Il Campo surreale
Guerra totale tra i “centrini”, pochi voti, troppe prime donne. Dividersi in nome dell’unità è la specialità del centrosinistra
Più che un centro politico, un campo di battaglia. Pochi voti, tante sigle, troppi leader e una quantità industriale di litigi. Nel grande arcipelago dei partitini centristi, che aspirano a diventare l’ago della bilancia del centrosinistra, volano gli stracci. Tra scissioni annunciate, congressi contestati, ricorsi in tribunale e guerre personali, il cosiddetto mondo riformista offre uno spettacolo tutt’altro che edificante. Tutti invocano l’unità, purché a comandare siano loro. Tutti predicano il dialogo, ma nessuno sembra disposto a fare un passo indietro.
Il paradosso è che più si restringe il peso elettorale delle singole formazioni, più si allarga il fronte delle divisioni. Da Luigi Marattin ad Andrea Marcucci, da Riccardo Magi a Benedetto Della Vedova, fino ad Alessandro Onorato e Matteo Renzi, la geografia del centro è diventata un labirinto di alleanze possibili, veti incrociati e rivalità personali. Con il paradosso che, mentre Conte, Schlein Bonelli, Fratoianni hanno decretato un timing possibile con le primarie entro febbraio ed entro questo mese il programmo, la gamba centrista va per la tangente, impegnata soprattutto a sfidarsi tra loro.
Onorato, il caso che agita il Pd: assessore di Gualtieri ma possibile sfidante di Schlein
Una puntata della telenovela vede il caso di Alessandro Onorato. Assessore ai Grandi Eventi della giunta Gualtieri e fondatore di Progetto Civico Italia, è in piena fibrillazione, destabilizzante per gli equilibri del centrosinistra, sponda Pd. Onorato non esclude di candidarsi alle primarie della coalizione, anche in competizione con Elly Schlein. La sua presa di posizione ha alimentato tensioni nel partito, anche per la vicinanza politica che gli viene attribuita con Giuseppe Conte. Secondo le indiscrezioni di questi giorni, Roberto Gualtieri potrebbe chiedergli di lasciare la giunta capitolina in caso di candidatura. Onorato ieri tramite agenzie ha smentito, assicurando di avere un rapporto «solidissimo» con il sindaco. Anzi, non vede alcuna incompatibilità – dichiara- tra il suo incarico in Campidoglio e un’eventuale sfida alla segretaria del partito del primo cittadino. Sia Libero, sia Repubblica, che lo ha intervistato, danno conto di questa “busillis” che riguarda le alleanze centriste. Onorato si dice favorevole a una lista unica, ma pone una condizione precisa: niente confluenza in Casa Riformista di Renzi. Serve un soggetto nuovo o una federazione paritetica.
E invita i leader a sedersi direttamente al tavolo, senza mandare «sherpa». Tradotto: vuole parlare con Renzi in persona. Anche qui, dunque, l’appello all’unità arriva accompagnato da condizioni, distinguo e paletti. E la possibile candidatura di Onorato rischia di aggiungere un ulteriore elemento di tensione alla già complicata partita delle primarie.
Liberaldemocratici, Marattin e Marcucci ai ferri corti: la scissione è dietro l’angolo
Un’altra puntata della telenovela arriva dal Partito Liberaldemocratico, fondato da Luigi Marattin, già passato dal Pd a Italia Viva. Anche qui è scoppiata una guerra sulla collocazione politica. La direzione nazionale si è conclusa con 26 voti a favore della linea del segretario, 21 contrari e due astensioni. Una maggioranza risicata che fotografa un partito praticamente spaccato a metà. Il nodo è quello delle alleanze. Marattin guarda con interesse a un’interlocuzione con Forza Italia e con il centrodestra; mentre il presidente Andrea Marcucci preferisce mantenere una posizione autonoma dai due schieramenti, cercando possibili convergenze con Carlo Calenda e Pina Picierno. Marattin ha rivendicato sui social la legittimità della propria linea, ricordando il sostegno ricevuto da 14 segretari regionali su 18 e da 48 provinciali su 75. Ma la conta interna potrebbe non bastare a ricomporre la frattura. Sullo sfondo si profila un’assemblea nazionale che rischia di trasformarsi nell’atto finale di una nuova scissione. Un altro partito che potrebbe dividersi prima ancora di essere riuscito a crescere.
+Europa, la guerra dei congressi finisce in tribunale
Se i Liberaldemocratici litigano sulle alleanze, in +Europa lo scontro ha già assunto i contorni di una battaglia legale. Da una parte Riccardo Magi, contrario a confluire in Casa Riformista di Matteo Renzi e più interessato a esplorare altre aggregazioni civiche. Dall’altra Benedetto Della Vedova, favorevole a un’intesa con la formazione renziana per dare maggiore consistenza all’area centrista. Il risultato? Un congresso contestato, accuse reciproche e un ricorso per chiederne l’annullamento. Insomma, mentre si discute di come costruire un grande soggetto liberale e riformista, si finisce davanti ai giudici per stabilire chi abbia il diritto di convocare un congresso. L’unità dei moderati, per il momento, può attendere. Prima bisogna risolvere la guerra tra i moderati.
Anche i Radicali esplodono: dimissioni e accuse di gestione personale
Come se non bastasse, il terremoto di +Europa ha investito anche Radicali Italiani. Il segretario Filippo Blengino ha annunciato le dimissioni, lanciando accuse pesantissime contro il presidente Matteo Hallissey, che ricopre anche la presidenza di +Europa. Blengino ha denunciato una presunta «degenerazione politica» e «gravi irregolarità», accusando Hallissey di voler imporre una «concezione proprietaria del partito», nella quale la fedeltà personale conterebbe più delle competenze e delle regole statutarie. Non solo. Secondo l’ex segretario, Radicali Italiani rischierebbe di essere trasformato in uno «strumento di guerra interna a +Europa», al servizio di ambizioni personali. Accuse che restano naturalmente attribuite a chi le ha formulate, ma che restituiscono la temperatura dello scontro. In un’area politica che rivendica legalità, diritti e democrazia interna, la battaglia per le poltrone e gli equilibri di potere sembra aver preso il sopravvento sul confronto politico.
Tutti vogliono unire il centro. Purché il capo sia quello giusto
Il quadro complessivo ha qualcosa di surreale. C’è chi vuole andare con Renzi e chi considera Renzi un ostacolo. Chi guarda a Calenda, chi a Conte, chi al Pd e chi addirittura al centrodestra. Chi vuole un partito unico, chi una federazione, chi una lista civica e chi pretende di conservare la propria autonomia. Il tutto mentre si moltiplicano congressi, direzioni, assemblee e trattative che sembrano produrre soprattutto nuove divisioni. La domanda, a questo punto, è inevitabile: come può un’area politica proporsi di governare il Paese se fatica persino a governare le proprie riunioni di partito? Il centrosinistra sogna di allargare il campo per diventare competitivo. Ma nel suo universo centrista, anziché costruire ponti, si alzano barricate. E mentre tutti si proclamano indispensabili alla futura coalizione, nessuno sembra disposto a rinunciare a un centimetro di protagonismo. Alla fine, il rischio è che il grande centro riformista rimanga soprattutto una grande somma di piccoli personalismi. Tante ambizioni, poche certezze e una sola vera specialità: dividersi in nome dell’unità.