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La nuova religione dell’indignazione: quando il moralismo diventa autoritarismo
"Ipermoralità" del giornalista e filosofo Alexander Grau è un piccolo manuale di sopravvivenza e libertà per non farsi schiacciare dalla repressione della "tolleranza di parte"
La malattia procede da tempo e sta devastando il corpo. Mancava, tuttavia, il medico capace di formularne la diagnosi: circoscrivere il male, individuarne le origini, comprendere i meccanismi attraverso i quali si è propagato. E, da qui, provare a fare il possibile per salvare il salvabile. Perché, diciamolo sin da subito, la situazione è disperata e si alimenta di disperazione. Ipermoralità. Il nuovo piacere dell’indignazione (Liberlibri) del giornalista e filosofo tedesco Alexander Grau ci spiega come stanno esattamente le cose. Ci offre una chiave di lettura per comprendere perché la cappa che sterilizza ogni dibattito pubblico sia diventata sempre più fitta e pervasiva.
Una “Ipermoralità” che deforma ogni riflessione
Inutile girarci attorno: il problema c’è, anche se si fa fatica ad accorgersene. Non c’è tema che non sia ridotto a un’aspra contesa tra buoni e cattivi, nella quale chi argomenta senza lasciarsi condizionare dalle emozioni, provando a ricondurre con razionalità ogni fenomeno alla sua fonte, è additato come nemico.
Tutto ciò, in tempi di guerra, potrebbe avere una logica quasi necessaria. Lo sappiamo. Il problema è che tale dispositivo incide e deforma ogni altra riflessione, lasciando spazio a semplificazioni che fanno il paio con un neo-casuismo degno delle più claustrofobiche derive della cultura occidentale, utile a stabilire cosa si può fare e cosa non si può, cosa dire e cosa no. Il tutto, ovviamente, sullo sfondo di un’epoca che ha rigettato religioni e ideologie per dare spago soltanto alle narrazioni fondate sull’io.
La prassi dell’indignazione
In questo contesto, i nuovi media, che presuppongono e incoraggiano la dimensione dell’individualità, hanno avuto e hanno un peso notevole. «È considerato morale ciò che, sulla base di considerazioni morali, è ritenuto morale». Tutto il resto non ha diritto di cittadinanza. Vale soltanto la prassi dell’indignazione, da attivare in ogni situazione. Da spingere sempre, come avviene in determinate pratiche riconducibili alla cultura woke. E da imporre a chiunque.
L’indignazione diventa così una disposizione permanente, una sorta di obbligo alla partecipazione emotiva, che non ammette distanze né neutralità. In un gioco esasperato nel quale le emozioni devono essere sollecitate costantemente, facendo leva anche su episodi e drammi lontanissimi da noi, si determinano condizioni permanenti di stress, entro le quali ogni cittadino è chiamato a farsi carico moralmente di qualsiasi disgrazia accada sul pianeta e a soffrirne.
La complessità dei problemi svilita dal moralismo
Politica, economia, ambiente, immigrazione, linguaggio, condotte individuali: nulla può sfuggire al foro interiore, convocato in seduta permanente e al quale nessuno può sottrarsi. Oltre l’indignazione, non esiste altra categoria per giudicare e decidere ciò che è bene e ciò che è male.
La complessità dei problemi viene così sacrificata sull’altare della mobilitazione emotiva e svilita. La postura successiva è il catastrofismo, che annulla ogni sfumatura critica e richiama immediatamente il tema della sopravvivenza o meno del genere umano. Se ogni questione è ricondotta a una minaccia esistenziale, è chiaro che al dissenso non restano spazi di manovra e che questo rischia di essere interpretato come una forma di complicità con il pericolo. Un tema che, così posto, non lascia spazio ad alternative plausibili, al ragionamento e al buon senso.
Un manuale di sopravvivenza e libertà
Grau ci consegna un libello da incorniciare. Un piccolo manuale di sopravvivenza e di libertà. Perché la posta in gioco è proprio quella, anche se si fa fatica a crederlo, dal momento che siamo portati a ritenere la nostra epoca – grazie all’Illuminismo e allo sviluppo tecnologico – immune dalle incrostazioni che in passato hanno orientato l’agire umano. Invece, no: le cose stanno diversamente. L’ipermoralità, nel suo essere una religione senza Dio, ha i suoi dogmi, i suoi sacerdoti, i suoi peccati e soprattutto i suoi eretici. E ha i suoi strumenti di controllo.
La logica della “tolleranza di parte”
Le conclusioni sono tutt’altro che rassicuranti. «Le società pluralistiche, infatti, non sono capaci di pluralismo. Riescono a reggersi solo se un moralismo unificante livella il pluralismo in nome di norme superiori. Per rimanere variegata, la società variegata deve diventare incolore», scrive Grau. «La diversità – spiega – diventa un’ideologia dell’uniformità. Si è aperti a tutto, tranne che a coloro che non vogliono essere aperti. La tolleranza viene imposta. Chi ritiene che tutto ciò vada troppo oltre viene emarginato dalla società civile. Da questa logica della “tolleranza di parte” non c’è via di fuga. Perché la tolleranza che, in nome dell’emancipazione dell’individuo, diventa repressiva, diventa tolleranza totale».
Un nuovo autoritarismo
Grau evoca apertamente l’immagine di un nuovo autoritarismo immanente alle società attuali, nelle quali l’emancipazione individualistica è diventata un dogma. Un’accusa pesante. Anzi, inquietante, perché si traduce in un obbligo asfissiante dal quale è impossibile sottrarsi: «La ricerca dell’autorealizzazione – scrive – si trasforma nel diktat dell’apertura. E dalla liberazione dalle concezioni tradizionali nasce la prigionia nello spirito del tempo».