L'editoriale
Destabilizzati dallo Stabilicum: ossia dal dover essere (davvero) una coalizione
Una legge che garantisce a chiunque vinca la possibilità di governare stabilmente con degli alleati, un programma e un leader. Tutto ciò che il campo largo non ha...
L'Editoriale - di Antonio Rapisarda - 11 Ottobre 2026 alle 06:00
Siamo sinceramente preoccupati per Elly Schlein, Giuseppe Conte e per tutta la ciurma del campo larghissimo. Il disorientamento nelle loro fila dopo l’approvazione dello Stabilicum ha raggiunto vette degne del teatro dell’assurdo. Il tentativo, poi, di invocare la Corte costituzionale come una sorta di “angelo vendicatore” rivela non solo l’incapacità cronica, unita all’immaturità istituzionale, di affrontare politicamente un nodo senza l’arrivo della cavalleria ma anche la miopia nel non mettere a fuoco la realtà: l’arrivo di una legge che garantisce a chiunque vinca, quindi anche alla sinistra, la possibilità di governare stabilmente con degli alleati, un programma e un leader. O forse, ad essere maliziosi, è proprio questo il problema. A testimoniare il caos di chi è costretto adesso a presentarsi come una vera coalizione la sequenza di castronerie pronunciate negli ultimi giorni.
«Si tratta di una legge cucita da Meloni per tenersi la poltrona». È la balla colossale pronunciata in coro da tutta l’opposizione sullo Stabilicum. Secondo gran parte dei sondaggi, infatti, oggi sarebbe avanti l’ammucchiata di centrosinistra: addirittura sopra la soglia del 42%. Non si capisce, dunque, in base a che cosa il destra-centro abbia costruito la riforma come un vestito su misura. La verità, per quanto paradossale, fa male al campo largo: teme una legge elettorale che potrebbe permettergli di governare. Perché? Ad esempio per il fatto che il corpaccione del Pd non crede nella tenuta della sua stessa leader; mentre Conte è preoccupato di dover accettare l’eventuale vittoria dell’alleata alle primarie, che potrebbe restringere i consensi e la sua sfera di influenza nella coalizione. Ecco perché, in versione Jep Gambardella, l’ex premier lavora a frantumare la coalizione per giocare a campo libero.
«Lo Stabilicum è palesemente anticostituzionale». Altra boutade di Pd e soci (a ripeterlo come un mantra è Angelo Bonelli). Purtroppo (per loro) Sergio Mattarella – uno che la carta costituzionale padroneggia decisamente meglio di Elly & co – ha firmato la legge dopo appena ventiquattro ore dall’approvazione. Segno che di quel «palesemente anticostituzionale» non v’è traccia nella norma licenziata dal Parlamento: la tirata della giachetta nei confronti del Colle non ha sortito alcun effetto. Si vedrà adesso che cosa avverrà con la Consulta ma anche qui – leggendo le parole del presidente della Consulta Amoroso – non sembrano esserci margini per una bocciatura tout-court della legge (a partire dal premio di maggioranza) né delle parti più contestate dalle opposizioni, come l’indicazione del premier sul programma. Non fosse altro perché, come da prassi proficua nei rapporti fra il Colle e Palazzo Chigi da quando è arrivata Meloni, l’interlocuzione sugli aspetti strutturali è avvenuta prima.
«Legge truffa». Slogan sventolato da tutto il centrosinistra dopo l’approvazione a Montecitorio, con riferimento alla legge De Gasperi del ‘53. Anche qui ipocrisia portami via: l’Italicum, legge elettorale voluta e votata (con tanto di voto di fiducia) dal Pd, prevedeva una soglia più bassa – il 40% – per accedere a un premio di maggioranza ben più alto di quello concepito dalla maggioranza di destra-centro. Non solo. Il meccanismo dei seggi in più garantiti al vincitore è fortemente legato ai sistemi elettorali delle Regioni (quasi tutto a turno unico) e ai Comuni: non ricordiamo strali dei leader del centrosinistra contro questa «deriva antidemocratica». Sarà perché dovrebbero contestare il sistema che gli permette di governare in tante realtà?
«Con lo Stabilcum si introduce il premierato di fatto»; vi è in atto un «tentativo di condizionare il presidente della Repubblica». Questa è davvero bella. Gli smemorati del Pd, soprattutto, fingono di non ricordare chi e per cosa si votò nel primo mitologico atto delle primarie: l’elezione (plebiscitaria) di Romano Prodi a candidato premier del centrosinistra. Nello stesso statuto del Pd, fino a poco tempo fa, la regola voleva che il segretario del Nazareno fosse automaticamente candidato per Palazzo Chigi. Senza dimenticare che la proposta del premierato faceva parte degli ambiziosi programmi – il celebre “Libretto verde” – dei post-comunisti del Pds. A rigor filologico: si trattava o no allora di una “pressione” sul capo dello Stato? Visto con gli occhi degli indignati del campo largo (che confondono in mala fede il vincolo politico da quello giuridico) certo che sì. Farlo solo adesso, insomma, certifica una faccia tosta clamorosa.
«Legge contro le donne». Nel campionario apocalittico delle sparate delle opposizioni non poteva mancare, infine, l’accusa di machismo. A gridare nel coro – accusando lo Stabilicum di non contemplare le quote di genere (60-40) fra i capilista – è stata Chiara Braga. La capogruppo del Pd alla Camera, in un impeto, si è fatta scappare la frizione: «Meloni è arrivata e ora sacrifica il resto delle donne». Ma Giorgia Meloni è arrivata a Palazzo Chigi senza avere bisogno di alcuna quota rosa! (il punto esclamativo non è elegante in un articolo ma quando è troppo è troppo…). La premier è arrivata dove è arrivata grazie esclusivamente agli elettori. E lavora affinché siano esclusivamente questi a stabilire chi governa. Un principio che dovrebbero apprezzare persino i tipi del centrosinistra. Ammesso che questi riescano a governare almeno il caos in cui sono precipitati.