L'intervista
«In Francia non c’è un nuovo Sessantotto: è una rivolta contro il mondo nato da quella stagione». Parla Giovanni Orsina
Lo storico analizza ciò che sta avvenendo in Francia e spiega cosa aspettarsi: «Il contagio è possibile, ma da noi la società è meno arrabbiata e il sistema politico è più flessibile»
Le proteste studentesche in Francia, con annesse violenze, stanno alimentando la suggestione di chi intravede un nuovo Sessantotto in atto. È di tutt’altro avviso, però, lo storico dell’età contemporanea Giovanni Orsina, che tra le sue opere vanta anche uno studio a quattro mani con Gaetano Quagliariello su come il sistema politico italiano reagì alla sfida lanciata dalla contestazione studentesca alla fine degli anni Sessanta: La crisi del sistema politico italiano e il Sessantotto. Una ricerca di storia orale (Rubbettino, 2005).
Professore, senza girarci attorno: siamo di fronte a un nuovo Sessantotto?
«Assolutamente no».
Qual è la differenza sostanziale tra le due ondate?
«Il Sessantotto fu una ribellione contro ciò che restava di una società tradizionale: quella degli anni Quaranta e Cinquanta, ancora strutturata, gerarchica e religiosa. Fu una rivolta nel nome dell’autodeterminazione individuale e, da questo punto di vista, possiamo dire che è stata vincente. Oggi dove troviamo i residui di quella società? Guardiamo all’Italia: circa la metà dei bambini nasce fuori dal matrimonio. Negli anni Cinquanta non era affatto così».
Che cosa resta di quella “vittoria”?
«Si può fare una rivoluzione vincente, ma non se ne possono fare due identiche. Una volta che hai vinto, che cosa fai? Il Sessantotto si ribellava anche a una società nella quale esistevano ancora le grandi ideologie. Per quanto già in parte post-marxista, quel movimento conservava un impianto fortemente innervato di marxismo. Anche chi era andato oltre Marx si muoveva dentro un orizzonte culturale segnato da quella tradizione».
Oggi, invece, qual è l’impianto ideologico di questi movimenti?
«Non abbiamo più una società tradizionale contro cui ribellarci: ci ribelliamo a un mondo già individualista, globalizzato e cosmopolita. Non disponiamo di un’ideologia forte nel nome della quale mobilitarci e viviamo in una realtà iperframmentata e iperindividualista, che per molti versi è il prodotto del Sessantotto. Ecco perché semmai definirei ciò che osserviamo, per certi versi, una rivolta contro il Sessantotto, contro il mondo che quello ha contribuito a produrre».
Le proteste francesi sono ancora in evoluzione. Si parte da rivendicazioni concrete, come il riscaldamento nelle scuole, ma si è andati oltre. Perché?
«Questi movimenti nascono spesso così. Anche il Sessantotto prese le mosse da rivendicazioni specifiche: c’era un’università in crisi e sovraffollata. In queste mobilitazioni esiste sempre una componente sindacale, legata a problemi concreti. In questo caso, però, il nodo è più generale e riguarda la crisi profonda delle istituzioni scolastiche».
Qual è la crisi che attraversa la scuola?
«In Francia, soprattutto a partire dalla Terza Repubblica, negli ultimi decenni dell’Ottocento, la scuola ha rappresentato una sorta di parrocchia laica: il luogo in cui si formavano le giovani generazioni ai valori repubblicani. Era anche una grande livella sociale, chiamata a ridurre le differenze di partenza e a consentire ai migliori di emergere per merito. In Italia consideriamo la scuola un luogo di cittadinanza repubblicana e di perequazione sociale, ma siamo sempre stati una pallida imitazione del modello francese: una scuola laica, egualitaria, meritocratica e profondamente intrisa di valori repubblicani».
Ci sta dicendo che un intero meccanismo in Francia è entrato in avaria?
«Dentro quel sistema c’era una promessa enorme: uguaglianza, crescita personale, possibilità di emergere. Oggi quel modello è profondamente in crisi. L’ascensore sociale non funziona più come un tempo e la scuola fatica a garantire la combinazione di cittadinanza repubblicana, uguaglianza e merito. È in crisi il suo stesso significato sociale. E questa difficoltà si lega inevitabilmente anche all’integrazione dei migranti di prima, seconda e terza generazione e alle profonde trasformazioni della società francese».
Quanto pesa la componente legata alle seconde e terze generazioni di immigrati?
