Una buona battaglia
La cultura di sinistra è ammorbata dal piagnisteo: il bello e l’eroico sono la risposta all’avvilimento
Registi, scrittori, architetti, intellettuali hanno elevato ciò che è deprimente a modello spirituale: è il tratto dominante delle proposta culturale italiana ed europea, ma non rappresenta ciò che siamo davvero
Più di una volta, su queste colonne, il modesto sottoscritto ha parlato della necessità di una battaglia culturale diciamo di destra, e ha lamentato la carenza non di singole individualità ma di organizzazione e lavoro comunitario. Ha pure precisato che il suo non è un tentativo gramsciano, giacché, per chiarire, la sinistra detiene il potere culturale ufficiale al cinema e nelle editrici e ai festival e nei testi di scuola, poi perde lo stesso le elezioni. Al contrario, la destra le vince per molti validissimi motivi tranne uno: che gli elettori abbiano mai visto un film di destra o ascoltato una canzone di destra eccetera, i quali semplicemente non ci sono. Precisato questo, entriamo nell’argomento della cultura pura.
La cultura a sinistra: la depressione come modello spirituale
In Europa e in Italia, la cultura ufficiale è politicamente sinistrorsa non nel senso letterale di programmi politici e sociali, ma come tono e linguaggio, quindi come manifestazione di sentimenti e sensazioni e con la potenza dei luoghi comuni, prima che di formate opinioni. Ed è, diciamolo in termini spicci, una cultura della depressione come modello spirituale. Non dell’angoscia, che fu sempre fonte d’ispirazione della più alta poesia; della depressione nel senso di generico piagnisteo.
Se un visitatore da Marte arrivasse in Europa e leggesse e ascoltasse e vedesse film, libri, canzoni, si farebbe l’idea di essere capitato in un gigantesco Lazzaretto di malati e affamati e morenti, e in ambienti di disperati ed eternamente in lutto, nonché sfruttati e oppressi. Poi si guarda intorno, e vede che, con qualche problema economico collettivo e personale (ma li patiscono sicuramente anche su Marte e nelle altre galassie!), e fatta la tara delle crisi finanziarie ricorrenti (e spesso pilotate più che naturali), eccetera, c’è, sotto l’aspetto materiale, grasso che cola per almeno l’80% degli abitanti d’Europa.
Il 20% di sfortunati c’era anche nel Bengodi e nell’Eldorado. L’esploratore interplanetario tornerebbe dicendo che gli intellettuali piangono e singhiozzano, però non ne hanno motivo, se non per vincere premi letterari e diventare cittadini onorari e farsi lautamente pagare il rimborso spese.
Una cultura per gente in salute
E intanto a scuola si assegnano temi per depressi; e sono depressi i film di registi depressi e che nessuno va a vedere, però beccano ricchi contributi; eccetera. Agli altri, niente; se pensate che io mi riferisca a personali esperienze, ebbene, avete ragione: fu proprio così.
Occorre, a modesto parere di chi scrive, una rivoluzione culturale nel senso di re-volvere, tornare indietro, a una cultura per gente in salute. Intanto, tornare ai classici greci e latini e italiani, e non nel puerile tentativo di “attualizzarli” ma proprio per studiarli e amarli e criticarli per quello che furono; e non furono “attuali” ma eterni, quindi senza riferimento a tempi e luoghi e circostanze.
I classici come antidoto al piagnisteo
I classici hanno cantato gli amori e gli odi, la santità e i peccati, e tutta l’infinita varietà della vicenda umana; e sono classici non per quello che hanno detto ma per come lo hanno detto. Ed è, infatti, ora di smetterla di chiamare poesia ogni mediocre prosa andando a capo a caso, premiata solo perché è piagnisteo.
I classici, detto in generale, sono eroici nel senso letterale; e c’è pure una letteratura della vita quotidiana e del superare le difficoltà: Renzo e Lucia non solo si sposano, ma aprono un filatoio e diventano ricchi. Se a scuola non lo spiegano, la colpa è della scuola e del docente pro tempore e non del Manzoni.
La necessità di ritrovare il bello funzionale
Come si fa a ritrovare poesia e bellezza ed emozioni? Con gli strumenti delle arti, la cui finalità è l’armonia, cioè il bello funzionale. È ora di far notare, con le brutte, all’archistar di turno che i suoi scatoloni non somigliano a chiese; per non dire delle pareti interne bianco ospedale del sacro luogo. A certi registi che cinema vuol dire movimento e non dialoghi da fermi in inglese tradotto in vago italiano. A certi romanzieri che accanto ai poveracci e annoiati ci sono pure i sani e forti e audaci e sognatori e passionali e fortunati e colti ed eroi; eroi i quali, quasi sempre, hanno un destino tragico.
Lo strumento di tutto ciò è l’arte; e, per dire ciò che è di mia competenza, è la lingua italiana, oggi seriamente minacciata da barbarismi prevalentemente americani e non solo; e dalla piattezza stilistica di gente che ne fa un uso artificioso. Questa sarebbe la battaglia; che però ritengo non poter utilmente combattere da solo.