Un voto gattopardesco
Il nuovo Csm: le poltrone cambiano, le logiche politiche restano. Il “parlamento” delle toghe è servito
Correnti, equilibri e rapporti di forza sono stati ancora una volta il fulcro delle elezioni a Palazzo Bachelet: la rappresentazione plastica di come il no al referendum sia servito a mantenere lo status quo
E così, il primo Csm dopo la crociata dell’Associazione Nazionale Magistrati in difesa della Costituzione e dell’indipendenza della magistratura, incredibilmente, finisce in mano alla sinistra: il fronte progressista, composto da Area, Magistratura democratica e dalla rete Autogoverno diffuso, conquista undici dei venti seggi riservati ai magistrati.
La composizione del nuovo Csm
Area porta a casa sette consiglieri, Magistratura democratica quattro. Unità per la Costituzione mantiene quattro rappresentanti, mentre Magistratura indipendente, tradizionalmente collocata nell’area moderata, crolla da sette a quattro. Completa il quadro il ritorno di Cosimo Ferri, al centro della vicenda dell’Hotel Champagne che provoco il terremoto del eletto da indipendente.
Insomma, dopo il referendum che ha messo il potere giudiziario al riparo dalle temibili influenze della politica, le urne ci hanno consegnato un organo di autogoverno che assomiglia sempre di più a un Parlamento delle toghe. Sono 8.507, circa il 90% degli aventi diritto, i giudici e i pubblici ministeri che hanno votato per scegliere i componenti del Csm.
I video della campagna elettorale
Un esercizio di democrazia straordinario preceduto da una intensissima campagna elettorale che, per adeguarsi ai tempi, si è svolta anche sul web, con interessantissimi video spot in cui ciascun candidato, gloriandosi della straordinaria fiducia di cui la magistratura gode presso i cittadini, testimoniata dal risultato referendario, ha enucleato i punti del proprio programma.
Non meno interessanti i video dei colleghi a sostegno del singolo candidato. Tra di loro, molti magistrati in posizione apicale, che hanno caldeggiato la candidatura di questo o quel candidato, senza che alcuno abbia posto il tema del condizionamento di tali prese di posizione sui magistrati più giovani, sottoposti al loro scrutinio preliminare in sede di valutazione professionale.
La solita logica: correnti, equilibri e rapporti di forza
Per mesi ci hanno spiegato che la riforma della giustizia avrebbe messo a repentaglio l’indipendenza della magistratura e che il sorteggio avrebbe compromesso l’autonomia delle toghe nonché l’intero impianto costituzionale della Repubblica e che, proprio per evitare odiose ingerenze della politica nell’amministrazione della giustizia, era fondamentale votare no.
Eppure, quando si sono aperte le urne, come per incanto, abbiamo ritrovato la solita geografia politica: progressisti, moderati, conservatori, correnti, equilibri e rapporti di forza. Insomma, a Palazzo Bachelet cambia la distribuzione delle poltrone, non la logica che governa la loro conquista.
La dimostrazione plastica delle logiche politiche in seno al Csm
E se qualcuno cercava una dimostrazione plastica di quanto la vita del Csm sia attraversata da dinamiche politiche, queste elezioni hanno provveduto a offrirla senza bisogno di ulteriori approfondimenti. La sinistra giudiziaria festeggia. E ne ha ben donde, almeno dal punto di vista dei numeri. Un successo frutto della mobilitazione senza precedenti contro la riforma della giustizia e pazienza se per preservare lo status quo i soggetti incaricati di amministrare la politica in nome del popolo italiano hanno dovuto spargere qualche piccola menzogna, qui e lì. Il fine era così nobile che ogni mezzo si è rivelato accettabile.
Un “parlamento” delle toghe
Ora, il problema non è che abbia vinto Area o che abbia perso Magistratura indipendente. Il problema è che la competizione si sia svolta secondo le solite logiche, dentro un sistema nel quale le correnti continuano a essere il principale riferimento per la costruzione del consenso, la selezione delle candidature e la distribuzione del potere.
Il Csm non è formalmente un Parlamento, i suoi componenti non sono chiamati a rappresentare elettorati politici e le decisioni non dovrebbero essere il risultato di maggioranze ideologiche. Eppure, a ogni rinnovo, la cronaca ci restituisce un racconto che sembra preso in prestito dalle elezioni politiche: chi ha vinto, chi ha perso, chi ha conquistato la maggioranza, chi sarà l’ago della bilancia, chi potrà ambire alla vicepresidenza.
L’occasione persa del sorteggio
Persino la sconfitta di Magistratura indipendente racconta molto più di una semplice flessione elettorale. Le divisioni interne, la candidatura autonoma di Ferri, le tensioni successive alle dimissioni di Claudio Galoppi e la dispersione dei voti hanno finito per favorire proprio gli avversari. Una vicenda che dimostra quanto le dinamiche correntizie possano condizionare il risultato complessivo, ben oltre il merito delle singole candidature.
E qui torna inevitabilmente il tema del sorteggio, per una ragione molto semplice: sottrarre la selezione dei componenti togati alla competizione organizzata dalle correnti, interrompere il circuito attraverso il quale le appartenenze associative diventano strumenti di costruzione del consenso e, soprattutto, impedire che l’organo di autogoverno continui a essere percepito come il luogo nel quale si consumano le trattative tra gruppi organizzati era un risultato realizzabile, almeno in questo contesto storico, solo attraverso il sorteggio.
Un tema che riguarda i cittadini
E poiché la questione riguarda il modo in cui vengono assunte decisioni decisive per la carriera dei magistrati, per gli incarichi direttivi, per gli uffici giudiziari più importanti del Paese, riguarda indirettamente anche la legittima aspettativa dei cittadini di avere una giustizia che abbia tra i suoi esponenti apicali i più competenti e non quelli che sanno districarsi meglio tra le maglie del correntismo.
Mentre si attende che il Parlamento in seduta comune designi i suoi consiglieri – la partita si è aperta con una fumata nera – un solo dato appare certo: le correnti sono più vive e attive che mai e lottano strenuamente per la propria sopravvivenza. Con buona pace di tutti i proclami sulla politica fuori dalla magistratura.