Una memoria senza omissioni
Vergarolla, la strage che l’Italia non volle vedere fino in fondo
A ottant’anni dall’eccidio, la presidenza del Consiglio ha restituito centralità nazionale a una tragedia rimasta troppo a lungo ai margini della memoria italiana e senza risposte
Il 18 agosto 1946, sulla spiaggia di Vergarolla, a Pola, la guerra era formalmente finita da poco più di un anno. Ma per gli italiani della Venezia Giulia non era affatto finita. Pola era ancora italiana, ma il suo destino dipendeva dalle trattative sul confine orientale. La città viveva sotto l’amministrazione anglo-americana, mentre cresceva la pressione jugoslava e con essa l’incertezza sul futuro della comunità italiana. Quel giorno la società sportiva Pietas Julia organizzava le tradizionali gare natatorie della Coppa Scarioni. Era una festa sportiva, ma anche un momento di ritrovo per una comunità che cercava, attraverso la normalità, di riaffermare la propria presenza in una città dal destino ormai incerto.
La strage di Vergarolla: una delle più terribili e più dimenticate
Sulla spiaggia erano accatastati numerosi ordigni bellici, ritenuti inoffensivi perché privati dei detonatori. Poco dopo le 14, un’esplosione devastante sconvolse la folla. Morirono decine di persone. Le vittime identificate furono 65, mentre le stime complessive arrivano a oltre cento. Tra i morti vi erano molti bambini. Molti corpi non poterono essere ricomposti né identificati. Vergarolla diventò così una delle più terribili stragi dell’Italia del dopoguerra e, per molti anni, anche una delle meno ricordate.
Il primo silenzio: quando cercare era scomodo
Fu un incidente oppure un attentato? Non esiste una risposta giudiziaria definitiva. Ma le due ipotesi non hanno avuto lo stesso peso. L’inchiesta britannica dell’epoca considerò l’esplosione deliberata. Un rapporto del dicembre 1946, intitolato Sabotage in Pola, indicò una pista che conduceva all’Ozna, il servizio segreto jugoslavo, arrivando a fare il nome di un possibile esecutore. Il documento non può essere trasformato in una sentenza, ma dimostra che già allora esisteva un’ipotesi concreta di sabotaggio e di responsabilità jugoslava.
La prudenza dello storico impone di distinguere: non sappiamo con certezza chi fece esplodere le bombe, ma sappiamo che l’ipotesi di un attentato riconducibile agli apparati jugoslavi era presente fin dall’inizio. Perché, allora, quella pista non produsse un accertamento definitivo?
Il contesto
Il contesto può spiegare molto. Nel 1946 la questione del confine orientale era una delle più delicate della politica internazionale. La Jugoslavia di Tito era il Paese con cui l’Italia si confrontava sul destino di Trieste, dell’Istria e di Pola. L’Italia, uscita sconfitta dalla guerra, aveva bisogno di ricostruire la propria posizione internazionale. In quel quadro, cercare fino in fondo una responsabilità jugoslava non era un’operazione politicamente neutra. Ma la realpolitik, se può spiegare il primo silenzio, non spiega tutto.
Quando il nemico diventò interlocutore
Nel 1948 Tito ruppe con Stalin. La Jugoslavia si allontanò dall’Unione Sovietica e divenne progressivamente un interlocutore strategico dell’Occidente. I rapporti con l’Italia cambiarono e, pur restando difficile, anche il quadro della questione di Trieste non era più quello del 1946. Eppure, Vergarolla non diventò una grande questione nazionale. Se la realpolitik poteva spiegare il silenzio immediatamente dopo la strage, come spiegare quello degli anni successivi?
Passano trenta, quaranta, cinquanta anni. Cambiano i governi, gli equilibri internazionali e il rapporto con la Jugoslavia. Vergarolla, però, rimane soprattutto nella memoria degli esuli e di una parte della comunità istriana, senza trasformarsi in una vera questione di storia nazionale. Non è necessario immaginare una congiura per porre questa domanda. È sufficiente constatare il risultato: una delle più grandi tragedie italiane del dopoguerra non ebbe mai un vero momento istituzionale di resa dei conti. Ci furono interrogazioni e iniziative parlamentari. Negli ultimi anni alcuni parlamentari hanno chiesto di riaprire la questione e di valorizzare la documentazione d’archivio. Ma per ottant’anni non è mai esistita una Commissione parlamentare d’inchiesta specificamente dedicata a Vergarolla.
