L'intervista
Modena, il criminologo Antinori: “Rischio fanatismo si espande sui social, Meta e Google aiutino i governi”
L'attentato in Emilia richiama alla necessità che le multinazionali dei network intervengano anche nella prevenzione
Arijie Antinori, professore di Criminologia presso la Sapienza Università di Roma ed esperto senior europeo di radicalizzazione e terrorismo presso l’EU Knowledge Hub on Prevention of Radicalisation, è uno dei maggiori esperti di terrorismo e di contrasto alle radicalizzazioni. Studioso del fenomeno, collaboratore del Parlamento europeo, è particolarmente impegnato nello studio della prevenzione della radicalizzazione. Con lui abbiamo affrontato la questione emersa con l’attentato di Modena. Una questione che altri grandi studiosi, come Stefano Ferracuti(nella perizia Seung) avevano affrontato, parlando di una radicalizzazione social che abbraccia diversi temi e che sfugge a qualsiasi valutazione razionale.
Non crede che ci sia già una valutazione pregiudiziale su Modena che assegna ciò che è successo a una questione psichiatrica?
Questo rischio esiste. Non necessariamente perché la direttrice psichiatrica sia infondata, ma perché può indurre allo stato una distorsione interpretativa del fatto criminoso. Le fonti investigative riferiscono che non emergono dai dispositivi in uso all’autore, elementi che potrebbero ricondurre alla radicalizzazione e/o operativamente operativamente funzionali ad affiliazioni a organizzazioni terroristiche, e che l’ipotesi prevalente resta quella legata a un vissuto di problemi mentali dell’autore. Tuttavia, parallelamente, viene contestata la strage e le lesioni aggravate, descrivendo pertanto una condotta deliberata e diretta contro l’incolumità pubblica. Occorre precisare che dal punto di vista criminologico, occorre distinguere il piano giuridico-probatorio, poiché per contestare terrorismo servono elementi sulla finalità specifica o su un’eventuale matrice ideologica di riferimento, in quanto il solo modus operandi non è sufficiente. Sul piano clinico-forense, la storia psichiatrica può essere rilevante ai fini dell’imputabilità, movente, capacità di intendere e volere, ma non esaurisce di per sé il significato criminologico dell’atto. Infine, sul piano tattico-operativo, sia l’auto contro passanti, il cosiddetto Vehicle as a Weapon (VAW) – una modalità omicidiaria originariamente codificata come dual-use nell’ambito del jihadismo e poi diffusa anche in altri ambiti ideologico-violenti -, che l’arma bianca, la supposta casualità e disponibilità del soft target, ossia di vittime civili, inermi, e il panico collettivo sono elementi che appartengono al repertorio globale del terrorismo dell’attore solitario – Lone Actor Terrorism (LAT) – talvolta anche in assenza di una rivendicazione ideologica. Per tale ragione, la domanda non è solo se il soggetto fosse radicalizzato, ma se lo stesso abbia consumato contenuti estremistico-violenti soprattutto online, così come se vi siano elementi di leakage, cioè segnali ,anche deboli, e/o comunicazioni preliminari soprattutto online in cui l’autore abbia esplicitato l’intenzione violenta eterodiretta. Tale condotta è riscontrata in quasi la metà dei casi studiati di attacchi LAT. Inoltre risulta importante verificare l’eventuale legittimazione all’interno di comunità online, o l’intento emulativo, nonché l’eventuale costruzione di una narrazione persecutoria, di auto-vittimizzazione e/o vendetta.
Come si contrasta il radicalismo anche sui social?
Non si contrasta solo rimuovendo contenuti, ma attraverso diversi livelli d’intervento tra cui prevenzione, detection automatizzata e non, moderazione, disruption, ma soprattutto intervento in ambito sociale e sempre più cyber-sociale, in particolare in alcune piattaforme fringe – di nicchia – e online game community sempre più esposte in termini di engagement verso direttrici violente. In primis occorre distinguere tra radicalizzazione, estremismo, mobilitazione e weaponizzazione. Il che implica sistemi di indicatori differenziati, in temrini di prevenzione e anticipazione, Quindi, è necessario intervenire sulla disponibilità nell’ecosistema cyber-sociale – internet e social media -, di materiale estremistico-violento e/o terroristico, manuali, risorse di auto-addestramento, e potenziali reti di ancoraggio.
C’è un fanatismo diffuso sui social che riguarda diversi temi: l’antisemitismo ad esempio. Non pensa che debbano esserci sanzioni più dure a livello globale?
Ritengo che servano sanzioni più certe, più rapide e meglio calibrate, non semplicemente “più dure”. Per quanto concerne l’antisemitismo online, il problema è reale e documentato. La Commissione Europea ha rilevato un aumento significativo dell’antisemitismo online dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, evidenziando la crescita dell’odio online, fenomeno ormai dilagante e cross-ideologico, con circa il 45% dei contenuti relativo all’antisemitismo e il 15% di odio anti-musulmano. L’unione Europea dispone della Decisione quadro 2008/913/JHA, che impone agli Stati membri di punire l’incitamento pubblico alla violenza o all’odio, sia offline che online, contro gruppi definiti da “razza”, colore, religione, discendenza o origine nazionale/etnica, nonché connesso a negazione e/o banalizzazione dell’Olocausto quando idonea a incitare odio o violenza. Da un punto di vista criminologico, però, l’inasprimento della pena produce effetti limitati in assenza di enforcement. Infatti, il fanatismo online prospera in quanto molti utenti percepiscono impunità, anonimato, viralità e riconoscimento identitario nonché sostegno di gruppo.
I grandi gruppi social, collaborano realmente o poco nel frenare il fanatismo?
Meta, YouTube, Microsoft e altre piattaforme collaborano sicuramente più di quanto avvenisse anni fa, ma ancora poco rispetto a quanto sarebbe necessario. Esse partecipano, o hanno partecipato, a iniziative globali come il Global Internet Forum to Counter Terrorism (GIFCT), con cui collaboro da tempo come esperto, nato per impedire lo sfruttamento delle piattaforme digitali da parte di terroristi ed estremisti violenti. Il GIFCT oggi riunisce più di trenta aziende tecnologiche e opera con strumenti come hash-sharing, Incident Response Framework (IRF) – recentemente attivato in occasione del fatto criminoso di Trescore Balneario che ha visto protagonista uno studente -, e scambio di conoscenze con governi, società civile e mondo accademico. Tali attori collaborano anche nel quadro europeo del Digital Service Act (DSA). Tuttavia è fondamentale evidenziare che le piattaforme sono più efficaci sui contenuti terroristici formalmente designati, già noti e facilmente classificabili, mentre mostrano tutti i loro limiti relativamente a contenuti che potremmo definire borderline, tra cui meme, cosiddetti dog whistles, dark irony, contenuti complottistici, e tutto ciò che non viola chiaramente una norma ma contribuisce a costruire un “clima” di ostilità e soprattutto di “normalizzazione” della violenza. Nel 2025 la Commissione Europea ha accusato Meta e TikTok di violazioni degli obblighi di trasparenza del DSA, a seguito dell’accesso insufficiente ai dati per i ricercatori e; mentre per Facebook e Instagram ha rilevato meccanismi non semplici e immediati per segnalare contenuti illegali e contestare decisioni di moderazione.
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