Un'eredità sempre attuale
Quanto manca Giampaolo Pansa alla sinistra? La lezione dimenticata dell’eretico che scelse la libertà intellettuale
Pansa subì quello stesso ostracismo che negli ultimi anni abbiamo visto in nuove forme nei confronti di autori, editori e manifestazioni culturali e che per lui non è ancora finito: ora si è trasformato nell'oblio del silenzio
Ci sono giornalisti che muoiono e continuano a vivere nelle loro pagine ma ce ne sono anche altri che, pur avendo scritto migliaia di articoli e decine di libri, sembrano progressivamente scomparire dalla memoria collettiva. Giampaolo Pansa appartiene, almeno in parte, a questa seconda categoria. Ed è curioso, perché sarebbe difficile trovare nella storia recente del giornalismo italiano una figura più adatta a interrogare il presente.
L’eretico che veniva da dentro
La domanda, allora, è volutamente provocatoria: quanto manca Pansa alla sinistra italiana? Non quanto manca al giornalismo italiano, né a chi, da destra, ha trovato nei suoi libri argomenti per mettere in discussione una certa narrazione della Resistenza e del dopoguerra. La domanda riguarda proprio la sinistra: quella cultura nella quale Pansa era cresciuto e alla quale continuò a riconoscere una parte importante, fondamentale, della propria formazione.
Pansa è interessante non soltanto per ciò che scrisse negli ultimi anni della sua vita, ma soprattutto per come arrivò a scriverlo. Fu un giornalista della sinistra italiana che, attraverso la ricerca e la documentazione, arrivò a mettere in discussione convinzioni consolidate proprio all’interno della cultura politica alla quale apparteneva. Ed è qui che la sua vicenda smette di essere soltanto una discussione sulla Resistenza, sulle violenze del dopoguerra o sulla guerra civile italiana. Diventa una questione di libertà intellettuale.
Quando la critica diventa interdizione
Sul lavoro di Pansa si poteva e si può discutere. Le sue interpretazioni potevano essere contestate, le sue fonti verificate, le sue conclusioni criticate. È il normale procedimento attraverso il quale una società libera affronta un libro di storia.
Ma ciò che colpisce ancora oggi è la quantità e la natura delle contestazioni che accompagnarono l’uscita e le presentazioni dei suoi libri. Dopo Il sangue dei vinti, pubblicato nel 2003, le proteste divennero una costante.
Le presentazioni dei libri successivi furono più volte accompagnate da contestazioni e aggressioni verbali; in alcuni casi intervennero anche le forze dell’ordine. Il caso più clamoroso fu quello di Reggio Emilia, il 16 ottobre 2006, alla presentazione de La grande bugia: un gruppo di contestatori tentò con la violenza di impedire l’incontro, fino all’intervento dei carabinieri. Pansa rimase nella sala e la presentazione poté continuare.
Reggio Emilia fu il caso più eclatante, non l’unico, ed è proprio qui che passa una linea di confine decisiva; contestare un libro è libertà ma impedire che venga presentato è un’altra cosa. La prima appartiene al confronto democratico. La seconda mette in discussione il diritto dell’avversario a partecipare al confronto.
L’odio prima della violenza
Quando parliamo di «cultura dell’odio» non dobbiamo necessariamente pensare alla violenza fisica. L’odio politico può avere una forma precedente e più sottile: la trasformazione dell’avversario in qualcuno che non merita di essere ascoltato.
La delegittimazione può diventare isolamento, il dissenso può essere trasformato in colpa, il boicottaggio può arrivare fino al tentativo di impedire all’avversario di parlare. Non esiste un automatismo per cui ogni contestazione produca violenza, ma esiste una progressione culturale che merita di essere osservata.
La storia italiana degli anni Sessanta e Settanta dovrebbe averci insegnato quanto sia pericoloso costruire progressivamente il nemico come una figura estranea alla comunità. Nel caso di Pansa, la vicenda è particolarmente significativa perché le contestazioni più dure provennero proprio da ambienti della sinistra militante. Non si tratta di un giudizio astratto ma è solo ciò che emerge dalla cronaca di quegli anni e dalle successive ricostruzioni.
Questo non significa attribuire alla sinistra nel suo complesso l’intolleranza di gruppi militanti. Significa però porre una domanda alla cultura politica che aveva formato Pansa. Cosa accade quando la critica dell’avversario lascia il posto alla negazione del suo diritto di parola?
Il peccato dell’eretico
Pansa commise, agli occhi di una parte di quella cultura, un peccato particolarmente grave: non era arrivato da fuori, era uno di loro. Aveva una storia personale e professionale tutta dentro la sinistra. Aveva raccontato il Partito comunista, la politica italiana, il terrorismo, il movimento operaio. La sua identità giornalistica era cresciuta dentro quella tradizione. Per questo la sua deviazione risultava più scomoda di quella di un avversario dichiarato.
L’avversario è facile da combattere. L’eretico è molto più scomodo. Conosce il linguaggio della comunità, ne conosce la storia, ne condivide molte premesse e proprio per questo può rivolgere contro le sue certezze le domande che vengono dall’interno.
Pansa non disse mai che quella storia era falsa, ma, attraverso anni di lavoro, disse qualcosa di molto più difficile da accettare. Appartenere ad una storia, non elimina il diritto e il dovere di raccontare anche ciò che non piace, o deve rimanere nascosto. Proprio questa, forse, è la parte della sua lezione che oggi sembra essersi perduta.
