Oltre le ipocrisie
Il riarmo dell’Italia e dell’Europa: dal dopoguerra a oggi, quello che i pacifisti dimenticano
Da decenni partecipiamo a missioni internazionali nel rispetto dei trattati e della Costituzione: l'efficienza e l'operatività delle nostre armate non sono bellicismo, ma posizionamento e sicurezza
Stando al trattato di resa, impropriamente detto di pace, del febbraio 1947, all’Italia, “nazione sconfitta” (così si legge), restavano appena i Carabinieri, e pochissimo altro. Ne diremo meglio a suo tempo, spero. Ora diciamo che già nel 1949, con l’adesione alla Nato, si aggiravano in piccola parte, poi non tanto piccola, le imposizioni del trattato, e l’Italia si riempì di basi Nato; e, in modo separato, di basi degli Stati Uniti: ma questo è un altro discorso. Per conto suo schierò un Esercito di terra e una modesta Marina e altrettanto l’Aeronautica. Chi ha fatto la naia prima del 1980 sa della precarietà delle condizioni e degli armamenti.
Lo scopo delle forze armate postbelliche
Si sapeva da “Radio scarpa” che il solo scopo delle truppe era fronteggiare la Iugoslavia per pochi giorni; e un’eventuale, anche se poco probabile, minaccia sovietica dalla parte dell’Ungheria e attraverso l’Austria; e tutto ciò in attesa degli Americani, i quali, grazie a Hollywood, passavano per armatissimi eroi. E non scordiamo l’italico scopo subdolo di assumere un nugolo di ufficiali e sottufficiali, la gran parte raffermati in vana speranza di promozioni. Ciò, pur avendo scarsa consistenza militare, costava moltissimo: e sia detto per quelli che oggi si lamentano del riarmo.
Lo snodo del Libano
Avvenne un improvviso cambiamento a partire dal 1982, quando partì la prima spedizione italiana all’estero dal 1943, quella in Libano. Io, congedato ormai da otto anni, maturai subito la certezza che tra i partenti non c’erano il mio tenente colonnello C., o il capitano Z., o il maresciallo P., cui, nel mio periodo di leva, non avrei affidato un incarico a due chilometri dalla mia vetusta caserma, oggi venduta ai contigui Spedali. Del resto, bastò la parola magica Libano, e gli innumerevoli P., i C., gli Z. si congedarono urgentemente per malattia: e buona pensione!
Le missioni all’estero dell’Italia
Seguirono, e sono in corso, spedizioni per raccontare le quali ci vorrebbero ben altro spazio, e anche ben altre conoscenze: conoscenze alcune delle quali sono poco note per non dire segrete, ed è bene così. Per quanto ne so io, e se ne sa, le nostre forze armate sono o sono state in: Afghanistan, Albania, Arabia Saudita, Bosnia, Gibuti, Guinea, Iraq, Kossovo, Libano, Mar Rosso, Montenegro, Niger, Paesi Baltici, Romania, Saseno, Serbia, Somalia, Timor Est… E la sola occasione disarmata furono i soccorsi ad Haiti. E, di fatto, sono forze professionali. Tra cent’anni, qualcuno racconterà i combattimenti.
La spedizione più lontana dopo quella multinazionale in Cina dell’anno 1900 è Timor Est: chissà quanti sanno dove si trova tale mezza isola cattolica da noi protetta contro minacce vicine! Curioso è il caso di Saseno, isola italiana fino al 1947, poi ceduta all’Albania, oggi occupata da una nostra postazione radar. Di una nave in Guinea si seppe per il caso di una visita ufficiale. Chissà se ce ne sono altre, in giro nei sette mari? A proposito: di recente ci sono state effettive azioni italiane in Mar Rosso e sul Baltico.
Un sostegno alla politica estera
Con buona pace dei pacifisti generici, queste presenze militari sono utili e necessarie a sostenere la nostra politica estera. Nostra, di chi? Non davvero della sola Meloni, la quale nel 1982, ai tempi del primo Libano, festeggiava i cinque anni di vita non politica ma infantile; bensì di tutti i governi della fu Prima e della cosiddetta Seconda repubblica, e di tutte le ideologie.
La guerra alla Serbia la fecero D’Alema… e chi con lui. Giacché la politica estera non è quasi mai ideologica e di partito e di coalizione, e quando occasionalmente lo è, è un disastro. È “Realpolitik”, e si fa con l’autorevolezza e la forza. Per fare ciò, servono armi, e perciò riarmo continuo; e soldi; e corretta economia. Abbiamo regalato all’Indonesia una portaerei? Detto così, pare uno spreco; e invece non solo ci siamo fatti degli amici importanti, ma abbiamo risparmiato le inevitabili spese di demolizione del glorioso ma ormai senescente bastimento.
Se è lecito confrontare le cose piccole con le grandi, tutti sappiamo che un’auto vecchia costa di più che comprarla nuova. Vale lo stesso per armi e attrezzature militari. Ovviamente, si rende necessaria un’altra portaerei, perché una sola è come non averne nessuna.
Cos’è in concreto il riarmo
Questo è, in concreto, il riarmo: fornire le forze armate di quanto serve per la massima efficienza. E qui ci scappa la citazione di un autore antico poco famoso ma acuto, Renato Vegezio, il quale studia come le legioni romane ottenessero l’ottimizzazione costi/benefici, e spiega che fu con l’organizzazione della logistica e del personale. E così appena trecentomila militi a vita tennero assieme l’immenso Impero per cinque secoli. Legionari selezionati e addestrati; e, quale che fosse l’origine personale, di lingua latina.
Ma le armi… “Se gli uomini fossero buoni, questi miei precetti non sarebbero buoni”, lamenta il Machiavelli. Ma gli uomini… nessuno escluso, cerchiamo, se mai, di comportarci bene, però non siamo “buoni”; e molte volte è utile non esserlo.