Nessuna trasparenza
Tribunale islamico a Padova, giallo sui fondi dei donatori: i nomi sono stati coperti dagli omissis “per privacy”
Il fondatore della Camera arbitrale islamica, l’avvocato Omar Vanin, non ne ha rivelato i nomi «per proteggere la riservatezza e la vita privata». In Inghilterra, già nel 2018, il governo ha evitato di riconoscere i tribunali islamici dopo un'indagine
Politica - di Gabriele Caramelli - 12 Ottobre 2026 alle 18:45
Si infittisce il mistero dietro ai donatori del Tribunale islamico a Padova, che in questi giorni ha incontrato le opposizioni del governo Meloni e del ministro della Giustizia Carlo Nordio, il quale ha spiegato a chiare lettere che «la legge italiana non si negozia». Come ha riportato Il Giorno, nell’atto costitutivo online i nomi dei donatori sono coperti da “omissis”. Il fondatore della Camera arbitrale islamica, l’avvocato Omar Vanin, non ne ha rivelato i nomi «per proteggere la riservatezza e la vita privata». In sostanza, come ha riportato il quotidiano milanese, lo statuto contempla quote, contributi e donazioni, senza indicare chi versi denaro. Chiarire da dove provengono i soldi, però, sarebbe un’operazione di trasparenza. Rimane senza risposta la domanda sull’articolo 30, che consente in determinate condizioni di comunicare i lodi alle associazioni islamiche del territorio della parte che perde la causa.
Tribunale islamico, giallo sui fondi: i donatori sono coperti da omissis
Ci sta provando Vanin a difendere il tribunale islamico, sostenendo che «il regolamento arbitrale è stato modificato», per cancellare riferimenti che potessero «suscitare ulteriore clamore». Si tratterebbe di «etichette differenti, apposte alla stessa essenza». Non c’è più il termine “Tribunale Sciaraitico” e neanche i canoni processuali della Sharia, oltre alle formule liturgiche nei lodi. Rimane in ballo l’articolo 3, con cui gli arbitri applicano i «precetti del diritto islamico comuni alle nazioni islamiche» e, per le materie non regolate, le norme italiane. Secondo Vanin non si tratta di un tribunale parallelo, ma un arbitrato soggetto alle leggi dello Stato. Sarà, ma in tanto dal ministero della Giustizia è arrivata una posizione ferma.
Il caso inglese e il rifiuto di legittimare i consigli islamici
Come ha ricordato Il Giorno, in Inghilterra dovettero sottostare a pesanti condizioni economiche pur di realizzare il divorzio religioso dai mariti. In un caso arrivato al Parlamento, un consiglio islamico avrebbe persino preteso di affidare i cinque figli maschi al padre, lasciando solo una figlia alla mamma. È stata un’inchiesta governativa britannica del 2018 a far emergere i pericoli emersi attorno agli Sharia councils, che intervengono proprio sulle diatribe familiari con i precetti islamici. Proprio nello stesso anno, la Gran Bretagna scelse di rifiutare la regolamentazione dei per evitare di legittimare una giustizia parallela.