Crisi industriale e valoriale
Bare cinesi a prezzi stracciati, il Made in China rischia di seppellirci. L’imprenditore denuncia “il bluff”: concorrenza sleale e regole aggirate
Dalle presunte triangolazioni doganali ai cofani mortuari montati come mobili "Ikea": l'allarme di Paolo Imeri. Una battaglia industriale, legale e culturale a tutela della nostra produzione artigianale e della dignità dell'ultimo addio
Via via che passano le informazioni e si aggiornano dati e allarme politico, il business delle bare cinesi low cost assume sempre più contorni da incubo, e non solo per contesto affettivo a cui rimanda. Ma, soprattutto, perché la profonda crisi che attraversa il comparto funebre – lo ricordiamo, se mai ce ne fosse bisogno: un microcosmo strettamente legato alla nostra identità artigianale, storica, culturale e imprenditoriale – sta minando seriamente il settore, a rischio crollo sotto i colpi di una spietata speculazione globale che vede il Dragone in prima linea su una guerra dei prezzi che ha fin qui fatto parlare politica e addetti ai lavori di “concorrenza sleale”.
Bare cinesi low cost e crisi del settore in Italia e Europa: il grido d’allarme dell’imprenditore
Sì, perché come già argomentato in un precedente servizio dei giorni scorsi, il combinato disposto tra smarrimento delle quote valoriali della nostra produzione tradizionale e la corrispondente avanzata di logiche meramente commerciali, sta di fatto svuotando di significato culto e rito dell’estremo saluto. Così, a dare voce al grido d’allarme che, lo ricordiamo, FdI ha lanciato tra i primi in epoca non sospetta, si aggiunge oggi Paolo Imeri, titolare bergamasco di Art Funeral Italy, che dai microfoni di Tgcom24 denuncia un’invasione senza precedenti: oltre il 60% dei cofani funebri in Italia proviene ormai dalla Cina o dall’Est Europa. Una concorrenza sleale sostenuta da costi irrisori e presunte, sospette, elusioni doganali.
L’invasione low cost e l’esposto che smaschera il business delle bare cinesi
Tanto che, denuncia l’imprenditore sul sito: «I fabbricanti cinesi impiegano tavole incollate da scarti a costi stracciati… Se si segasse a metà un cofano cinese ci si accorgerebbe che manca la struttura prescritta dalla legge». Non si tratterebbe, insomma, solo di una questione economica, ma di una vera e propria operazione di de-regulation in corso che aggirerebbe le norme di procedura e di polizia mortuaria a scapito degli utenti.
Bare cinesi low cost, bluff sulle regole e modello “Ikea”
A detta dell’intervistato, dunque, molti prodotti entrerebbero nel nostro Paese “spacchettati”, disassemblati, via Turchia o Grecia, sotto forma di semilavorati: «Una sorta di modello “Ikea” montato in loco e privo delle necessarie certificazioni. Ma in questa maniera svendiamo la nostra arte per non avere nulla in cambio. L’impresario acquista a costi stracciati e rivende a prezzi elevati al consumatore, che ignora da dove provengano», spiega Imeri.
Dazi e tracciabilità: la battaglia a Bruxelles
Da qui la decisione di avviare una battaglia antidumping a livello europeo per tutelare l’eccellenza manifatturiera italiana e chiedere l’obbligo di tracciabilità sull’origine del prodotto, garantendo trasparenza a chi acquista. Ma non è solo questo il punto: c’è di più. Un di più che svilisce qualità e competitività, e che denuncia come, dietro questa deriva economica affiori un male ancora più insidioso: il declino etico di una società che sembra voler cancellare il senso stesso della fine.
Crisi del settore e tramonto dei valori culturali
«Con il passare delle generazioni si sta perdendo il culto dei defunti», avverte l’artigiano. «Il nostro lavoro rimane ancora un tabù». Ma il cofano funebre, sottolinea nel corso dell’intervista, «non è un semplice manufatto… veste il defunto esattamente come un abito nuziale nell’ultimo saluto e lo identifica per ciò che è stato». Non possiamo permettere che un momento di così alta intensità emotiva e spirituale «venga ridotto a una mera speculazione commerciale».
Recuperare il senso dell’ultimo saluto
Una questione che, dal mero calcolo affonda le sue radici nel più profondo dei terreni sociale e affettivi per cui, difendere la filiera del Made in Italy non significa soltanto tutelare un patrimonio economico e artigianale da centinaia di milioni di euro. Ma riaffermare il valore della memoria, della dignità e del rispetto, per chi ci ha preceduto e ci ha lasciato.