Verso il ballottaggio
Brasile al bivio: la storia della nazione aiuta a capire la sfida tra Lula e Flávio Bolsonaro
Il ballottaggio tra Lula e Flávio Bolsonaro riporta al centro le profonde divisioni politiche e sociali del Brasile. Il libro di Luis Fernando Beneduzzi ripercorre due secoli di storia del Paese e offre una chiave di lettura per comprendere le radici del confronto attuale
Il Brasile si prepara a scegliere il proprio presidente in un ballottaggio che mette di fronte Luiz Inácio Lula da Silva e Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair Bolsonaro attualmente in carcere. La sfida del 25 ottobre non riguarda soltanto due candidati e due diverse visioni politiche: riporta al centro le divisioni di un Paese continentale, segnato da forti disuguaglianze sociali e da una storia istituzionale complessa.
Per comprendere il Brasile di oggi può essere utile tornare alle sue origini e ripercorrerne le trasformazioni politiche, economiche e sociali. È l’obiettivo di Brasile. Biografia di una nazione dall’indipendenza a oggi, il volume di Luis Fernando Beneduzzi, docente all’Università Ca’ Foscari di Venezia, pubblicato da Il Mulino. Un libro che offre l’occasione per interrogarsi sulle radici storiche del confronto politico in corso.
Il 45enne Flávio Bolsonaro è risultato il più votato con 56.104.503 voti pari al 47,03%. Dietro di lui Lula che ha ottenuto 53.879.538 voti (45,16%). Il presidente uscente, in lizza per il quarto mandato presidenziale, compirà 81 anni due giorni dopo il voto.
Venti governatori sono stati eletti al primo turno e sette si sfideranno anch’essi il 25 ottobre. Mentre in entrambi i rami del parlamento federale i partiti che sostengono Flávio Bolsonaro hanno conquistato la maggioranza. Tra le file di Lula diversi ministri non sono stati rieletti.
Il Brasile in cifre
Con una superficie di 8,5 milioni di chilometri quadrati e oltre 213 milioni di abitanti, il Brasile è il quinto Paese al mondo per estensione e rappresenta quasi la metà del Sud America. Le sue dimensioni e le sue risorse agricole, minerarie ed energetiche gli conferiscono un peso geopolitico rilevante, ma rendono anche complesso collegare regioni molto distanti tra loro.
Nel 2025 il Pil nominale ha raggiunto circa 2.280 miliardi di dollari, un valore vicino a quello delle economie italiana e canadese. Il Pil pro capite, tuttavia, è pari a circa un quarto di quello italiano: una differenza che evidenzia il divario tra la dimensione complessiva dell’economia e il benessere medio della popolazione.
La disuguaglianza rimane una delle principali questioni sociali del Paese. Il reddito medio mensile nazionale è di circa 2.069 reais (circa 379 euro) ma nasconde profonde differenze tra fasce sociali e regioni. Il salario minimo mensile nel 2026 è salito a 1.621 reais al mese (290 €). Anche la composizione demografica racconta la storia del Brasile: al censimento del 2022 il 45,3% della popolazione si è dichiarato pardo, il 43,5% bianco e il 10,2% nero, mentre le quote indigena e asiatica erano rispettivamente dello 0,6% e dello 0,4%.
Dimensioni continentali, risorse naturali e forti disuguaglianze costituiscono dunque il quadro entro cui il prossimo presidente dovrà affrontare le sfide della produttività, delle infrastrutture e della distribuzione del reddito.
Biografia di una nazione
Quali sono state le fasi storiche che hanno portato il Brasile ad essere il grande Paese che è oggi? Seguendo lo scorrere degli anni Luis Fernando Beneduzzi divide la storia del Brasile in sette fasi: 1822-1840 indipendenza, impero di Dom Pedro I e periodo della reggenza; 1840-1889 Dom Pedro II e la costruzione dell’impero tropicale; 1889-1930 la Repubblica oligarchica di «Ordine e Progresso» e la democrazia del café con leite; 1930-1945 l’era di Getúlio Vargas; 1945-1985 dall’esperienza democratica alla dittatura militare; 1974-2002 il ritorno alla democrazia e il progetto neoliberale; 2002-2024 il Brasile del XXI secolo fra progetti progressisti e conservatori.
