I “compagni” di Achille Lollo infuriati: volevano “silenziare” la morte dell’assassino di Primavalle

giovedì 5 Agosto 15:05 - di Lucio Meo
achille lollo

I “compagni” di Achille Lollo piangono commossi la sua morte e s’infuriano con chi (uno di loro, tra l’altro) ha divulgato la notizia sul web, notizia poi ripresa dal giornalista Ugo Maria Tassinari, curatore del blog di ricerca e documentazione storica “Fascinazione“. Tassinari, il giorno dopo la notizia della scomparsa dell’assassino di Primavalle, il militante comunista che partecipò alla vigliacca azione contro la famiglia Mattei, viene preso di mira dai redattori della rivista comunista “Contropiano” e accusato di aver esposto la morte del loro amico alle “gazzarre dei fascisti” provocando sofferenze della sua famiglia (quella di Lollo, eh, non quella dei Mattei…) anche in virtù di un curriculum del giornalista, un tempo militante della sinistra ma oggi – a loro avviso – colpevole di dialogare con la destra. Un assist, anzi due, una doppietta di gaffe a disposizione di Tassinari, che ha gioco facile: prima stigmatizza il primato della notizia, elemento logico e quasi naturale di chi svolge la sua stessa professione, poi fa notare come la fonte fosse stata, in realtà, proprio un redattore  della stessa rivista, di cui pubblica lo screen shot, così come sul sito riporta il post di “Contropiano” contro di lui per replicare…

La replica di Tassinari sulla notizia di Achille Lollo

“Che dire? Troppa grazia. Mi corre però l’obbligo di informare la redazione di Contropiano che non sono stato io a rendere nota la notizia. Io mi sono limitato a rilanciarla, ieri pomeriggio, avendola appresa la sera prima, dalla bacheca di un redattore napoletano di Contropiano”. Poi, in uno dei commenti, Tassinari precisa di aver pubblicato la notizia della morte di Lollo dopo averla verificata attraverso una seconda fonte: “Avessi saputo della volontà dei familiari di Lollo ci avrei fatto un pensiero. Ma evidentemente non la conoscevano neanche tutti i redattori di Contropiano…”.

Il rogo di Primavalle, il 16 aprile del 1973

E’ il 16 aprile 1973. Sono le 3.20 di lunedì quando, nel quartiere romano di Primavalle, in via Bernardo di Bibbiena numero 33, lotto 15, scala D, terzo piano, un gruppo di giovani di Potere Operaio lascia davanti alla porta di un appartamento una tanica di benzina con un innesco artigianale. Attivano la miccia e fuggono via. Qualche secondo e poi lo scoppio, potentissimo.

La porta è avvolta dalle fiamme, che nel giro di qualche minuto si estendono a tutta la casa. E’ l’appartamento di un ex netturbino, Mario Mattei, che all’epoca aveva 48 anni, segretario della sezione ‘Giarabub’ del Msi, Movimento sociale italiano, in via Svampa. Ha sei figli: quando si accorge dell’incendio, si getta giù da un balcone. La moglie Anna e i due figli più piccoli, Antonella di 9 anni e Giampaolo di soli 3 anni, riescono a fuggire dalla porta principale quando il fuoco comincia a diffondersi. Lucia di 15 anni grazie al padre si cala nel balconcino del secondo piano e da lì si butta, presa al volo da Mattei già a terra nonostante le ustioni sul corpo. Silvia, 19 anni, si getta dalla veranda della cucina: batte la testa sulla ringhiera del secondo piano, la schiena sul tubo del gas, viene trattenuta per qualche istante dai fili del bucato e quindi finisce sul marciapiede del cortile riportando la frattura di due costole e tre vertebre. Gli altri due figli, Virgilio di 22 anni, militante missino dei Volontari Nazionali, e il fratellino Stefano di 8 anni, invece, non riescono a gettarsi dalla finestra per scampare alle fiamme. Intrappolati, riescono ad affacciarsi e provano a chiedere aiuto. Alcune foto dell’epoca ritraggono Virgilio proprio mentre, completamente annerito e con il volto già devastato dalle fiamme, cerca di gridare aiuto. Muoiono bruciati vivi nel giro di pochi minuti. I vigili del fuoco li trovano carbonizzati e abbracciati vicino alla finestra che non erano riusciti a scavalcare.

Per la strage di Primavalle Achille Lollo, morto ieri a Trevignano Romano, viene condannato con Marino Clavio e Manlio Grillo a 18 anni di reclusione, condanna poi prescritta avendo i tre evitato l’arresto fuggendo all’estero: Clavo e Grillo prima del processo e Lollo dopo il I grado, quando, in attesa dell’appello, viene rilasciato.

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