Il premier senza popolo
Starmer prova il rilancio disperato per non lasciare la poltrona: storia di una sinistra “frustrata” dal fenomeno Farage
Dopo la disfatta alle amministrative, il premier britannico tenta il grande “reset”. Ma non basta, nel Regno Unito cresce la sensazione che il ciclo di del laburista Keir Starmer sia ormai giunto al tramonto
Londra. Camicia bianca, colletto aperto, niente cravatta e un entusiasmo quasi sospetto per un uomo appena travolto dalle urne. Il primo ministro Keir Starmer si è presentato davanti agli attivisti laburisti con il sorriso tirato di chi sa benissimo che nel partito molti stanno già prendendo le misure per traslocare a Downing Street. Il premier britannico ha provato il grande numero del “reset”: tono più alto del solito, parole d’ordine sulla speranza, sull’ascolto, sul cambiamento. “Capisco la frustrazione”, ha ripetuto dopo il tracollo delle amministrative che ha consegnato alla destra di Nigel Farage una vittoria dal peso politico enorme. Ma se qualcuno si aspettava un passo indietro, ha sbagliato copione. “Non intendo farmi da parte e lasciare il Paese nel caos”, ha assicurato Starmer. Del resto, nella sinistra europea contemporanea sembra valere una regola semplice: gli elettori possono anche bocciare un leader, ma convincerlo a lasciare la poltrona è un’altra faccenda.
Il terremoto nelle roccaforti rosse
I numeri spiegano meglio di qualsiasi slogan la profondità della crisi. Il Labour ha perso 1.395 consiglieri locali e 35 amministrazioni, subendo un’umiliazione soprattutto nel nord industriale inglese, dove per decenni il voto operaio aveva rappresentato una garanzia quasi automatica per il partito. Reform Uk, la formazione guidata da Farage, ha conquistato 1.443 seggi partendo praticamente da zero, imponendosi in aree simboliche come Sunderland, Barnsley e Newcastle-under-Lyme.
Non è soltanto una sconfitta amministrativa. È la certificazione che il vecchio asse politico britannico si sta sgretolando. I progressisti continuano a perdere terreno mentre cresce una destra populista che intercetta rabbia sociale, sfiducia nelle élite e malcontento economico. Secondo la National Equivalent Vote elaborata da Sky News, Reform Uk sarebbe oggi il primo partito del Paese con il 27 per cento dei consensi nazionali.
Il discorso che non cambia nulla
Il problema per Starmer è che il tanto annunciato “nuovo inizio” è apparso rapidamente come una riedizione più enfatica della vecchia solfa tecnocratica. Il premier ha dichiarato che “il cambiamento incrementale non è sufficiente” e che “le storie battono i fogli di calcolo”, quasi a voler archiviare l’immagine del dirigente grigio e legalista che lo accompagna da anni. Ma appena si è passati dalle parole ai contenuti, il cambio di passo è sembrato evaporare.
Sull’Europa, Starmer ha ammesso che la Brexit ha lasciato il Regno Unito “più debole e più povero”, promettendo relazioni più strette con Bruxelles. Nessuna svolta, però, su mercato unico o unione doganale. Sul fronte sociale ha annunciato nuovi investimenti per programmi giovanili già esistenti e campagne per promuovere gli apprendistati. Persino sulla British Steel—una delle principali aziende siderurgiche britanniche—, che il governo controlla già di fatto dopo l’intervento pubblico dello scorso anno, il premier ha presentato come novità la prospettiva di una nazionalizzazione completa subordinata a un generico “test di interesse pubblico”.
Westminster sente odore di successione
A Westminster ormai la domanda non è più se Starmer sia indebolito, ma quanto possa resistere. Almeno quaranta deputati laburisti avrebbero chiesto un cambio di leadership o un calendario per l’uscita del premier. La candidatura improvvisa della deputata Catherine West viene interpretata come la classica operazione da “stalking horse”: un nome lanciato avanti per aprire la strada a figure più pesanti.
Dietro le quinte si muovono anche il sindaco di Manchester Andy Burnham, riferimento della sinistra laburista, e il ministro della Sanità Wes Streeting, esponente dell’ala blairiana convinto di poter arginare Farage con una linea più dura e identitaria. Sullo sfondo ricompare perfino Ed Miliband, già sconfitto da David Cameron nel 2015 e oggi nuovamente evocato come possibile figura di transizione.
La faglia britannica
La crisi di Starmer racconta qualcosa di più profondo della fragilità di un singolo leader. Nel Regno Unito si sta consumando la rottura definitiva tra la parte popolare e le classi dirigenti che hanno governato negli ultimi vent’anni. Immigrazione fuori controllo, stagnazione economica, pressione fiscale e collasso dei servizi pubblici hanno alimentato una sfiducia che la sinistra non pare più in grado di contenere.
Per questo il vero vincitore della settimana non è soltanto Farage. È la sensazione, sempre più diffusa nell’elettorato inglese, che il vecchio sistema politico non abbia più risposte credibili. E mentre Starmer insiste nel promettere altri dieci anni a Downing Street, nel suo stesso partito cresce il sospetto che il conto alla rovescia sia già cominciato.
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