Si dimette la viceministra
Il fronte anti-Starmer si mobilita: tutti vogliono la testa del premier britannico. Ma lui, si attacca alla poltrona
Sir. Keir Starmer resiste all’offensiva interna dopo il tracollo elettorale del Labour e gli scandali sugli Epstein Files. Sei ministri pronti a chiedere la sua uscita, ma il partito è diviso sul successore
Esteri - di Alice Carrazza - 12 Maggio 2026 alle 14:02
È resa dei conti a Downing Street. Ministri che preparano l’assedio, deputati che si contano uno a uno, fedelissimi costretti a presidiare i microfoni per negare l’evidenza. Londra osserva il governo laburista consumarsi dall’interno mentre il primo ministro britannico Keir Starmer non ne vuole sapere. Lui, la poltrona non la molla… ma più tardi è probabile che sarà costretto. Intanto salgono a due le dimissioni nel governo, entrambi con ruoli non da ministro, riporta l’Ansa. L’ultima in ordine di tempo è Jess Phillips, sottosegretaria all’Interno con delega sulla tutela delle donne e contro la violenza di genere, già candidata leader del partito (senza fortuna) nel 2020.
“Ciò che conta sono gli atti, non le parole”, ha scritto nelle sua lettera indirizzata a Downing Street, affermando d’aver perso fiducia in Starmer e unendosi alla fronda di deputati laburisti che invocano il cambio della guardia. La decisione della sottosegretaria segue di poche ore le dimissioni anche della viceministra delle Comunità Locali, Miatta Fahnbulleh: la quale ha dichiarato esplicitamente di essere pronta a sostenere qualcun altro al posto di Starmer.
Starmer sotto assedio
Durante la riunione infuocata del Cabinet di martedì mattina, Sir Keir Starmer ha scelto il contrattacco. Davanti a ministri pronti — secondo il Telegraph — a chiedergli di farsi da parte, il leader laburista ha chiuso ogni spazio alla discussione politica e ha pronunciato parole che suonano come un ultimatum: “Il Partito Laburista ha una procedura per contestare un leader e quella procedura non è stata attivata. Il Paese si aspetta che continuiamo a governare. È quello che sto facendo ed è ciò che dobbiamo fare come Cabinet”.
Il Labour entra nella zona rossa
Il problema di Starmer non è soltanto parlamentare. È strategico. I risultati delle elezioni locali della scorsa settimana hanno aperto una crepa profonda nella narrativa costruita dal Labour dopo la vittoria del luglio 2024. Se quei numeri fossero replicati in un’elezione generale, il partito verrebbe travolto dalla destra di Farage.
Nel giro di pochi mesi, il governo che prometteva stabilità dopo anni caotici si trova ora prigioniero delle stesse dinamiche che aveva denunciato. Un’ironia che a Westminster nessuno si sforza più di nascondere.
Secondo fonti interne al governo riportate dal The Telegraph, sei figure di peso — Shabana Mahmood, John Healey, Ed Miliband, Lisa Nandy, Yvette Cooper e Wes Streeting — ritengono inevitabile l’uscita del premier. Alcuni chiedono una transizione ordinata, altri un’accelerazione immediata. Ma il vero nodo è che nessuno controlla davvero il partito.
La guerra delle correnti
Il fronte anti-Starmer appare numericamente forte ma politicamente frammentato. L’ala destra laburista guarda proprio a Streeting come possibile successore. La sinistra moderata sogna invece il ritorno di Andy Burnham, sindaco della Greater Manchester, già avvistato a Londra mentre crescono le voci su un possibile rientro a Westminster.
Angela Rayner ed Ed Miliband restano sullo sfondo come alternative di compromesso. Nessuno, però, possiede oggi la forza per unire le correnti. Insomma, siamo di nuovo di fronte all’ennesimo campo largo tipico della sinistra.
Il premier sa che una sfida formale alla leadership aprirebbe una guerra civile interna destinata a durare mesi. In un momento in cui il Regno Unito affronta rallentamento economico, inflazione persistente e le conseguenze strategiche della crisi con l’Iran, il Labour rischia di apparire più concentrato sulle faide interne che sul governo del Paese.
La pressione internazionale e il fattore Trump
Sul tavolo pesa anche il deterioramento della credibilità internazionale dell’esecutivo. Le critiche a Starmer non riguardano soltanto la gestione economica o la perdita di consenso. Dentro il partito cresce il malcontento per alcune nomine considerate politicamente tossiche, come quella di Peter Mandelson a Washington nonostante le polemiche legate ai suoi rapporti con Jeffrey Epstein.
Per una leadership che aveva promesso “serietà istituzionale”, il danno simbolico è stato significativo, soprattutto in una fase in cui Londra tenta di ridefinire i propri equilibri Oltreoceano e a Bruxelles.
L’ultima mano di Starmer
Per ora il premier resiste. A stento, ma resiste. Alcuni ministri, usciti dal Cabinet, hanno pubblicamente serrato i ranghi attorno a lui. Steve Reed e Peter Kyle hanno rilanciato sui social lo slogan “Mettiamoci al lavoro”, mentre altri fedelissimi insistono sulla necessità di evitare “un altro caos da leadership”.
Il dato politico però è brutale: almeno 84 deputati laburisti sarebbero favorevoli alla rimozione del leader. La crisi potrebbe ancora rientrare se i ribelli fallissero nel convergere su un nome comune. Oppure precipitare rapidamente qualora nuovi ministri decidessero di dimettersi nelle prossime ore.
A quel punto, la strategia del divide et impera non basterebbe più. E il governo nato per riportare pace e stabilità nel Regno Unito rischierebbe di trasformarsi nell’ennesima vittima della lunga stagione delle guerre di palazzo progressiste.
Ultima notizia
Convegno in Senato
Il Mediterraneo cambia asse, la Sicilia torna ad essere crocevia strategico per l’Italia e per l’Europa
Politica - di Alice Carrazza