«È difficile stabilire con precisione quanto pesi quella componente, quanti siano i giovani provenienti da famiglie immigrate e quanto, invece, il movimento esprima un disagio generazionale più ampio. Ho provato a capire la composizione sociale delle proteste ma il quadro non è chiaro. Parliamo di cittadini francesi, di famiglie immigrate ma anche no, che possono toccare con mano le difficoltà di una scuola incapace di mantenere le promesse di integrazione e mobilità sociale. C’è poi il problema della finanza pubblica e del disinvestimento nei beni pubblici: è evidente che esiste una questione di risorse e di investimenti insufficienti nelle scuole».
Una parte della politica francese, soprattutto a sinistra, sembra interessata a queste proteste. La mobilitazione generazionale può incidere sulle prossime scadenze elettorali?
«La risposta breve è sì: credo che queste proteste avranno un impatto politico».
E la risposta più articolata?
«In Francia esiste una sinistra il cui principale riferimento è oggi un soggetto radicale e movimentista come La France insoumise. È evidente che cercherà di intercettare queste proteste, soprattutto perché richiamano valori tradizionalmente progressisti: uguaglianza, difesa dei beni pubblici e centralità della scuola».
E al di là della sinistra?
«Anche gli avversari sfrutteranno il fenomeno, in modo speculare. Da una parte c’è chi legge le proteste come una mobilitazione della società e chiede di affrontarne le cause; dall’altra chi le interpreta come una dimostrazione dell’incapacità di mantenere l’ordine e invoca una risposta più repressiva. Sono due reazioni prevedibili: la protesta progressista e il richiamo all’ordine. Entrambe possono incidere sulle prossime elezioni».
La Francia sembra spesso ripiegata su se stessa. Ma un contagio delle proteste generazionali è possibile anche in Italia?
«Sì, il contagio è possibile. Tuttavia, oggi la società italiana mi sembra molto meno reattiva di quella francese, nel bene e nel male: è meno disposta a mobilitarsi e probabilmente anche meno arrabbiata».
Da dove nasce questa differenza?
«In Francia è in crisi un grande modello storico e culturale. La Repubblica francese è una costruzione strutturata, dal significato profondo nella storia del Paese. La reazione sociale è forte proprio perché entra in crisi un modello forte».
E da noi?
«L’Italia non ha mai avuto un modello altrettanto forte. È un Paese più abituato ad arrangiarsi, a convivere con le difficoltà e a fare i conti con le crisi. Anche qui la crisi esiste, ma investe una società nella quale le istituzioni e i modelli collettivi non hanno mai avuto la stessa centralità simbolica che hanno in Francia. Per questo può apparire meno dirompente. Non abbiamo avuto neppure un fenomeno paragonabile ai Gilets jaunes. Un’altra differenza fondamentale è la maggiore flessibilità del nostro sistema politico».
In che senso questa flessibilità ha contribuito a contenere la protesta sociale?
«Quando Beppe Grillo diceva che avrebbero dovuto fargli un monumento perché il Movimento 5 Stelle aveva incanalato la protesta, impedendole di esplodere sul piano sociale, secondo me aveva qualche ragione. La flessibilità del sistema politico italiano ha prodotto il grillismo, il renzismo e il salvinismo, offrendo di volta in volta una valvola di sfogo al malcontento. Una parte della protesta si è espressa sul piano politico, attraverso la nascita di nuovi soggetti, anziché tradursi in una mobilitazione sociale permanente».
Qual è, invece, il limite del sistema politico francese?
«Il sistema politico della Quinta Repubblica è molto centralizzato e rigido e non ha offerto una valvola di sfogo altrettanto efficace. Le proteste studentesche e sociali si susseguono, mentre il sistema politico è rimasto sostanzialmente bloccato. La France insoumise e il Rassemblement national non sono riusciti a modificare gli equilibri istituzionali quanto avrebbero voluto, contribuendo a irrigidire ulteriormente il sistema. Quando il malcontento non trova sbocchi politici sufficienti, può esprimersi attraverso forme di protesta sociale più radicali».
Quali conseguenze possiamo aspettarci, dunque, in Italia?
«Il contagio delle mobilitazioni francesi è possibile, ma va letto alla luce delle caratteristiche del nostro Paese. Oggi in Italia la protesta si esprime più facilmente attraverso la trasformazione degli equilibri politici e meno spesso mediante mobilitazioni di piazza prolungate e radicali come quelle francesi».