Soltanto nel luglio 2026, alla vigilia dell’ottantesimo anniversario, è stata presentata una proposta per istituirne una, con il compito di approfondire le responsabilità e le circostanze che impedirono il completo accertamento dei fatti. Ottant’anni dopo. È difficile non considerare questa cronologia una domanda politica.
Il peso di una cultura politica
Il discorso coinvolge inevitabilmente anche il Partito comunista italiano. Non perché sia dimostrato che il Pci abbia ordinato di tacere sulla strage di Vergarolla. E neppure perché la storia del confine orientale possa essere ridotta alla, comunque indubbia, fedeltà del comunismo italiano a Tito.
Ma il Pci ebbe una responsabilità politica e culturale precisa nell’interpretazione della questione giuliana. La solidarietà con la Jugoslavia titina, almeno nella prima fase, si intrecciò con una lettura del confine orientale nella quale le ragioni nazionali italiane furono spesso subordinate alla contrapposizione ideologica. Le foibe, l’occupazione jugoslava, l’esodo e la vicenda di Porzûs appartengono a quella stessa storia tormentata.
Vergarolla non è un episodio isolato: è una tessera di quella frattura. Il problema, dunque, non è soltanto stabilire chi abbia fatto esplodere gli ordigni. È capire perché, una volta tramontate le ragioni immediate che rendevano scomoda la questione, la politica italiana non abbia sentito l’urgenza di riaprire seriamente il dossier. Il Pci ebbe le proprie responsabilità storiche, ma il silenzio fu più ampio. Fu anche il silenzio di una cultura politica che aveva bisogno di costruire la nuova Repubblica intorno a una memoria fondativa precisa.
La memoria che sceglie
La Repubblica italiana ha costruito una parte essenziale della propria identità sulla memoria dell’antifascismo, della Resistenza, delle stragi nazifasciste e della deportazione. È una memoria necessaria. Ma una memoria nazionale non può diventare una selezione della storia dettata dalla convenienza politica.
Le vittime della strage di Vergarolla non sono meno italiane perché la loro vicenda è difficile da inserire nel racconto tradizionale della nascita della Repubblica. Non sono meno degne di memoria perché il sospetto di responsabilità conduce verso una Jugoslavia comunista, considerata nel tempo un nemico, un interlocutore o un alleato necessario.
Ricordare Vergarolla non significa contrapporla a Marzabotto, costruire una contabilità delle vittime o sostituire una memoria antifascista con una memoria anticomunista. Significa riconoscere che la storia nazionale è più grande delle culture politiche che, di volta in volta, hanno avuto il compito di raccontarla.
Una memoria senza omissioni
Per molto tempo l’Italia ha avuto difficoltà a riconoscere pienamente la storia del proprio confine orientale. Ci sono le responsabilità del fascismo nei confronti delle popolazioni slovene e croate, le violenze jugoslave, le foibe, l’esodo e una guerra civile che sul confine assunse caratteristiche ancora più complesse. Tutto questo deve stare dentro la stessa storia. Non si tratta di scegliere una parte, ma di smettere di scegliere quali parti della storia possono essere ricordate senza mettere in discussione il racconto politico del presente.
È questo il significato più profondo dell’ottantesimo anniversario di Vergarolla. La Presidenza del Consiglio ha riconosciuto alla strage una centralità nazionale, definendola la più grave e sanguinosa strage nella storia dell’Italia repubblicana e ricordando il lungo oblio che l’ha accompagnata. È un passo importante, ma la memoria non si esaurisce nelle commemorazioni. Diventa davvero nazionale quando non deve più chiedersi se ricordare una vittima possa disturbare qualcuno.
Il problema di Vergarolla non è soltanto sapere chi mise le bombe. È anche capire perché per ottant’anni l’Italia non abbia avuto abbastanza interesse, coraggio o libertà politica per cercare fino in fondo la risposta. Non sappiamo ancora con certezza chi fece esplodere quegli ordigni. Ma sappiamo che uccisero italiani. E una Repubblica democratica dovrebbe essere abbastanza sicura di sé da poter ricordare tutti i suoi morti, anche quando il loro ricordo obbliga a mettere in discussione una parte del racconto con cui ha imparato a raccontarsi.
(Foto da Wikipedia, autore Beyond silence)