Integrazione fallita
Limoges in fiamme, la Francia in frantumi: il volto di un’Europa che non sa più riconoscersi
Da un ricordo d’infanzia all’incendio che ha devastato il municipio francese. Una riflessione sulla violenza delle proteste, sull’odio per l’Occidente e sulle crepe dell’identità contemporanea
Quando ero ragazzo e passavo lunghe estati nella casa di montagna, mia nonna mi preparava un’abbondante colazione, preparandomi una bella tazza di latte fresco, appena munto e fatto bollire. Quel latte aveva il sapore delle cose buone e, appena finito, mia nonna si sbrigava a lavare la tazza e a rimetterla nella credenza. Era molto bella, a sfondo bianco e con dei fiori verdi impressi. Era un oggetto al quale mia nonna teneva molto; la puliva con attenzione e con altrettanta attenzione mi guardava quando la utilizzavo. Era una tazza pregiata, che mio nonno le aveva comprato in uno dei suoi viaggi all’estero per lavoro: era una tazza di Limoges.
Per anni quella tazza ha fatto parte dell’arredamento di casa e mi ha accompagnato in innumerevoli colazioni, fino a quando una mattina la feci cadere in terra, sbadatamente. Si ruppe in più pezzi e, nonostante i tentativi di incollarla con la colla Artiglio, non fu più la stessa e alla fine fu buttata.
Limoges, ora in fiamme
Limoges, per anni, è stato solo un nome al quale erano legati quella bella tazza e i ricordi infantili. Oggi quel nome, quella città, sono tornati improvvisamente alla ribalta nella cronaca europea per l’incendio che ha colpito il municipio e che ha fatto crollare la sua torre.
Questa bella cittadina della Nuova Aquitania, fondata dai romani, nel corso dei secoli ha dovuto difendersi dalle campagne di Pipino il Breve e dai vichinghi, ha attraversato la Guerra dei Trent’anni e il furore giacobino della Rivoluzione francese, fino a ospitare nel 1940 il governo belga in esilio. Nei giorni scorsi ha visto il suo municipio, realizzato nel 1883 e dichiarato monumento nazionale nel 1975, distrutto dalle fiamme e la sua torre crollare nell’incendio.
La violenza delle proteste e l’odio per l’Occidente
Il movimento di protesta che da settimane sta devastando la Francia non ha risparmiato la città delle ceramiche e il suo municipio. E come poteva? Nel suo furore iconoclasta, che riprende quel movimento woke che negli anni passati ha portato all’abbattimento di statue, questo movimento di protesta antioccidentale e antidemocratico ha mostrato il suo vero volto, che non è costituito dalla difesa della causa palestinese.
Quella è solo “una buona causa” di facciata, utilizzata per giustificare ogni forma di jacquerie e di violenza, che a malapena nascondono il suo vero obiettivo: l’odio e il disprezzo per l’Occidente, per la sua cultura e per tutto quello che l’Europa ha rappresentato, nel bene e nel male.
Non facciamoci ingannare dalle bandiere della Palestina; quello che cova nelle periferie di Parigi e anche nelle piccole cittadine è solo la haine (l’odio) verso l’Occidente e i suoi valori. Un odio viscerale, profondo, nel quale si sommano disagio sociale, islamismo radicale e quella mancata integrazione che si è stratificata negli anni e che ha portato intere generazioni di giovani a non sentirsi parte della comunità nazionale francese, ma anzi a odiare quella nazione che ha dato loro una nuova casa, un lavoro, prospettive di vita migliori.
Il monito per l’Italia e la lezione della tazza di Limoges
Questa ineliminabile estraneità ai valori occidentali, quest’odio verso di essi, è alla base di tutto quello che sta avvenendo ora in Francia. Ed è un monito per tutti i Paesi europei e, in maniera particolare, per l’Italia, che deve guardarsi bene dal perseguire il modello francese. Perché le comunità nazionali, una volta infrante, sono difficili da rimettere insieme, come la tazza di Limoges della nonna.
Questa ineliminabile estraneità ai valori occidentali, quest’odio verso di essi è alla base di tutto quello che sta avvenendo ora in Francia. Ed è un monito per tutti i paesi europei e, in maniera particolare, per l’Italia che deve guardarsi bene dal perseguire il modello francese. Perché le comunità nazionali una volta infrante sono difficili da rimettere insieme, come la tazza di Limoges della nonna.
*Andrea Ungari presidente Fondazione Ugo Spirito e Renzo De Felice