Dall'Europa all'America latina
La riscoperta delle identità disegna la nuova mappa della politica mondiale: così è tramontata l’era della sinistra globalista
L'avanzata delle destre a livello mondiale ha ragioni culturali, prima che politiche: le nazioni ritrovano il valore della propria specificità dopo anni di ubriacatura da melting pot
Per oltre trent’anni, dalla caduta del Muro di Berlino alla piena affermazione della globalizzazione, una parte consistente dell’Occidente ha immaginato un futuro segnato dal progressivo superamento delle identità nazionali. Le frontiere avrebbero perso importanza, le economie si sarebbero integrate e le culture avrebbero finito per assomigliarsi. Una sorta di melting pot globale, nel quale le differenze storiche e culturali sarebbero diventate sempre meno rilevanti. Oggi, osservando una carta geografica, emerge una tendenza differente: le nazioni tornano a rivendicare la propria individualità e l’identità riconquista un ruolo centrale nella politica mondiale.
La nuova mappa politica globale
Il fenomeno attraversa continenti e tradizioni politiche differenti. Coinvolge soprattutto le forze conservatrici e nazionaliste, ma non si esaurisce nella contrapposizione tra destra e sinistra tipica del vecchio millennio. La difesa dei confini, il recupero delle tradizioni, la tutela delle produzioni nazionali e la volontà di sottrarsi all’influenza dei grandi centri di potere sovranazionali sono questioni che attraversano schieramenti ideologici anche molto distanti.
Del resto, la tecnologia ha accorciato le distanze e il commercio ha avvicinato i mercati, senza cancellare le differenze tra le civiltà. Si possono condividere le stesse piattaforme digitali senza avere una lingua, una storia o un’idea di società comuni.
La trasformazione dell’Europa
L’Europa è uno dei principali laboratori di questa trasformazione. Alla fine degli anni Novanta, tredici dei quindici Paesi dell’Unione europea avevano governi socialisti, socialdemocratici o partecipati da queste forze. Oggi il quadro è sensibilmente cambiato. Dall’Italia di Giorgia Meloni alla Germania di Friedrich Merz, passando per i Paesi scandinavi e l’Europa centrale, le forze conservatrici, di centrodestra o identitarie hanno assunto un peso crescente.
Anche dove non governano, come in Francia con il Rassemblement National, in Germania con Alternative für Deutschland o in Spagna con Vox, contribuiscono a orientare il dibattito pubblico su immigrazione, sicurezza e appartenenza nazionale. Persino in Ungheria, dove Péter Magyar ha posto fine al lungo governo di Viktor Orbán, il cambiamento è avvenuto all’interno dell’area di centrodestra, seppure con una diversa concezione dei rapporti con Bruxelles. O in Danimarca, dove un governo di centrosinistra si sta battendo per la sovranità territoriale della Groenlandia minacciata dalle mire di Donald Trump.
L’America di Trump
Oltreoceano, sempre Trump ha riportato al centro della politica americana il principio dell’America First, fondato sulla protezione delle frontiere, sul recupero della capacità industriale e sulla prevalenza dell’interesse nazionale. Una concezione della sovranità che, tuttavia, mostra anche le contraddizioni tra governi politicamente affini: la difesa degli interessi americani può entrare direttamente in conflitto con quelli europei. Governi dello stesso colore non perseguono necessariamente gli stessi obiettivi.
Il cambiamento in America Latina
In America Latina il cambiamento è altrettanto evidente. L’Argentina di Javier Milei, il Cile di José Antonio Kast, la Bolivia di Rodrigo Paz e il Perù di Keiko Fujimori testimoniano l’affermazione di una nuova stagione politica, sebbene caratterizzata da modelli economici e culturali differenti. In Brasile, intanto, il primo turno delle presidenziali del 4 ottobre ha visto Flávio Bolsonaro confermare la forza di una destra che richiama valori religiosi, conservatorismo sociale e sicurezza. Il continente che aveva conosciuto la lunga stagione delle sinistre latinoamericane presenta oggi una geografia assai più articolata e quindi complessa.
L’identità in Asia oltre le categorie di destra e sinistra
È però in Asia che il ritorno delle identità assume una dimensione demografica ancora maggiore. L’India di Narendra Modi, con circa un miliardo e mezzo di abitanti, ha posto la civiltà indù e la sua continuità storica al centro del progetto politico nazionale. Persino la Cina comunista, apparentemente distante da queste esperienze, fonda parte della propria legittimazione sul recupero della grandezza nazionale, sulla continuità millenaria della civiltà cinese e sul superamento delle umiliazioni subite dalle potenze straniere. Sono esempi che mostrano quanto le tradizionali categorie occidentali di destra e sinistra siano ormai insufficienti a interpretare il mondo.
Una nuova ricerca di sovranità in Africa
Un discorso analogo riguarda l’Africa, dove nel Sahel il richiamo alla sovranità e all’emancipazione dalle antiche potenze coloniali è diventato uno degli elementi centrali della politica. Dal Mali al Burkina Faso, fino al Niger, il rifiuto dell’influenza francese si accompagna alla ricerca di nuove alleanze e di una rinnovata identità politica africana.
Il rapporto tra globale e locale
Il filo che lega queste esperienze va dunque cercato nel rapporto tra globale e locale. La globalizzazione ha favorito gli scambi e l’integrazione economica, ma ha anche accelerato delocalizzazioni, trasformazioni demografiche e concentrazioni di potere economico. Di fronte a questi processi, la nazione torna a rappresentare per molti uno spazio riconoscibile di appartenenza e protezione. E l’identità non riguarda più soltanto lingua, religione o tradizioni, ma investe la sicurezza alimentare, il controllo dell’energia, la difesa delle industrie, la tutela del territorio e delle produzioni locali. Assume una dimensione materiale, oltre che storica e spirituale.
Sarebbe comunque riduttivo interpretare questa trasformazione come una semplice vittoria della destra sulla sinistra. Le diverse forme di nazionalismo possono essere profondamente incompatibili e persino contrapposte. Non esiste un’unica internazionale delle identità, ma una pluralità di risposte ai cambiamenti degli equilibri mondiali. Ciò che appare significativo è il ritorno della storia, della geografia e dell’appartenenza al centro della competizione politica, anche in Paesi che avevano fatto dell’integrazione internazionale il proprio principale orizzonte.
Il ritorno della storia (e della geografia)
Alla fine del Novecento sembrava che il futuro appartenesse a un mondo sempre più uniforme, nel quale le appartenenze sarebbero progressivamente sfumate. Il primo quarto del XXI secolo racconta una realtà differente. Le frontiere non sono scomparse, le civiltà non si sono dissolte e la nazione conserva una capacità di mobilitazione che molti avevano sottovalutato. La globalizzazione ha avvicinato i luoghi del pianeta senza cancellarne la storia. Ed è proprio la storia, insieme alla geografia, a riaffacciarsi sulla scena politica mondiale.