La storia racconta
La stabilità e i governi che nascevano già caduti: il primato di Meloni è politico, non numerico
Non solo i governi balneari della Prima Repubblica e i ribaltoni della Seconda: anche la storia del Regno è stata segnata dall'instabilità politica
I numeri sono numeri, e questo governo Meloni è di massima durata nelle cronache della Repubblica 1946-2026. Lo sappiamo tutti, e non servirebbe parlarne, o solo per fare storia non dal 1946, bensì, a pensarci meglio, molto più indietro.
Com’è andata negli anni del regno
Lo Statuto Albertino del 1848, poi esteso al Regno d’Italia, prevedeva che il governo venisse nominato, e anche destituito, dal re. Manco a dirlo, di fatto, i governi si reggevano con il consenso della Camera, e, sempre più pro forma, del Senato; e con l’espediente della fiducia, quindi traballavano con o senza il re: e furono subito parlamentarismo e partitocrazia.
Sembrò segno di stabilità, dal 1852, il “connubio” di Cavour e Rattazzi, che, con qualche scossone del 1855 e poi del 1859 subito ricomposti, durò fino alla morte del conte, il 6 giugno 1861. Da allora fu una ridda di governi, prima della destra poi della sinistra (allora, s’intende, così erano dette delle correnti liberali), e di trasformismo di maggioranze estemporanee e mutevoli. Dal 1903 al ’14, quattro governi Giolitti parvero meno discontinui. Nel giugno del ’19, Orlando si dimise dopo le grame figure del trattato di Versailles; gli successe Nitti; un anno dopo, Giolitti; a questi, Bonomi nel maggio ’21; a questi Facta: quattro ministeri in due anni e mezzo.
Ovvio che i governi di Mussolini (1922-25; 1925-43) siano stati di lunghissima durata; però, in questo nostro elenco di esecutivi cadenti come le foglie di Omero e Mimnermo, sarebbero, per il loro carattere sui generis, fuori concorso! Già negli ultimi anni del Regno (1943-6), troviamo due governi Badoglio, due governi Bonomi, un governo Parri e il primo De Gasperi.
I governi che nascevano già caduti
In Repubblica, la sequela di governi è tale che la grandissima parte dei presidenti, per non dire di ministri e sottosegretari, è da molto tempo nel dimenticatoio più totale. Vengono ogni tanto ricordati, per vari motivi e non tanto per merito, Andreotti, Craxi, Fanfani, Moro… ma ciascuno con frequenti e patteggiati rimpasti di maggioranze e di nomi.
I circa settanta governi della cosiddetta Prima Repubblica, infatti, nascevano già a scadenza, o più esattamente già caduti. Alcuni vennero detti, con amara spiritosaggine, balneari, perché nominati a giugno con l’ordine di dimettersi a settembre. Ma anche nella cosiddetta Seconda, e in mezzo a cronache grame di governi, spiccano solo i Berlusconi II e Berlusconi IV, non consecutivi; e nonostante le promesse di stabilità, gli altri della Seconda non furono più saldi della Prima.
Il primato di Meloni: politico, non numerico
È fondamentale notare che quei governi andavano in crisi quasi sempre per manovre e congiure interne alle coalizioni e dei meandri dei partiti. Un argomento che, nel 2026, basta a spiegare la solidità della Meloni. Ciascuno, se vuole, consulti gli elenchi dal 1848 a oggi, e noterà che il primato della Meloni non è numerico, bensì politico; e ciò richiede una seria riflessione. I restanti governi regi e repubblicani furono quasi sempre caduchi sotto l’aspetto cronologico, e, soprattutto e peggio, furono deboli perché il sistema fin dalle sue origini è detto educatamente parlamentare, però, ripeto, ciò vuol dire partitocratico, quindi dipendente da maggioranze nelle due Camere.
Il ruolo dei partiti
Ricordiamo che nel Regno il Senato era di nomina regia, e, di fatto, poco consistente; mentre oggi Camera e Senato sono l’uno copia dell’altra, con lievi differenze; e formati entrambi attraverso elezioni per liste di partiti; quindi due potenziali debolezze. I partiti, assenti nel testo dell’Albertino, compaiono pudicamente nell’articolo 49 della Costituzione, e quasi come una concessione: “I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere…”; concorrere, quindi correre assieme ad altre modalità; ma altre modalità non esistono, e dalla Costituente del 2 giugno 1946 si vota solo per partiti. E partiti che ancora fino agli anni ’80, almeno alcuni (Dc, Pci, Psi, Msi), esistevano davvero, con tessere e sedi; e quando i partiti avevano una base, in qualche modo divenivano luoghi di elaborazione di opinioni: di ciò, oggi non c’è memoria.
Il bene della stabilità
Intanto abbiamo un governo stabile dal giorno della sua elezione diretta. Lo so che formalmente non fu così, nel 2022, ma lo fu effettualmente, ed è quello che conta. Peggio per i nostalgici dei governi raffazzonati in qualche bugigattolo e conciliabolo di politicanti, spesso nemmeno eletti. Ebbene, se la stabilità è un bene in sé, e lo è, serve un sistema che la garantisca, e non basta, pur utile, la metodologia elettorale. Il problema è squisitamente politico, nel senso di ricerca del bene comune da parte di persone qualificate.
La politica come una filosofia
La politica, alla fine, è, o dovrebbe essere una filosofia, quindi una “visione della vita e del mondo”, e perciò globale, e non limitata alla soluzione di problemi immediati, o solo alla gestione dell’economia e dell’ordine pubblico. Ma è di filosofia che il mondo occidentale moderno ha scarsezza, e ciò soprattutto perché ha rinunciato alla metafisica, e perciò gli resta solo qualche maldestro tentativo di interventi materialistici e sociologici, e speranze di benessere… senza il Bene, in un desolato relativismo di persone e cose e idee.
E interventi che nemmeno riescono, se, in presenza di tecnologie appena decenni fa da film di fantascienza e oggi in mano a tutti, l’Occidente rivela non solo gravissima carenza di spiritualità… ma anche di volgarissimi denari, e mostra crescenti emarginazioni sia sociali sia, soprattutto, esistenziali! Si avverte l’esigenza di una politica nobile, che incarni una visione del mondo, o Weltanschauung… scusate il tedesco, ma è la versione originale non dalla settimana scorsa come qualcuno malignerebbe, bensì dall’idealismo del XIX secolo.