La libertà intellettuale non ha tessera
C’è un principio elementare che dovrebbe valere per un politico, per uno storico, per uno scrittore e soprattutto per un giornalista: la libertà intellettuale non può essere condizionata dall’appartenenza. Un giornalista non dovrebbe essere obbligato a rimanere fedele alle proprie convinzioni quando i fatti o la ricerca gli impongono di modificarle. Anzi, dovrebbe essere esattamente il contrario. La qualità del giornalismo si misura anche dalla disponibilità a mettere in discussione ciò che si pensava prima.
È esattamente quello che Pansa fece. Non bisogna certo trasformarlo in un santino, le sue interpretazioni possono essere discusse, criticate e sottoposte al vaglio degli storici. Ma una cosa è la critica, un’altra è l’espulsione dell’autore dal perimetro della discussione. Se Pansa aveva torto, bisognava dimostrarlo. Se aveva ragione su alcuni fatti, bisognava discuterne. In nessun caso bisognava impedirgli di parlare. Questo dovrebbe essere un principio elementare della cultura democratica.
La libertà vale anche per l’avversario
È proprio qui che il discorso diventa contemporaneo. Negli ultimi anni abbiamo assistito a nuove forme di contestazione nei confronti di autori, editori e manifestazioni culturali. Non sempre si tratta di violenza: ci sono campagne, boicottaggi, contro-eventi, pressioni affinché determinati autori o determinate case editrici non trovino spazio. Sono fenomeni diversi e non vanno confusi. Ma l’elemento che le accomuna quando superano la critica dell’opera, è sempre l’idea che qualcuno debba essere escluso perché le sue idee non sono ritenute accettabili.
Quando Antonio Scurati racconta nei suoi romanzi la vicenda di Mussolini e del fascismo, nessuno dovrebbe impedirgli di farlo. Si possono discutere il metodo, la ricostruzione storica, le interpretazioni, persino le scelte narrative. Ma il diritto di presentare quei libri deve essere fuori discussione. E lo stesso deve valere per chi racconta la Resistenza da una prospettiva diversa da quella consolidata. La libertà intellettuale non può dipendere dal giudizio politico che diamo dell’autore e la libertà o è reciproca, oppure non è libertà.
Quello che la sinistra ha dimenticato
La questione, allora, non è stabilire se Pansa fosse «di destra» o «di sinistra». È capire perché una parte della cultura che lo aveva formato abbia finito per dimenticare proprio la lezione che Pansa rappresentava. Non quella sulle foibe, sulla Resistenza, sulla guerra civile o sui vinti quanto la lezione sul metodo. Il metodo di chi non considera la propria appartenenza una gabbia. Di chi accetta che un documento possa costringerlo a cambiare idea. Di chi non considera la revisione di una posizione una vergogna, ma una prova di serietà.
Alla fine, proprio questo manca, il coraggio dell’eresia. Manca la capacità di accettare che un uomo di sinistra possa criticare la sinistra senza diventare un traditore; che uno storico possa mettere in discussione una vulgata senza essere automaticamente accusato di voler riabilitare ciò che quella vulgata condanna; che un giornalista possa cambiare idea senza dover cambiare identità. Giampaolo Pansa non aveva bisogno di diventare di destra per esercitare la propria libertà perché gli bastava solo essere giornalista.
Il silenzio dopo l’anatema
E c’è infine un paradosso. Per anni Pansa fu combattuto, delegittimato, contestato. In alcune occasioni si arrivò persino alla violenza. Oggi rischia qualcosa di diverso: il silenzio. Giampaolo Pansa è morto. Non si tratta più di impedirgli di parlare, ma di parlare sempre meno di lui. Eppure, il suo lavoro continua a produrre tracce.
Le circa 2.500 lettere ricevute dopo Il sangue dei vinti raccontano una ricezione molto più complessa della semplice contrapposizione ideologica: lettori che lo contestavano, ma anche persone che raccontavano di essere state costrette proprio da quei libri a rivedere convinzioni e pregiudizi e , soprattutto, i molti altri che contribuivano ad allargare il perimetro della memoria attraverso le loro vicende familiari.
È forse questo il lascito più importante di Pansa, non aver consegnato una nuova verità ufficiale al posto di quella precedente, ma avere dimostrato che nessuna verità storica dovrebbe diventare così sacra da sottrarsi alla ricerca.
Quanto manca Pansa alla sinistra italiana?
E allora la domanda iniziale ritorna e non certo perché oggi serva un altro Pansa che scriva gli stessi libri. Manca perché servirebbe ancora qualcuno capace di ricordare che la ricerca della verità non può avere un colore politico, perché servirebbe ricordare che l’avversario si combatte con le idee, non impedendogli di esistere.
Manca perché la libertà intellettuale non consiste nel poter parlare quando ci si sente dalla parte giusta. Consiste nel poter parlare anche quando si è dalla parte sbagliata, secondo il giudizio di qualcun altro. E soprattutto manca perché aveva dimostrato una cosa semplicissima e terribilmente difficile da praticare, ovvero che si può appartenere ad una cultura senza esserne prigionieri.
Questa la sua eredità più importante: non una nuova ortodossia o una nuova memoria ufficiale da sostituire alla vecchia. Ma solo il diritto, per un giornalista, per uno storico, uno scrittore e un cittadino, di mettere continuamente alla prova le proprie certezze. Pansa aveva scelto di farlo e, forse, è proprio per questo che, oggi, la domanda più scomoda non è discutere se avesse sempre ragione ma è un’altra. Quanto manca, alla sinistra italiana un Pansa capace di ricordarle che il primo dovere dell’intellettuale non è difendere la propria parte, ma difendere la propria libertà?