Scoppia il caso a Pordenone
Prende due note a scuola, la mamma chiede di annullarle. Poi le minacce al preside: “Chiedi scusa o ti riempio la testa di proiettili”
Il dirigente aveva rifiutato di cancellare i rimproveri. Poi le chiamate di uno sconosciuto si sono fatte sempre più inquietanti: «Non sai cosa ti succederà»
Due note sul registro elettronico, una madre che ne pretende la cancellazione e, pochi giorni dopo, un preside raggiunto al telefono da minacce di morte. A Pordenone una vicenda cominciata tra i banchi di scuola nel gennaio 2023 è finita davanti al giudice, con un processo per concorso in tentata violenza privata. Una sproporzione che basterebbe da sola a raccontare il caso: dai rimproveri sul registro elettronico si è arrivati, almeno nelle parole pronunciate al telefono, ai proiettili.
Il dirigente scolastico è stato ascoltato lunedì 21 settembre dal Tribunale di Pordenone. In aula sono state prodotte anche le registrazioni delle telefonate ricevute dall’uomo che, secondo l’accusa, avrebbe cercato di costringerlo a scusarsi con la madre di un alunno. La donna respinge però l’ipotesi di aver incaricato qualcuno di esercitare pressioni sul preside.
Tutto comincia con due note
La vicenda, ricostruita dal Messaggero, nasce alla fine di gennaio del 2023. Durante una lezione, il ragazzo si sarebbe rivolto a una supplente invitandola a non assegnare altri compiti, altrimenti, avrebbe detto, «le avrebbe tirato la borraccetta di Spiderman».
Sul registro elettronico compaiono quindi due note relative agli «atteggiamenti aggressivi dell’allievo». La madre non le considera giustificate e scrive alla docente titolare chiedendone la cancellazione. Non ricevendo risposta, decide di rivolgersi direttamente al dirigente scolastico.
Il colloquio, secondo quanto emerso nella ricostruzione processuale riportata dal quotidiano, non produce il risultato sperato. Il preside rifiuta di eliminare i provvedimenti disciplinari. La donna, sempre secondo il racconto riferito in aula, avrebbe insistito, arrivando a minacciare di non lasciare l’istituto e di rivolgersi ai giornali. Fin qui, una disputa scolastica particolarmente accesa. È quello che accade dopo a trasformarla in una vicenda giudiziaria.
“Oggi devi chiedere scusa”
Il dirigente comincia a ricevere chiamate da un numero con prefisso britannico. Inizialmente non risponde, pensando a un call center. Poi arriva una chiamata su WhatsApp. Dall’altra parte, racconta il preside, c’è una voce maschile con un accento dell’Est.
«Adesso tu stai zitto che io devo parlare», gli intima l’interlocutore. Il dirigente interrompe la comunicazione e blocca il numero. Ma le chiamate proseguono, questa volta da un’altra utenza. «Ascolta bene, tu ieri hai trattato male una signora, oggi devi chiedere scusa», gli viene detto. Poi l’avvertimento: «Non sai cosa ti succederà».
Il tono sale ulteriormente nei messaggi successivi. «Hai due opzioni adesso: uno, chiedi scusa e continui la tua vita. Se non lo fai partiamo adesso, vengo lì e ti porto dall’altra parte del confine e ti riempio la testa di proiettili che non ti riconoscerà anche la tua madre».
Dalla scuola al Tribunale
A quel punto il dirigente presenta denuncia, collegando le minacce al precedente confronto avuto con la madre dello studente. È proprio l’esistenza o meno di quel collegamento che il processo dovrà ora chiarire. Il legale della donna ha ribadito in aula una versione diametralmente opposta: la sua assistita «voleva soltanto che fossero annullate le note» e «non ha ingaggiato nessuno per far pressioni nei confronti del dirigente scolastico». Alla prossima udienza saranno ascoltati anche gli operatori di polizia giudiziaria.
Resta, al di là delle responsabilità ancora tutte da accertare, il ritratto di una scuola nella quale perfino una semplice nota può diventare terreno di uno scontro che travalica completamente il suo significato. Un tempo il richiamo era il problema che il figlio doveva spiegare tornando a casa. Oggi, almeno secondo l’accusa, a dover dare spiegazioni è finito il preside. Davanti a un tribunale.