Cambio di rotta
L’America bussa alle porte di Roma: perché la Casa Bianca punta su Rubio per riaprire il dialogo con Vaticano e governo
La missione del segretario di Stato segna il tentativo americano di ricucire i rapporti con la Chiesa e gli alleati europei dopo gli attriti e gli scontri diretti degli ultimi mesi
«Penso di sì». La risposta di Giorgia Meloni, lasciando Erevan – la capitale dell’Armenia dove si è svolta la riunione della Comunità politica europea – è breve ma calibrata. I cronisti le hanno chiesto se incontrerà il segretario di Stato americano, Marco Rubio, che sarà a Roma dal 6 all’8 maggio, per una visita in Vaticano. Nella diplomazia, le parole contano per ciò che dicono e per ciò che lasciano intendere. L’incontro con Rubio non è ancora ufficiale. Ma il segnale è già chiaro: dopo settimane di attriti, è Washington a muoversi. La sostanza è politica prima che protocollare. Tra crisi nello Stretto di Hormuz, frizioni con il Vaticano e tensioni con gli alleati europei, l’amministrazione trumpiana ha bisogno di riaprire un canale credibile in Europa. E quel canale, oggi, passa per l’Italia.
Washington bussa alle porte di Roma
Giovedì 7 maggio, alle 11.30, Leone XIV riceverà Rubio nel Palazzo Apostolico. La visita potrebbe segnare la chiusura della querelle tra il Santo Padre e il presidente Donald Trump, dopo le parole dure di quest’ultimo sul mancato sostegno del Pontefice alla guerra in Iran e l’intervento di Palazzo Chigi in difesa del Papa.
Insomma, si torna al dialogo. Non è la prima volta certo. Rubio aveva infatti già incontrato il Papa nel maggio 2025, insieme al vicepresidente JD Vance. Ma allora era un passaggio inaugurale.
Perché Rubio e non Vance
Oggi la scelta di Rubio non è casuale: cattolico, rimasto ai margini della polemica, appare figura più adatta a scambiare gesti di pace — per dirla con una certa ironia — rispetto a Vance. Un tentativo di distensione, dunque, con l’obiettivo di ricucire lo strappo e riportare il confronto su binari più controllati.
Il Vaticano, in questo contesto, infatti non è un attore simbolico. È uno spazio di interlocuzione che Washington non può permettersi di perdere, soprattutto quando la dimensione morale dei conflitti — Medio Oriente in testa — è all’orine del giorno nel dibattito occidentale.
Meloni tra Europa e Stati Uniti
A Erevan, la presidente del Consiglio Meloni tiene la linea. Partecipa alla Comunità politica europea — il formato informale che riunisce oltre 40 Paesi del continente per coordinare posizioni su sicurezza, energia e politica estera — mantiene il coordinamento con Kiev, rafforza i rapporti energetici con Baku. E allo stesso tempo lavora per evitare che le frizioni con Washington si trasformino in una frattura permanente che sarebbe un danno per l’Europa e per l’Occidente.
Roma torna centrale
La visita di Rubio cristallizzerà questo passaggio. Venerdì sono in agenda colloqui con altri esponenti dell’esecutivo, a partire dal ministro degli Esteri Antonio Tajani. Sullo sfondo, il nodo politico: un faccia a faccia con Meloni, cercato dagli americani.
È il punto chiave. Dopo settimane di dichiarazioni aggressive — dai dazi alla presenza militare — Washington torna a una dinamica più tradizionale: cercare interlocutori affidabili. Roma offre una combinazione utile: governo conservatore, collocazione europea, ruolo mediterraneo.
Un equilibrio da costruire
Il quadro, tuttavia, resta instabile. Trump è sotto pressione interna, tra sondaggi negativi e critiche sulla gestione della crisi iraniana. L’Europa resta diffidente dopo le continue fughe in avanti del tycoon. Il Vaticano osserva e pesa le parole.
In questo contesto, la missione Rubio non chiude una fase. La apre. Ora la direzione si è invertita: Washington torna a cercare un punto d’appoggio a Roma.
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