È un far west
Gangs of Milano, cos’è la MS13: la banda salvadoregna dietro la pista dell’agguato mortale alla stazione
Gianluca Ibarra Silvera, nato a Milano da genitori ecuadoriani, è stato colpito sui binari della Certosa dopo un’aggressione di gruppo. «Siamo i King, qui comandiamo noi», il grido della banda
Si chiamano Latin Kings, MS13, pandillas. Sono gang latinoamericane nate e cresciute tra simboli, gerarchie, tatuaggi, rituali di appartenenza e controllo del territorio. A Milano, certo, non sono una novità: da vent’anni compaiono nelle inchieste su risse, spedizioni punitive, regolamenti di conti, omicidi. Bande che sembrano sparire e poi riemergono, cambiano generazione, si mescolano alle periferie, occupano pezzi di strada, stazioni, giardini, sottopassi. E l’altra notte, secondo la pista su cui lavorano Squadra mobile e Polfer, una di queste bande avrebbe lasciato un morto sui binari della stazione Certosa: Gianluca Ibarra Silvera. Aveva 22 anni.
Un ragazzo qualunque davanti al branco
Il ragazzo era nato a Milano da genitori di origine ecuadoriana, viveva a Segrate e lavorava con lo zio in un’azienda di allestimenti per fiere. Non era un affiliato, raccontano i familiari. Non aveva legami con le gang. Era uscito solo per comprare birre. È finito a terra tra le traversine del binario 6. Lo hanno raggiunto lì, mentre provava a scappare, e lo hanno colpito ancora. Un fendente, poi un altro. Venti coltellate, forse di più. Una ha reciso l’arteria femorale. Gianluca è morto dissanguato poco dopo l’arrivo all’ospedale Fatebenefratelli.
L’agguato, racconta La Repubblica, comincia poco prima delle 22.30 in via Mambretti, periferia nord-ovest di Milano. Gianluca, il fratello Gianfranco, 20 anni, e il padre erano usciti per comprare qualcosa in un minimarket. Notano un gruppo di giovani vicino ai binari. Bevono, fanno segni, mimano lettere e corone: segnali che, secondo il racconto del padre, rimandano ai Latin Kings. Poco dopo, quando Gianluca, il fratello e un amico di 33 anni tornano verso la stazione per prendere il treno per Segrate, scatta l’aggressione.
In dieci contro tre, poi le coltellate
In nove, forse dieci, contro tre. Alcuni sarebbero minorenni. Tutti, o quasi, ragazzi di origine sudamericana o di seconda generazione. Le telecamere avrebbero ripreso la sequenza: prima il lancio di pietre e bottiglie, poi l’inseguimento, poi la caduta del 22enne. A quel punto il branco lo raggiunge e lo colpisce con i coltelli. A terra, vicino al quarto binario, gli agenti troveranno una lama da cucina. Poco distante, un altro coltello sporco di sangue.
«Siamo i King, qui comandiamo noi»
«Ci hanno attaccato a freddo», raccontano i sopravvissuti. E soprattutto raccontano una frase: «Siamo i King, qui comandiamo noi». Parole che ora gli investigatori stanno verificando, ma che sembrano una firma. Sui muri della stazione, gli agenti hanno trovato anche le lettere «LK» tracciate con la vernice. Latin Kings. Ma nell’inchiesta entra anche un altro nome: MS13, Mara Salvatrucha, gang di origine salvadoregna, tra le più feroci e riconoscibili nell’universo delle pandillas. Il padre di Gianluca sostiene di avere riconosciuto uno degli aggressori: «Era già lì prima che succedesse tutto. L’ho riconosciuto dai tatuaggi, è un capo della MS13». Una testimonianza che dovrà essere riscontrata, ma che gli investigatori non stanno ignorando. Diversi componenti del gruppo, secondo le prime verifiche, sarebbero comunque riconducibili all’area dei Latin Kings, anche attraverso tatuaggi e simboli.
La pista: un’azione dimostrativa
La Squadra mobile e la Polfer stanno lavorando sulle immagini delle videocamere, sui percorsi di fuga, sui telefoni, sui profili dei ragazzi identificati o ricercati. Dopo l’agguato, una parte del gruppo sarebbe salita su un treno diretto a Treviglio per poi scendere alla fermata di Villapizzone. Quando ha visto i lampeggianti della Polfer, la banda si è dispersa.
L’inchiesta è coordinata dal pubblico ministero Elio Ramondini e dalla procuratrice aggiunta Bruna Albertini. La pista è quella di un’aggressione dimostrativa, forse legata al controllo del territorio, forse a un tentativo di espansione. Non una semplice lite degenerata, non una rissa finita male: il quadro, per come emerge dalle prime ricostruzioni, è quello di un’azione di gruppo, rapida, feroce, costruita sulla superiorità numerica e sulla paura.
«Non era in una gang»
Gianluca, invece, viene descritto come un ragazzo lontano da tutto questo. «Era un bravo ragazzo, tranquillo, un gran lavoratore», dicono di lui. Erika, la compagna salvadoregna del padre, racconta di avergli chiesto di non rischiare: «Gli avevo detto di restare a dormire da noi. Gianluca era uno perbene. Non era in una gang. L’unico tatuaggio che aveva sul braccio era il volto della sorella, morta di parto tre anni fa».
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