Il vizio di delegittimare
La democrazia non si eredita, si impara: la lezione che la sinistra fa fatica ad apprendere
La Costituzione non è una bandiera di parte ma certa politica, certi sindacati, una parte della magistratura sembrano dimenticarlo. Senza pedagogia istituzionale, il confronto degenera in una guerra permanente
Una democrazia non si misura soltanto dalla regolarità delle elezioni o dall’alternanza al governo. Si misura anche dalla capacità di riconoscere la legittimità dell’avversario, di rispettarne il mandato e di giudicarne le scelte senza trasformare ogni dissenso in una delegittimazione. Il conflitto è fisiologico e necessario; diventa pericoloso quando non riguarda più ciò che una maggioranza propone, ma il diritto stesso di quella maggioranza a governare.
Il vizio della delegittimazione
La politica italiana conosce da sempre questa difficoltà. La delegittimazione reciproca ha attraversato schieramenti e stagioni diverse, alimentata da una storia di contrapposizioni ideologiche mai del tutto ricomposte. Sarebbe dunque sbagliato attribuirla a una sola parte. È tuttavia difficile non osservare come oggi essa assuma forme particolarmente accentuate in una parte della sinistra quando si trova all’opposizione del centrodestra: il rifiuto delle proposte avversarie precede talvolta la discussione sul loro contenuto, mentre il confronto viene ricondotto a una contrapposizione morale tra chi si ritiene depositario dei valori democratici e chi viene considerato, per definizione, una minaccia.
Un’impostazione che impoverisce la democrazia
Una simile impostazione impoverisce la democrazia. La responsabilità istituzionale impone di riconoscere le regole comuni e la legittimità di chi ha ricevuto il mandato elettorale. La responsabilità politica, invece, consiste nel contestare le scelte del governo, motivare il dissenso e presentare alternative credibili. Confondere i due piani significa trasformare l’opposizione in una permanente contestazione della legittimità altrui, anziché in un esercizio necessario di controllo e proposta.
Quando il principio cede alla convenienza politica
La vicenda della separazione delle carriere nella magistratura, nell’ambito della recente consultazione referendaria, offre un esempio significativo. Nel 2019 Maurizio Martina, nella propria mozione congressuale per il Partito democratico, definiva il tema «ineludibile» per garantire un giudice terzo e imparziale. Non si trattava, dunque, di un principio estraneo alla cultura riformatrice della sinistra.
Anche la Commissione bicamerale presieduta da Massimo D’Alema, nel 1997, aveva affrontato la distinzione tra funzioni giudicanti e requirenti, prevedendo percorsi di passaggio più rigorosi e due sezioni distinte del Consiglio superiore della magistratura. Quel progetto non coincideva con la riforma successivamente promossa dal centrodestra, né introduceva una separazione piena in ogni suo aspetto. Dimostrava, però, che una diversa organizzazione delle funzioni era stata considerata compatibile con le garanzie costituzionali.
Il caso del referendum
È proprio questa distinzione a rendere necessario un confronto serio. Ogni riforma va giudicata nel merito, tanto quella proposta da una maggioranza quanto quella che potrebbe essere elaborata dall’opposizione. Ma se un principio è stato sostenuto in precedenza come coerente con la terzietà del giudice, non può essere presentato, senza un’argomentazione adeguata, come una minaccia all’indipendenza della magistratura soltanto perché viene riproposto da un avversario politico.
Alcuni esponenti provenienti dalla sinistra hanno mantenuto le proprie convinzioni e sostenuto la riforma anche in dissenso dal proprio schieramento. La loro posizione dimostra che il confronto sui principi non era impossibile. Il fatto che non si sia tradotto in un orientamento condiviso del partito segnala, piuttosto, il peso assunto dalla contrapposizione politica. Cambiare idea è legittimo; abbandonare un principio senza spiegare adeguatamente perché lo si giudichi improvvisamente inaccettabile è un’altra cosa.
Il confine tra controllo giuridico e pregiudizio ideologico
La vicenda dei centri per migranti in Albania solleva una questione altrettanto delicata, ma distinta da quella della separazione delle carriere. Il governo, forte di un mandato elettorale esplicito sul contrasto all’immigrazione illegale, ha scelto di istituire strutture destinate alla valutazione delle posizioni dei migranti, con l’obiettivo di distinguere chi avesse titolo a entrare regolarmente in Italia da chi dovesse essere rimpatriato.
Il caso Albania
Una scelta politica legittima, purché attuata nel rispetto delle norme costituzionali ed europee, sulla quale il controllo dei giudici era naturalmente doveroso. Il problema nasce quando il dissenso non sembra esaurirsi nella verifica della legittimità degli atti, ma si intreccia con una contrarietà ideologica all’indirizzo politico del governo e alle sue politiche migratorie.
Le convinzioni personali non possono essere cancellate, ma neppure devono diventare un filtro pregiudiziale nell’esercizio di una funzione istituzionale. Il giudice deve applicare la legge, non contrastare un programma politico perché non lo condivide. Il controllo di legalità è una garanzia irrinunciabile; la sostituzione del giudizio giuridico con una pregiudiziale ideologica, ove dimostrata, sarebbe invece una distorsione della funzione giudiziaria.
