Il filo tra canzoni e libri
Enrico Ruggeri graffia con la penna: in “Personaggi e interpreti” il suo sguardo scomodo su IA, maranza e ferite della storia
Quando un rocker sa maneggiare le parole, la sua penna incide più di una chitarra a tutto volume: è quello che succede con il Ruggeri scrittore, che con questa nuova prova conferma tutte le doti di narratore dei lavori precedenti
C’è un errore in cui si casca spesso, vittima di una certa critica pigra: considerare Enrico Ruggeri soltanto il rocker da palcoscenico o l’autore di ballate entrate nel patrimonio collettivo. È un romanziere vero, e chi ne segue la traiettoria lo sa bene. Dalle tensioni del noir milanese de La brutta estate all’ironia de Il professore nano, passando per l’intimità spietata di 40 vite (senza fermarmi mai) fino all’incubo etico di Un prezzo da pagare.
In “Personaggi e interpreti” il Ruggeri scrittore più potente
Poi c’è Un gioco da ragazzi, un romanzo capolavoro che racconta generazioni intere bruciate dagli anni Settanta, dove nessuno si salva e sono tutti vittime: i servitori dello Stato uccisi, i morti casuali di una strage, un padre che vede i propri figli schierarsi su fronti opposti nelle file di due estremismi che si odiano. E poi la figlia, vera vittima innocente che non ha scelto nessuna barricata e paga per tutti. Una storia che ti resta addosso, scritta senza sconti e senza bisogno di alzare la voce.
Quello stesso Ruggeri torna prepotente in Personaggi e interpreti (La nave di Teseo), e stavolta lo sguardo è piantato dritto su una galleria di storie che mettono a nudo i chiaroscuri di una varia umanità.
“Il sole d’Europa” contro una dittatura algoritmica
Il racconto più forte è Il sole d’Europa. La pagina si apre su una distopia gelida: il potere è delegato a una Grande Anima digitale per estirpare radicalmente qualsiasi ideologia, qualsiasi religione, qualsiasi divisione e qualsiasi cosa che possa far pensare — e dunque provocare anche infelicità —, con il preciso obiettivo di impedire alla storia di tornare indietro di ottant’anni.
Un controllo algoritmico implacabile, mentre sulle ceneri di questo deserto tecnologico resta solo una preghiera nuda e disperata al sole: che torni a scaldare, a fare luce, a far capire quanto dolore ci si è portati dietro.
Un filo rosso che tiene insieme distopia e quotidiano
Il titolo stesso è un manifesto. I “personaggi” siamo noi quando ci blindiamo dietro le convenzioni per nascondere le crepe; gli “interpreti” sono quelli che sgomitano per reggere la scena a ogni costo, aggrappati a un brandello di dignità o a un ricordo da custodire. Gli altri racconti sono lo specchio della stessa vita in cui siamo diventati troppo personaggi e la nostra umanità ne esce pestata. È il filo rosso che tiene insieme la distopia e il quotidiano.
La continuità tra testi e romanzo
Per dare vita a questa galleria, Ruggeri pesca dal proprio repertorio e riapre i cassetti meno battuti di una discografia sterminata, dando alle canzoni un seguito sulla pagina. Le illustrazioni di Remo Rachini fanno da commento visivo, esattamente per come le definisce lo stesso autore.
Si parte da un legame di facciata. Ne Il matrimonio di Maria la cerimonia è la prigione di un compromesso borghese: il protagonista, incastrato in un’unione sterile con un’altra donna, vede svanire il fantasma del suo vero amore e si ritrova a brindare da solo, chiedendosi chi mai alzerà un calice con lui. È la stessa domanda senza scampo che attraversa Speranza: come sarà l’amore, e quanto potrà durare.
Storie di oggi, storie di sempre
Poi si cresce, e il conto arriva subito. La prima sigaretta è un rito di passaggio feroce, dove si spendono attimi preziosi inseguendo un premio che non si vincerà mai. In Il momento della verità l’opportunismo si smaschera senza sconti: finché vinci il finale lo scrivi tu e gli amici ritornano, ma lungo il viaggio in molti spariscono. Una lezione amara sulla vanità del consenso che apre al paradosso ripreso in Diverso dagli altri: fa più paura chi è uguale a tutti, mentre ognuno si sente ordinario fuori e unico dentro, con un’anima che nessuno saprà vedere. L’altra faccia del personaggio che si nasconde dietro la convenzione.
Il finale ha il passo di una marcia verso il congedo. In I ragazzi che volano via riaffiora lo spaccato dell’Italia di oggi: i maranza che rubano ai ricchi, ragazzi senza direzione che si prendono con la forza quello che la società non ha dato loro.
Ruggeri non li assolve e non li condanna: li guarda come una generazione in bilico che porta una croce, ha smesso di alzare la voce e cerca un angolo di pace. Restano interi, ma sentono ancora la bugia di un mondo che li ha lasciati indietro. Il “gioco da ragazzi” degli anni Settanta ha cambiato scena e costumi, ma il copione non è molto diverso.
In Chi l’ha visto? l’abbandono diventa un urlo secco, una fuga senza meta che si chiude con un addio. In Sipario ci si muove tra le quinte della finzione e lo smarrimento dell’identità: ci nascondiamo dietro una tela e non sappiamo più chi siamo.
La penna graffiante del rocker
Il cerchio si chiude in modo spiazzante con La giostra della memoria, che ha per protagonista un angelo: un osservatore celeste che ha attraversato le epoche e prende la parola per raccontare le nostre crepe, spalancando lo sguardo su un’Italia dilaniata dalla guerra civile, insanguinata dalle violenze partigiane e segnata da ferite che nessuna narrazione di parte ha mai davvero rimarginato.
È attraverso la sua voce che la vita si svuota di ogni smania di grandezza, liberandoci dal peso folle di dover lasciare un segno a tutti i costi. Si può vivere, e persino spegnersi serenamente nella grazia di un’esistenza qualunque, senza aver mai fatto rumore, senza aver mai occupato il centro della scena, ritrovandosi alla fine a fare i conti con l’epitaffio più vero e disarmante della nostra fragilità: “La vita è passata e non me ne sono accorto”.
Nessuna retorica consolatoria. Ruggeri scrive con il distacco di chi conosce i retroscena del teatro umano e ci mette davanti a una domanda scomoda: se deleghiamo alle macchine perfino ciò che è giusto, cosa resta di noi quando cala il sipario? Quando un rocker sa maneggiare le parole, la sua penna graffia più di una chitarra a tutto volume.