L'intervista
«Il modo in cui immaginiamo il mondo condiziona il comportamento: va coltivata la predisposizione al bene». Parla Corgnati
Il libro "Niente male" mette in discussione l’idea che l’uomo sia egoista e malvagio per natura e mette in guardia dalla sovraesposizione a questa rappresentazione. Ne abbiamo parlato con l'autore
Nel Signore delle mosche di William Golding, un gruppo di ragazzi naufragati su un’isola, senza adulti, finisce per precipitare nella violenza. La vicenda reale dei sei adolescenti di Tonga naufragati sull’isola di ’Ata, raccontata dal life e career Coach Fabrizio Corgnati in Niente male, ha un esito opposto: i ragazzi si organizzarono e collaborarono per sopravvivere. Da questo contrasto prende avvio una riflessione sulla natura umana, sulla nostra predisposizione al bene e sul modo in cui le storie che scegliamo di raccontare influenzano la percezione del mondo.
Lei apre il libro raccontando il massacro del Circeo e il gesto coraggioso di un bambino, Davyon Johnson. Perché ha scelto di mettere vicine queste due storie?
«Volevo mostrare i due volti del possibile comportamento umano. Da una parte uno degli atti criminali più terrificanti della storia italiana; dall’altra un gesto di eroismo straordinario e inaspettato, compiuto da uno studente delle scuole medie. Davyon è anche il bambino raffigurato in copertina: con l’editore abbiamo scelto quell’illustrazione proprio per richiamare la sua storia. Il suo gesto rappresenta l’essenza buona della natura umana».
Nel libro sostiene che l’essere umano è predisposto al bene. Che cosa significa esattamente?
«Siamo sommersi ogni giorno da una quantità enorme di informazioni, e la maggior parte riguarda morti, guerre, truffe e violenze. Se vediamo questi comportamenti sovrarappresentati dai media, rischiamo di convincerci che l’uomo sia cattivo e che esistano soltanto azioni negative. Ma quella è una parte della realtà, ingrandita dai riflettori. In ogni momento sono molte di più le persone che si amano rispetto a quelle che si uccidono: altrimenti ci saremmo estinti da tempo. E il modo in cui immaginiamo il mondo condiziona anche il nostro comportamento. La predisposizione al bene si manifesta fin da piccoli: alcuni studi mostrano che persino i bambini molto piccoli preferiscono osservare scene in cui i personaggi si aiutano. È un germe spontaneo, che va coltivato e nutrito».
La sua tesi si basa quindi su studi di psicologia, neuroscienze, antropologia e storia. Quali sono le prove più solide a suo favore?
«Una prova importante viene dall’andamento della violenza nel corso della storia. Da sempre si ripete che i valori sono in declino e che un tempo si stava meglio. Ma, se l’umanità peggiorasse moralmente di generazione in generazione, dovremmo aspettarci un aumento costante dei crimini. Le stime storiche che richiamo nel libro mostrano invece una diminuzione delle morti violente: nella preistoria si arrivava al 40-50 per cento, nel Medioevo a circa il 30 per cento, nel Novecento a circa l’1 per cento; oggi la quota è ancora inferiore. Questo non significa che siamo perfetti: commettiamo errori e incontriamo il male. Ma nel tempo abbiamo migliorato la nostra capacità di mettere in pratica la predisposizione al bene».
Nel libro si affrontano temi complessi. A un certo punto mette in discussione l’idea che il carcere e l’inasprimento delle pene siano sempre la risposta giusta ai reati.
«Non è soltanto una mia opinione: gli studi condotti in diversi Paesi non hanno riscontrato una correlazione diretta tra l’aumento delle pene e la diminuzione dei reati. Chi commette un crimine spesso conta di farla franca, quindi la minaccia di una pena più alta ha un effetto deterrente limitato. Questo non significa che le persone pericolose debbano essere lasciate libere. Il carcere va mantenuto per chi rappresenta un rischio concreto per gli altri, ma non dovrebbe essere l’unica risposta. Negli altri casi occorre valutare la persona e favorire, quando possibile, percorsi di lavoro, formazione e reinserimento. L’obiettivo è restituire alla società una persona che non torni a commettere reati e possa dare un contributo positivo. Questa, per me, è la vittoria della giustizia».
Dedica un capitolo al perdono, chiarendo che non significa cancellare il reato né rinunciare alla giustizia. Come si evita che diventi una richiesta ingiusta rivolta alla vittima?
«Il perdono non può essere preteso. Ogni vittima ha il proprio modo di reagire a ciò che ha subito, anche con rabbia e odio, e la sua reazione va ascoltata e rispettata. Perdonare non significa condonare il reato o far finta che non sia successo nulla. Può aiutare la vittima a dare un senso al dolore e ad andare avanti: è un percorso che fa bene prima di tutto a lei, non al colpevole. Per una possibile riconciliazione, il colpevole deve riconoscere quello che ha fatto, pentirsi, chiedere scusa e impegnarsi a cambiare. Non sempre un incontro è possibile, e comunque non va imposto. La giustizia riparativa prova a ricostruire i legami e ad alleviare la sofferenza, invece di puntare soltanto sulla vendetta».
La conclusione affronta le divisioni tra gruppi e la contrapposizione politica. Come si può cercare il dialogo con chi sostiene idee che consideriamo sbagliate senza scivolare nel relativismo o rinunciare ai propri principi?
«Apertura mentale non significa relativismo e non significa dover cambiare idea. Significa ascoltare l’altro e cercare di capire come è arrivato a sostenere una certa posizione. Spesso entrambe le parti sono convinte di agire per il bene, ma divergono sui mezzi o su ciò che considerano bene. Sui social e nei talk show, invece, ci si parla addosso, ci si insulta e si ascolta poco. Se partiamo dal presupposto che l’altro sia necessariamente un idiota, un cattivo o una persona in malafede, interrompiamo il dialogo e alimentiamo il conflitto. Possiamo non condividere le sue idee e, allo stesso tempo, provare a comprenderne le ragioni. È già un passo avanti».