La riflessione
La Nazionale, lo “ius soli” di Malagò e l’identità perduta: i mondiali ci insegnano altro, dalla Norvegia al Giappone
Nella competizione iridata tante nazioni ci danno la lezione di un senso di appartenenza che noi abbiamo smarrito
I mondiali di calcio, a cui non partecipiamo dal 2014, ci stanno insegnando tanto. Soprattutto, ci insegnano a riflettere. Anche sulle proposte di Giovanni Malagò, appena eletto presidente della federazione, che al momento dell’insediamento ha proposto una soluzione che non sembra cogliere lo spirito identitario che si sta vedendo, in molti casi, nella rassegna iridata.
Lo ius soli
Malagò pensa a una sorta di ius soli, cioè una sorta di naturalizzazione di stranieri indiscriminata. Una cosa che avvenne già negli anni 60, quando arrivammo persino a naturalizzare Omar Sivori, senza successo. Ma quello che sta avvenendo ai Mondiali ci dice ben altro e cioè che il calcio è identitario. Lo è quando mette insieme la tradizione di un popolo con la fierezza. Lo abbiamo visto ai tempi di Maradona.
La Norvegia dei vichinghi
La Norvegia, la stessa che ci ha umiliato due volte nel girone di qualificazione, è stata addirittura tacciata di “nazismo”(!) per il video realizzato prima della competizione, nel quale i giocatori simulavano la storia dei vichinghi. Una cosa ripetuta dopo la prima vittoria. Ma anche e soprattutto un modo bello e spontaneo di ribadire la propria identità. Che non c’entra un fico secco ovviamente con il nazismo. I vichinghi sono gli “antenati” dei norvegesi e anche un numen leggendario. E i loro tifosi replicano con altrettanta bellezza.
Il Giappone
Il Giappone, altra bella squadra, ha visto sia la compagine (negli spogliatoi) che i tifosi (sugli spalti) pulire tutto dopo la partita. Un modo per ribadire ciò che è vivo nella cultura nipponica, da alcuni sconsideratamente trattato con leggerezza.
Gli Usa e il “nazionalismo calcistico”
Anche gli Stati Uniti, che non hanno certo una grande tradizione calcistica, hanno dato prova di attaccamento alla maglia. Festeggiando il successo insieme con la mano sul cuore, come espressione di un “nazionalismo calcistico” che è solo, semplicemente segno di consapevolezza di rappresentare un intero popolo.
La Nazionale è un simbolo
Seppure il calcio sia dominato dalla mercanzia e dagli onnivori arabi, i mondiali in corso negli Usa, Messico e Canada stanno facendo emergere la simbiosi tra la maglia che si indossa e il popolo che si rappresenta. Lo dimostra Messi, che a quasi 39 anni stabilisce il record di reti, lo dimostrano gli esempi fatti prima. Lo dimostra Cristiano Ronaldo che a 41 anni ha ancora la voglia e l’entusiasmo di onorare la divisa del Portogallo.
La soluzione sbagliata
Non sappiamo se sia vero che prima della partita contro la Bosnia, che ci ha esclusi dal torneo, i calciatori italiani abbiano realmente chiesto un premio di diecimila euro a testa. Gente che guadagna milioni ogni anno. Ma è il senso di appartenenza che rende le nazionali qualcosa di unico. Se ci sono calciatori nati in Italia forti e che si sentono italiani devono essere i benvenuti. Ma la soluzione non è lo Ius soli di Malagò. E’ investire sui giovani e soprattutto capire chi considera la maglia azzurra un privilegio e non un peso. Come fanno i “vichinghi”.