
È la sera di mercoledì 12 agosto. Nicola e altri otto amici trevigiani, arrivati a Barcellona per trascorrere insieme i giorni di Ferragosto, hanno partecipato a una festa in piscina al Sea Sea Club, nella zona del porto. Poco dopo le 22, mentre il gruppo si dirige verso i taxi, Nicola e Giuseppe incontrano una comitiva formata da una «dozzina di giovani».
«Stavamo parlando tranquillamente con loro, un po’ bevuti, un po’ in inglese, un po’ in spagnolo», racconta Giuseppe al Corriere della Sera. I due non riescono a stabilire con certezza da dove provengano: alcuni, per i loro tratti, sembrano di origine nordafricana. «Ricciolini, scuri». La conversazione riguarda anche i Mondiali di calcio vinti dalla Spagna. Poi, «quando ci hanno sentito parlare e hanno capito che eravamo italiani, hanno cambiato atteggiamento», spiega il 21enne. Giuseppe, tuttavia, non attribuisce automaticamente l’aggressione alla nazionalità: «Non credo ci abbiano aggredito perché eravamo italiani, ma sicuramente sono cambiati, sembrava che ci prendessero in giro. Ci trattavano con più cattiveria».
Tra Nicola e uno dei giovani nasce un diverbio, seguito da uno scontro fisico. Giuseppe inizialmente non interviene: sono uno contro uno, e il suo amico, rugbista con un anno di arti marziali miste alle spalle, sa difendersi. È in quel momento che un secondo ragazzo arriva di corsa alle spalle di Nicola e gli sferra un violentissimo pugno alla nuca. Il 21enne crolla a terra. Giuseppe si getta nel gruppo per soccorrerlo, ma viene accerchiato e colpito allo zigomo fino a perdere a sua volta i sensi. «Volevano continuare ad attaccarlo anche se era svenuto, incosciente», denuncia.
I calci mentre erano privi di sensi
A completare la ricostruzione è un terzo amico, accorso pochi istanti dopo. Secondo il suo racconto, gli aggressori avrebbero continuato a colpire con calci e pugni i due giovani già a terra. Soltanto le sue urla li avrebbero messi in fuga. «Andate via, andate via». Giuseppe si è ripreso dopo alcuni schiaffi; Nicola, invece, non ha più riaperto gli occhi.
«Se Nicola fosse stato da solo, probabilmente non sarebbe nemmeno tra noi», osserva l’amico, rientrato in Italia dopo due giorni di ricovero. Non sarebbero stati sottratti denaro, telefoni o altri oggetti personali. E gli amici escludono anche contatti con ragazze: elementi che, almeno per ora, sembrano allontanare le ipotesi della rapina e della lite per motivi sentimentali.
La famiglia ha presentato denuncia e la polizia spagnola sta cercando di identificare i responsabili e accertare il movente. Il Consolato generale d’Italia a Barcellona mantiene contatti costanti con i genitori e con l’ospedale. «Chi fa queste cose non è umano. Chi riduce in condizioni pietose un’altra persona è un assassino». Daniele Maggiotto, arrivato immediatamente in Spagna insieme alla moglie, non nasconde la disperazione: «Non mi interessa che prendano gli aggressori, voglio soltanto che mio figlio si salvi. Sono venuto a prenderlo con la speranza di riportarlo a casa».