Altro che ambientalisti
Le camicie verdi marciano su Londra: ecco il Green party, il nuovo Frankenstein della sinistra britannica
I Verdi britannici non sono più un partito ecologista ma un laboratorio politico post-occidentale in seno all'Europa. Dentro convivono wokismo radicale, islamismo comunitario e antisemitismo mascherato da militanza pro-Pal
Esteri - di Alice Carrazza - 31 Maggio 2026 alle 07:00
Mary Shelley avrebbe probabilmente riconosciuto subito la creatura. Il nuovo Frankenstein politico britannico prende forma tra i campus londinesi, le marce pro-Palestina e quei quartieri dove la sinistra occidentale ha smesso da tempo di interrogarsi sulle proprie contraddizioni. L’immagine inaugurale è già tutto un programma: Zack Polanski, leader dei Verdi, sul carro del Pride tra corpi seminudi e glitterati, slogan queer e bandiere colorate; il vice Mothin Ali che mobilita comunità musulmane tradizionaliste, compare accanto alla moglie coperta dal niqab e trasforma qualsiasi comizio in una requisitoria su Gaza e islamofobia. Nel mezzo c’è un partito che dovrebbe parlare di emissioni e trasporti urbani ma che ormai assomiglia più a un seminario permanente sulla colpa occidentale. La cosa peggiore? Nessuno, dentro al Green Party, sembra confessare il cortocircuito.
Anatomia sinistra
Per decenni la politica europea ha cercato sintesi. La sinistra teneva insieme operai e professori, il conservatorismo industria e tradizione, i liberali mercato e diritti civili. Oggi invece certa politica non unisce: accumula. Ossia, sovrappone minoranze, rivendicazioni, frustrazioni e simboli dentro una coalizione emotiva. I Verdi britannici sono un simbolo di questa mutazione che ha colpito una sinistra in totale perdita di identità.
All’interno del partito convivono femminismo radicale e comunitarismo religioso patriarcale. Attivismo Lgbt e ambienti islamici che su quei temi la pensano esattamente come un ayatollah del 1978. Ambientalismo apocalittico e un neoletto di Bolton filmato su una Lamborghini Huracán Spyder pochi giorni dopo il voto. Complottismo antisionista e retorica dei diritti universali. Nel Novecento una forza politica avrebbe tentato di nascondere simili incoerenze. Oggi diventano persino un valore: prova vivente del superamento delle “vecchie e cattive” categorie occidentali considerate oppressive, razionali, “bianche”.
Gaza come ideologia totale
È qui che entra in scena Gaza. Perché la Palestina, nel nuovo vocabolario radicale europeo, non è più soltanto una causa internazionale. È un dispositivo politico. Un collante simbolico. Una lente morale attraverso cui reinterpretare tutto: capitalismo, colonialismo, polizia, confini, identità nazionale, storia, linguaggio. Per questo i candidati verdi parlano di Israele anche durante elezioni locali che dovrebbero riguardare tutt’altro. La Palestina funziona come un’etichetta culturale. Serve a riconoscersi reciprocamente dentro la stessa tribù ideologica.
Il problema, naturalmente, è che quel linguaggio spesso degenera rapidamente. Candidate arrestate per incitamento all’odio razziale. Post sugli “ebrei che controllano Trump”. Elogi impliciti del 7 ottobre. Video che trasformano attentati contro sinagoghe in atti di “vendetta”. Eppure il partito reagisce con estrema cautela, quasi con fastidio verso chi solleva il problema. Come se denunciare certe derive fosse più grave delle derive stesse.
Il nuovo blocco radicale
La vera novità, però, non è l’antisemitismo di certi candidati. La sinistra britannica ha già conosciuto crisi simili ai tempi di Corbyn. La novità è la struttura sociale che sta emergendo attorno ai Verdi. Un blocco urbano, giovane, altamente istruito e auto-escluso, culturalmente ostile all’identità del Vecchio continente, capace di allearsi con pezzi di tradizionalismo comunitario immigrato purché condividano un nemico comune: l’ordine liberale nazionale.
È una formula che funziona soprattutto nelle metropoli. A Hackney, Haringey, Waltham Forest. Molto meno nella provincia inglese, dove il cittadino medio continua a chiedersi perché un partito ecologista sembri passare più tempo a discutere di “sionismo” che di smog.
Il Frankenstein di oggi
Liquidare en passant il risultato dei Verdi come una semplice fiammata elettorale sarebbe superficiale. Il loro 14,3% nazionale segnala la metamorfosi della sinistra europea in una piattaforma ormai scollegata da classe sociale, interesse materiale e perfino da qualunque esigenza di coerenza politica.
Il Green Party non è un partito di governo. Forse non lo sarà mai. Ma è un laboratorio politico che non può essere ignorato. Perché Frankenstein, in fondo, non nasce dal male. Nasce dall’illusione molto moderna che basti cucire insieme pezzi incompatibili perché diventino automaticamente progresso. Poi, inevitabilmente, arriva il momento in cui il “mostro” apre gli occhi.