L’impostazione di Beneduzzi è del tutto condivisibile, anche se condensare due secoli di storia in 250 pagine rende inevitabile conferire maggiore o minore enfasi ad un avvenimento, un personaggio, una politica, a seconda della sensibilità del singolo studioso.
Chi scrive ha approfondito il periodo di Vargas, pubblicando due libri: Anauê e Palestra Italia ai quali rimandiamo il lettore interessato. In questa sede basterà dire che nella realtà brasiliana è stato certamente più rilevante il peso dell’Ação Integralista Brasileira (Aib) di Plinio Salgado piuttosto che quello dell’Alleanza Nazionale Liberatrice (Anl) di Luís Carlos Prestes come un lettore potrebbe pensare leggendo il libro di Beneduzzi.
In secondo luogo la caduta di Vargas nel 1945 e, dopo il suo ritorno «democratico» alla presidenza del Brasile, l’addensarsi delle nubi che lo indussero al suicidio nel 1954, non dipese dal fatto di essere un autocrate quanto piuttosto un lucido ostacolo alla «colonizzazione» che gli Stati Uniti volevano imporre e imposero al Brasile.
Quale futuro per il Brasile
Tornando all’attualità e al primo turno delle elezioni, il vantaggio di Bolsonaro su Lula ha smentito le previsioni di molti sondaggi e sconcertato diversi commentatori. Tra i sorpresi del risultato elettorale probabilmente ci sarà anche Beneduzzi, che ha completato la stesura del libro mentre la campagna elettorale in Brasile era già in corso.
Nell’ultimo capitolo di Biografia di una nazione dall’indipendenza a oggi, dopo aver ricordato i buoni risultati dei primi due mandati di Lula e il rilievo internazionale da lui assunto nel quadriennio che si sta concludendo, affronta la genesi dell’elezione nel 2018 di Jair Bolsonaro, padre e mentore dell’odierno competitore per il Palácio do Planalto.
Di Bolsonaro padre scrive che proveniva da una formazione politica storicamente priva di rappresentatività e di sostanza; che in ventisette anni passati nel congresso nazionale la sua attività era consistita in poco condivisibili esternazioni piuttosto che in atti parlamentari prodotti; che la sua ascesa era avvenuta per mezzo di un progressivo e costante logoramento delle istituzioni politiche, una ridicolizzazione del sistema e una delegittimazione delle procedure democratiche che condussero a una forma di personalismo autocratico.
Infine che la campagna elettorale fu condotta a colpi di fake news e fact-checking diffusi massicciamente attraverso i social e la piattaforma WhatsApp.
Lula o Flávio Bolsonaro
Non sono in grado di dire come si è svolta la campagna del 2026 ma dopo quattro anni di presidenza Lula c’è da ritenere che il sistema politico brasiliano sia stato rilegittimato e siano state prese tutte le misure necessarie per neutralizzare gli effetti di una competizione elettorale incentrata sulla disinformazione e la calunnia.
Seguendo il filo della narrazione sposata da Beneduzzi, Lula avrebbe dovuto quindi vincere al primo turno. Ma non è stato così. Anzi. I due milioni duecentomila voti in più sono un vantaggio non trascurabile per lo sfidante al quale si potrebbe sommare una consistente parte dei 9,32 milioni di voti andati ai candidati presidenti esclusi dal ballottaggio il cui elettorato è considerato vicino alle posizioni di Flávio Bolsonaro. Inoltre dalla rilevazione immediatamente successiva al primo turno, 10 governatori eletti nei loro Stati sosterrebbero lo sfidante, soltanto 5 il presidente uscente mentre gli altri 5 non avrebbero (ancora) espresso posizione.
Il risultato delle elezioni rimane comunque aperto fino alla chiusura dei seggi. La vittoria resta raggiungibile da entrambi i candidati. C’è da riportare al voto i propri elettori, stringere nuove alleanze e, soprattutto, c’è un ampio bacino elettorale contendibile composto dai circa 33,47 milioni di brasiliani che si sono astenuti al primo turno e ai quasi 6 milioni che hanno votato scheda bianca o nulla.