Non si tratta di presumere che ogni decisione contraria al governo sia politicamente motivata, né di sottrarre i provvedimenti giudiziari alla critica. Si tratta di interrogarsi sulle garanzie che impediscono alle convinzioni personali di condizionare l’esercizio di un potere pubblico. Quali garanzie abbiamo che il giudizio giuridico resti distinto dall’avversione ideologica verso l’indirizzo politico sottoposto a controllo?
La Costituzione come patrimonio comune
Il problema non riguarda soltanto singole riforme o controversie istituzionali ma investe il modo in cui la Costituzione viene interpretata e vissuta nella cultura politica italiana. Troppo spesso essa è evocata come una bandiera identitaria, agitata contro l’avversario, anziché riconosciuta come il quadro comune entro cui maggioranza e opposizione devono confrontarsi.
La Costituzione non elimina il conflitto, ma lo disciplina. Non attribuisce a una parte il monopolio della democrazia e non sottrae le decisioni politiche al confronto. Stabilisce diritti, doveri, equilibri e garanzie che valgono per tutti, proprio perché nessuno possa trasformare la propria temporanea maggioranza in un potere illimitato o la propria sconfitta elettorale in una ragione per sottrarsi alle regole.
Anche il dissenso dei sindacati nei confronti della manovra economica è parte legittima del confronto democratico. La critica sindacale può essere severa e può tradursi nella mobilitazione. La sua credibilità, tuttavia, dipende dalla concretezza delle obiezioni e dalla capacità di confrontarsi con le misure effettivamente proposte. Il dissenso è tanto più autorevole quanto meno appare una risposta automatica, spesso solo di piazza, alla provenienza politica di chi governa.
La democrazia si impara
La qualità delle istituzioni dipende anche dalla cultura civile della società che le esprime. La classe politica non nasce nel vuoto: riflette, almeno in parte, gli atteggiamenti, le aspettative e le contrapposizioni presenti nella comunità. Per questo non basta invocare il rispetto delle regole quando il conflitto pubblico premia sistematicamente la delegittimazione e la demonizzazione dell’avversario.
Qui emerge una carenza educativa che riguarda l’intera società. L’educazione civica non è mai stata del tutto assente dalla scuola italiana: introdotta nel 1958, è stata successivamente riformulata, fino alla legge del 2019. Il problema è stato piuttosto quello della discontinuità e della difficoltà di farne una componente stabile della formazione, capace di collegare la conoscenza delle istituzioni alla pratica quotidiana della cittadinanza.
La responsabilità non appartiene soltanto alla scuola. Famiglie, partiti, mezzi d’informazione e luoghi di formazione della società civile concorrono a trasmettere una cultura democratica. Questi soggetti, però, non hanno sempre supplito alle carenze dell’educazione istituzionale; talvolta hanno contribuito ad alimentare polarizzazioni, semplificazioni e contrapposizioni identitarie. Non si può pretendere che i cittadini riconoscano la legittimità del dissenso se il discorso pubblico insegna loro a considerare ogni avversario un nemico da sconfiggere moralmente.
Il dopoguerra e la lezione delle istituzioni
L’esperienza della nascita della Repubblica offre una lezione importante, purché non venga idealizzata. Nel dopoguerra, culture politiche profondamente antagoniste concorsero alla costruzione di un ordinamento costituzionale comune. Le divisioni non scomparvero, le tensioni furono spesso aspre e la violenza politica non cessò improvvisamente. Eppure, fu possibile individuare un terreno istituzionale condiviso, sul quale forze diverse potessero confrontarsi senza dover rinunciare alle proprie identità.
Anche l’attuazione delle garanzie costituzionali fu tutt’altro che immediata. La Corte costituzionale, prevista dalla Carta del 1948, iniziò effettivamente a operare nel 1956. Quel ritardo ricorda che i principi, da soli, non bastano: devono tradursi in istituzioni funzionanti, procedure rispettate e una cultura capace di riconoscerne il valore.
Una questione di cultura civile
La lezione è ancora attuale. La democrazia non richiede che maggioranza e opposizione condividano le stesse idee, ma che accettino di misurarsi entro regole comuni. Non impone di rinunciare alla critica, bensì di esercitarla senza negare all’avversario il diritto di avanzare proposte, ottenere consenso e governare. È questa la differenza tra un conflitto politico intenso e una contrapposizione che finisce per logorare le istituzioni e, soprattutto, allontana i cittadini dalla partecipazione attiva alla vita politica.
La Costituzione non appartiene a una parte, così come la democrazia non può essere considerata una conquista acquisita una volta per tutte. La sua maturità non si misura dalla capacità di eliminare il conflitto, ma da quella di sostenerlo senza negare la legittimità dell’avversario. Perché la democrazia, prima ancora di essere un sistema di regole, è una cultura civile: non si eredita, si impara.