Il "turismo" dei vandali
No Tav, l’anarchico tedesco rivela: “Ecco come abbiamo devastato la Val di Susa”. Così funziona l’internazionale antagonista
Le confessioni del giovane tedesco fermato dopo la guerriglia di Chiomonte: "Il mio gruppo attacca le forze dell’ordine"
«Sono un anarchico. Mi hanno arrestato perché ho bruciato una macchina della polizia con le molotov». Non è la rivendicazione affidata a un volantino clandestino, ma il racconto disinvolto registrato il 30 luglio scorso da una microspia della Digos nel carcere Lorusso e Cutugno di Torino. A parlare con un altro detenuto è Jonathan Ioos, 25 anni, originario di Monaco di Baviera, arrestato dopo la guerriglia contro il cantiere Tav di Chiomonte.
Nell’intercettazione riportata dal quotidiano La Stampa, il giovane prosegue senza troppe cautele: «Conosci Askatasuna? La casa rossa di via Regina. È un mio amico quello che ha colpito la polizia con me. Il mio gruppo attacca le forze dell’ordine. Un giorno brucerò una macchina della Digos». Parole che restituiscono non l’immagine edulcorata dell’attivista di passaggio, ma quella di un militante inserito, secondo i magistrati, in circuiti antagonisti capaci di muoversi oltre i confini nazionali.
L’assalto dei No Tav
Ioos è accusato di aver partecipato agli scontri scoppiati durante il cosiddetto “Festival della Felicità”: una denominazione quasi beffarda per una giornata conclusa con 114 agenti feriti e danni superiori al milione di euro ai cantieri dell’alta velocità e ai mezzi della società Telt. Secondo la procura di Torino, circa ottocento persone travisate e organizzate in assetto paramilitare avrebbero preso parte all’azione.
Il Tribunale del Riesame, confermando la custodia in carcere, descrive il suo coinvolgimento come tutt’altro che episodico: «Un’azione violenta collettiva. Contro le forze dell’ordine e contro una opera pubblica strategica nella quale il coinvolgimento dell’indagato è per nulla occasionale». Il giudice lo considera uno «stabile appartenente a circuiti antagonisti transnazionali» che si recherebbe periodicamente all’estero per partecipare a manifestazioni analoghe, definite ironicamente il proprio “hobby”.
Lo stesso Ioos usa un’espressione ancora più rivelatrice: «Riot tourism», turismo della rivolta. O per dirla in termini più chiari il turismo dei vandali. «Da Parigi siamo partiti in 60, lì siamo migliaia, un black block di diecimila persone», racconta. Cita Atene, Parigi e Monaco, dove «hanno bruciato più di 40 macchine in un anno». Quindi spiega il metodo degli amici cileni: «Vengono in vacanza da noi e bruciano… e il giorno dopo ripartono. Così non riescono a prenderli i bastardi».
Equipaggiamento, contatti e cassa comune
Dietro l’improvvisazione apparente si intravede una logistica ben precisa. Per il primo maggio a Parigi, sostiene sempre l’anarchico, il materiale sarebbe stato preparato con largo anticipo: «Avevamo una borsa con 20 maschere a gas, 20 giacchetti, gli esplosivi, tutto e un nostro contatto li aveva stipati sul bus dei sindacati perché la polizia controllava dappertutto». Un sistema di trasporto collettivo che avrebbe avuto un precedente simile anche in Val di Susa.
Ioos e la compagna, la ventunenne Salka Bura Zoe, erano stati fermati a bordo di un’auto nella quale gli investigatori hanno trovato equipaggiamento compatibile con quello utilizzato negli scontri. Un estintore di fabbricazione tedesca e un guanto giallo avrebbero inoltre permesso di collegare i due alle immagini registrate dalle telecamere del cantiere.
Il lodo denaro
C’è infine il sostegno economico. «Sono stato beccato ma ognuno deve andare in prigione una volta», dice Ioos, reclamando poi dagli amici «80 a settimana mentre sono detenuto». Gli investigatori avrebbero effettivamente tracciato versamenti compresi tra 60 e 80 euro, provenienti anche da persone organiche o vicine all’area dell’ex centro sociale Askatasuna.
Altro che spontaneismo giovanile o pittoresca protesta contro il sistema: dagli atti emerge un circuito internazionale con mezzi, contatti, trasferte e una sorta di welfare della guerriglia. Si parte per incendiare auto della polizia come altri partirebbero per un fine settimana. Se arriva l’arresto, la rete paga. Il “turismo violento” ha persino il suo pacchetto completo. A presentare il conto, però, restano gli agenti feriti e lo Stato.