Altro che unità progressista
A Londra volano coltelli e va in scena il solito copione della sinistra: Streeting come Renzi e Starmer come Letta
Il ministro della Salute Wes Streeting minaccia la sfida interna mentre Downing Street tenta di soffocare la crisi nel giorno più simbolico della monarchia parlamentare britannica: il discorso di Re Carlo III
Esteri - di Alice Carrazza - 13 Maggio 2026 alle 17:19
La cavalleria reale attraversava Whitehall — il grande viale del potere londinese che collega Trafalgar Square al Parlamento e ospita i principali ministeri britannici — tra squilli di tromba e uniformi cerimoniali, mentre Re Carlo si preparava a leggere il King’s Speech alla Camera dei Lord. Ma a Westminster, nessuno parlava davvero dei 37 disegni di legge del governo. Tutti guardavano verso Downing Street e si interrogavano ancora su quei 16 minuti di colloquio privato tra il primo ministro Keir Starmer e Wes Streeting.
Starmer o Streeting, questo è il dilemma
Secondo indiscrezioni filtrate nel giro di poche ore, il ministro della Salute Streeting avrebbe confidato ai suoi alleati l’intenzione di dimettersi e lanciare una sfida alla leadership laburista già da giovedì. Downing Street ha reagito con la formula più britannica e più fragile possibile: Starmer mantiene “piena fiducia” nel suo ministro. Tradotto: la crisi è aperta e la congiura di palazzo in pieno stile renziano è cominciata.
Il rebus
La domanda ora è una sola: Streeting fa sul serio oppure no? Perché la politica britannica ha conosciuto dimissioni clamorose, ribaltoni e tradimenti memorabili, ma raramente ha assistito a una rivolta annunciata con tanta cautela. Michael Heseltine, allora ministro della Difesa del governo Thatcher, lasciò l’esecutivo sbattendo la porta durante la crisi Westland. Boris Johnson, tanto acclamato quanto criticato premier conservatore, e David Davis, ai tempo ministro per la Brexit, abbandonarono Theresa May in piena battaglia sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Nel 2022 lo stesso governo Johnson collassò sotto il peso delle dimissioni a catena.
Streeting, invece, sembra sospeso tra ambizione e prudenza. O forse tra ambizione e mancanza di numeri. Nel Labour il meccanismo per rovesciare un leader è complicato: servono almeno 81 deputati, pari al 20 per cento del gruppo parlamentare, oltre all’appoggio degli organismi affiliati, sindacati compresi. Non basta il malcontento. Serve una macchina politica organizzata. Ed è qui che emergono i dubbi.
Il giovane Wes appartiene all’ala blairiana, più conservatrice, di un partito che negli ultimi anni ha ripreso a inclinarsi verso sinistra. Ha visibilità mediatica, ma non una struttura di potere consolidata. E soprattutto deve muoversi prima del possibile ritorno di Andy Burnham, sindaco della Greater Manchester e figura molto più radicata nell’apparato laburista.
Un dirigente del partito, in confidenza al Telegraph, ha definito la tempistica della manovra “infelice e poco elegante”. Insomma, molti nel Labour sospettano che Streeting stia tentando un blitz prima che Burnham possa rientrare alla Camera dei Comuni.
La monarchia come sfondo della crisi
L’ironia della giornata è che la più solenne cerimonia costituzionale britannica sia stata oscurata da una lotta intestina alla sinistra. Re Carlo ha pronunciato il discorso dal trono mantenendo il consueto tono neutrale, mentre l’alto funzionario della Camera bussava tre volte alle porte dei Comuni secondo una tradizione che risale alla ricostruzione del Parlamento del 1852.
Ma il rituale monarchico, pensato per rappresentare continuità e stabilità istituzionale, finiva per evidenziare il contrario: un governo già logorato dopo le pesanti perdite elettorali del 7 maggio e un primo ministro incapace di imporre disciplina ai suoi ministri nel giorno più delicato dell’anno parlamentare.
Tre fonti governative vicine a Starmer hanno per di più raccontato di ministri “furiosi” con Streeting per aver voluto incentrare l’attenzione su di sé invece che sul re. Il problema, però, va oltre le rivalità personali.
Il Labour si trova stretto tra stagnazione economica, pressione migratoria, tensioni sociali e un rapporto sempre più ambiguo con l’Europa. E mentre Starmer perde consenso, nessuno nel partito sembra davvero possedere una linea politica capace di invertire il declino britannico senza scontentare metà dell’elettorato.
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