L'inchiesta
Certificati medici e Cpr, la Cassazione annulla la sospensione a tre dottoresse indagate a Ravenna
Annullato il provvedimento per tre medici indagati a Ravenna. La difesa parla di dignità restituita, ma la vicenda giudiziaria è tutt'altro che conclusa e l'inchiesta si estende a tutt'Italia
La Corte di Cassazione ha annullato la sospensione dall’esercizio della professione per tre dottoresse indagate nell’inchiesta sui presunti certificati medici falsi utilizzati per impedire il trasferimento di migranti irregolari nei Cpr. Una decisione favorevole alla difesa, che riapre il capitolo delle misure cautelari senza chiudere quello delle responsabilità penali. La Suprema Corte ha infatti disposto il rinvio al tribunale del Riesame di Bologna per un nuovo giudizio. Restano le accuse di falso ideologico continuato e interruzione di pubblico servizio formulate dalla Procura di Ravenna.
I certificati anti-Cpr, l’inchiesta
La vicenda risale alle verifiche avviate nel 2025 sui certificati rilasciati dal reparto di Malattie infettive dell’ospedale ravennate. Secondo gli inquirenti, alcuni sanitari avrebbero attestato condizioni di incompatibilità con il trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio, impedendo così il trasferimento di cittadini stranieri destinatari delle procedure di espulsione.
I numeri raccolti dalla Procura restituiscono la dimensione del caso: su 64 stranieri accompagnati in reparto tra settembre 2024 e gennaio 2026, 34 erano stati dichiarati non idonei al trattenimento e altri dieci avevano rifiutato la visita. Per gli investigatori, dieci delle 44 persone successivamente lasciate libere avrebbero poi commesso complessivamente una ventina di reati.
Un quadro che aveva portato, lo scorso marzo, il gip Federica Lipovscek a disporre dieci mesi di interdizione dalla professione per tre medici e, per altri cinque, il divieto di occuparsi delle certificazioni per i Cpr.
Nelle motivazioni del provvedimento, la giudice aveva individuato nelle condotte contestate una forma di «aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina». Il sospetto, dunque, non riguardava soltanto l’attendibilità dei singoli documenti, ma l’eventuale utilizzo della certificazione sanitaria come strumento per ostacolare una procedura amministrativa.
La Cassazione
Nel frattempo, l’indagine ha superato i confini della Romagna. A settembre la polizia ha eseguito perquisizioni nei confronti di 23 medici in diverse città italiane, da Milano a Bari, passando per Bologna e Roma. La Procura ha inoltre ipotizzato l’esistenza di un’associazione finalizzata alla produzione di certificazioni farlocche, contestando il reato a un infettivologo considerato un riferimento della presunta rete. Un’ipotesi, tuttavia, ancora da dimostrare.
È in questo contesto che arriva la pronuncia della Cassazione, accolta con soddisfazione dagli avvocati Salvatore Tesoriero e Francesca Cancellaro. «L’annullamento disposto dalla Suprema Corte restituisce alle dottoresse la dignità personale e professionale così duramente aggredita dall’inchiesta ravennate», dichiarano i difensori, rivendicando che l’operato delle assistite corrispondesse all’«adempimento dei doveri di cura e di tutela della salute di ogni persona», riconosciuti dalla Costituzione e dalla deontologia medica. I legali denunciano inoltre la «sproporzione delle misure cautelari applicate», ribadendo che «i medici devono rimanere prima di tutto garanti della salute e della cura di ogni individuo». Il Riesame dovrà tornare a pronunciarsi sulle interdizioni, mentre l’inchiesta prosegue.