La fotografia
La rivincita della working class: com’è cambiato il mercato del lavoro nell’America di Trump
Il lavori manuali sono sempre più richiesti, ma chi li sa fare è sempre più raro: gli artigiani prendono slancio sui laureati e resistono all'Intelligenza artificiale
“Credi nell’american dream?”. “Certo che credo nel sogno americano”, rispondeva Barack Obama. “Allora perché mi vuoi penalizzare se cerco di raggiungerlo?”. Joe l’idraulico passerà alla storia per aver incalzato il candidato democratico alla Casa Bianca durante le elezioni americane del 2008. Un simbolo della classe media, un uomo dell’Ohio che di fronte al futuro presidente prende la parola e racconta che sta mettendo da parte i soldi per comprare la piccola attività per cui lavora da quindici anni, ma che se lo facesse poi guadagnerebbe di più e con il piano fiscale del candidato democratico sarebbe costretto a pagare più tasse. Sono passati 18 anni da allora e l’America è cambiata. C’è un dato, infatti, che racconta il Paese di oggi molto meglio di tanti discorsi politici. E forse racconta anche qualcosa dell’America di Trump.
La fotografia del mercato del lavoro americano
Il mercato del lavoro sta premiando sempre più chi non ha una laurea e sta diventando più difficile per i giovani con un titolo universitario. A dirlo non è un comizio della Rust Belt, ma il Wall Street Journal, sulla base di un’analisi del Burning Glass Institute. Tra i lavoratori americani tra i 22 e i 34 anni senza laurea, il tasso di disoccupazione è ai livelli più bassi degli ultimi vent’anni. Un risultato tutt’altro che marginale, soprattutto perché arriva mentre la situazione dei giovani laureati racconta una storia opposta. Per gran parte degli ultimi due decenni, laureati e non laureati avevano seguito più o meno lo stesso andamento. Quando l’economia cresceva, miglioravano entrambi. Quando arrivava una recessione, peggioravano entrambi. Oggi non è più così. La frattura è evidente.
Più opportunità per chi sa fare lavori manuali
Da una parte ci sono gli operai, gli artigiani, gli addetti alla produzione, gli infermieri, le guardie giurate, i lavoratori della ristorazione e del commercio. Dall’altra, sempre più spesso, i giovani professionisti che escono dall’università e scoprono che il pezzo di carta che avrebbe dovuto garantire loro un ingresso nel mondo del lavoro non è più sufficiente. Non è difficile capire perché. L’America ha sempre più laureati e sempre meno lavoratori disponibili per una serie di professioni che richiedono competenze tecniche e presenza fisica. Una generazione di artigiani va in pensione e non viene adeguatamente sostituita. L’immigrazione rallenta. La domanda di lavoro resta alta. E così accade qualcosa che fino a qualche anno fa sarebbe sembrato quasi paradossale: il mercato offre più opportunità a chi sa fare lavori manuali.
L’impatto dell’Intelligenza artificiale
Poi c’è l’intelligenza artificiale. È qui che la storia diventa politicamente interessante. Perché l’AI sta entrando rapidamente proprio in quelle attività che costituivano il primo gradino della carriera dei giovani laureati. Scrivere, sintetizzare, tradurre, analizzare dati, preparare documenti, sviluppare software di base: una parte crescente di queste mansioni può essere svolta, almeno in parte, dalle macchine. Il giovane laureato rischia quindi di trovarsi davanti a un problema nuovo: non essere sostituito dopo vent’anni di carriera, ma non riuscire nemmeno a cominciarla. È una differenza fondamentale.
La legge della domanda e dell’offerta
Un idraulico non può essere sostituito da un chatbot, quando deve intervenire in una casa. Un elettricista deve arrivare fisicamente sul posto. Un infermiere deve assistere un paziente. Un operaio deve far funzionare una macchina. Un cuoco deve preparare un piatto. La realtà fisica, almeno per ora, oppone alla rivoluzione dell’intelligenza artificiale una resistenza che il mondo digitale non conosce. È una delle grandi ironie del nostro tempo. Abbiamo passato anni a spiegare ai ragazzi che il futuro sarebbe stato tutto digitale e che i lavori manuali erano destinati a perdere valore. Poi sono arrivate le macchine intelligenti e hanno cominciato a mangiarsi proprio una parte dei lavori cognitivi di ingresso. Nel frattempo, il vecchio lavoro manuale è diventato scarso. E ciò che è scarso, nel capitalismo, tende a diventare prezioso.
La ritrovata centralità dell’America delle fabbriche
Non significa che la laurea non serva più. Significa che il mercato sta tornando a fare una distinzione che per troppo tempo abbiamo preferito ignorare: l’istruzione è un valore, ma non è una professione. Una laurea può certificare conoscenze. Non necessariamente garantisce una domanda. Oggi, negli Stati Uniti, servono persone che sappiano costruire, riparare, produrre, assistere, trasportare, cucinare, installare. E servono giovani disposti a fare quei lavori. È anche una possibile spiegazione del consenso conquistato da Trump in ampie fasce dell’America produttiva. Esiste un’America che da anni chiedeva di tornare a essere considerata centrale. Quella delle fabbriche, dei salari, delle competenze tecniche, dei lavori che non si possono esportare su uno schermo.
Il sogno americano torna con i piedi per terra
La vera sfida, adesso, sarà capire quanto durerà questa divergenza. L’intelligenza artificiale continuerà a evolversi e la robotica finirà inevitabilmente per entrare anche in molti lavori fisici e nei servizi. State tranquilli, non è la fine del sogno americano. Forse è semplicemente il sogno americano che, per un po’, ha deciso di tornare con i piedi per terra.